venerdì 22 ottobre 2021

L'ascolto in streaming in alta fedeltà

A leggere la posta di Audio Review nella sezione musicale, e considerando che nelle recensioni è sempre indicato il supporto fisico disponibile (CD o vinile) e non, per esempio se è disponibile in streaming e a che risoluzione, si può dedurre che la maggioranza degli audiofili non sia interessato al tema e consideri lo streaming un sistema adatto solo per l'ascolto di playlist o in stile zapping. 

Ma non è così e si possono ascoltare interi album, anche di classica, con le stesse identiche modalità, cambia solo la fase iniziale di selezione dell'album e avvio dell'ascolto. Tornarci sopra approfondendo come funziona descrivendo anche quelle funzionalità che appaiono banali può quindi essere utile a sfatare questi miti e a ricollegarsi con la sempre più estesa generazione post-CD.

I servizi disponibili in Italia
Al momento i servizi streaming che consentono di ascoltare tutti i brani in qualità CD ed alcuni (ormai molti) anche in HD sono tre: Qobuz, Tidal e Music Unlimited, il costo è simile ma non uguale:

  • Qobuz: 14,99 € / mese
  • Tidal: 19,99 € / mese
  • Amazon Music Unlimited: 14,99 € / mese per utenti Amazon Prime
Si parla inoltre da almeno due anni di Spotify in qualità CD, a febbraio era annunciato entro il 2021 in Italia, ma siamo a ottobre e ancora non è disponibile. Riguardo al catalogo  Music Unlimited dichiara qualcosa di più ma in generale, per tutti, è raro che qualcosa che ci viene in mente di ascoltare non ci sia.
Per i test e le immagini illustrative del post abbiamo scelto l'ultimo album della impagabile Lana Del Rey (quinta da destra)

La configurazione Hi-Fi
Per tutti i servizi, dopo aver sottoscritto l'abbonamento basta installare la app sullo smartphone o sul tablet e utilizzare le funzioni di ricerca, organizzazione e ascolto che descrivo dopo, collegare delle buone cuffie stereo e ascoltare con una qualità più che buona.
Ma non la migliore possibile, perché limitata dal DAC interno della mobile device, che è di media qualità ed è limitato ad una risoluzione al massimo di 24bit / 48KHz e non sfrutta per intero i contenuti in HD 24/96 o 24/192. E, soprattutto, l'ascolto è in cuffia, mentre la piena Hi-Fi con la localizzazione spaziale, richiede 2 casse acustiche opportunamente posizionate.

Le casse acustiche wireless
Per un ascolto in alta fedeltà occorrono quindi diffusori acustici a banda sufficientemente larga e dinamica adeguata, e la soluzione ideale, ormai con una discreta offerta anche in fascia alta, è rappresentata dai diffusori wireless, che includono tutto quello che conta per la qualità della riproduzione: DAC, amplificatore e altoparlanti. Possono avere inoltre una riproduzione superiore in qualità alle casse passive, grazie alla presenza, praticamente, sempre di un DSP (Digital Signal Processor) per la correzione delle limitazioni degli altoparlanti, e di un cross-over elettronico, che è più versatile e induce meno distorsione dei cross-over passivi,

L'"impianto zero"
Così ho chiamato nel precedente post un impianto hi-fi formato da soli due componenti: il tablet o smartphone con la app del servizio streaming e le casse wireless. Non necessariamente un impianto economico, perché adottando i diffusori acustici System Audio Legend 40.2 premiati da EISA, per fare un esempio, richiede un investimento di circa 6.000 €, ma consente anche un ascolto di alto livello in grado di soddisfare anche gli audiofili più esigenti.

Lo schema dell'impianto
Anche se i componenti fisici visibili sono solo due i componenti reali che che trasformano un file in musica sono di più e sono mostrati in questo schema a blocchi, dove la freccia indica la connessione wireless, che deve essere sempre wi-fi (il Bluetooth è un protocollo di comunicazione lossy anche nella sua versione APTX):


Quello che vede l'utente finale sono solo le app sul suo tablet o smartphone, mentre le casse wireless sono per lui solo delle scatole da posizionare, attaccare ad una presa della luce e, di solito, anche collegare tra loro con un cavo ethernet, possono poi esserci altri comandi di configurazione sul pannello posteriore ma per le funzioni di base (suonare) non serve altro.

Il collegamento con la mobile device avviene con una app "Connect" (di solito si chiama così) fornita col sistema wireless che, una volta installata e dopo la canonica registrazione, avvia la ricerca dei diffusori wireless e li collega, consentendo alcune operazioni di configurazione specifiche per il diffusore. Qui è mostrata quella delle Kef LS50.




