sabato 1 ottobre 2022

L'alta fedeltà come hobby

Sulle riviste e anche su questo blog si criticano spesso gli appassionati dell'impianto, quelli che ascoltano l'impianto più che la musica, che dedicano più tempo alla messa a punto che all'ascolto, che cambiano frequentemente i componenti per sperimentarne di nuovi e mai ascoltati, che si dedicano ai miglioramenti veri o presunti con piedini speciali, liquidi pulisci contatti e simili. 

Giuste critiche per chi da' priorità alla musica, ma ormai, con il digitale che ha raggiunto  ampiamente livelli qualitativi comparabili con quelli dei componenti analogici di fascia alta. Per esempio, con prodotti come le recenti casse acustiche attive wireless Kef LS60 che ho descritto nel precedente post, che garantiscono oltre al resto anche dinamica e risposta sui bassi riservati sinora solo a grandi impianti di fascia alta, un appassionato di musica e basta può ascoltarla praticamente senza compromessi avendo un impegno di installazione e configurazione del tutto analogo a quello necessario per un TV a grande schermo di ultima generazione. E avendo come unico componente aggiuntivo la app di Qobuz o Tidal da installare sul suo smartphone e tablet. 

Sono lontani i tempi in cui, per potere mettere un LP sul piatto e ascoltare in stereo (più o meno) venivano venduti sistemi integrati come questo, o il mitico compatto di Selezione del Reader's Digest (è una pubblicità su un numero di Linus del 1972.

Pubblicità sulla rivista Linus, anno 1972. Impianto Furcht Hi-FI Equipment MKII

Per il salto di qualità era necessario acquistare una "catena" giradischi - amplificatore - casse acustiche, e qui per scegliere bene e per installarla nasceva la necessità di diventare esperti (più o meno) andando ogni mese in edicola ed acquistare una rivista di alta fedeltà, quindi Stereoplay o Suono Stereo.

Ricerca della perfezione
Ora non è più così, ormai l'ultimo confine è superato, e per decidere il salto all'impianto "custom", scelto e composto dall'appassionato, servono quindi ormai motivazioni extra musica, che quindi trasformano l'impianto dell'oggetto di un vero e proprio hobby a sé state. Una motivazione che può essere (ed è forse prevalente), l'esplorazione dei limiti a cui arrivare la tecnologia nella riproduzione fedele del messaggio musicale, e quindi la scelta di puntare a impianti di livello ancora più alto, che adottano tecnologie innovative e/o esclusive e dedicare una buona parte del proprio tempo a verificare i miglioramenti ottenuti o le carenze da superare. 

Scoprire e dominare tecnologie vintage
Oppure, affiancare al piacere di ascoltare la musica quello di ascoltarla con apparecchi basati su tecnologie superate dall'avanzata del modo digitale ma che, se applicate con rigore e attenzione e scontando costi superiore e preparazione più complessa e impegnativa, garantiscono un piacer d'ascolto comparabile se non superiore, o magari percepito come tale proprio in ragione dell'impegno necessario per raggiungerlo. Tanto da ottenere un effetto sorpresa, per esempio dalla estensione della risposta e dal realismo nell'ascolto di un vecchio LP comprato usato o dalla presenza nella ricostruzione spaziale ottenuta riproducendo un vecchio nastro a bobine.

L'alta fedeltà personale
Altra motivazione che accompagna questo mondo da sempre è il do it yourself, realizzare in proprio i componenti per comporre l'impianto. Un tempo per risparmiare qualcosa sul componente, con i kit per appassionati che erano già attrezzati con attrezzi da segheria casalinga o saldatore, come i kit della Kef degli anni '70, che arrivavano pre-montati o gli amplificatori a valvole o a transistor da costruire con i progetti delle riviste Elettronica o Audiocostruzioni o del sito TNT-Audio. Ma anche obiettivi più ambiziosi e personalizzati: sfidare i produttori top con progetti di diffusori basati su altoparlanti particolari come i gamma intera (full range) Lowther o senza compromessi sulla risposta ai bassi, quindi senza limiti di dimensioni.
Non comprare ma costruire e addirittura progettare, diventare creatori in proprio degli oggetti che ci consentono di ascoltare l'amata musica, e raggiungere obiettivi fuori portata economica. Grande soddisfazione per chi vuole essere homo faber.

Uno dei tanti progetti realizzati utilizzando l'altoparlante full range Lowther, in questo caso con u caricamento acustico a labirinto si sfrutta l'emissione posteriore per estendere la risposta sui bassi

L'alta fedeltà allora è un pretesto?
Questo si potrebbe pensare riguardo alle motivazioni ipotizzate qui sopra. Ma non è esattamente così, senza la musica, senza questo risultato finale (ascoltarla bene e con emozione) tutto il lavoro di selezione dell'impianto, messa a punto, sperimentazione, sostituzione, costruzione, progettazione, perde di senso completamente. Sono hobby, passione tecnologica e anche a volte collezionistica, che si affiancano alla fruizione casalinga di una forma d'arte. Rubando un po' di tempo alla seconda, questo è vero.

In sintesi
Quindi ritengo che si debba avere tolleranza per chi non ritiene che i componenti per ascoltare, con le loro multiformi e numerose scelte tecnologiche, siano solo un mezzo privo di interesse in sé, ma qualcosa che fa parte della storia musica, come gli strumenti musicali, e quindi si appassioni anche alla riscoperta della loro storia, alla sperimentazione delle potenzialità raggiungibili o dei limiti superiori che s possono forse ancora alzare.

In particolare devo ritenerlo tale io, da quando mi sono reso conto che faccio parte del gruppo. Non cambio spesso i componenti, ma ho messo assieme negli anni un impianto che va ben oltre le esigenze base e mi consente di ascoltare la musica per mezzo di quasi tutti i supporti fisici o immateriali inventati per distribuirla: vinile microsolco, CD, SACD, DVD-Audio, Dual-Disc, MiniDisc, FM Stereo, Musicassette, Nastri a bobine,  Musica digitale archiviata in locale, Streaming HD. Manca solo il DAT, un formato per il quale però non è mai stata prodotta musica pre-registrata, a quanto so. E formati veramente di scarsa diffusione come le Elcaset degli anni '70 o la cassetta digitale DCC della Philips, sconfitta dal MiniDisc Sony.

domenica 4 settembre 2022

Casse acustiche con woofer laterali e lato frontale stretto

Avrei potuto scrivere il titolo del post in inglese e forse si capiva meglio: "Side woofers and narrow baffle speakers". Il tema è comunque l'adozione o meno di queste scelte di configurazione nel progetto delle casse acustiche e la loro efficacia nel consentire di raggiungere i tre sostanziali vantaggi (incolmabili) delle casse acustiche rispetto ai sempre più diffusi speaker wireless compatti: la ricostruzione spaziale dell'evento musicale, l'estensione verso i bassi e una dinamica comparabile ad un evento dal vivo.

I vantaggi di un baffle stretto
Il termine anglosassone per indicare il pannello frontale di un diffusore, quello dove sono montati gli altoparlanti, è baffle, mutuato probabilmente da altri settori (nel dizionario è "paratia" o "griglia"). Se è stretto, il diffusore approssima meglio una sorgente puntiforme e quindi la sorgente della musica registrata, dove la posizione degli strumenti viene ricostruita grazie alle differenze di fase e intensità (facendola semplice). Il piccolo mondo dell'Hi-Fi ha raggiunto la consapevolezza di questo importante requisito negli anni d'oro delle mini-casse, ma in realtà anche modelli che avevano conquistato molti appassionati adottavano una sezione frontale ridotta al minimo montando gli altoparlanti in "casse" e "cassettine" di diverse dimensioni, come ad esempio nelle Dahlquist DQ10 e nelle prime B&W 801. Era anche questo il segreto del loro successo.

Sonus Faber Minima Amator

Gli svantaggi di un baffle stretto
Escludendo i diffusori "sezionati" citati prima per loro natura più costosi, un baffle stretto (idealmente alle dimensioni del midrange) pone problemi per scendere sulle basse frequenze, e infatti nelle Minima Amator o nelle LS3/5A, per citare le due mini-casse più famose e grandi responsabili del successo di questa categoria di diffusori, la questione era risolta facendo fare al mid anche il woofer, ma garantendo, con una progettazione evoluta della configurazione bass reflex e un'accorta scelta dell'altoparlante e del circuito di cross-over, una risposta sui bassi non estesa ma comunque adeguata a un ascolto Hi-Fi.

