giovedì 14 marzo 2019

J Remote alla prova

Un test interessante solo per chi ha adottato come Media server e Player il diffuso e apprezzato J River Media Center, probabilmente il numero uno del settore anche se si sta impoendo il più completo e ambizioso (e costoso) media center Roon.

J Remote infatti è la app che consente da smartphone o tablet di gestire la libreria musicale, selezionare la musica, mandarla in riproduzione, cambiare brani, regolare il volume e così via. Con la app il music server, che nel caso di J River è forzatamente un PC, lo si dimentica proprio, basta che sia acceso e si fa tutto (o quasi) comodamente dal dispositivo mobile.


Installazione, acquisto e sincronizzazione
La app si scarica come al solito dagli store di Apple o di Google e non è gratis. Il prezzo è quasi spropositato se lo confrontiamo alla medie delle app, ma è un'inezia se paragonato ai costi dell'hi-fi: 10,99 € su Apple Store (la prova è su un iPad). La app si presenta subito con una interfaccia molto professionale che mostra una guida grafica alle funzioni presenti. La prima operazione da fare però è la sincronizzazione con il media center J River sul PC. Il sistema è molto semplice, ogni installazione J River ha una access key univoca, la si va a leggere sul PC seguendo le istruzioni e la si immette sull'iPAD.

Fatta questa operazione J Remote mostra con istruzioni grafiche le sue funzioni di base.


Selezionando Audio vengono mostrati tutti gli album della libreria, o in alternativa si possono selezionare gli artisti o i generi musicali. Come sul PC.


Scegliendo un album da ascoltare vengono mostrate ovviamente le tracce, e se era già in esecuzione un altro album rimane visibile anch'esso. Nella parte bassa della schermata i tradizionali comandi di avanti, indietro, pausa e stop e il controllo del volume.


E' disponibile anche una comoda funzione di ricerca nella libreria.


Esiste un'eccezione per il controllo del volume (ma è così anche con J River su PC): non è disponibile in DSD. In questo formato le informazioni il controllo digitale del volume non è possibile e di conseguenza il flusso è trasmesso al DAC a 0dB di attenuazione. Il controllo del volume ritorna quindi sull'amplificatore analogico collegato al DAC (che magari ha un suo telecomando). E' il caso di questo album di Dusty Springfield in ascolto (vedere la parte bassa dello schermo) che è stato pubblicato anche in SACD. Il volume come si vede è disabilitato.


Nel caso più comune di audio digitalizzato in PCM, come per l'album di Enya in ascolto, il volume è regolabile dalla app J Remote


Cliccando sulla freccetta in alto a sinistra si può aprire un player più completo e gradevole, contenente varie indicazioni e funzioni ulteriori.


Cliccando sul simbolo dell'attach in basso a destra si possono visualizzare booklet e altre informazioni di tipo immagine o pdf presenti sulla directory nella quale è memorizzato l'album scelto dell'ascolto. Cliccando su "action" si possono ottenere quelle funzioni abbastanza superflue come l'asolto shuffle o il play doctor, il solito algoritmo che ci suggerisce quello che vogliamo ascoltare (e non ci azzecca mai).


Più utili le indicazioni dettagliate sulla qualità dell'audio che stiamo ascoltando, come questo album di HDtracks in HD, registrato in binaurale.

J Remote può selezionare e comandare anche video o film, se nella libreria avete inserito anche contenuti di questo tipo. Ovviamente per vederli in modo adeguato il PC dove gira J River dovrà essere collegato con una porta HDMI ad un monitor TV.


Le informazioni sull'audio in esecuzione sono mostrate anche per le tracce in formato DSD, anche in  risoluzione Quad DSD (ovvero DSD256) come questa egistrata e pubblicata dall'etichetta specializzata norvegese 2L The Nordic Sound.


Le playlist
Una limitazione della app riguarda le playlist. Si possono ovviamente selezionare ed ascoltare, saltare brani ecc. ma non si possono creare sulla app. Bisogna crearle sul PC. Peccato perché sarebbe molto più comodo farlo dalla app. In una tipica installazione J River il PC sarà dedicato unicamente a questo scopo (come nella mia configurazione) e potrebbe essere non molto agevole fare operazioni di editing. Ad esempio nel mio caso (vedi la descrizione del music server di qualche anno fa) il PC, un Mac Mini, è collegato al TV monitor della sala e per gestirlo uso una tastiera wireless con touch pad integrato. Monitor e tastiera / mouse sono usate solo per le operazioni di aggiornamento della libreria o del PC. In questo modo il PC può  sparire dalla vista una volta avviato l'ascolto e convivere con l'arredamento di una sala. Con J Remote può sparire del tutto.


La sincronizzazione
Un'altra limitazione è relativa alla sincronizzazione con la libreria J River, che avviene all'avvio della app (e non in automatico). Questo fa sì che se importiamo nuovi audio oppure creiamo una playlist, per gestire i nuovi contenuti sarà necessario riavviare la app.

In sintesi
Una app molto comoda e ben funzionante, senza incertezze, le limitazioni non sono importanti ma non sarebbe un grande sforzo per i produttori superarle. Un complemento quasi obbligatorio per J River, vale la pena il piccolo investimento rispetto alle soluzioni alternative gratuite.

venerdì 8 marzo 2019

Quattro DAC (e tre chip set) a confronto

Per gli appassionati che hanno adottato come sorgente principale l'alta definizione il DAC, il digital to analog converter, ha preso il posto che un tempo aveva (ed ha ancora) il giradischi con tutti i suoi componenti (testina, braccio, pre-phono e giradischi vero e proprio) e più recentemente il lettore CD (che invece è tipicamente un componente unico).

Il cuore di quasi tutti i DAC è un chip set prodotto da pochi produttori di semiconduttori che operano a livello mondiale. Proseguendo con la analogia con il mondo analogico, con il vinile, il chip set ha un ruolo e un compito analogo a quello della testina, è la vera origine del suono. Ci sono due differenze importanti:
  • Il chip set non è scelto dell'appassionato (se non indirettamente) ma dal produttore del DAC;
  • Lo stesso chip set può essere scelto ed utilizzato per DAC di fascia e prezzo anche molto diversi.
Nascono inevitabilmente alcuni dubbi e interrogativi sulle effettive differenze tra i molti DAC proposti sul mercato nonché sul loro prezzo, e quindi ampie discettazioni sui forum specializzati.

(Esistono anche DAC non basati su un chip set commerciale? Sì, vedi l'appendice)

L'analisi desk
Quella che propongo per orientarsi un po' di più in questo (relativamente) nuovo mercato  è una cosiddetta analisi desk, basata quindi sull'esame delle caratteristiche di 4 DAC a partire dalle sole caratteristiche dichiarate. Non una prova d'ascolto quindi, che richiederebbe, come documentato in un recente post, uno spiegamento di forze e di tempo attualmente fuori portata (almeno 2-3 persone impegnate e test in  doppio cieco, oltre che la disponibilità dei DAC).
Le informazioni che si ricavano sono comunque a mio parere ugualmente interessanti.

I quattro DAC
Per avere un'idea di come si muovono i produttori ho scelto uno dei principali del settore, nella fascia media. Un marchio che non ha assolutamente iniziato con il digitale, perché è Pro-Ject, ma che nel corso degli anni ha applicato la sua efficiente formula produttiva anche al digitale, estendo la gamma anche a tipologie innovative di componenti, e arrivando infine a proporre più serie (o famiglie) di componenti con caratteristiche uniformi, e fascia di qualità e costo via via crescenti.

Per i DAC analizziamo quindi i modelli proposti per le 4 serie principali; RS (la serie top), DS2 (la serie di fascia alta), DS (la serie "analogica"), S2 (la serie miniaturizzata).