L'interfaccia utente
Nelle app "connect" è inclusa anche l'integrazione con i servizi streaming, e i tre citati prima sono sempre supportati, è quindi disponibile un motore di ricerca e un player per ognuno di essi e non è quindi strettamente necessario utilizzare la app del servizio streaming. L'interfaccia integrata potrebbe però non avere tutte le funzionalità e le informazioni e di solito sarà da preferire quella standard, più ricca e articolata, del servizio streaming.
La schermata iniziale di Qobuz. Si apre sulle novità da scoprire, in basso si vedono le altre scelte: la ricerca di un album o di un artista, le playlist dell'utente, che possono essere anche gli album preferiti o da appuntare per ascolti successivi, e il comando per salvare in locale gli album per un ascolto off-line.

Connessione dei wireless speaker al servizio streaming
La connessione con i diffusori wireless si può fare utilizzando il protocollo standard di Google, Chromecast, che solitamente i diffusori wireless, come la LS50, supportano di default. La connessione richiede quindi di installare la app Google Home, avviando con essa la ricerca di dispositivi compatibili individuerà, restando in questo esempio, la coppia di LS50 configurata su Google Home. Nello screenshot la maschera iniziale di Google Home e i dispositivi creati nella casa.


Completate queste operazioni iniziali Chromecat Audio è configurato e si può può selezionare quando si attiva l'ascolto di un album  (la videata la vediamo dopo) con l'icona con il simbolo del quadrato + ventaglio in alto a destra. Negli screenshot che seguono i passi necessari per la connessione:

Cliccando sulla icona Chromecast vengono proposti i server visibili sulla rete (che includono anche i Chromecast video, sena la specifica "audio"). Nel nostro caso il server da scegliere è Salotto 2

Dopo una maschera di attesa arriva il comando di conferma e può iniziare la riproduzione dell'albume e del brano scelto

Dopo aver scelto cosa si vuole ascoltare, per esempio l'ultimo album di Lana Del Rey (dal titolo che conferma la raffinata ironia della musicista americana; "Scie chimiche sopra il country club") ed aver selezionato l'ascolto via Chromecastla riproduzione parte sul player di Qobuz, che fornisce informazioni sulla qualità (questo album è HD) i classici comandi di tutti i player, il controllo di volume (in basso) e, con la freccia in basso le informazioni sull'albume una breve recensione critica (è in francese perché sono un utente Qobuz pre-commercializzazione in Italiae non ho mai cambiato la lingua per pigrizia). 




Tornando a Google Home si può vedere il brano in esecuzione e controllare anche da qui l'avanzamento dell'ascolto e l'ascolto, e i comandi avanti, indietro, pausa  e stop.


Cosa si può volere di più?
Pochi minuti di configurazione, tutta la musica del mondo in alta qualità, a un costo più che concorrenziale sia per l'impianto (un diffusore wireless costa meno della somma delle parti a parità di qualità) sia per i contenuti (vi rendete conto? 15 euro al mese, confrontatelo col costo dei vinili), cosa manca, come può l'"impianto zero" aspirare a crescere? Ci devono essere dei punti deboli, e infatti ci sono.

Archivio versus Motore di ricerca
L'audiofilo già digitale che ha creato una sua ordinata libreria archiviata su NAS passando allo streaming non trova l'organizzazione a cui è abituato, l'archivio suddiviso per generi, per autori o esecutori, per risoluzione o qualsiasi altra classificazione. Anche qui, come sul web, come sugli smartphone, come ovunque, bisogna prima avere un'idea di cosa si vuole e poi cercarlo nel mare magnum. Per di più, il motore di ricerca di questi servizi (i tre citati) non è potente come Google, la ricerca avviene per interprete (può essere un problema con la classica) e per lo specifico album, se non ha un nome ben individuale, bisogna scorrerne parecchi per trovarlo.

Informazioni stampate versus informazioni online
L'audiofilo che ascolta ancora con CD o vinili ha la copertina che spesso contiene informazioni utili a perfezionare l'ascolto, come chi suona i vari strumenti o le parole delle canzoni, qui l'interfaccia fornisce solo stringate informazioni sulla registrazione accompagnate da una presentazione critica del brano (non quella dell'album originale). Ma ha anche a disposizione un tablet o uno smartphone dove può cercare e trovare molto di più.

L'archivio dei preferiti
Questo potrebbe essere un plus dello streaming, perché normalmente questo archivio è memorizzato solo nella mente dell'audiofilo, ma anche in questo caso proprio per la facilità di inserirne sempre nuovi tende a diventare con gli anni un elenco non ordinato di album che ci sono piaciuti alcuni più altri meno altri chissà perché.