Rogers LS3/5A

L'evoluzione della tecnologia degli altoparlanti (spinta anche dal settore car-audio) ha reso disponibile col tempo woofer in grado di scendere in frequenza e garantire una pressione adeguata anche con diametri inferiori a quelli dei wooer classici. Negli anni '60 una cassa seria doveva avere al minimo un 30 cm, poi lo standard è diventato un 25 cm o anche un 20 con il passaggio al bass-reflex e ora si scende ancora, fino ai 16-15-13 cm. Il trucco ormai assai diffuso è utilizzare più altoparlanti in serie, di solito 2 ma anche 3 o più. In questo modo la quantità di aria che si sposta, e quindi la pressione sonora, eguaglia più o meno quella dei grandi woofer di un tempo, ma con una estensione verso l'alto e una risposta ai transienti molto migliori. Rimane il vincolo fisico della discesa verso i 20-25Hz ma ci sono i subwoofer per chi non ne può fare a meno, oppure diffusori composti da più sezioni separate come i modelli costruiti con più sezioni come i B&W e Dahlquist citati prima.

B&W 801 1a Serie

Dahlquist DQ10, nell'immagine sotto l'interno con la struttura in pannelli separati
 

Il woofer laterale
Esiste però una soluzione molto più semplice ed elegante. I diffusori stretti, per garantire ai woofer un volume d'aria comunque sufficiente per un efficace recupero della emissione posteriore, hanno una forma stretta di fronte ma profonda sul lato lungo. Dove si può inserire facilmente un woofer anche di grandi dimensioni. Si potrebbe pensare che due altoparlanti non rivolti all'ascoltatore ma ognuno di fronte all'altro abbiano un effetto negativo sulla localizzazione degli strumenti e sulle riflessioni in ambiente. 

JBL L7, un modello anomalo per la casa americana

Ma non è così, anzitutto se il woofer è limitato alle basse frequenze non direttive, ovvero se è tagliato in basso. In questo caso le due emissioni sono molto simili e, unendosi al centro tra di esse producono un rinforzo dell'emissione, teoricamente di 3dB quindi del doppio. Ricordiamoci sempre che in un impianto stereo individuiamo la posizione del contrabbasso o della batteria solo grazie alle corde pizzicate o alle percussioni e ai charleston. Anche se però il woofer è tagliato per l'emissione più in alto è da considerare il diagramma di emissione, che è quasi omnidirezionale per questo altoparlante e si estende quindi a 90° raggiungendo anche il punto di ascolto.

Uno svantaggio c'è, ma esiste il rimedio
La soluzione del side woofer sembra ideale, ma è adottata da pochi produttori pur essendo più economica. Presenta infatti un particolare problema realizzativo: il woofer ha movimenti avanti-indietro che provocano vibrazioni alla cassa (per il principio di azione-reazione) che non sono contrastate dalla lunghezza della base (come succederebbe se fosse sul baffle) e  potrebbero essere non tanto "micro" e influire sul suono. La soluzione c'è: un secondo woofer speculare che muove il diaframma in senso inverso.

Il sistema Dual Core di Kef per muovere i woofer in senso opposto con un solo driver

 Questa configurazione si chiama "dual force canceling speaker" (o simili denominazioni) e consiste nel contrapporre un secondo woofer sul lato opposto, che si muove in fase acustica (spinge fuori l'aria in sincronia con il gemello) ma ovviamente in senso opposto essendo sul lato opposto. Il risultato è un eccellente annullamento delle vibrazioni. migliore anche di quello ottenibile con rinforzi o aumento del peso della cassa acustica. L'emissione aggiuntiva sulle pareti opposte può provocare al limite un eccesso di bassi da controllare con il posizionamento. Questo sistema ha anche altre applicazioni, ovviamente per i subwoofer ma anche per diffusori particolari come gli ibridi elettrostatici-dinamici Martin Logan. Nei modelli più grandi è usata per annullare le vibrazioni del woofer, in una cassa elettrostatica potrebbero estendersi anche al pannello con effetti negativi sul suono.

Martin Logan Renaissance ESL 15A

I due woofer contrapposti nel modello Renaissance di Martin Logan



La configurazione D'Appolito o MTM
Sul baffle stretto gli altoparlanti, quindi solo tweeter e midrange, sono posizionati normalmente sovrapposti e centrati, con il tweeter sopra per arrivare più facilmente alla famosa "altezza degli orecchi" dell'ascoltatore seduto non per terra. Il  noto progettista di componenti elettronici Joseph D'Appolito ha notato però diversi anni fa che con questa intuitiva configurazione la dispersione verticale non è uniforme, poiché si formano due "lobi" non allineati in fase e con interferenza tra loro (vedi le immagini, tratte da Biro Technology (Vertically Symmetric Two-Way Loudspeaker Arrays)

Velodyne DF661, un  riuscito esempio di applicazione della configurazione D'Appolito

Con una configurazione MTM (Midrange-Tweeter-Midrange) allineate in verticale a distanza prestabilita e usando un filtro crossover opportuno (Butterworth 3° ordine) la risposta torna coerente sul piano verticale e simile a quella di un coassiale Tweeter-Midrange, senza le complessità di realizzazione di un coassiale.

L'effetto all'ascolto è una maggiore precisione nella riproduzione avvertibile come una più efficace localizzazione delle origini del suono (quindi spazialità) grazie alla origine del suono che approssima meglio una sorgente puntiforme, con un effetto di realismo soprattutto sul piano verticale. Un miglioramento non così radicale però, perché altrimenti tutti i diffusori di una certa pretesa sarebbero MTM, e invece non è così.

Applicazioni pratiche
Al termine di questa rapida rassegna tecnica abbiamo visto che un sistema ideale deve avere un frontale stretto, tweeter e midrange allineati e, per una buona estensione sui bassi, può utilizzare una configurazione con woofer laterali, che possono anche essere duplicati per raggiungere così anche l'obiettivo di eliminare le dannose vibrazioni della cassa (o cabinet).

Come, ad esempio, questo diffusore dalla forma insolita, recensito ovunque in modo molto positivo, e che mi piacerebbe avere a casa mia, se non costasse quello che costa e se mia moglie accettasse di farlo entrare nella nostra sala. Il frontale è stretto e in più curvilineo, midrange e tweeter sono allineati nell'ormai classico UNI-Q, ormai molto perfezionato dopo 30 anni di miglioramenti e 12 versioni, i bassi sono gestiti da 4 unità da 25 cm contrapposte per annullare le vibrazioni. E' il modello top della KEF, dal nome immaginifico Blade One. C'è anche un Blade Two un po' più economico, con woofer da 16 cm.

Le Blade One in un scenografica ambientazione proposta dalla Kef

Qualcuno potrebbe avere perplessità sulla riproduzione corretta delle frequenze medio basse, ed in effetti l'unità UNI-Q è tagliata a 320 Hz e le frequenze basse diventano non direttive circa a 200 Hz. Ma i woofer ome anticipato non sono direttivi e irradiano ben oltre i 180°, anche se con pressione sonora decrescente. In particolare a 90° hanno tipicamente un calo di 3db (quindi la metà) ma essendo  contrapposti recuperano quasi completamente la pressione e anche i medio bassi in ambiente sono preservati (spiegazione ovviamente molto semplificata, mi perdonino gli esperti). Così è in effetti per le Blade secondo le recensioni unanimi, mi pongo l'obiettivo di ascoltarle prima o poi.

Per chi preferisse una configurazione più tradizionali la Kef propone una configurazione "super" D'Appolito, che include i woofer, come nelle Reference 3.

KEF The Reference 3

Anche in questo caso i woofer sono tagliati abbastanza in alto essendo il midrange UNI-Q versione 12  di diametro di 5"( ovvero 12,5 cm), quindi riproducono anche le medio basse, e beneficiano della ottimizzazione dei lobi di dispersione consentiti dalla configurazione D'Appolito. Inoltre essendo doppi hanno una pressione sonora analoga a quelle di un woofer equivalente alla loro superfice totale collocati di lato.

Kef R5

La Reference 3 prodotta in UK costa ancora un po' e chi rinuncia a qualche raffinatezza e soprattutto ha un ambiente che non può valorizzarle in pieno può scegliere le R5 non fabbricate in UK (indovinate dove) che ottengono risultati analoghi con woofer da 13 cm. grazie anche in questo caso alla configurazione e al raddoppio delle unità. Le R5 sono, per inciso, le mie casse acustiche attuali. Per chi ha più spazio esiste però anche una R7 con doppi woofer da 6,5" (16,5 cm).

KEF R7

Per completare la rassegna di come possono essere applicate queste tecniche di progettazione da un'azienda che punta alla tecnologia per raggiungere i risultati che si propone, sono da segnalare in evidenza anche le recenti LS60, casse attive che sono un upgrade con risposta estesa verso i bassi delle formidabili LS50 (vedi prova d'ascolto) e che adotta proprio i woofer laterali con una configurazione force cancelling. Obbligata in questo caso vista la forma particolarmente stretta e alta del frontale (penso che con musica con molti bassi potrebbero crollare su un lato). Non è la stessa usata nelle blade e in modelli di altri produttori ma una soluzione Kef interessante, perché più compatta ed economica,  che hanno chiamato Uni-Core Force Cancelling Driver. Il driver è unico per le due unità ma con un equilibrismo tecnologico le spinge in direzioni opposte.