DAC BOX RS (900 €)
Il modello top di Pro-Ject (ma di prezzo sempre terreno confrontato con altri DAC) è estremamente flessibile, con addirittura 9 ingressi digitali, circuiteria bilanciata e output XLR bilanciati e la possibilità di scgliere lo stadio di uscita a valvole o a stato solido.
Il chip set che ha scelto la Pro-Ject è un classico del settore, il Texas Instruments PCM1792. Un circuito integrato monolitico in commercio dal 2003, rinnovato nel 2010 con la versione 1792A. Nella documentazione non è indicato che si tratta del modello A ma dovrebbe essere così, poiché il precedente modello non è più in produzione, se non per sostituzioni, sin dal 2010.
Si tratta di un chip sviluppato e prodotto dalla Burr Brown, una casa che tra le prime nel settore ma che è stata acquisita e incorporata dalla Texas Instruments nel 2000.

Non è quindi un modello recente e in grado di fornire le massime prestazioni e le più aggiornate funzionalità di conversione. La scelta di Pro-Ject appare quindi dettata dal desiderio di fornire un modello basato su un chip adottato da modelli di fascia alta e altissima, come il Bel Canto e.One e altri modelli del noto produttore specializzato.
Si tratta quindi di un DAC che converte in PCM fino a 24/192 e  in DSD solo fino a a DSD128 (Double DSD), con trasmissione in DSD solo in modalità DoP (vedi post precedente). I filtri digitali sono solo 2.


DAC Box DS2 ultra (600 €)
La serie immediatamente inferiore adotta invece un chip totalmente diverso rispetto al modello RS, con 6 ingressi digitali e uscite sbilanciate RCA. Questa volta Pro-Ject (che ha una politica di copertura di più fasce di mercato differenziate) ha adottato un chip set recente (2014) e ovviamente con le massime prestazioni e funzionalità della tecnologia attuale. E' un prodotto della giapponese Asahi Kasei, AK4490, e quindi garantisce conversione in PCM fino a 32 bit e 768KHz e DSD fino a DS256 (trasmissione in nativo fino a 128, poi DoP), 5 possibilità di filtraggio. Esiste un modello più recente (2017) AK4493 ma pare che non sia quello adottato, perché sul sito del produttore giapponese risulta in grado di arrivare alla conversione in DSD512.
Anche in questo caso lo stesso chip è utilizzato per modelli di fascia più elevata, come il RME ADI 2 Pro (un DAC prodotto in Germania da una nuova firma del settore).


DAC Box DS (300 €)
Per il modello della linea che punta ai clienti più orientati all'analogico Pro-Ject ancora il chip TI PCM1792 già visto nel modello RS. Questa volta però la conversione di file audio DSD non è proprio supportata neanche in DoP. E' presentato come un modello dalla realizzazione particolarmente curata.


DAC Box S2+ (230 €)
La linea S2 propone componenti di dimensioni minime (inferiori in pianta al jewel box dei CD) ma con prestazioni analoghe alla linea DS2. Per il DAC è stato scelto il chip set di punta dell'altro grande produttore mondiale, ESS, il Chipset è il ESS Sabre 9038, il più recente della casa americana, ma con produzione anche in Cina. In realtà il nome completo è 9038PRO ma pare che in Pro-Ject prediligono la sintesi. Non esiste comunque a quanto sembra un 9038 non Pro.
Le prestazioni di targa sono allo stato dell'arte e del tutto simili al modello RS: PCM fino a 32 bit e 768KHz e DSD fino a DS256 (trasmissione in nativo fino a 128, poi DoP) e 5 filtri digitali selezionabili, 3 ingressi come il modello superiore DS.
L'ESS 9038Pro è utilizzato da molti DAC recenti di fascia alta, come l'Ayre Qx-5 Twenty o i Mytek Manhattan II e Brooklyn+. Non è specificato nelle carateristiche del mini DAC della Pro-Ject ma l chip gestisce anche il formato di compressione MQA.

L'importanza del chip set
Da questa breve rassegna si può dedurre che la differenza tra i DAC la fa solo il chip set? Ovvero che un componente budget come il Pro-Ject abbia prestazioni simili al Mytek Manhattan che costa più di 6.000 €? Con conseguente sorpresa visto il costo molto ridotto dei chip set. Ovviamente no, e non solo per la flessibilità e le funzioni operative. Per un motivo molto più semplice che si può spiegare per similitudine partendo sempre dai giradischi che in genere tutti conosciamo e che comunque hanno componenti "visibili".

Il chip set ha una funzione molto simile a quella della testina: estrae il suono da dove è nascosto, da una sequenza di bit 0 e 1 invece che da un solco inciso su un piatto di plastica. Ma, come una ottima testina non servita da un braccio in grado di supportarlo secondo le specifiche, su un piatto mosso da un giradischi che mantenga costante al massimo grado di precisione la rotazione, e da un pre-phono che amplifica e corregga con la massima accuratezza il debole segnale analogico creato, non potrà garantire le prestazioni di cui sarebbe capace. E sappiamo quante raffinatezze e diverse implementazioni sono state ideate ed attuate in tutti questi altri componenti.
Nel mondo digitale la situazione è simile: il chip set è fondamentale perché il resto dei componenti non potrà correggere sue carenze, ma è la configurazione complessiva che potrà garantire il risultato.
Da notare anche, nel confronto, che i chip set sono in realtà "famiglie" e possono avere diversi modelli con diverse configurazioni, non sempre esplicitate nelle specifiche pubblicate sul web.

Limiti veri o ipotetici
Dalla breve carrelata di confronto si nota anche che 2 dei 4 modelli, e non i più cari, hanno prestazioni che arrivano ai massimi livelli attuali (o quasi) riguardo ai formati supportati, mentre gli altri 2 hanno limitazioni. Nulla da obiettare sul modello DS, che sicuramente per chi è interessato al DSD non è la scelta adatta. Mentre per il modello top RS la limitazione a DSD128 è piuttosto ipotetica, vista la scarsità di musica registrata e distribuita in download in formato DSD a risoluzione DSDx4 ovvero DSD256 (e ancor più a DSD512). Inoltre è anche tutta da dimostrare la effettiva udibilità della superiore qualità, un po' come nel PCM tra 24/96 e 24/192.

Appendice: i DAC "custom"
Non tutti i DAC fanno ricorso per la prima fase della conversione in analogico a un chip set acquisito da uno dei produttori mondiali di semiconduttori. E' possibile anche una scelta alternativa, facendo ricorso ai component FPGA (Field Programmable Gate Array), le cui funzionalità sono programmabili mediante linguaggi di descrizione del processamento effettuato in hardware. I progettisti del DAC possono quindi implementare loro specifici algoritmi di gestione della decodifica o della gestione della sincronizzazione tra i componenti, di caratteristiche superiori o comunque diverse rispetto agli algoritmi sviluppati dalle case di semiconduttori, oltre ad adottare un'architettura del sistema di decodifica  più articolata.
E' il caso quindi di componenti professionali o di fascia molto alta, progettati da specialisti del settore e appartenenti alla fascia top del settore. Prezzi ovviamente proporzionati ai costi di sviluppo e produzione in piccola serie, per esempio il Playback Designs MPD-8 Dream DAC progettato dal noto specialista Andreas Koch e che costa 27.000 € (prezzo base, ci sono anche estensioni).  Recensione entusiastica sul numero 406 di Audio Review.



sabato 2 marzo 2019

DSD: DoP o nativo?