Nuovi formati
DSD, altissima definizione in streaming non sono disponibili, attualmente e penso ancora per molto, 

E la qualità audio?
In questo impianto dipende solo da due fattori: il diffusore wireless (70%, diciamo) e la registrazione (30%). Sul secondo si può fare poco, sul primo, solo cambiarlo tutto, non ce ne sono per ora di upgradabili per singole sezioni (un concetto poco adottato dai produttori di Hi-Fi)

Possibili upgrade
Un impianto che non si può migliorare se non cambiandolo tutto assieme non sarà mai attrattivo per un audiofilo, e questo è poco male, ma rimane il fatto che anche chi ha le maggiori ambizioni di buon suono è "tappato" dall'offerta di casse wireless mentre vorrebbe qualcosa di più.
Il prossimo post è dedicato a quello che si può fare per incrementare la qualità mantenendo però i vantaggi di semplicità dello streaming a due componenti.

giovedì 14 ottobre 2021

L'Hi-Fi sta diventando sempre più complicata

Quando tutti si dotavano di un impianto Hi-Fi, negli anni '70 la "catena", come spesso veniva chiamata allora, era composta da quattro  elementi: giradischi, testina, amplificatore, casse acustiche. Unico accessorio quasi sempre presente: cuffie stereo. Gli impianti di livello più elevato si distinguevano per l'amplificatore diviso in due: pre e finale. Era un mondo semplice.

Ora può essere ancora più semplice, perché i componenti necessari possono ridursi anche a due (ascoltando in Hi-Fi anche meglio del 90% delle catene degli anni '70): casse acustiche wireless e smartphone o tablet con un servizio streaming in qualità CD o HD. Due componenti che in realtà sono solo uno, perché l'altro ce l'abbiamo già (in Italia, dato 2020, il 93% delle persone possiede uno smartphone). Chiamiamolo "impianto zero".

Invece, a comprova che il mondo è sempre più complicato e quello dell'Hi-Fi non fa eccezione, le categorie di componenti sono ora ben di più. Una considerazione che ricavo dagli ultimi EISA Awards, il premio per i migliori prodotti dell'anno, dove le categorie premiate nella sola sezione Hi-Fi sono invece 13 ed in più ci sono numerose sottocategorie (si arriva a 19) per i componenti a cui puntano maggiormente i produttori: casse acustiche e cuffie stereo. Che infatti sono i componenti che possono essere di complemento alla sorgente di musica più comune oggi: lo smartphone o il tablet già citati prima.

Le categorie dell'Hi-Fi 
Secondo la Expert Image & Sound Association ovvero la EISA, per l'Hi-Fi sono queste (ce ne sono altre per l'Home Theater, il video, la fotografia). Seguono alcuni commenti e chiarimenti su cosa c'è dietro a questi nomi.


# # Sotto-categoria Componente premiato
  LoudSpeakers  
1 1 EISA FLOORSTANDING LOUDSPEAKERS Monitor Audio Silver 500 7G
 2 EISA STANDMOUNT LOUDSPEAKERS KEF LS50 Meta
 3 EISA HIGH-END LOUDSPEAKERS Wilson Audio SabrinaX
2 4 EISA WIRELESS FLOORSTANDING L.S. System Audio Legend 40.2
 5 EISA WIRELESS STANDMOUNT L.S. KEF LS50 Wireless II
3 4 EISA HI-FI SUBWOOFER KEF KC62
  Amplifiers  
4 5 EISA STREAMING AMPLIFIER Cambridge Audio EVO 150
5 6 EISA INTEGRATED AMPLIFIER Rotel Michi X3
6 7 EISA POWER AMPLIFIER NAD C 298
7 8 EISA PHONO STAGE Hegel V10
  Music Players & DACs  
8 9 EISA DIGITAL MUSIC PLAYER Bluesound NODE
 10 EISA HIGH-END MUSIC PLAYER HiFi Rose RS150
9 11 EISA DAC Cambridge A. DacMagic 200M
  Turntables  
10 12 EISA BEST VALUE TURNTABLE Pro-Ject Debut PRO
 13 EISA HIGH-END TURNTABLE Thorens TD 124 DD
  Cartridges  
11 14 EISA PHONO CARTRIDGE  
  CD/SACD Player  
12 15 EISA STEREO SYSTEM Marantz Model 30/SACD 30n
  Headphones  
13 16 EISA HEADPHONE SOLUTION Naim Uniti Atom Headphone E.
 17 EISA HEADPHONES Focal Clear Mg
 18 EISA HIGH-END HEADPHONES T+A Solitaire P-SE
 19 EISA BEST VALUE HEADPHONES Sennheiser HD 560 S
                

Le casse acustiche (loudspeakers)
Sono separate in base alla forma tra diffusori da stand e da pavimento (o "a torre") e per la tecnologia in diffusori passivi e attivi, ma questi ultimi solo se wireless. I diffusori attivi non wireless esistono ancora in campo professionale e come near field monitor ma evidentemente non sono considerati commercialmente rilevanti. D'altra parte quello che conta è la progettazione della cassa acustica attiva, non il modo in cui arriva il segnale. Si nota che la Kef è il numero uno con le sue apprezzate LS50 (a ragione, l'ho provata un paio di anni in versione wireless ed è un'ottima macchina da musica) e la scelta del diffusore high-end ricade nella produzione semi-abbordabile di uno dei 3 marchi USA che puntano ad essere il numero uno mondiale.