KEF LS60 in tre colori

In sintesi
Una rassegna di alcune promettenti tecnologie usate da alcuni produttori per i diffusori, con esempi tratti soprattutto dall'attuale produzione Kef, non per pubblicità, ma per il semplice motivo che ho scelto i diffusori Kef da anni e quindi li conosco abbastanza bene. Potrei fare una rassegna analoga per il principale concorrente, B&W, che segue strade in parte diverse e comunque altrettanto apprezzate, ma avendole ascoltate poco e in condizioni non ideali sarebbe solo una rassegna di quello che si trova sul web.

domenica 24 luglio 2022

Una discoteca con 10.000 CD?

Leggo a volte nelle auto-presentazioni di chi chiede consulenze su TNT-Audio o scrive ad Audio Review, che l'appassionato in questione ha creato negli anni una propria discoteca di 5.000, 7.000 o anche 10.000 CD, oppure, per quelli che hanno iniziato prima, migliaia di LP seguiti da migliaia di CD, che arrivano sempre a cifre di questi ordini di grandezza.  Sono numeri che per prima cosa mi fanno sospettare di essere un appassionato molto modesto, visto che tra LP, CD e digital download ne ho accumulati circa 1.500.
Mi chiedo dove li mettono, visto che pur avendo una casa di medie dimensioni, un discreto numero di CD, ormai digitalizzati, stanno in uno sgabuzzino, nonostante mia moglie sia molto accondiscendente sull'impatto casalingo di un marito audiofilo, ma c'è qualcos'altro che mi lascia perplesso.

Da quanti anni compriamo i CD?
In Italia la commercializzazione, ad opera della CBS, è iniziata nel 1983 con 180 titoli promozionali di musica classica, in qell'anno la quasi totalità dei nuovi titoli in uscita erano ancora su LP e ben poche erano le riedizioni. Nel 1984 è iniziata la diffusione nei negozi di dischi ed è iniziata la produzione dei nuovi titoli anche su CD, nel 1985 è iniziato il boom con l'album "Brothers in Arms" dei Dire Straits che ha raggiunto il milione di copie vendute. 

Una proposta che puntava alla qualità non al prezzo
Il CD era stato lanciato come "la perfezione del suono digitale" in grado quindi di raggiungere prestazioni impossibili per il vinile, e di aggiungere a questo plus anche la compattezza, la resistenza ad urti e graffi e la comodità d'uso, ovvero la possibilità di selezionare facilmente un brano,  saltarei brani o cambiarne l'ordine. 

Un salto in avanti (nel futuro digitale) che giustificava il prezzo
I CD quindi erano proposti a un prezzo superiore a quello degli LP, che già costavano un occhio (circa 14.000 lire nel 1982), pur avendo, i CD, un costo di produzione inferiore. Se non ricordo male era almeno il 20-30% in più, sulle 18.000. Per fare un confronto uno stipendio medio nel 1982 (erano tempi di inflazione, fare raffronti precisi è difficile) era sulle 700.000 lire, quindi, all'incirca, nel 1982-83, un LP costava l'equivalente di 40 € e un CD di 50 €. E infatti nei negozi di dischi Ricordi i CD erano sotto chiave. D'altra parte allora qualcuno riusciva addirittura a rubare gli LP mettendoli sotto la giacca a vento.

Anche  i primi lettori non erano economici
Ovviamente serviva anche un lettore, che nel 1982 poteva essere ovviamente soltanto Sony e Philips, rispettivamente i due storici lettori CDP-101 e CD-100. Costavano come un giradischi alto di gamma, i modelli economici sono arrivati dopo un paio d'anni quando è aumentato il numero dei produttori.

Il Philips CD-101. Da me comprato per passare al CD verso la fine degli anni '80, quando era in
 svendita e poi incautamente venduto. Non per la qualità ma per l'interesse storico

Un ritmo di acquisti piuttosto sostenuto e un impegno considerevole
Iniziando dal 1983 e considerando i 10.000 raggiunti nel 2021 sono 38 anni di acquisti, quindi, arrotondando, sono in media, 263 CD all'anno e 22 al mese. Un impegno economico consistente, che per uno stipendio medio dei primi anni '80 richiedeva circa metà della retribuzione (400.000 lire) e anche un discreto impatto sull'arredamento, visto che a questo ritmo ogni anno richiede 2,6 metri lineari di scaffali in più per posizionare i nuovi CD (il jewel box ha uno spessore di 10 mm). Ma l'audiofilo appassionato spende cifre di un ben più elevato ordine di grandezza per amplificatori a valvole e giradischi esoterici e quindi investire 5.000 € all'anno in CD (riportando ai costi attuali) per questo soggetto non è un problema.

Come può non esserlo lo spazio in casa, visto che per lui sono o sono stati prodotti (e venduti) mastodonti come le Wilson Audio WAMM o le Klipsh La Scala (e altre decine). E poi, per 10.000 CD e quindi 100 metri lineari  da sistemare in una libreria, basta una parete di 6 metri (larghezza) e 3 metri (altezza) può ospitare una libreria alta 2,85 metri con 18 ripiani di altezza 15 cm (il jewel box del CD è alto 10 cm) che hanno quindi una lunghezza totale di 108 metri (6x18) e che quindi può ospitare 10.000 CD. D'altronde l'hanno chiamato proprio "disco compatto". Il problema sarà casomai trovare l'album che l'appassionato vuole ascoltare (ammesso che si ricordi tutti quelli cha ha comprato).

Il problema non è questo
Disponibilità economiche e spazio non sono infinite ma possono essere estese moltissimo per un appassionato facoltoso. Quello che non è estendibile, come purtroppo sappiamo, è il tempo. I 22 CD da acquistare ogni mese corrispondono proprio, casualmente, ai giorni lavorativi di un mese, con l'orario standard di 5 giorni a settimana. E infatti, mantenere il ritmo di 22 CD al mese (per 38 anni) sembra proprio un lavoro, che consiste anzitutto nello scegliere i CD da acquistare, leggendo recensioni o ascoltando alcune canzoni estratte dall'album alla radio o in altro modo, poi nell'acquistarli in un negozio (dove sicuramente l'appassionato sarà conosciuto e accolto con gioia) e infine arrivare al loro scopo, ovvero ascoltarli. 

Circa un'ora al giorno per CD non sembra un impegno eccessivo, eppure, per chi fa anche altro nella vita (tipo lavoro, impegni famigliari, esigenze della vita materiale e altri impegni ricreativi, come andare al cinema o leggere un libro o fare sport) può non essere così semplice ritagliare questo spazio. E in ogni giorno perso si accumula un altro CD da ascoltare, almeno una volta. In sintesi, più che una passione diventa un lavoro, per 38 anni, che, casualmente, aggiungendo il riscatto degli anni di laurea, sono proprio il periodo che serve per maturare (almeno per ora) la pensione anticipata. L'appassionato audiofilo, se avesse avuto l'accortezza di assumersi da solo e pagarsi i contributi, potrebbe ora, nel 2022, finalmente ritirarsi ed ascoltare i CD che ha già, smettendo di comprarne di nuovi.

Ma forse non è proprio così
Ci sarà forse qualcuno che ha veramente 10.000 CD, magari comprati in buona parte in quei cofanetti con l'opera omnia di questo e quello, e che di solito rimangono in buona parte inascoltati e magari anche nel cellophane, e magari ci scriverà un commento per dire la sua. ma è possibile che i 10.000, o 7.000 o 5.000 dichiarati non siano esattamente CD. Certamente lo erano in origine, ma prima di essere stati "rippati" e messi a disposizione di tutti, gratis, su eMule o quasi gratis su qualche sito di "cyberlocker" russo o neozelandese.
La discoteca quindi non avrebbe bisogno di 100 metri di scaffali né richiederebbe di investire cifre consistenti e incompatibili con uno stipendio medio. Rippati lossless, in un hard disk esterno da 1TB, che costa ormai meno di 40 €, ci entrano 4.000 CD, se però sono in MP3 compresso a 256bps  riescono a entracene anche 10.000. 