DoP sta per DSD over PCM mentre “nativo” vuole indicare che nessuna azione viene eseguita. Quindi un DAC in grado di funzionare in nativo sembra avere caratteristiche superiori. In parte è così, ma non perché viene alterato in alcun modo il flusso di dati, in entrambi i casi non viene effettuata alcuna conversione. Le due modalità riguardano infatti solo il trasporto del flusso DSD tramite la porta USB al DAC. Porta USB (2 o 3) che peraltro è obbligata, perché la velocità di trasmissione di un collegamento coassiale o toslink non sarebbe sufficiente per le caratteristiche del formato DSD alle risoluzioni più elevate.
In questo post alcune informazioni e chiarimenti utili per chi si accinge ad acquistare un nuovo DAC.

Dal sito dell'etichetta norvegese 2L The Nordic sound alcune immagini riprese durante la registrazione del disco, disponibile anche in Quad DSD, nomination ai Grammy Awards come "Best Immersive Audio Album 2019". Il titolo è Folketoner, musica corale norvegese, questa è la direttrice Anne Karin Sundal-Ask  intenta a verificare la registrazione multicanale e stereo alla consolle DXD-DSD,
DoP
La porta USB riconosce solo audio codificato in PCM, non in DSD. Il sistema più semplice per trasmettere un flusso DSD e’ quindi incapsularlo in “pacchetti” riconoscibili dall'unità ricevente (il DAC). Che provvederà quindi, se conforme DoP, ad estrarre dal pacchetto il contenuto DSD, a ricomporlo nel file originale e a passarlo alla sezione di conversione in anaogico. Questa operazione di impacchettamento comporta un raddoppio della dimensione dei dati e quindi la necessità per il trasmettitore (il PC), il ricevente (il DAC) e la porta USB di gestire una velocità di trasmissione doppia di quella del DSD, ovvero DSDx2 ovvero 5,6Mbps. Queste prestazioni non sono un problema per PC e DAC recenti, e quindi la trasmissione DOP non è sicuramente un problema per i più diffusi file audio provenienti da SACD, quindi DSD64 ovvero 2,8Mbps.

Il coro nell'ambiente di esecuzione (una chiesa, come si vede)
DoP e DSD2PCM
Importante: il DoP è un sistema di trasporto, non è da confondere con DSD2PCM che, come suggerisce il nome (2=to) è una funzione di conversione da DSD a PCM inclusa, nei player che gestiscono il formato DSD, per garantire la compatibilità con schede audio e DAC solo PCM. Quindi nei vari Audirvana o J River ma anche in Foobar2000, con gli appositi component. Una funzione peraltro presente anche negli studi di registrazione per fare in PCM operazioni di editing non possibili o non supportate in DSD (e poi tornare al DSD nella versione finale). Stessa ambiguità nel termine “nativo”: trasporto nativo significa diretto senza impacchettamento dei campioni (vedi dopo). Conversione nativa significa che il DAC è in grado di trattare nativamente il formato a 1 bit DSD.

DSD a risoluzione superiore
Per la riproduzione di file audio DSD in risoluzione superiore, quindi disponibili solo in download, la trasmissione in DoP ha però un limite superiore. Attualmente fino a DSDx2 ovvero DSD128 ovvero Double DSD ovvero 11,2Mbps non ci sono problemi, ne’ sul lato del PC ne’ sul lato del DAC (che ovviamente deve supportare il formato DSD). A risoluzione ancora superiore, ovvero DSDx4 o DSD256 o Quad DSD oppure DSDx8 o DSD512 può’ essere necessaria la trasmissione nativa per limitazioni di potenza della CPU del PC o del DAC. Su quella del DAC vedere nel seguito.

Trasporto DSD nativo
Utilizzando un driver ASIO è possibile informare la porta USB che il flusso di dati in invio e’ “speciale” non a livello di pacchetto ma dell’intero file e quindi far arrivare al DAC il flusso DSD “nativo”. Perché il DAC possa trattarlo e’ necessario però che sia in grado di supportare le frequenze di campionamento più elevate. Ovvero 352,8Khz per DSDx4 o DSD256 (88,2Khz x4) oppure 705,6 (88,2Khz x8) per DSD512. Esistono anche DAC che arrivano oltre, ma per il formato DXD (estensione del PCM HD) e quindi a 96x8 ovvero 768Khz e che ovviamente possono supportare anch’essi DSD512 nativo.
I driver ASIO generici sono però disponibili solo per Windows, mentre per macOS quindi per Mac sono disponibili (proprietari) solo per alcuni modelli di DAC, a cura del produttore. In ambiente Mac e’ quindi possibile che l’unica modalità disponibile per il DAC che scegliamo sia DoP.

La direttrice Anne Karin Sundal-Ask in azione
Quindi in sintesi, cosa preferire?
Abbiamo visto che fino a DSD128 ovvero in Double DSD tutti i DAC “DSD ready” sono equivalenti. Ci si può concentrare quindi sulla qualità del DAC. Chi invece ha già acquisito album o tracce in formato DSD256 o DSD512 (rarissimi per ora in quest’ultimo formato) o ha intenzione di farlo man mano che saranno resi disponibili, è opportuno che faccia un approfondimento sulle caratteristiche del DAC che sta scegliendo.
Quelli basati su chip più recenti supportano quasi sempre anche il PCM/DXD fino a 32/765 (o 705,6 in alcuni casi) e di conseguenza tipicamente supportano la modalità nativa (non avrebbe senso il contrario) e quindi la possibilità di scelta è ampia.
Possibili criticità possono riguardare quindi soltanto:
  • DAC che supportano solo la trasmissione DOP anche per DSD256 e che dovranno essere gestiti da PC non molto recenti, che possono avere problemi di prestazioni in trasmissione;
  • Chi utilizza un PC Mac e non Windows: deve verificare se il DAC scelto garantisce le stesse prestazioni anche su macOS, con un proprio driver proprietario.
E tutti quelli che hanno un DAC valido ma che non va oltre il DS64?
Il materiale disponibile è ancora molto raro nei formati superiori DSD128 e DSD256 ed inoltre non è di interpreti celebri, è prodotto da etichette indipendenti “audiophile” come Blue Coast Records (folk e jazz soprattutto) o 2L The Nordic Sound (classica e contemporanea soprattutto). Rarissimo poi il DSD512 e da verificare se la produzione, sin dalla registrazione, sia in questo formato ad altissima risoluzione.
Conviene in questo caso aspettare e ascoltare serenamente la buona musica che avete, considerando anche la continua innovazione nel settore dei DAC.

Il set di microfoni utilizzato dai tecnici di 2L per registrare il suono e l'ambienza della chiesa
Il tecnico del suono al lavoro sulla consolle digitale

mercoledì 13 febbraio 2019

Un subwoofer nell'impianto stereo

Idea: per le frequenze basse, le più critiche e difficili da riprodurre, ma anche le più caratterizzanti, perché non aggiungere un subwoofer all'impianto invece che investire soldi e tempi nell'upgrade delle casse e, probabilmente, anche dell'amplificatore? Ce ne sono ormai molti, attivi, a prezzi molto economici. Un subwoofer attivo, ovviamente, perché un sub passivo ha bisogno di un proprio amplificatore e quindi non può essere collegato a un tradizionale amplificatore stereo, che è invece il nostro obiettivo. Prima di impegnarci nell'avventura di aggiungere al nostro impianto un sub, è però meglio studiare le alternative che abbiamo a disposizione.