Le KEF LS50 Wireless II, premio EISA 2021-2022
Amplificatori
Anche qui si trovano semplificazioni nelle possibili sottocategorie, non sono presenti né amplificatori high-end né preamplificatori. D'altra parte chi compra questi componenti difficilmente potrà essere interessato al fatto che è premiato EISA oppure no, sono separati solo in base alle funzionalità digitali, tra streaming amplifier e integrated amplifier.

Streaming Amplifier 
Lo "streaming amplifier" Cambridge Audio EVO 150 è la somma di un amplificatore e di un "network audio player" "music player", preferisce chiamarlo l'EISA). E' inserito tra gli amplificatori, penso, perché il produttore è un rinomato produttore di amplificatori, ma dal punto di vista delle funzioni non è diverso da un network player con un amplificatore interno (ce ne sono diversi). Lo sceglie chi punta ad avere un amplificatore di qualità certa, ovvero ha casse acustiche passive di buon livello e che necessitano di un ampli adeguato.
Cosa fa un "network audio player"? Di base, queste tre funzioni: 
  • connessione via Ethernet e/o wi-fi a servizi streaming in qualità CD/HD (Qobuz, Tidal, Amazon Music) e conversione in analogico i contenuti audio
  • connessione via Ethernet o wi-fi con protocollo UpNP o DLNA a server locali (NAS) per acquisizione e conversione in analogico dei file audio archiviati (e acquistati / scaricati in digital download).
  • interfaccia utente per selezionare e gestire l'ascolto dei contenuti musicali acquisiti via streaming o da server locali, realizzata solitamente con una app proprietaria.
Il Cambridge Audio EVO 150 gode di numerose recensioni molto favorevoli che evidenziano soprattutto la facilità d'uso, ma costa parecchio (3000 $) e ha connessioni wireless solo in Bluetooth.

Integrated Amplifier
Ci aspetteremmo a questo punto di trovare un amplificatore integrato solo analogico ma il Michi X3 della Rotel è in realtà un componente hi-end rispetto al Cambridge Audio con una raffinata e potente sezione di uscita da 350W contro i moduli Hypex in classe D dello "streaming amplifer".
Anche lui però ha la possibilità di accettare sorgenti digitali, grazie a un eccellente DAC interno. Non però sorgenti streaming, avrebbe bisogno di uno stream server (nel complicato mondo digitale esistono anche questi).
Il Rotel Michi X3 e la sua notevole versatilità

Power Amplifier
Il preamplificatore è sparito da tempo perché i modelli solo analogici sono territorio riservato ormai solo agli analogisti puri, ascoltatori prevalenti di vinili e nastri di alta qualità. Il "finale di potenza" continua ad avere però un ruolo anche nel mondo della musica digitale, anche in HT, connesso a un pre digitale che può essere anche un music player (o network player) consente di trasformare qualsiasi diffusore in un diffusore attivo pilotato da un componente di alta qualità. Il NAD è un finale da 300 Watt configurabile a ponte per arrivare a 600 Watt ed è in grado dii pilotare qualsiasi cosa. Utile in stanze molto grandi.

Phono Stage
Anche il pre fono è un componente che potrebbe sembrare confinato al mondo degli audiofili puri, che scansano premiazioni come queste. Ma il grande (più o meno) ritorno del vinile ha fatto nascere una forte domanda di giradischi anche di classe elevata e il pre fono di alta qualità è il componente necessario per dimostrare che il proprietario non è un parvenu, ma sa come deve essere configurato un front-end per il vinile di alta qualità. Il mio sospetto è che l'interesse per il giradischi come puro oggetto tecnologico vintage ma affascinante sia superiore a quello per il vinile e ancor più per la musica che vi è registrata sopra, ma forse mi sbaglio e comunque andiamo fuori tema.

Music Player
La definizione che adotta la EISA è molto generica e indica un componente che "suona musica" quindi praticamente tutti. Normalmente sono chiamati network player o network audio player, ma un termine chiaro e condiviso ancora non esiste.
Il primo componente premiato, relativamente economico, Bluesound Node, l'ho presentato anni fa come sostituto del compianto Chromecast Audio di Google, fa quindi le funzioni streaming server, e potrebbe essere un eccellente front-end per il Michi X3. Può collegare anche NAS e dischi locali contenenti musica digitale, ma curiosamente non supporta il diffuso protocollo DLNA ma altri come il SAMBA. Il motivo è che il Node è un componente adatto anche per realizzare una sonorizzazione multi-room, e pare che il DLNA non sia adatto a questo scopo (comunque lontanissimo dall'Hi-Fi).