In sintesi
Una discoteca da 10.000 album pubblicati su CD non è affatto impossibile, un po' più difficile ascoltarli tutti. D'altra parte a tutti capita di avere dei CD mai ascoltati o abbandonati dopo un paio di brani, io ne avrò almeno una ventina. In questo post ho scherzato un po' sull'ansia di accumulo che prende a volte gli audiofili (me compreso) e sulla necessità ineluttabile di considerare sempre il fattore tempo, se pensiamo all'uso per cui sono nati (ascoltarli, magari più di una volta). 


giovedì 23 giugno 2022

Il Backup, ovvero come mettere al sicuro la propria musica digitale

Mettere al sicuro la musica su supporto fisico, vinile o CD, significa essenzialmente riporla bene, visto che il maggior rischio è la caduta rovinosa e questo quasi solo per gli LP, perché nei CD la cosa più fragile è il famigerato jewel box (quello di plastica, che però si può ricomprare). Servono quindi armadi capienti, ben fissati al muro e con gli sportelli a prova del gatto di casa, che magari sceglie i bordi degli LP per rifarsi le unghie. Anche i furti sono improbabili, considerato lo scarso valore per il ladro, a meno che siano dischi da collezione, tipo la prima stampa di Please Please Me o una rara copia di un LP del progressive italiano. Ma i collezionisti sanno come proteggere i loro tesori.

In fondo anche Arianna aveva pensato a un backup (casualmente, Labyrinth di Ian Carr è uno dei miei album preferiti, suggerimento di ascolto)

Problemi inediti
La libreria musicale digitale pone invece problemi inediti, che meritano un'integrazione al precedente post sul sistema di archiviazione, il NAS (Network Attached Storage). Una libreria digitale deve essere maggiormente protetta considerando quanto è costata per l'acquisto (la parte acquisita in download) nonché per il tempo impiegato per crearla (il ripping di CD o LP) e, soprattutto, quanto è facile e rapido farla sparire. I rischi infatti sono:

  1. rottura del disco/i su cui è archiviata la libreria musicale
  2. cancellazione accidentale di file audio (alcuni, molti, tutti) per un errore manuale
  3. cancellazione accidentale di file audio (alcuni, molti, tutti) per rottura del NAS o malfunzionamento del software
  4. furto temporaneo delle libreria per mano di ladri informatici che usano virus di tipo ransomeware (sistema del ricatto)
Il rischio (1) si risolve semplicemente acquistando un NAS al minimo con RAID 0 (2 dischi) e intervenendo tempestivamente in caso di warning inviati dal software.

Per risolvere con la massima sicurezza il (2) e il (3) la soluzione si chiama "Backup incrementale" e consiste nella possibilità di tornare sempre indietro, a prima dell'incidente.

Per risolvere con la massima sicurezza il rischio (4), a quanto pare ormai non più tanto improbabile, la soluzione si chiama "Backup Disaster recovery", Vediamo le ultime due.

Backup incrementale della libreria musicale
E' un sistema di sicurezza fortemente consigliabile in ambienti di lavoro dove file dati sono modificati di frequente (sviluppo di software, produzione di contenuti ecc.). Il normale cestino non può bastare per recuperare "2 errori fa" e per alcuni errori manuali. Non è questo il caso di una libreria musicale, dove i file audio non vengono modificati se non in casi molto rari (es, conversioni di formato) e al peggio possono essere cancellati per errore, e in questo caso basta abilitare il cestino.
Inoltre, i file audio che contengono un album non sono originali e possono essere quasi sempre recuperati, se sono CD o vinili facendo nuovamente il ripping, se sono acquisiti da un sito di digital download scaricandoli di nuovo (tutti i siti consentono di scaricare più volte un album acquistato). Se poi sono andati persi o rubati, si possono sempre ricomprare, solo innrari casi saranno introvabili su quasiasi supporto fisico o "liquido".

Per la maggiore tranquillità si può comunque decidere di attivare anche il backup incrementale, oltre alla copia in parallelo su due dischi. Ma bisogna considerare che è piuttosto impegnativo in tutti i sensi, per i seguenti motivi:
  • le dimensioni della libreria, che viene ulteriormente raddoppiata
  • la relativa staticità della libreria, che solitamente viene creata a partire da una libreria fisica, e a seguire con un numero di integrazioni non rilevanti rispetto alle dimensioni iniziali
  • il tempo necessario per la copia completa (che va effettata la prima volta, ma anche ripetuta periodicamente per maggiore sicurezza)
  • la possibilità di recuperare eventuali file audio aggiunti (o cancellati per errore) dalla copia fisica o con un nuovo download,
Non è invece un problema il costo perché esistono eccellenti software di backup, come Uranium Backup, anche in versione free.
Un problema può essere invece la velocità di trasferimento. E' consigliabile che sia il PC sui cui gira il software di backup sia il NAS siano collegati in Ethernet al router,

Copia di Disaster recovery della libreria musicale
Se effettivamente gli incrementi non sono numericamente consistenti e frequenti, può essere sufficiente anche la copia per il disaster recovery. Si tratta di una copia completa, da effettuare su un hard disk esterno di sufficiente capacità e affidabilità e, soprattutto, da tenere sempre offline dopo la copia, al sicuro quindi dal blocco dei dati, che può essere attuato da un software pirata ransomware che riuscisse a penetrare nel PC che controlla la libreria musicale, superando le protezioni degli antivirus.
La periodicità dell'operazione dipende molto dai tempi necessari, ma certamente non deve essere frequente, per ridurre l'esposizione sul web e quindi il rischio di contagio. Tenendo conto della presenza di altri backup un buon compromesso potrebbe essere una volta al mese. In molti casi avvenuti e di cui si è saputo, si è scoperto che per DB professionali la periodicità era anche più lunga (quando un sistema di disaster recovery era previsto, e non sempre pare che sia così).

In sintesi
La libreria musicale è un capitale, in termini di impegno economico e di impegno personale per realizzarla e mantenerla, un capitale che quindi va tutelato. Riepilogando, le azioni che si suggerisce caldamente di mettere in campo sono:
  1. Archiviare la libreria su un NAS a livello di ridondanza doppio disco (obbligatorio)
  2. Conservare i supporti fisici originali (obbligatorio)
  3. Fare a cadenza almeno mensile un salvataggio completo  per "disaster recovery" su una terza unità, da mantenere poi offline dopo il completamento della copia (fortemente consigliato)
  4. Configurare e un processo di backup incrementale dell'intera libreria su una quarta unità di medesima capacità. (opzionale). 
La dimensione complessiva richiesta per gli archivi dipende ovviamente dal numero di album. Se sono tutti in formato CD, la dimensione di un album può variare da 250 a 450 GB (esempi: un album uscito su vinile come Sticky Fingers dei Rolling Stones: 278GB, oppure un disco recente e abbastanza lungo uscito su CD come Songs in A Minor di Alocia Keys; 405 GB) un disco da 1 TB può archiviare 2.800-3.000 album. Se un certo numero sono in HD o, ancor più, in DSD, il numero ovviamente cala ma almeno 1000-1500 album possono essere archiviati, con un mix realistico.

Quindi per una libreria musicale da 1TB, serve un NAS con 2 dischi da almeno 2 TB più 2 altri hard disk esterni da 1 TB ciascuno, in totale 4 TB.

lunedì 9 maggio 2022

Amazon Music Unlimited HD alla prova

Da poco meno di un anno ai due servizi di musica in streaming che consentono anche l'ascolto in alta definizione (High-Res), ovvero Qobuz e Tidal, si è aggiunto anche il servizio streaming del gigante Amazon. Per quest'ultimo l'ascolto in High-Res era possibile in USA e altri Paesi anche in precedenza, ma è stato esteso anche all'Italia e ad altri Paesi. Quindi è un'alternativa, e in questo post vediamo analogie e differenze con gli altri, e anche un flash sull'ascolto.

Doverosa premessa sul costo, che è uguale a Qobuz per un abbonamento a cadenza mensile (14,99 € / mese) mentre Tidal è a 19,99 € / mese,

Amazon Music si presenta così


Una presentazione dei contenuti che punta quindi alle playlist e ai generi musicali più popolari e non orientati a un ascoltare giovane (magari mi hanno profilato), Niente classica, niente jazz e soprattutto è ignorato il formato album. Grosse differenze quindi, ad esempio con la pagina iniziale di Qobuz, dedicata agli album novità, di tutti i generi, anche se classica e jazz sono un po' di meno di quelli di musica popolare moderna.

L' approccio diverso e maggiormente diretto a un pubblico generalista si vede anche nella seconda (scarna) pagina di ricerca ...


... che mette in evidenza la musica di accompagnamento e di sottofondo (radio e playlist). la musica più ascoltata, di successo (classifiche) e infine le novità. Il target quindi è ben definito: il target a cui l'alta definizione non interessa, e forse non la conosce neppure (vedi il post recente su Spotify). Forse ci sbagliamo, forse Amazon vuole anticipare i tempi, forse aggiungerla non gli costa niente o quasi e quindi lo fa.