I subwoofer attivi sono di 2 tipi x 2 tecnologie
I sub offerti da un grande numero di produttori (è un settore di mercato fiorente, perchè è indirizzato anche all'home theater) possono essere bass-reflex (con accordo aperto o woofer passivo) oppure in sospensione pneumatica. La differenza con il settore dei diffusori è che i modelli a sospensione pneumatica sono in buon numero, anche se la maggioranza è ancora in bass reflex. Ci torno dopo su vantaggi e svantaggi (che più o meno si equivalgono).
Le tipologie invece fanno parecchia differenza. I sub possono essere dotati di input e di output oppure di solo input.
Un'ambientazione in pieno relax scelta da REL Acoustic per la pagina di confronto tra i modelli
I sub con sole connessioni di input
Sono i più diffusi, anche se non necessariamente i più economici. Gli ingressi sono quasi sempre tre: 1 a basso livello stereo, 1 a basso livello mono e 1 ad alto livello. Quello mono (chiamato anche LFE) è pensato per la connessione ad amplificatori HT e bypassa il filtro passa basso, quindi non ci interessa. Gli altri due sono pensati per la connessione all'uscita REC dell'amplificatore, mentre quello ad alto livello serve, in alternativa, per connetersi all'uscita ad alto livello per i diffusori.
In pratica il sub sarà normalmente connesso all'uscita REC, l'altra opzione sarà riservata i rari casi di amplificatore che ne è sprovvisto o di impianti in cui è già in uso. In ogni caso l'amplificatore dovrà avere uscite casse doppie (a meno di usare connettori a Y, cosa sconsigliabile a mio parere).

B&W sceglie invece un meno rilassante colore viola per il suo non convenzionale modello PV1D 
I sub con connessioni di input e di output
In questi modelli è possibile collegare nuovamente l'amplificatore o le casse a valle del filtro passa basso. Per il collegamento linea (RCA) è necessario che l'amplificatore abbia ingressi pre e finale separati oppure la cosiddetta doppia barra di registrazione. In caso contrario dovrà essere usata l'uscita ad alto livello. Questa seconda opzione non è così negativa come può sembrare, il sub non fa altro che una connessione elettrica tra ingressi e uscita dopo un filtraggio passivo del tutto analogo a quello attuato dai crossover interni dei diffusori e il carico offerto all'ampli è molto basso e non pone problemi. Questa seconda opzione non è però sempre presente.

Perché è necessario che il sub abbia ingressi e uscite
Il problema nell'utilizzo di un sub aggiuntivo ad un impianto hi-fi è l'incrocio alle basse frequenze. Se il sub ha solo ingressi la sua emissione può sovrapporsi a quelle delle casse dell'impianto originale. Poiché l'emissione non è on-off ma ha una pendenza o salita più o meno accentuata, il sub dovrebbe essere relegato alla riproduzione di frequenze molto basse, ma col rischio di creare un "buco" di frequenze. In pratica è una soluzione tecnologica adatta per aggiungere le frequenze basse dove proprio non ci sono, quindi con impianti HT o anche stereo con mini casse frontali.

Del tutto convenzionale invece la foto di presentazione scelta da SVS per il suo potente syb SB 3000 con woofer da 30cm.
Il problema dell'incrocio e la messa a punto
Quindi abbiamo un sub con ingressi e uscite e un amplificatore con uscita pre e ingressi finale separati, oppure un sub con input-output ad alto livello. A questo punto possiamo occuparci degli strumenti messi a dispozìone per individuare e configurare l'incrocio ottimale, che sono:
  • un crossover elettronico passa basso - passa alto con frequenza di taglio regolabile, per esempio da 50 a 200 Hz (ma pendenza fissa, di solito a 12dB/ottava)
  • un controllo di volume
  • un controllo di fase, regolabile con continuità da 0 a 180 gradi (oppure un interruttore 0-180)
La messa a punto è un processo che si deve affrontare per gradi, possibilmente in due (uno giudica il suono e l'altro regola i controlli o sposta il sub) iniziando dalla regolazione della fase e finendo con quella della frequenza di taglio del crossover. In alternativa possono essere usati un fonometro e altri strumenti di misura, a cura magari di una specialista. L'appassionato preferirà invece occuparsene lui, a questo scopo in appendice è disponibile una guida che sembra molto chiara e pratica, che ho tradotto dai manuali dei sub REL Acoustic, rinomata casa inglese specialista del settore.

La localizzazione
La localizzazione del sub è da evitare, non si deve percepire dove si trova, come è noto. Per questo può essere posizionato con grande libertà nella stanza. Se invece riusciamo a individuare la sorgente delle frequenze più basse ovvero si percepisce una variazione quando si sposta il componente, bisogna intervenire sulla regolazione della fase e sulla regolazione di incrocio per farlo nuovamente "sparire". Tipicamente è stato scelto un taglio troppo in alto o ci sono problemi di fase.

Un'altra raffinata ambientazione scelta da REL Acoustic per il suo modello top. La casa inglese specializzata in sub (produce solo quello) investe molto nella comunicazione per immagini presente sul proprio sito.
Una verifica sul nostro impianto
Prima di imbarcarsi nell'acquisto e nella installazione di un sub conviene accertarsi in modo più oggettivo, rispetta alle impressioni musicali, delle reali prestazioni sui bassi del nostro impianto. Anche per avere un'idea di dove dovrà essere posizionata la frequenza di taglio, senza andare necessariamente per tentativi. La curva risposta sui bassi delle nostre casse dovremmo conoscerla, o perché era riportata nel manuale o grazie alle prove di qualche rivista. Ma ascoltarla e verificarla con il nostro sistema uditivo non fa male, ed è anche molto semplice.

Il disco test
Per farlo basta avere un disco test con una serie di frequenze basse, non dobbiamo giudicare la qualità del suono, ma solo se sentiamo qualcosa, e come. Stranamente i dischi test forniscono di solito un'unica traccia con tutte le frequenze e per riconoscerle una dall'altra bisogna contare.
Sarebbe più pratico avere una traccia per ogni frequenza, senza andarlo a cercare l'ho realizzato io, creando un disco test su misura, che ho messo a disposizione (con altri test) sul sito Audio-Clips. Le frequenze o note campione scelte sono elencate nel seguito, il link per scaricare i file audio e creare un CD test è questo (vedi "Gamma frequenze basse"):
  • 196 Hertz 25sec - violino.wav
  • 65 Hertz 26sec - violoncello.wav
  • 43 Hertz 27sec - basso tuba.wav
  • 41 Hertz 26sec - contrabbasso.wav
  • 31 Hertz 20sec.wav
  • 29 Hertz 26sec - controfagotto.wav
  • 27.5 Hertz 26sec - piano.wav
  • 25 Hertz 20sec.wav
  • 20 Hertz 20sec.wav
  • 16.3 Hertz 27sec - organo.wav
Ogni campione è ripetuto 3 volte in modo da avere il tempo di ascolto e per l'eventuale azione del volume. Perché non bisogna scordare che i diffusori, tutti, hanno un progressivo roll-off (caduta) sulle basse. Per esempio un diffusore con risposta da 40Hz a 20KHz entro 3dB a 40Hz avrà già un volume di 3dB inferiore a quello medio (e pobabilmente a 60 Hz saranno già 6dB).
Nella pratica per ascoltare le frequenza basse man mano che andiamo fuori dalla risposta in frequenza garantita bisognerà alzare il volume.