Il componente Hi-End Rose RS-150 è invece un vero network player, nel senso che non è solo audio ma anche video. Per la completezza delle funzioni e la qualità di realizzazione e di ascolto o visione  può essere un degno successore dei compianti lettori multiformato Oppo Digital, a un costo però superiore (ca. 4.000 €). Ha veramente tutto, anche un disco interno SSD opzionale ed è accompagnato da una realizzazione di elevato livello, di "lusso" direi, in tutte le sue parti. Naturalmente, come sempre in questo caso, per sfruttare tutte le sue funzionalità bisogna applicarsi un po', come negli smartphone di fascia alta. Mentre un componente come il Bluesound è sostanzialmente plug & play.

Stereo System
E questo cos'è, cosa intendono in EISA per "sistema stereo"? L'erede dei "compatti hi-fi", imitazione in scala ridotta dei componenti della storica catena, fusi assieme (e con una piastra a cassette). Non molto diverso come concetto in effetti: è un'accoppiata amplificatore e lettore multiformato CD-SACD, che però ha a bordo un chipset per suonare anche musica digitale e quindi ha pure le funzionalità di un music player. L'alternativa per chi ha ancora CD e magari anche SACD, e li ascolta. Un po' diverso il costo dai compatti di un dì, l'accoppiata costa circa 7.000 €.

Turntable
Il nuovo status symbol dell'Hi-Fi, ormai onnipresente in serie TV e pubblicità in cui si deve mostrare un ambiente raffinato. L'economico (budget in inglese, suona meglio) è quasi obbligato, in questo campo la Pro-Ject non si batte. Per l'hi-end premiano invece una discutibile operazione commerciale diretta a danarosi interessati a comprarsi una citazione del passato. Infatti è una specie di replica (tipo la Mini BMW o la nuova 500 della FIAT) di uno storico giradischi, il primo della leggendaria Thorens, il TD 124 del 1957 a trazione mista cinghia - puleggia, il concorrente dello storico Garrard 301 a puleggia, oggetto ancora di una forte domanda nel mercato dell'usato. Sarebbe interessante fare una storia delle mode tecnologiche per i giradischi ma ci porta fuori strada.

Comunque il nuovo modello, dallo storico predecessore (come per le auto citate) prende solo la forma, perché dentro è un trazione diretta con tanta elettronica. Sicuramente un buon prodotto, ma gli 8.500 € sono giustificati più dalla forma e dalla simbologia che dalla sostanza.

Cosa ricaviamo, in sintesi, da questa carrellata?
Per prima cosa, che le nuove categorie sono generate da 3 fenomeni degli anni 2000: la musica digitale, la musica in mobilità con gli smartphone, e la moda del vinile.
Da quest'ultima arriva il pre fono (o stadio fono), ormai un componente a parte in quasi tutti gli impianti, anche se gli integrati moderni hanno spesso un eccellente pre a bordo. Dagli smartphone l'esplosione delle cuffie e gli ampli dedicati alle cuffie (un tempo oggetti rari, anche perché tutti gli ampli avevano un'uscita cuffia).

Il digitale invece si è incuneato ovunque, anche nei successori dei lettori CD, negli ampli e nella casse acustiche ora anche wireless. Ma per l'ascolto innovativo e flessibile che la musica digitale consente  abbiamo solo due "music player" entrambi inadatti (per opposti motivi) a riempire il "vuoto" tra uno smartphone o un tablet e le casse acustiche wireless. Ovvero a fornire qualcosa di più come prestazioni e funzionalità, rispetto all'"impianto zero" tutto digitale, unico concepibile per chi ha iniziato a occuparsi di musica nel nuovo millennio.

Sarà il tema del prossimo post, questo ne è un'introduzione.

sabato 2 ottobre 2021

Ma non è che siamo tutti degli impallinati (per gli altri)?

C'è un podcast de Il Post, quello tenuto da Matteo Bordone e che si chiama Tienimi Bordone, che si occupa ogni tanto di hi-fi (caso raro) con una sotto-rubrica chiamata Tanta Fedeltà. E' un sostenitore dell'alta fedeltà per tutti, wi-fi e mini casse attive e simili, e prende in giro garbatamente (ma neanche troppo) gli audiofili tradizionali, cioè noi, o almeno la maggior parte di quelli che leggono questo blog.

Istintivamente avrei voluto scrivergli per ricordargli (non è un inesperto della materia) che solo con i nostri impianti, quelli caratterizzati da due casse acustiche ben posizionate e ben distanziate, a gamma estesa, e con una sorgente di qualità, analogica o digitale, si può apprezzare un suono che possa essere definito ad "alta fedeltà". 

Ma mi sono bloccato il giorno dopo, leggendo su Audiostream, il blog di Sterophile, delle ultime novità del settore, che mi hanno fatto sorgere qualche dubbio. Fino a  questo oggetto che che vedete, pubblicato sullo stesso blog, che mi ha confermato ancora di più che quelli che pensano di noi che siamo degli impallinati fuori dal mondo, forse non hanno tutti i torti.