Il catalogo
Considerando la potenza della corporation ci aspettiamo che sia il più vasto di tutti, come anche è dichiarato, per sapere se c'è veramente un plus di solito verifico su alcuni artisti che in Qobuz non si trovano, come ad esempio Van Morrison che ha (aveva) una presenza ridotta a pochi titoli per beghe sul copyright. Test fallito perché il suo catalogo ora è completo anche su Qobuz, ma dovendo scegliere qualcosa in High-Res da ascoltare sono rimasto su Van Morrison e sul suo album più popolare, Moondance, disponibile anche in alta definizione. 

La scelta del brano e le funzioni del player
Quindi rimanendo sulla produzione di Van Morrison vengono proposti come sempre per primi i brani più celebri, una selezione degli album e l'elenco completo. I suoi molti album mi sembra ci siano tutti.


Non manca ovviamente la scelta per brani, i più popolari o quelli scelti da qualche algoritmo.

Scegliamo invece Moondance album, come anticipavo.

Amazon Music ha una funzione esclusiva, il testo visualizzabile durante l'ascolto nella app, che scorre a tempo come nei karaoke.


Torniamo al catalogo con altre ricerche
Per trovare conferme della maggiore ampiezza di Amazon Music sono andato sulle recensioni di Audio Review di jazz e inseriti nella sezione "non la solita musica" alla ricerca di artisti veramente poco noti. alla fine dopo una decina di tentativi un album non disponibile su Qobuz ma invece ascoltabile su Amazon l'ho trovato: un album di musica ambient costruito a distanza da due specialisti del genere, Roedelius e Tim Story, dal titolo 4 Hands,

Però durante la ricerca avevo anche trovato in precedenza un album di jazz di Walter Bishop JR's 4th Cycle (Keeper On My Soul, una ristampa di un album minore degli anni '70) che si trova su Qobuz ma non su Amazon Music.
Per fare emergere una completa valutazione dell'effettiva ampiezza del catalogo servirebbero prove più estese, ma da questo primo test non sembra che questo sia un plus decisivo per lo streaming di Amazon.

L'ascolto e le sue sorprese
Dopo aver selezionato Moondance ovviamente ho anche avviato l'ascolto per verificare che tutto andasse bene, in particolare che effettivamente l'audio fosse in alta definizione. Il mio DAC ha un display a LED e correttamente indicava 96Kbps come sample rate. Tutto bene, salvo che dopo qualche minuto di ascolto qualcosa non mi tornava, la voce di Van Morrison, che mi è sembrata più chiara di quanto mi ricordavo e anche la base musicale, che era piuttosto scarna e con con bassi"freddi", che sembravano così senza code. Ho fatto subito un confronto con l'ascolto in locale, perché è un album che ho anche in digital download e in HD, e ascoltando con Foobar2000 ma sullo stesso DAC tutto andava a posto, suono e voce pieni e con tutte le sfumature, 

Un problema del master usato da Amazon? Ho provato allora a confronto altri brani che conosco bene e che uso per i test, All Or Nothing At All interpretato da  Diana Krall, accompagnata solo dal suo piano e dal contrabbasso di Christian McBride, e Black Crow interpretata da Cassandra Wilson. In misura minore ma l'effetto "camera anecoica" persisteva. Infine l'ultima prova sempre con Cassandra Wilson con un album in HD (l'album con Black Crow è in qualità CD) e la sua cover di Fragile, primo brano del suo album Glamoured e qui la differenza si sentiva bene, ancora  una sensazione di musica asciugata e priva di contorni e sfumature,

Improbabile che fosse un problema nei master, bisognava indagare sul player, controllando magari la  sua configurazione. Ebbene, probema risolto, era in modalità di ascolto standard e non Ultra HD. In Amazon quindi considerano "standard" un ascolto in alta definizione (apparente) ma compresso (e molto immagino).

Dovevo controllare prima e non fidarmi solo del sample rate. Ma senza volere ho fatto un test interessante (per questo lo riporto qui) sulla differenza tra musica compressa e musica in HD, che si percepisce piuttosto bene e che si può anche individuare nelle sue conseguenze più evidenti senza grande impegno o competenza.

Inutile aggiungere che posizionando l'ascolto in Ultra HD le differenze tornavano nell'area delle non percepibili ad un ascolto anche attento ma limitato a pochi brani e all'ascolto in cuffia.

In sintesi
Da questa prova a mio parere non emergono elementi di vantaggio di Amazon Music rispetto ai due player a confronto. Se devo dare una preferenza mi permetto di consigliare ancora Qobuz.

giovedì 5 maggio 2022

"Svelato il segreto dei violini Stradivari"

(Post breve)  - Il segreto, come si apprende dall'articolo dell'AGI citato sotto, è che "suonano bene". A parte l'umorismo involontario, leggendo la descrizione di questa ricerca che ha impegnato il CNR, 70 maestri liutai, il Politecnico di Milano e l'Università di Padova, possiamo ricavare qualcosa che interessa anche a noi "audiofili" che non sappiamo suonare un violino.

Il metodo scientifico che è stato adottato per questa ricerca multidisciplinare è stato infatti l'ascolto affidato a esperti (70 liutai) già in possesso delle capacità di individuare e valutare i vari parametri che concorrono alla gradevolezza del suono. Seguendo questo metodo è stato confermato che i violini Stradivari hanno oggettivamente caratteristiche di equilibrio timbrico superiore a violini più recenti o di altre scuole, che li fanno preferire agli altri usati per confronto.

La violinista Lena Yokoyama suona con uno Stradivari alla Villa Reale di Monza

Nessun segreto sulla tecnica di costruzione degli storici violini di Cremona  è stato svelato, ma è stato individuato un riferimento, una particolare combinazione di parametri, anche fissata con misure sulle vibrazioni, lacui conoscenza può servire nella realizzazione e nella messa a punto della timbrica di violini moderni.

A noi interessa in particolare il metodo usato, basato su un audio da ascoltare il più possibile neutro, ascoltatori esperti, e ascolto in doppio cieco, ovvero né gli ascoltatori né gli organizzatori sapevano quale dei suoni a confronto provenivano da violini Stradivari e quali no. 

Con questo metodo, non so poi se da definire scientifico o più semplicemente di buon senso, si è anche smentito il test di alcuni anni fa nel quale passanti ed anche musicisti avevano preferito violini moderni ad uno Stradivari o non avevano individuato le differenze. Così come chi beve vino e lo apprezza non è detto che sappia distinguere due annate di un Sassicaia, anche un violinista non è detto che sappia riconoscere due violini diversi e possa preferire uno o l'altro in base ai suoi gusti personali.

In sintesi, è consigliabile mantenere adeguata cautela nel fare propri i giudizi e le descrizioni del suono di un componente Hi-Fi (incluse quelle che faccio io, quando mi ci avventuro), se non è stato effettuato un confronto in doppio cieco, o almeno in cieco (ovvero, mai, sulle riviste online e no). Meglio considerarli un parere da approfondire,


mercoledì 20 aprile 2022

Come dividere in tracce un album registrato

Alcuni post precedenti sono dedicati alla registrazione analogica o digitale di un album partendo dagli LP oppure da un servizio streaming (solo per copia di album che già possediamo). Quello che si ottiene è, nella operazione standard, un file audio unico, e quindi rimane il compito di dividerlo in tracce come l'album originale. Un'operazione che è ancora in gran parte manuale e non tanto breve, e che merita un post.

Le alternative
Non per gli LP ma per la registrazione in digitale, una semplice alternativa è registrare una traccia alla volta, ha lo svantaggio di dover ascoltare tutto l'album e fermarsi ad ogni brano, ma se fa piacere riascoltare l'album può anche essere una soluzione, alla fine dell'ascolto, un po' più lungo del normale, sarà quasi tutto fatto.
Ma se l'album è intero le alternative sono (sempre considerando Audacity come registratore):

  1. Trovare un file .cue e e utilizzare un programma "cue splitter" per separare le tracce
  2. Creare un file .cue e e utilizzare un programma "cue splitter" per separare le tracce
  3. Utilizzare la funzione di Audacity "Export multiple"
  4. Utilizzare le funzioni di editing di Audacity per tagliare, copiare ed esportare singolarmente ogni traccia (cut & paste).

La prima alternativa, trovando il file, è l'unica che potrebbe essere automatica e rapida, basta solo dare in input il cue file a un programma di spacchettamento come il noto Medieval CueSplitter, ma trovare il file giusto è quasi impossibile ora e quindi la salto. E' citata solo per ricordare che qualcuno ha pensato a una soluzione, ed era molto usata ai tempi del peer-to-peer, ma quei tempi sono passati. Anche l'alternativa di creare noi file cue ha più svantaggi che vantaggi e in pratica rimangono praticabili solo le ultime due. Chi non è interessato a sapere perché è quasi impossibile creare i file cue può saltare subito all'alternativa 3.