La risposta italiana è affidata soprattutto
a Indiana Line con i suoi modelli Basso.
Questo è il Basso 880 (reflex)
Le frequenze
I campioni scelti, che sono tratti dal noto disco test della RCA, sono molto "musicali," nel senso che hanno scelto le note più basse che possono essere emesse dal violino, dal violoncello ecc. fino al cotrofagotto e all'organo. Poiché qualche volta in qualche opera musicale queste note saranno pure state usate, può essere utile verificare se il nostro impianto è in grado di riprodurle o le taglia proprio, e cosa cambia aggiungendo un sub. Ecco l'elenco dei campioni disponibili:

Il test 
Molto semplicemente bisogna solo ascoltare le tracce partendo dalle più alte. Ascolteremo senz'altro senza problemi le prime due, magari la nota bassa del violoncello (65Hz) un po' attenuata. Scendendo dovremo cominciare ad agire sul volume, per compensare il roll off. La risposta in frequenza delle mie casse (Kef 103/4) è 50Hz-20KHz entro 2,5dB, e così a 43 Hz (basso tuba) ho dovuto iniziare ad alzare il volume. E ho continuato ad alzarlo fino al campione a 25Hz, l'ultimo che i diffusori riuscivano a riprodurre. Ma già da frequenze sotto i 30Hz in realtà il mio sistema uditivo non ascoltava un suono proveniente dalle casse. Quello che si percepiva era invece l'effetto delle onde sonore a frequenze molto basse. Per esempio a 29 e 27,5Hz quello che sentivo era la vibrazione dei vetri sopra la porta di un'altra stanza a diversi metri di corridoio (mentre io ascoltavo nella sala) eccitata non si sa come dalle onde stazionare emesse dalle Kef.
Da aggiungere che il volume del mio amplificatore (che è piuttosto potente, 70W) era già a 3/4 e quindi a un livello inaccettabile in un appartamento (e non so quanto dai diffusori).
Un test molto istruttivo, tra l'altro ha confermato la risposta in frequenza (misurata nei test fatti dalla rivista Stereophile), riportata in figura.
La tecnologia
Come anticipato ci sono sub in bass-reflex e altri in sospensione pneumatica.
In pratica vantaggi e svantaggi si equivalgono, nel comune obiettivo di garantire una risposta in frequenza molto estesa sui bassi con dimensioni e costi contenuti. La sospensione pneumatica ha il vantaggio di non richiedere un condotto di accordo che a frequenze basse può richiedere lunghezza e ampiezza difficili da conciliare con il mobile compatto (a volte i progettisti usano per risovere il problema un woofer passivo). La estensione, ovvero la compensazione del roll-off, si ottiene facilmente con l'equalizzazione (lo stesso vale per i bass-reflex) e la potenza necessaria (elevata) non è un problema ora con il generale utilizzo per i sub di amplificatori in classe D.

Il vantaggio per i bass-reflex è invece il costo, meno stringenti a parità di prestazioni di targa le esigenze di potenza dell'amplificatore, di escursione dell'altoparlante, di robustezza e indeformabilità della cassa. Quindi scelta libera a parità di serietà di realizzazione, anche se chi cerca bassi il più possibile controllati (come me) preferirà probabilmente sub a sospensione pneumatica, visto che esistono e sono abbastanza diffusi, a differenza di quello che avviene tra i diffusori.

In sintesi
Quindi è tutto chiaro. Basta trovare un sub con ingressi e uscite e qualità adeguata che non costi uno sproposito, e provare.

Ancora un modello T della REL Acoustic, qui in versione bianca, in camera anecoica

Appendice. Guida alla installazione e messa a punto di un subwoofer per un impianto audio

1. Posizionamento: la posizione ottimale per è in uno degli angoli dietro i diffusori principali. Questa posizione fornisce 9 dB di amplificazione meccanica e consente il la diffusione più lineare delle basse frequenza, grazie alla possibilità di sincronizzare il sub sulla lunghezza maggiore della stanza e quindi generare anche le forme d’onda delle frequenze più basse.

2. Il processo da seguire. Per iniziare il processo di set-up, scegli un brano musicale con una linea di basso ripetitiva che abbia una frequenza molto bassa. Ti consigliamo la traccia 4 dalla colonna sonora di Sneakers (Columbia CK 53146). Questo ha un battito di batteria sul basso ripetitiva che dà molto tempo per spostare il sub cercando la posizione ottimale, ma ancora più importante, la sede della registrazione era abbastanza grande per questa registrazione, e quindi ha una immagine dei bassi molto profonda ed ampia. Questo tipo di traccia è perfetto per il processo di set-up e dovrebbe essere riprodotto al più alto livello ragionevole previsto per la riproduzione del sistema. Lavorare con un partner, uno nella posizione di ascolto e uno vicino al sub che opera sui controlli, è il modo più efficace ed efficiente per impostare il sub. Se si lavora da soli, i passaggi iniziali nel set-up possono essere eseguiti in modo molto efficace dalla posizione del sub. Cercando di ignorare tutta l'altra musica nella traccia, ascolta la cassa della batteria e il suo effetto nella stanza d'ascolto.

3. Messa a punto della fase: una volta installato e attivato il sub dobbiamo regolare la fase. Questo potrebbe essere il passo più critico, e poiché è in realtà molto semplice, è spesso affrontato con troppa preoccupazione. Tieni a mente: la fase corretta è quella che è quella in cui il suono è più forte o più pieno. Mentre si riproduce musica con veri bassi profondi, regolare il crossover in un punto in cui il sub e l'altoparlante condivideranno sicuramente le frequenze (circa a metà del potenziometro del crossover ovvero a ore 12 o leggermente più in alto per i diffusori più piccoli. A questo punto ruotare il controllo di volume HI / LO in modo che sia il sub che i diffusori abbiano un volume approssimativamente uguale e quindi commutare lentamente, usando il potenziometro di fase, da posizioni di fase "0" a "180". Ancora una volta, qualunque posizione sia la più alta o la più piena, è la posizione corretta. Cioè, quando la posizione funziona in armonia con i diffusori principali, rinforzando i bassi e non cancellandoli.

(Nel caso frequente di sub che hanno invece solo un interruttore di fase con due posizioni, 0° o 180°, le istruzioni sono diverse, queste sono del Velodyne Impact:
Questo controllo consente di "invertire" la fase del segnale di uscita del subwoofer di 180 ° per correggere per quanto possibile mancata corrispondenza e risultante annullamento tra il subwoofer e i diffusori principali. Per regolare la fase, semplicemente ascoltare il sistema con la riproduzione musicale, quindi premere l'interruttore di fase da una posizione all'altra e ascoltare come cambia il livello di uscita dei medio bassi. La posizione corretta avrà una quantità maggiore di medio bassi. Se le impostazioni sembrano simili, lasciare la posizione "0".)

4. Posizionamento: il passo successivo è determinare con esattezza quanto lontano dall'angolo debba essere posizionato il sub per ottenere l'uscita più efficiente, così come la risposta in frequenza più bassa. Con il sub completamente nell'angolo, e puntando verso l'esterno lungo la diagonale uscendo dall'angolo, continuando a suonare la musica, spostare lentamente il sub dall'angolo sulla diagonale, equidistante da entrambi i lati e dalla parete posteriore. Ad un certo punto (a volte solo pochi centimetri, in rari casi un piede o poco più) l’uscita del sub arriverà più in basso, suonerà più forte, e, se lo blocchi nella stanza e il sub la riempie completamente di suono, l'aria intorno al sub sembrerà essere energizzato, allora fermati proprio lì! Questa è la posizione corretta dall'angolo per il sub.
5. Orientamento: una volta stabilita la posizione dall'angolo, l'orientamento del woofer deve essere determinato ruotando il sub da un immaginario punto centrale sul retro. Quando il sub viene spostato da un lato all'altro, si ascolta il massimo livello di uscita e la linearità del basso. In effetti, il sub dovrebbe essere lasciato nella posizione in cui sta suonando più forte e con la più ampia estensione verso il basso.