No, non si tratta di una brillante realizzazione col Meccano di un sogno notturno ad opera di un ragazzino geniale ma un po' fanatico, è proprio un giradischi, in prova. Di alta qualità, supponiamo, perché costa 360.000 dollari. E richiede, per suonare il vinile disposto sul piatto, ancora una testina e un pre-phono di costo (e si spera qualità) coerenti con il suo livello (giradischi OMA K3 e braccio Schröder).

E, qui sta il punto, il proprietario, per il quale 360.000 $ sono come per noi 3.600 € (ma non è questo il punto) è invece come noi, convinto che con componenti sempre più raffinati si  possa  raggiungere il suono perfetto e, soprattutto, di essere in grado di individuare senza incertezze il suo giradischi a confronto, ad esempio,  con  un Pro-Ject RPM-10 da, appunto, 3.500 €.

Gli altri ci vedono così
Tutti ascoltano musica, molti solo associata alle immagini, molti altri anche senza immagini, ma come sottofondo, altri ancora, sempre molti, ma meno, anche da sola e con un minimo di attenzione, ma comunque o con casse attive collegate al PC, o con un unico altoparlante wireless più o meno stereo, o (e sono quelli che ascoltano meglio) con le cuffie stereo collegate allo smartphone, come sorgenti YouTube o Spotify. E vedono tutti noi coi nostri impianti come un unico gruppo indistinto che comprende quelli che cercano di comporre un impianto con il criterio razionale del miglior rapporto qualità / prezzo e quelli che invece puntano a un'irraggiungibile qualità assoluta senza badare al prezzo. E questi ultimi sono quelli che ovviamente colpiscono di più, e caratterizzano il nostro piccolo mondo.

Ma poi, chi sono,  e quanti sono?
Sempre consultando Audiostream e sempre tra i giradischi (l'oggetto più esoterico, perché anche la sua effettiva utilità è da capire) si trovano altri esempi eclatanti, come questo altro giradischi "assoluto", opera di un progettista giapponese, Hideaki Nishikawa in precedenza in Stax e poi in Micro-Seiki e infine con la sua linea di giradischi TechDas: questo è il top assoluto, il modello Air Force Zero, che si porta via (con qualche aiuto, pesa circa 350 Kg) con la discreta somma di 450.000 $, ed è enorme, come si vede rispetto al disco 33 giri. 

Almeno non è esteticamente impresentabile come quello visto prima e, posizionato nella sala, sicuramente può generare un'impressione di potenza (o di follia) verso l'audiofilo che l'ha comprato. E ne esistono di acquirenti, perché nella prova il recensore precisa che la produzione è di 40 esemplari (probabilmente c'è anche un problema di materie prime, il piatto ad esempio è in titanio) e quello che il recensore ha provato ha il numero di serie 18.

Guardando l'immagine non posso non pensare al povero LP al centro, che sembra quasi intimidito dallo spiegamento di forze attorno a lui, sembra che dica "Ma sarò all'altezza?". Uno spiegamento di forze inteso, semplificando, ad annullare la forza di gravità assieme ad ogni vibrazione generata dal fatto che la Terra gira.

Ma sono molti di più
Questa ipotesi la ricavo sempre da Audiostrem, dove è pubblicata anche la rassegna Recommended Components Fall 2021 Edition, dove per ogni categoria (ad esempio, turntables) sono elencati in base ad una scala di valutazione da A+ a E. Solo nella A tra i giradischi ne sono indicati 5 A+ e 15 A. Nella A+ troviamo ovviamente quello con la gru e il modello della TechDas da 350 Kg più un giradischi svedese e il modello "stradale" della stessa TechDas (che si chiama "uno" e che costa solo 100.000-160.000 $ in base all'allestimento).

TechDas Air Force One

Sat XD1

Gli A semplici 
Questi sono di più e alcuni anche abbastanza noti e più o meno abbordabili. Classe A significa "Capable of producing the best attainable sound almost without practical considerations. A Class A system is one for which, with the best recordings, you don't have to make a leap of faith to believe you're hearing the music live". Ovvero il miglior suono ottenibile senza che all'acquirente rimanga alcun dubbio (glielo hanno tolto prima Sterophile e i suoi recensori). Può ascoltare tranquillamente la musica. Ma se comunque gli rimane il dubbio ci sono sempre i "best in class" A+. Seguono alcuni modelli scelti tra i più "esoterici".

AMG Viella Forte Engraved

Bergmann Galder Turntable con braccio tangenziale Odin


Döhmann Audio Helix One

J.Sikora Initial

In questo gruppo ci sono anche modelli sotto ai 10.000 $, tra i quali alcuni ben noti come il Linn Sondek LP12, il Rega Planar 10, lo SME Model 6, il Clearaudio Concept Active e addirittura uno da 2000 €, il MoFi Ultradeck della Mobile Fidelity (qui sotto). Almeno un campione del rapporto qualità / prezzo deve esserci.