2. Creare un file clue
Si tratta di un file di tipo testo con un formato standard che fornisce al programma di splitting le istruzioni su dove inizia e dove finisce ogni brano, più alcuni tags come opzione aggiuntiva.
E' un file di tipo testo e quindi si può anche creare a mano, ma esistono molti programmini free che possono generarlo. Su Discogs o Wikipedia è facile trovare la durata delle tracce, che è l'unica informazione che serve, e quindi sembra tutto molto facile. Se non ci fossero peò le pause tra un brano all'altro, che non sono di lunghezza standard, e a volte neanche ci sono.
I file che si trovavano un tempo erano di solito associati a un album e venivano generati nella stessa fase di ripping o registrazione da LP, quindi riportavano gli esatti "punti di inizio" (cue in inglese). Ma di quella edizione dell'album, e quindi non certi al 100% neanche quelli.

Per farli noi dovremmo individuare i punti di inizio a vista, o la durata delle pause, osservando lo spettrogramma. Esiste un'applicazione che fa questo lavoro (credo l'unica), si chiama Visual Audio Splitter & Joiner ed è prodotta da una società che si chiama ManiacTools. Buona idea se non fosse quasi inutilizzabile perché mostra lo spettrogramma in una finestra alti pochi millimetri e individuare i punti di inizio, anche ingrandendo. è impresa quasi impossibile. Inoltre, è a pagamento, e ha un costo assurdo, al mese quasi uguale a Sky con l'opzione sport, perché insieme ti vogliono dare altri 20 tools dall'uso improbabile.
Il tutto per fare un lavoro che può fare molto meglio Audacity.

3. La funzione di Audacity "Export multiple"
Su Audacity osservando lo spettrogramma è possibile con relativa facilità individuare i punti di inizio delle varie tracce e quindi nel software è inclusa la possibilità di marcarli e poi di esportare le tracce come file audio singoli. L'operazione non è complessa in sé, lo diventa nell'implementazione perché consente una serie di varianti di dubbia utilità che complicano l'uso. Quindi è utile una breve guida.

Configurazione
La prima cosa da controllare sono i settaggi iniziali, devono essere questi (ma di solito sono di default), Controllare:
  • Edit > Labels > Type to create a label (flaggato)
  • Edit > Preferences > Tracks > Tracks Behaviour -  flaggare:
    • Select all audio if selection required
    • Type to create a label
Il processo di splitting passo-passo
Si parte ovviamente dal file audio con la registrazione dell'intero album, obbligatoriamente in WAV.
  1. Individuare l'inizio del primo brano e controllare (anche ascoltando) che non ci sia nessun contenuto audio prima. Se c'è, tagliarlo con Ctrl-X
  2. Individuare l'inizio del secondo brano e posizionare il cursore in questo punto
  3. Ingrandire col comando + lo spettrogramma per verificare il punto di inizio effettivo e posizionare il cursore a questo punto
  4. senza muovere il cursore rimpicciolire fino a vedere anche il punto di inizio precedente e selezionare con il mouse tutto il contenuto audio da inizio a inizio
  5. creare la traccia ("label" la chiama Audacity) col comando Ctrl-B
  6. viene così creata una nuova finestra "Label Track " sotto a quella con gli spettrogrammi dei due canali stereo (fig. 1 e 2)
  7. Nella finestra sottostante cliccare col tasto destro sul rettangolino che compare (un mistero perché abbiano scelto questa grafica)  (fig.3)
  8. Nel menu a tendina selezionare "edit label" e compare un pop-up con una scheda (in alternativa si può scrivere direttamente nel rettangolino)
  9. Nella scheda inserire il nome del brano che sarà anche il nome del file, consiglio di numerarli (01. Nome e così via). Non serve inserire altro; (fig. 4)
  10. Continuare nello stesso modo fino all'ultimo brano
  11. Alla fine, selezionare File > Export > Multiple
  12. Si apre una scheda nella quale si può scegliere il formato del file, si può quindi già direttamente creare il brano in formato FLAC
  13. Per ogni brano viene proposta una form per inserire i tag (e con già il nome del brano inserito prima). Conviene rimandare il tagging a dopo (perché si fa molto prima) e dare solo Ok per ogni brano
  14. Finito. Nella directory che abbiamo selezionato si trovano tutti i brani separati 
  15. Chiudere Audacity salvando il progetto (cioè il lavoro di separazione che abbiamo fatto. Potrebbe servire ancora).
  16. Rimane da completare solo il tagging, ma lo vediamo dopo.  
Negli screenshot seguenti i passi principali della funzione Export multiple

1. La creazione con CTRL-B di una Label Track

2. Prima traccia creata con nome del file audio

3, Il menu a tendina che si apre cliccando sul piccolo rettangolo

4. La scheda per l'inserimento delle informazioni sulla traccia

Difetti
Il processo una volta capito è abbastanza fluido e in caso di errori si può tornare indietro, per completare un album occorre comunque pianificare un tempo non breve 15-30'. Dipende molto da come è organizzato l'album, ovvero se ha le pause tradizionali di silenzio tra un brano e l'altro, facilmente individuabili, o se invece nel master sono previsti passaggi con una pausa minima o nulla tra i brani, come è tipico per gli album live o anche per album studiati come questo gioiello dei Working Week che ho usato come test.
In questo secondo caso individuare il punto giusto non è semplice e, soprattutto, se all'ascolto dell'album ci accorgiamo che all'inizio rimane una coda del precedente o alla fine inizia il successivo, bisogna rifare tutto il lavoro da capo. Per album organizzati in questo modo è preferibile il metodo successivo.

4. La funzione cut & paste di Audacity
Audacity è un editor per audio digitale in formato WAV e quindi sul file audio ottenuto dalla registrazione e che contiene un intero album si può operare come in qualsiasi editor, con le classiche funzioni di cut & paste. Quindi: 
  1. individuare una traccia aiutandosi anche con l'ascolto
  2. selezionare col mouse tutta la traccia includendo anche la coda delle precedente e l'inizio della successiva
  3. fare CTRL-X
  4. aprire una nuova finestra di Audacity: File > New
  5. copiare la traccia con CTRL-V (sarà visualizzata con dettaglio elevato)
  6. individuare il punto esatto di inizio, selezionare l'audio precedente e tagliarlo con CTRL-X
  7. individuare il punto esatto di fine, selezionare la fine effettiva del brano  e tagliarlo con CTRL-X (nelle due operazioni può essere utile diminuire il dettaglio)
  8. Salvare il file audio "ripulito" con il comando File > Export, nella form successiva selezionare ovviamente il formato WAV e poi nella form del tagging inserire solo il nome del brano preceduto al numero della traccia (01. ecc.). 
  9. Chiudere la nuova finestra creata
  10. Viene richiesto di salvare il progetto, rispondere No perché non serve più, 
  11. Dopo il No si torna al file audio con tutto l'album e si ricomincia il processo fino all'ultima traccia
  12. Completate tutte le tracce e salvate nella directory di destinazione, aprirle con Foobar2000 e convertirle da WAV a FLAC.
Gli screenshot per questo secondo metodo di spacchettamento.

Selezione della traccia da tagliare e copiare
La traccia tagliata e copiata in una nuova finestra, ampiezza elevata

Controllo della coda e tagli dell'inizio del brano successivo

Esportazione della traccia singola

Difetti
Questo metodo è apparentemente più semplice del primo però richiede attenzione, perché la sequenza deve essere sempre eseguita correttamente in serie e, in caso di errore, si perdono le informazioni o si può compromettere il file audio "master" (farne sempre una copia di sicurezza prima di iniziare).

Il tagging
Alla fine nella directory di destinazione, sia con l'alternativa 3 che con l'alternativa 4 si avranno tutte le tracce numerate, in formato FLAC o in WAV. Però senza tags, che volendo potevamo mettere a mano per ogni brano in entrambi i metodi. Un processo lungo con molte cose da scrivere che si può evitare e automatizzare con la funzione di tagging di Foobar2000.

Selezionando con CTRL-A tutte le tracce e poi premendo il tasto si apre un menu nel quale c'è anche l'opzione "tagging". Di default è incluso prendendo le informazioni su FreeDB (apre Get tags from FreeDB). Questo contenitore spesso non trova l'album e quindi conviene aggiungere due components ulteriori:
  • foo_musicbrainz
  • foo_discogs
Entrambi richiedono di inserire il nome dell'album e/o dell'artista e poi partono nella ricerca (che può richiedere un po' di tempo) e propongono alcune alternative. Discogs inoltre richiede di registrarsi appunto su Discogs e di eseguire anche un processo di autenticazione. Impossibile dire qual è il più completo, conviene quindi installarli tutti e due per avere le maggiori probabilità di successo.
Una volta individuato l'album col comando Write o Update si inseriscono in un attimo e in modo automatico tutti i tags e il lavoro è completo. Rimane solo da inserire la cover dell'album facilmente trovabile sul web (foo_discogs inserisce anche questo).
Gi screenshot:

Nella funzione di tagging sono state installate le opzioni aggiuntive Discogs e Musicbrainz (selezionata)

La ricerca in questo caso non è automatica in base alle tracce ma deve essere aiutata specificando artista e album (o altre informazioni)  

In sintesi
Il processo di spacchettamento o splitting delle tracce richiede un po' di tempo, con album con molte tracce anche mezz'ora. I due sistemi proposti hanno tempi molto simili e conviene sperimentarli entrambi e scegliere il più adatto volta per volta. 