6. Impostazioni del crossover e del volume: per determinare il punto di taglio del crossover, portare il volume del sub (usando il controllo del livello HI / LO) completamente verso il basso e posizionare il crossover su 25 Hz. A questo punto, riporta lentamente il volume del sub al punto in cui hai raggiunto un equilibrio appena accennato, cioè il punto in cui puoi sentire il REL anche se i diffusori principali suonano. Ora porta il taglio del crossover fino al punto in cui è troppo alto; a questo punto portalo alla giusta impostazione intermedia inferiore. A tutti gli effetti, questo è il punto di crossover corretto. Una volta raggiunto questo livello, è possibile apportare lievi modifiche al volume e al crossover per fornire l'ultimo bit di integrazione completa e senza discontinuità. Con ciò, il set-up è completo.

Suggerimento: potrebbe esserci una tendenza a impostare il punto di crossover troppo alto e il volume del sub troppo basso nei primi passi di integrazione del sub con l’impianto, il timore è di sopraffare i diffusori principali con i bassi. Ma così facendo, il set-up risultante sarà privo di profondità e dinamica dei bassi. Il corretto punto di crossover e l'impostazione del volume aumenteranno invece le dinamiche generali, consentiranno l'estensione delle basse frequenze e miglioreranno il realismo del palcoscenico virtuale. Nota, il volume deve essere regolato insieme alle modifiche del crossover. In generale, quando si seleziona un punto di crossover inferiore, potrebbe essere necessario alzare il volume.

giovedì 31 gennaio 2019

Un vero impianto Hi-Fi sotto ai 1000 €

Questo sarebbe un momento molto favorevole per chi ama la musica e la vuole ascoltare al meglio a casa propria, in particolare se giovani, al primo impianto per la prima casa. E anche per chi dopo qualche anno di interruzione vorrebbe tornare ad ascoltare come si deve. Ampia scelta di componenti di eccellente qualità a prezzi inimmaginabili 20 o 30 anni fa grazie all'avanzamento della tecnologia e alla possibilità di produrre in Cina. Inoltre c’è il vantaggio che uno dei componenti non serve più: la sorgente. Infatti ogni smartphone o tablet può diventare una sorgente in qualità CD (e anche HD) grazie a un ricevitore wireless con DAC. Il ricevitore trasforma in pratica l’intero impianto in uno speaker wireless.

Il ricevitore wireless più diffuso sino a metà gennaio 2019 era Chromecast Audio di Google, dal rapporto qualità / prezzo imbattibile, ma purtroppo Google ha deciso di sospenderne la produzione. Esistono però diverse alternative, alcune sono presentate in questo blog nel precedente post.

Rotel A10
L’impegno economico, scegliendo componenti hifi di ultima generazione che garantiscono già prestazioni eccellenti, superiori sicuramente a quelle di qualsiasi speaker wireless vero e proprio, può rimanere sotto alla soglia psicologica di 1000 €.

Che, lo ricordo, e’ un costo comparabile a quello di uno smartphone di fascia alta. Un acquisto che quasi tutti in Italia fanno senza porsi troppi problemi, e cambiandolo poi ogni 2-3 anni, mentre l’impianto hifi può durare anche 30 anni e più.

In altri post erano presentate le varie soluzioni possibili ora, in forma schematica. Questa volta voglio proprio arrivare al l’indicazione degli specifici componenti e dei relativi prezzi medi attuali. Un post quindi destinato ad inevitabile obsolescenza, visto l’avvicendamento dei modelli, anche se ho scelto dei long-seller.

NAD C316BEE

I componenti
Servono solo due acquisti importanti: l’amplificatore e le casse. L'amplificatore non è necessario, viste le premesse, che abbia ingressi digitali con DAC e/o ingresso phono.
Le casse possono essere di due tipi: da scaffale o a torre, da terra. Nel primo caso serve anche un supporto per posizionarle alla giusta altezza. Il secondo tipo e’ più adatto ad ambienti grandi e quindi si può pensare di scegliere amplificatori di maggior potenza.

Cambridge Audio SR10
Poi serve il ricevitore wireless, la scelta venendo a mancare Chromecast Audio, può cadere su Nuprime, 2 cavi di potenza e, infine, il componente più importante: la stanza dove collocare l’impianto rispettando le regole di posizionamento per le casse: giusta altezza, distanza dalle pareti, e il punto di ascolto al terzo vertice del triangolo stereo.
In assenza di queste possibilità, neanche accettando compromessi (vedi questa guida) conviene riununciare all’impianto a componenti separati ripiegare su un buon speaker wireless, che non costa comunque molto meno.

Le scelte
Le marche che producono amplificatori entry level costruiti con tutti i crismi non sono molte, mi sono concentrato su 3 classiche: Rotel, NAD e Cambridge Audio. Ci sono anche buoni modelli economici prodotti dai giganti giapponesi o assimilati (Denon, Onkyo e Marantz) ma con ricambio continuo dei modelli. Ci sono anche i famosi amplificatori in classe D derivati dal celebre T-Amp, ma mi concentrerei su soluzioni più semplici e di migliore accoglienza estetica in casa. Nel frattempo (sono passati 10 anni) anche gli ampli tradizionali in classe AB sono parecchio evoluti e più performanti.

Indiana Line Nota 550

I modelli scelti sono gli entry level delle 3 marche individuate. Il più recente è il Rotel, essenziale, non ha DAC e ingresso phono, è un componente però che punta alla qualità elevata, ha un costo superiore agli altri. Molto economico il piccolo  NAD, sul mercato da molti anni e che gode proprio per queso di buona fama. Per entrambi la potenza è di 40W del tutto sufficiente per stanze d'ascolto di medie dimensioni. Se serve una maggiore potenze, per rientrare nel budget la scelta è caduta su un componente della Cambridge Audio che in realtà è un sinto-amplificatore. Serve a poco la ricezione FM nella deprimente situazione della radio italiana, specialmente se parliamo di musica, ma il costo è comunque tra i più bassi per questo livello di prestazioni.











Per le casse ci sono ancora più alternative, mi sono limitato a due marchi con ampia produzione, tecnologie aggiornate e recensioni molto buone, con prezzi veramente budget: Indiana Line ed Elac (le immagini qui sopra sono dei modelli Diva 262 e Debut B6).
Elac Debut F6

La Indiana Line ha tre serie con qualità di realizzazione crescente. La serie superiore Diva è accessibile per rientrare nel budget solo nella dimensione bookshelf da cui la scelta della serie Tesi per la soluzione da terra. Con non molto di più si potrebbe arrivare al modello equivalente Diva. La Elac nel suo nuovo corso sta producendo diffusiori dall'eccellente rapporto qualità / prezzo, apprezati in molte recensione. Facile individuare due modelli che promettono prestazioni molto buone.

I piedistalli per le casse si trovano facilmente anche su Amazon tra i produttori di accessori per la sonorizzazione e non costano molto. Infine i cavi; anche questi si trovano e di buona qualità su Amazon e altri negozi online a poche decine di Euro, e’ finita da tempo la moda dei cavi super costosi che risolvono tutto.

Le 5 combinazioni
Due alternative per la soluzione con casse da scaffale, che consente di arrivare anche a un modello della linea top di Indiana Line, e due con casse a torre, in grado di estendere maggiormente la risposta sui bassi, ed infine una appena over-budget. Sono riassunti nella tabella qui sotto con i relativi costi, alla data di questo post, ricavati da Amazon e altri servizi di e-commerce.
Tutte le combinazioni proposte, se sono correttamente posizionate le casse, consentono di ascoltare in real stereo e con buona fedeltà timbrica, consentendo un ingresso nel mondo dell’ascolto in alta fedeltà che potrà rimanere soddisfacente anche per molto tempo (dipende dalle priorità) oppure essere il punto di partenza per un impianto di alto livello. In questo caso e’ consigliabile partire dall’ampli.