Esistono i giradischi ma anche gli audiofili che li comprano
Le immagini che sono pubblicate sopra sono selezionate tra quelli delle case di produzione che neanche io ho mai sentito nominare. Le ho pubblicate solo come esempio di un altro fenomeno noto del nostro mondo Hi-Fi: il numero spropositato di produttori. Non improvvisati, soltanto guardando questi giradischi, che hanno prezzi dai 5.000 ai 30.000 $, si capisce che dietro c'è un lungo studio di progettazione e che la produzione non è banale, richiede alti standard di precisione e un attento controllo qualità, richiede l'uso di materiali particolari e macchinari specializzati. 

Se esistono e resistono da anni devono avere anche un numero di clienti sufficienti a sostenerli, Ma ci sono così tante persone che 1) hanno e comprano vinili 2) cambiano il giradischi 3) sono disposti a spendere più di 5-10.000 $?
L'unico raffronto che posso fare è sul numero di LP venduti in USA l'anno scorso, erano 22 milioni. Quanti per audiofilo? Diciamo in media 5 all'anno, sono 4 milioni, ovviamene con giradischi, quanti lo avranno cambiato con un modello di fascia così alta?
Evidentemente più di quelli che pensiamo.

In conclusione
E' inutile negarlo, il settore dell'Hi-Fi si regge per una parte importante sugli audiofili che, per vari motivi, ritengono appagante per loro comporre un impianto di alto e altissimo livello e anche cambiare spesso i componenti seguendo le mode esoteriche (ed abbandonando quelle non più di moda) e che, soprattutto, hanno mezzi sufficienti per farlo. 
Per gli audiofili interessanti all'ascolto migliore possibile, da raggiungere però compatibilmente con le proprie priorità e le disponibilità finanziare e di spazio, l'offerta si restringe sempre di più ed è limitata a sempre meno marchi (come B&W, Kef, Rotel, Marantz ecc.) che producono ancora componenti per loro. Interessante osservare a questo proposito che la nota rivista online TNT-Audio, che ha come target questo tipo di audiofili (come anche questo blog) popone da anni come soluzioni alternative l'usato, la scoperta della qualità di nuove tecnologie nate economiche come la classe D e T, e il DIY (do it yourself) in varie modalità.

In conclusione, chi ci osserva da fuori difficilmente è interessato a entrare nel nostro mondo, non c'è un'offerta attraente per loro, e le stesse case tradizionali citate prima allargano sempre di più l'offerta al "loro" modo di sentire la musica (wireless speakers e cuffie) e l'offerta nella quale possono invece incappare più facilmente è quella esoterica e fuori dal mondo di cui ho dato diversi esempi in questo post.
Niente di più facile che ci considerino semplicemente degli impallinati.

Note
Non ho messo i link alle recensioni dei giradischi citati perché possono cambiare, ma si trovano tutte, per i curiosi, sul citato blog Audiostream, basta inserire nella ricerca Google:
<nome componente> site: www.stereophile.com
 

martedì 7 settembre 2021

Diffusori acustici elettrostatici, oggi

La tecnologia elettrostatica per la diffusione del suono è senza dubbio più lineare e quindi più fedele della tecnologia tradizionale usata per gli altoparlanti. Avevo già riassunto i vantaggi di questa tecnologia l'anno scorso nel post che presentava la prova delle mie nuove cuffie elettrostatiche Stax SR-L500 e quindi non lo ripeto qui. Ricordo solo che un altoparlante elettrostatico senza particolari accorgimenti raggiunge tutti i parametri di riproduzione fedele del suono che richiedono invece equilibrismi tecnici per gli altoparlanti dinamici. E difatti, se provate a leggere una prova a caso di un sistema elettrostatico è sempre entusiastica. In questo post provo quindi a rispondere a una domanda che mi pongo da tempo: perché i diffusori elettrostatici in commercio (evitiamo di chiamarle "casse" perché la cassa proprio non c'è) sono così pochi?

Le due famiglie di diffusori elettrostatici
Si dividono in due grandi famiglie, elettrostatici full range ed elettrostatici ibridi. I secondi esistono per superare i due unici ma non secondari problemi dei diffusori elettrostatici: la risposta sulle basse frequenze e la dinamica. Non avrebbero in teoria problemi a garantire una risposta sui bassi vicina alla quasi perfezione come le cuffie, ma servirebbe una superfice molto grande, e quindi un costo e un ingombro considerevoli. Le ibride sono quindi la classica soluzione di compromesso.