Appendice - Creare un file cue
Si tratta di un file di tipo testo con un formato standard che fornisce al programma di splitting le istruzioni su dove inizia e dove finisce ogni brano, più alcuni tags come opzione aggiuntiva.
E' un file di tipo testo e quindi si può anche creare a mano, ma esistono molti programmini free che possono generarlo. Su Discogs o Wikipedia è facile trovare la durata delle tracce, che è l'unica informazione che serve, e quindi sembra tutto molto facile. Se non ci fossero le pause tra un brano all'altro, che non sono di lunghezza standard, e a volte per scelta nel mastering neanche ci sono e non sono di durata simile tra tutti i brani.
I file che si trovavano un tempo erano di solito associati a un album e venivano generati nella stessa fase di ripping o registrazione da LP, quindi riportavano gli esatti "punti di inizio" (cue in inglese). Ma di quella edizione dell'album, e quindi non certi al 100% neanche quelli.

Per farli noi in modo semplice dovremmo individuare i punti di inizio a vista, o la durata delle pause, osservando lo spettrogramma. Esiste un'applicazione che fa questo lavoro (credo l'unica), si chiama Visual Audio Splitter & Joiner ed è prodotta da una società che si chiama ManiacTools. Buona idea se non fosse quasi inutilizzabile perché mostra lo spettrogramma in una finestra alta pochi millimetri e individuare i punti di inizio, anche ingrandendo. è impresa quasi impossibile. Inoltre, è a pagamento, e ha un costo assurdo, al mese quasi uguale a Sky con l'opzione sport, perché insieme ti vogliono dare altri 20 tools dall'uso improbabile.
Il tutto per fare un lavoro che può fare molto meglio Audacity.

Quindi: alternativa 2 impraticabile.







lunedì 11 aprile 2022

Registrare in digitale su un PC Windows o Mac

In un post di qualche tempo fa era spiegato come si possono registrare in digitale i contenuti audio disponibili in streaming, senza passare per una conversione in analogico. Un'operazione ammessa solo per digitalizzare album di cui siamo già in possesso su supporto analogico, quindi essenzialmente LP, in modo molto più semplice e con risultato certo, rispetto ad una digitalizzazione diretta da LP. E' sufficiente, come intuibile, che l'album sia disponibile, almeno in qualità CD, sulla piattaforma di streaming. [11.6.2022 - alcuni aggiornamenti sul processo di registrazione]

Ma c'è un problema
L'operazione descritta nel post precedente del 2019 non era complessa, ma nel frattempo è emerso un problema: sia il trasmettitore che il ricevitore del flusso tutto digitale sono usciti di produzione. Come trasmettitore infatti si proponeva di usare Chromecast Audio, che ha un output anche in digitale ottico (Toslink) e come ricevitore un Mac Mini, che ha tra i vari ingressi un digitale ottico Toslink. Purtroppo Chromecast Audio è stato dismesso da Google proprio nel 2019 e l'ultima edizione del Mac Mini con ingresso digitale è del 2014. 

La soluzione
... sarebbe semplice: un convertitore da digitale ottico o coassiale a USB per dotare qualsiasi PC Windows o Mac di un ingresso digitale e, nel caso la sorgente non sia già digitale (ad esempio se vogliamo registrare da una tastiera elettronica o da un mixer digitale), un convertitore da uscita USB a digitale, per consentire a qualsiasi PC di diventare la sorgente, dopo aver attivato il servizio streaming e avviata la riproduzione del LP da registrare.

Semplice, ma introvabile o quasi
Probabilmente non è un caso, considerando il possibile abuso, ma pare che esistano interfacce veramente per tutte le combinazioni tranne che per questa, e le poche esistenti sono uscite di produzione. O meglio, sono introvabili per questo scopo, su mixer digitali ci sono, così come per altri componenti da studio di registrazione. Che hanno però in genere costi molto elevati, probabilmente superiori alla alternativa di comprare i CD degli album in LP e farne il ripping.

I componenti Hifime Audio
Ma nel vasto mondo dei componenti digitali esiste per fortuna una piccola ditta cinese che si è indirizzata a questa nicchia di mercato, si chiama Hifime Audio e produce proprio, probabilmente unica al mondo, quello che cerchiamo. Scovata da un visitatore del blog che l'ha segnalata, ha diversi modelli di convertitori e altri componenti specializzati, a costi ragionevoli (decine di Euro, pochi oltre i 100) tra cui i due che ci servono: 

  • Hifime UR23 SPDIF: Optical to USB converter
  • Hifime UT23 – USB to Optical SPDIF converter

Il primo l'ho acquistato, dopo aver fatto altri due infruttuosi tentativi di soluzione del problema con interfacce prodotte con altri scopi (vedi Appendice), e qui di seguito c'è la prova con le istruzioni e le avvertenze d'uso.

Costano entrambe circa 30 € ma bisogna aggiungere il costo di spedizione dall'Irlanda e la dogana e in totale sono circa 45 € cadauno. Non sono disponibili su Amazon.

Il set di prova

La registrazione digitale in pratica: 1) la sorgente
La sorgente delle musica digitale da registrare è un player con uscita digitale. Può essere:

  • uno streamer (o network player) con uscita digitale al quale si connette il servizio di streaming; ad esempio Cocktail Audio X35 o X45, Cambridge Audio CXN e simili;
  • un connettore Wi-Fi come Sonos Connect o Bluesound Node (o Chromecast Audio per chi ancora ne ha uno) e una sorgente (smartphone o tablet) che si connette in Wi-Fi;
  • un PC, utilizzando il componente di Hifime UT23 citato prima. 
L'uscita dovrebbe essere digitale ottica, ma anche se fosse digitale coassiale sono disponibili economici connettori. Il player naturalmente deve fare solo il suo lavoro, la relativa complessità è solo sul lato della registrazione.

La registrazione digitale in pratica: 2) La registrazione con Audacity e Hifime UR23
Il primo passo è naturalmente connettere la piccola unità UR23, che ha già un cavetto USB tipo B, a un ingresso USB 3.0 del PC. Il driver si installa automaticamente (è già in Windows) e l'unità è visualizzata tra le altre unità di registrazione, selezionando in Windows

        Pannello di controllo > Audio > Registrazione 

L'unità è identificata su Windows come "Interfaccia SPDIF" e viene impostata automaticamente alla connessione come "Dispositivo predefinito" e con formato di default 24bit / 48Khz.

Il secondo passo consiste nel configurare Audacity per la registrazione digitale, ovvero per il trasferimento diretto senza modifiche dall'ingresso digitale alla memoria del PC, su un file audio. Le configurazioni si fanno tutte selezionando da Edit (Modifica) la sezione Preferenze e configurando le schede:

Device:
Interface Host: deve essere impostata Windows DirectSound, solo in questa modalità il flusso dati in ingresso non viene convertito in analogico dal driver di ingresso, vanificando l'obiettivo. Si può controllare che il flusso sia effettivamente digitale  dal selettore di ingresso (quello che ha il simbolo del microfono): se è stato convertito in analogico il cursore può scorrere e regolare il volume in ingresso, se è rimasto in digitale puro il cursore è disabilitato e rimane fisso al massimo.
Recording Device: Interfaccia SPDIF (UR23 USB SPDIF). Essendo impostato come dispositivo dovrebbe essere già così ma è preferibile controllare.

Recording:
Options: è consigliabile sempre monitorare l'input selezionando "Software playthrough of input";
Sound Activated Recording: comoda funzione che fa partire la registrazione al rilevamento del suono, è possibile con uno slider Level (dB) regolare il livello di silenzio (es -40dB).

Quality:
Risoluzione (Sample rate e sample format): deve essere la stessa della sorgente dell'unità di registrazione (vedi dopo)
Real time conversion e  High quality conversion:  non dovrebbe esserci nessuna conversione e neppure downsampling oppure upsampling ma comunque per prudenza è meglio impostare Best quality.