E, la sorgente?
Qui e’ tutto molto semplice per chi è curioso e alla ricerca di sempre nuova musica: un abbonamento a Qobuz o Tidal o Deezer in qualità CD, al costo di 4 pacchetti di sigarette al mese, e non c’è bisogno di niente altro.
Altro non serve, perché normalmente chi ha il desiderio o la semplice idea di entrare nel mondo dell’alta fedeltà non ha musica in HD o in qualità CD scaricata in download e neanche una collezione di CD,

Per chi vuole sentire invece la “sua” musica
Nel caso però che ci fosse già una collezione di CD da recuperare, musica liquida su un PC o su un NAS la sorgente può essere (come probabilmente già lo e’) un PC o un notebook o anche uno smartphone, installando app player in grado di utilizzare il protocollo AirPlay di Apple o Bluetooth Aptx per i dispositivi Android. Per le modalità di connessione rimando a prossimi post perché è necessario provarle in pratica.

martedì 15 gennaio 2019

Addio a Chromecast Audio: le alternative

Un breve comunicato di Google del 12 gennaio conferma che è cessata la produzione di Chromecast Audio.

"Our product portfolio continues to evolve, and now we have a variety of products for users to enjoy audio,” a Google statement notes. “We have therefore stopped manufacturing our Chromecast Audio products. We will continue to offer assistance for Chromecast Audio devices, so users can continue to enjoy their music, podcasts and more.”

Il product portfolio di Google, se parliamo di audio, evolve verso la bassa qualità, ma evidentemente molta gente considera oggetti per ascoltare la musica in modo adeguato gli speaker wireless della linea Google Home o i competitor di Alexa Amazon.

Con Chromecast Audio si può (o si poteva) invece trasformare in speaker wireless un vero impianto hifi ma, o questa possibilità e’ stata poco sfruttata dai loro possessori, i famosi “audiofili” (ovvero quelli che leggono questo blog) o sono comunque troppo pochi per giustificare un interesse commerciale per il gigante Google. Mentre invece i possessori di TV non Smart sono in numero sufficiente e tuttora abbastanza interessati per giustificare la prosecuzione di Chromecast standard.

L'ambientazione molto audiofila scelta per un'immagine pubblicitaria di Bluesound Node 2i, un blasonato possibile rimpiazzo per Chromecast Audio
Chi ce l’ha (come me) lo utilizza ampiamente e se lo tiene ben stretto. Chi non ce l’ha ma ha capito l’utilità si sta affrettando ad accaparrarsi gli ultimi su eBay, ma per gli altri, che alternative ci sono?

Veramente poche, perché Apple, il competitore globale di Google, ha fatto già la stessa cosa a metà 2018, sopprimendo la linea Airport ed in particolare Airport Express che, come Chromecast Audio, consentiva lo streaming di musica via Wi-Fi.
Con minori prestazioni, ma comunque consentendo almeno la qualità CD, e costo superiore ma non proibitivo, ed infine solo per IOS, poteva comunque essere un’alternativa, ma così non è.

Le alternative
Quindi non sono molte e sono anche difficili da trovare, a dimostrazione che è proprio un mercato di nicchia. Ne presento brevemente quattro: Sonos Connect, Yamaha WXAD-10 e Bluesound Node-2i e Nuprime WR100D (integrazione 20/1 dopo la segnalazione di un cortese visitatore nei commenti). Due ricevitori wireless sono di categoria di costo superiore al Chromecast Audio ma sempre economici (Yamaha e Nuprime) e altri due molto superiore (da 10 volte in su).
Sonos Connect
Sonos Connect
Un’alternativa che esiste da anni ed ancora presente, e che Sonos non sembra al momento intenzionata a cancellare, e’ Sonos Connect, illustrato anche a suo tempo sul blog.
Non si trovano informazioni sul DAC interno, in particolare fino a che risoluzione lavori (per il settore del multi room pare non abbia importanza) ma è possibile, come per Chromecast, utilizzare un DAC esterno. Sulla fiducia speriamo che lo streaming via Wi-Fi non subisca downgrade. A parte questo ha le stesse funzionalità di Chromecast. Come tutti gli altri si alimenta solo tramite la rete elettrica e non anche da USB come Chromecast. Come tutti gli altri supporta tutti i servizi di streaming lossless. Costa 10 volte Chromecast Audio.

Gli ingressi e uscite di Sonos Connect. C'è in più l'uscita con PIN jack RCA e il rinvio per il multiroom anche via Ethernet
Yamaha WXAD-10 MusicCast
Una soluzione più recente che sembra progettata proprio per far concorrenza a Chromecast, che propone anche un proprio protocollo alternativo di trasmissione: MusicCast. Ora dovrebbe avere campo libero, pochi competitor. Rispetto a Chromecast Audio ha qualcosa in più (HD fino a 192Khz e non limitato a 96 e ingresso LAN Ethernet) e qualcosa in meno (nessuna uscita digitale). Più importante la cosa che manca di quella che c'è in più. Supporta tutti i servizi streaming in qualità CD ma anche, grazie al supporto di AirPlay, altre app musicali sui dispositivi Apple. Costa un po’ di più ma ancora poco: 110-120 €.
Anche lo Yamaha WXAD.10 è una scatoletta di piccole dimensioni.
Gli essenziali ingressi e uscite. C'è l'uscita con PIN jack RCA ma manca un'uscita digitale. Non è possibile l'upgrade a un DAC più performante, a differenza del componente micro di Google.
Bluesound Node 2i
Per gli audiofili che considerano questi costi troppo bassi per un componente da aggiungere al loro impianto, c’è Bluesound con il modello Node 2i (549 € di listino). Anche questo consente il multiroom, e la cosa ci interessa meno, ma viene almeno dichiarato che il DAC e’ HD 24/192, quindi siamo tranquilli anche riguardo alla trasmissione in Wi-Fi. Bluesound a quanto ho capito e’ un partner di NAD che punta al nuovo mercato dei wireless speaker di fascia alta, multiroom e anche home theater, con prodotti che sembrano obiettivamente molto interessanti per il settore. Per il resto ha parecchio di più, come ci si può attendere: ingresso LAN, uscita subwoofer e DAC di elevato livello.
Il ripetitore-DAC Bluesound Node 2i
La completa dotazione di ingressi e uscite del componente della ditta canadese.
Nuprime WR100D
Un altro ricevitore interessante è prodotto e commercializzato da Nuprime. E' quello tra i 4 che mantiene tutti i plus di Chromecast Audio ad un costo ancora contenuto. Rispetto al componente Yamaha c'è infatti in più l'uscita digitale, e quindi la possibilità di utilizzare in seguito un DAC esterno più performante al posto di quello interno. Rispetto a Chromecast Audio c'è in più la conversione fino a 24/196 (non è che cambi molto rispetto al 24/96) oltre al multiroom. L'uscita audio è solo con mini jack stereo invece che con due uscite RCA, non si capisce perché (non mancava certo lo spazio) ma è solo una limitazione estetico / psicologica. Ci sono poi altre funzionalità come il supporto Airplay che può servire per connetere (da dispositivi Apple) altre app musicali oltre ai servizi streaming gestiti di default.

Il Nuprime in vista posteriore con gli ingressi e uscite disponibili (la vista frontale non è molto interessante, è totalmente spoglia),


La soluzione secondo loro

Poi c’è la soluzione verso la quale spingono gli sciagurati giganti del settore, ovvero mettere il nostro impianto hifi in coda alle loro cassettine per multiroom. Queste hanno infatti, anche se non sempre (quelle di Google Home ancora no, ulteriore paradosso) una uscita audio con un jack stereo e da qui dovrebbe passare la nostra preziosa musica, dopo aver attraversato il DAC della modesta cassettina amplificata, ma multiroom e parlante. Anzi un’altra ipotesi per i motivi della soppressione di Chromecast Audio è che era perdente perché non multiroom. Pare che siano molti di più quelli che hanno bisogno di sentire sempre qualcosa chiamato musica dovunque si trovino, che quelli interessati invece ad ascoltare la musica.

sabato 5 gennaio 2019

Ma l'audiofilo è più interessato ad ascoltare la musica o a possederla?

A comprarla e averne il possesso, preferibilmente su supporto fisico, a quanto pare leggendo i blog del settore o le riviste di hi-fi, che riservano uno spazio marginale ai servizi in streaming che, invece, sono sempre più orientati alla massima qualità. In Italia almeno, perché in USA blog autorevoli come Audiostream o riviste come Computer Audiophile danno ampio risalto ad ogni novità nello streaming.

Per esempio basta leggere i commenti alla recensione di Qobuz HD (Sublime+) pubblicata dal blog tecnologico del Corriere della Sera. Che presentava in modo molto positivo lo streaming in HD (fino a 24/192) offerto dallo scorso anno dal servizio francese. Che peraltro nel frattempo ha fatto un ulteriore passo verso i clienti, offrendolo non solo in abbonamento annuale ma anche mensile, a 24,99 €/mese. Il link della recensione è questo ma se dovesse sparire o cambiare in futuro si possono leggere recensione e commenti anche a questo link.


Praticamente nessun commento condivide i giudizi espressi nella recensione, in linea con l'attuale prevalente approccio italiano, anticipato proprio dagli audiofili e ancor prima dagli aspiranti allenatori di calcio. Ovvero ogni commentatore si ritiene più esperto di chi lo fa per mestiere.

I molti commenti, come può leggere chi apre il link, si dividono in tre filoni:
  • Quelli che colgono l'occasione per negare l'utilità dell'alta definizione, un evergreen dell'audiofiolo italiano da almeno 10 anni. E che ovviamente citano sempre lo stesso articolo apparentemente scientifico di 10 anni fa, invece di fare una cosa molto più semplice: provare ad ascoltare la differenza con le proprie orecchie. Altrimenti come fanno a sentirsi audiofili e a commentare se hanno bisogno di qualcun altro (sconosciuto peratro) che dice loro quel che è buono e quel che non lo è? Ma sapete come funziona, l'esperto trovato sul web serve a confermare i propri pre-giudizi e a risparmiarsi l'approfondimento.
  • Quelli che preferiscono Tidal ma non è che spiegano tanto bene il perché.
  • E poi quelli che ci interessano per questo breve post: ovvero che confrontano i costi dello streaming con quelli del CD o del vinile o dello streaming, ma al contrario, con queste curiose affermazioni:

    "A quella cifra mi compro facilmente 2/3 CD al mese, me li converto in Flac e li metto sulla NAS"
    "Ha, ha, ha, spendere 349,99 euro all'anno per stremingare, e non avere niente tra le mani per me è inconcepibile, mi compro in vinile di quello che mi piace e godo l'ascolto insieme allo sguardo della confezione"
    "Con 349 € compro almeno 20 CD"
Ascoltare o comprare?
Da questi esempi (molto comuni) si vede che ai commentatori proprio non viene in mente che con lo streaming, di "CD" (album, si dovrebbe dire) ne possono ascoltare anche 20/30 al mese o 200/300 all'anno, o anche di più, dipende solo dal tempo che dedicano alla musica. Il problema, per loro, è che non li possiedono. Non certo che non li possono riascoltare, ammesso che poi i 2/3 CD al mese li riascoltino più di una volta (vedi alla voce "errato acquisto"). E' proprio che non li possiedono. La musica, a quanto pare, si divide per loro in due grandi categoria: quella che ho e che ascolto e quella che non ho e che quindi non ascolto.Poi c'è il vinile, che richiede un disorso a parte.

A cosa serve il supporto fisico, oggi?
Questa è la vera domanda che dovrebbe farsi l'audiofilo oggi, e non potrebbe certo negare che per il puro ascolto, non serve più. In particolare dopo che le ultime etichette "resistenti" come la ECM hanno deciso di offrire la propria produzione anche in streaming. Rimangono escluse solo alcune produzioni storiche (di classica o lirica soprattutto), musica world (o italiana) particolare, alcuni autori che hanno litigato con le case discografiche (come Van Morrison) per parte della loro produzione. Quindi, produzione che è difficile da trovare anche nel nuovo e nei cataloghi online e, per la quale ci si deve rivolgere di solito ai canali dell'usato.
Non si tratta di supposizioni o di previsioni ma di pura osservazione della realtà, considerando il calo rapido e costante delle vendite dei CD e soprattutto la progressiva sparizione dei lettori CD (o dei sistemi hi-fi con  CD) nei negozi di elettronica e negli impianti di serie delle auto nuove.

Le motivazioni non legate all'ascolto
Rimangono quindi solo altre motivazioni, non legate all'utilizzo primario (l'ascolto) e che pure hanno un loro peso. Motivazioni che ognuno poi gestisce liberamente:
  • Il libretto o booklet, con le note all'album e magari con i testi delle canzoni (quando c'è). E' facilmente sostituibile con un qualsiasi tablet facendo una rapida ricerca su Google, trovando in genere anche più informazioni, ma qui entrano in gioco altri elementi come l'abitudine, il piacere di avere per le mani un elegante booklet, la comodità di averlo subito a portata di mani, la maggiore possibilità di concentrazione rispetto a un distraente tablet.
  • L'immagine che da' di noi una libreria musicale, una casa piena di CD e/o di vinili, così come di libri, rispetto ad una casa con pareti vuote . Per qualcuno è importante trasmettere questi messaggi a chi viene a trovarlo.
  • Lasciare qualcosa di tangibile ai propri figli o nipoti, esattamente come per i libri. Con la non trascurabile differenza che il libro sarà sempre fruibile, anche tra secoli, mentre per i supporti fisici, non è affatto detto. Bisogna poi avere una certa fiducia nei propri discendenti, vista la massa di supporti fisici in vendita nel mercato dell'usato.
  • Il collezionismo, il piacere di avere (e mostrare) l'intera produzione di Miles Davis o dei R.E.M., su CD o su vinile, ma soprattutto, per il collezionista (una fissazione abbastanza diffusa) l'obiettivo è proprio quello di "avere".
  • Il piacere di mettere in bella mostra qualcosa di bello e raffinato, che ci caratterizza, l'equivalente del libro d'arte da lasciare con studiata casualità sul tavolino della sala (vedi il film Carnage di Roman Polanski). Un equivalente che in musica può dare solo il vinile, il CD (ma anche il SACD) qui ha perso la battaglia da anni.

Il vinile, un discorso a parte
Perché qui la motivazione è tutta e solo nel supporto. Che garantisce un ascolto sorprendentemente appagante a detta di molti e ha una confenzione e una immagine (assieme al suo strumento di riproduzione, il giradischi e i suoi accessori) che risponde in pieno a buona parte delle motivazioni elencate sopra. Rispetto ai libri d'arte il posizionamento dovrà essere però studiato accurataente (pochi dischi scelti con la copertina in mostra, messi di costa a differenza dei libri gli LP non dicono chi sono.

In sintesi
Quindi bisogna passare allo streaming e abbandonare i supporti fisici? No, non è questo il senso di questo post, solo un elenco il più possibile oggettivo delle motivazioni per continuare a possedere supporti fisici e a comprearne di nuovi (o nuovi-usati). Io sono un testimonial in questo senso, perchè per buona parte delle motivazioni elencate continuo a comprare vinili, CD o anche, quando li trovo, nastri a bobina pre-registrati (reel-to-reel), affiancando però questa scelta allo streaming.
Come consiglio di fare, se è l'ascolto della musica il vostro principale interesse.