Volume in ingresso
L'audio in ingresso è digitale ed è quindi disabilitato il controllo del livello di registrazione di Audacity, che agisce sull'audio analogico prima di passarlo al codec analogico-digitale (dentro il PC ovviamente tutto è digitale).
Un controllo di volume può essere applicato però nel player di ingresso, ed è sicuramente previsto nella app del servizio di streaming. Ci accorgiamo della sua esistenza perché variandolo cambia anche il livello di registrazione che vediamo su Audacity. Senza entrare qui nei dettagli di funzionamento del volume digitale ricordo che per la copia ideale il livello dovrebbe essere al massimo perché il controllo digitale opera in attenuazione riducendo la risoluzione.

In Audacity però il controllo del contenuto in ingresso è attivo anche nella registrazione da digitale a digitale e i display per il controllo della registrazione sono sensibili al volume impostato sul player, indicando "rosso" ovvero saturazione se troppo alto. Viene quindi il sospetto che questo possa avere effetto sulla qualità della registrazione e quindi l'idea di abbassarlo (ad esempio al 75%) per evitare un possibile effetto negativo.

In realtà da prove che ho fatto in seguito, su registrazioni che sembravano in saturazione sui picchi (tutti alla stessa identica altezza, quindi presumibilmente tagliati) non sono emerse differenze riducendo il volume del player (Vedi gli spettrogrammi in Appendice 3) il che vuol dire che era già così nel flusso di input inviato da Qobuz. Ha tagliato i picchi Qobuz per adeguarsi al LUFS (vedi ultimi articoli su Audio Review 441 e 442)? Oppure erano già tagliati nel master usato per la stampa su LP o su quello per il CD? Mi riprometto di fare la prova a confronto a partire dallo stesso album su LP.

In mancanza di riscontri oggettivi il consiglio è per ora di regolare il volume prossimo al massimo (es 75-80%) ma non al massimo.

Avvertenze
Il vincolo principale per la registrazione con questa configurazione è la perfetta coerenza tra la risoluzione della sorgente e la risoluzione impostata sul driver della unità UR23 e su Audacity. Se sono diverse si verificano disturbi e anomalie nella registrazione. Sono molto evidenti in ascolto e quindi accorgersi del problema (o della dimenticanza) è facile. A patto però che sia abilitato il monitor (playthrough), se si fa tutto sulla fiducia e sulla memoria si potrebbe sbagliare un intero album. 

Il vincolo dipende dal driver della unità UR23 che non effettua nessun adattamento alla risoluzione d'ingresso. Da ricordare che invece Audacity opera upsampling o downsampling riportando sempre il flusso al valore impostato nella scheda "Quality". In altre parole se la sorgente è in qualità CD ma è impostato 24/96 su Audacity avremo dei file teoricamente 24/96 ma in realtà in qualità CD. Pur non essendo un vincolo che impedisce la registrazione è quindi sempre consigliabile allineare anche questa impostazione.

Altra avvertenza riguarda il settaggio standard: alla connessione dell'unità UR23 viene sempre riportato il settaggio al valore di default 24/48 e quindi prima di registrare, se il PC nel frattempo è stato spento, bisogna sempre controllare e impostare la configurazione (pannello di controllo > Registrazione > Avanzate) alla stessa risoluzione della sorgente. 

Inoltre, l'unità UR23 ha la possibilità di gestire una risoluzione massima limitata a 24/96. Se sul servizio streaming l'album è disponibile in risoluzione 24/192 bisogna impostare una limitazione della risoluzione. Se come sorgente si usa la app del servizio per smartphone o tablet bisogna andare su Il mio Qobuz > Impostazioni e selezionare la risoluzione massima 24/96 per la riproduzione (questo con Qobuz, con Tidal ci sono certamente comandi simili). Se come sorgente si usa uno streamer bisogna verificare sulle istruzioni come effettuare questa operazione.

Come arriva HifMe UR23. Nella dotazione il cavo ottiche e il comodo adattatore da presa quadrata a mini-jack

Infine un'avvertenza sul player, se la sorgente è un servizio streaming che stiamo usando su un PC desktop o laptop: non bisogna attivare l'ascolto dal browser ma bisogna usare solo la app Windows o Mac da installare sul computer, l'ascolto sul browser è limitato normalmente a 16/44.1 e solo con la app specifica si può trasferire l'audio in HD (prova pratica effettuata tempo fa).

In sintesi
E' confermato che questa semplice interfaccia, che spero rimanga in produzione ancora per un bel po', è effettivamente la soluzione per trasferire e archiviare in digitale senza conversioni un contenuto originale in formato digitale. Se si tratta di un album rimane "solo" lo splitting del contenuto in tracce, che non è un'operazione così immediata come sembra e alla quale ho deciso di dedicare il prossimo post, per non appesantire troppo questo.


Appendice 1 - Tentativi falliti 
Prima di acquistare l'interfaccia UR23 ho fatto gli ultimi due tentativi che avevo in programma per registrare su un PC da una porta USB direttamente in digitale. 

L'interfaccia OTG
Il primo tentativo era utilizzare una interfaccia OTG (on-to-go) per smartphone o tablet (quella della foto sopra). Un componente già usato e provato per collegare un DAC esterno a queste device. La funzionalità OTG serve per istruire il driver di uscita dello smartphone o del tablet ad inviare la riproduzione audio, ancora in digitale, all'uscita Lightning (per iPhone) o USB-C (per quasi tutti gli Android) e non agli speaker interni. Avevo comprato allo scopo questo componente che effettivamente, una volta connesso a un DAC, faceva e fa quello che promette. 

Bastava quindi in teoria collegarlo all'ingresso USB del PC, avviare Audacity e verificare se arrivava effettivamente un flusso digitale. L'unico ostacolo è che l'uscita USB del connettore è di tipo femmina così come quella dell'ingresso di tutti i PC. Convertitori USB maschio-maschio non  ne avevo, ma con due in serie l'ho realizzato ugualmente. Risultato: non funziona, l'audio va sugli speaker della device (e niente ad Audacity). Probabilmente nei vari passaggi  l'OTG veniva disabilitato. Allora ho deciso di tagliare la testa al toro: comprare un'interfaccia con uscita USB maschio. C'è tutto in questo campo, ma questa configurazione proprio no (penso non a caso, ma forse anche perché lo scopo di queste interfacce è un altro: collegare le uscite di fotocamere o cineprese digitali allo smartphone per scaricare foto o film), quindi, niente da fare. Per  scrupolo ho comprato anche un'interfaccia integrata maschio-maschio ma nulla da fare, non è una soluzione.

L'interfaccia HDMI
Su tutti i PC nuovi è sempre presente, ma ho scoperto che è solo funzionante in uscita. Esistono però delle interfacce pensate per registrare contenuti video su PC connettendo un cavo HDMI a una sorgente video, come quello in figura (e altri simili) si chiamano piuù o meno sempre Video Capture, costo circa 16 €. Ho pensato quindi di provarlo per inviare i contenuti audio con Chromecast (quello video, ancora in produzione) che, come avevo già visto in un'altra prova, può anche trasmettere solo in audio.

Già all'origine si partiva però con un handicap: i contenuti audio trasmessi da Chromecast sono limitati a 24/48. Inoltre anche in questo caso era necessario un connettore USB maschio-maschio. Stavolta però era veramente trasparente e l'audio arrivava correttamente ad Audacity per essere registrato.
Bisognava solo capire, con quale qualità, sulle scarne specifiche allegate all'oggettino made in China era indicato solo "audio format : L-PCM" ovvero Linear PCM, che non vuol dire nulla perché vale per qualsiasi risoluzione. Comunque, provando a registrare, tutto sembrava funzionare e potevo dedurre che, almeno la qualità CD era preservata. Ma, stante così le cose, valeva la pena di puntare al componente di Hifime e l'ho ordinato.

Facendo però qualche altro test di questa interfaccia per questo post, sono andato sul pannello di controllo, dove questa unità di registrazione compare come "USB 3.0 Capture" e ho scoperto che è configurabile solo mono. Risoluzione 96K ma solo un canale. Per scrupolo ho provato a registrare lo stesso ed è proprio così, se Audacity è settato stereo registra la stessa traccia sui due canali. Cercando su Internet pare che dipenda dal fatto che usano un driver Microsoft per le webcam. Pare proprio che non sia un problema di configurazione, è fatto così. Per registrare video da TV evidentemente a qualcuno basta, perché tra le molte recensioni ne ho trovato solo una che cita questa mancanza.

Mancanza che però lo rende totalmente inutile per il nostro scopo. Il componente Hifime UR23 rimane l'unica soluzione.

Nelle immagini che seguono il Video capture in test e le impostazioni sul pannello di controllo.




Appendice 2 - Test: effetto del volume della sorgente sulla registrazione

Nei due spettrogrammi che seguono un brano di John Lennon (Cleanup Time) a confronto, registrato prima con il volume di Qobuz prima all'88% e poi al 70%. Come si vede l'azione probabile di taglio dei picchi in saturazione è presente in entrambi.