Il primo diffusore elettrostatico prodotto in serie è stato il modello ESL 57 della inglese Quad. E' stato presentato proprio nel 1957 e in quegli anni i dischi erano ancora mono, così come la trasmissione FM (che probabilmente stanno ascoltando con il componente sempre Quad che si vede in basso a sinistra). Ed infatti il diffusore davanti a marito e moglie era uno solo.

I produttori
Una ricerca approfondita ha consentito di appurare che sono veramente pochi, e solo alcuni hanno una distribuzione (e assistenza) in Italia, la maggior parte sono in vendita con la formula "ship worldwide" nel senso che li compri online e li spediscono a casa tua, se poi qualcosa non va li rispedisci a loro per la riparazione. Una cosa che si può anche fare, anche alcuni produttori italiani lo fanno, come Audio Analogue, di cui sono cliente, ma se il trasposto nazionale è gratuito (come per AA) e se le dimensioni sono ben altre. In sintesi al momento le case produttrici sono:

  • Full range distribuite in Italia
    • Quad (UK - High Fidelity Italia)
    • Audio Exklusiv (Germania - Acme Eletcronic)
  • Full range disponibili "ship worldwide"
    • Audiostatic (Olanda, USA)
    • Involve Audio (Australia)
  • Ibride distribuite in Italia
    • Martin Logan (USA - Audiogamma)
  • Ibride disponibili "ship worldwide"
    • Janszen (USA)
    • Muradio (Canada)
    • Sanders Sound Systems (USA)


Martin Logan

La soluzione ibrida sembra il miglior compromesso, se realizzata con cura, e difatti Martin Logan è tra i produttori mondiali con ampia diffusione e ampia gamma ed è sicuramente il numero uno, quasi monopolista, tra i produttori che usano pannelli elettrostatici. Nel corso del tempo hanno messo a punto soluzioni tecniche che consentono una buona fusione tra frequenze inferiori riprodotte dai woofer e frequenze medio alte a dominio elettrostatico. Nei modelli più recenti di fascia alta adottano la soluzione di due woofer in controfase per minimizzare le vibrazioni indotte dalla riproduzione dei bassi sul mobile, e che influenzano la sottilissima membrana all'interno delle celle elettrostatiche, che crea il suono. In più, per linearizzare la risposta, adottano la correzione ambientale digitale, in particolare hanno scelto quella di Anthem (ARC, Anthem Room Correction) con la sezione bassi attiva. In questo modo anche in ambiente si può godere alle basse frequenze la stessa precisione e lo stesso dettaglio (o quasi) che si apprezza con le cuffie elettrostatiche. Il costo ovviamente non è basso ma neanche esagerato, i tre modelli ARC vanno da 7500 a 16.000 Euro, a dimostrazione che sono un'azienda industriale e non artigianale.  (Nella immagine promo il modello top della serie "masterpiece" di Martin Logan  il Renaissence 15A).

Le Martin Logan sono quindi, leggendo le recensioni, ottimi diffusori al livello dei migliori competitori della stessa classe, e raggiungono un'eccellente coerenza tra medi e alti grazie alla tecnologia elettrostatica, senza penalizzazioni sui bassi. La mia impressione però è che non raggiungano l'obiettivo di ricreare il "suono elettrostatico in ambiente". Solo una impressione perché pur volendolo fare da anni non sono mai riuscito a sentirle, in mostre e negozi mai viste, nonostante la distribuzione in Italia. 

Quad 
La casa inglese (ora non saprei) dai molti estimatori negli anni '70 è stata pioniera assoluta della tecnologia elettrostatica, con la celebre ESL 57, del 1957, ovviamente. Un unico pannello elettrostatico a gamma intera, opportunamente curvato e inclinato per garantire una realistica diffusione in ambiente se correttamente posizionate. Come la LS3/5A della BBC è rimasta un classico e tuttora vengono ricondizionate e vendute come nuove ad appassionati che le ritengono un esempio forse insuperato di suono elettrostatico (diretto, trasparente, originale) in ambiente.
Conviene soffermarci un po' sulle ESL 57 perché sono un esempio di quello che si può ottenere con i pannelli elettrostatici in ambiente, e quali limitazioni si devono accettare. Faccio riferimento ad alcune credibili descrizioni su blog specializzati e alle impressioni di un amico di anni fa perché ovviamente sono ancora più difficili da trovare per ascoltarle.

Molte aziende propongono tuttora la ESL 57 ricondizionata o anche praticamente ricostruita, come questa del laboratorio tedesco Music-Shop.

Le mitiche Quad ESL 57
Partendo dalla fine, questa è la testimonianza per il suo blog Medialux di un noto appassionato che possiede tra le altre cose un paio di ESL 57, perfettamente ricondizionate in Germania dalla società partner di Quad all'epoca:

"Il palcoscenico virtuale è sorprendente, i diffusori sembrano sparire. La banda media è naturale  e l'immediatezza e l'attacco pulito degli elementi percussivi nella nostra musica a volte ci fa saltare. La pellicola leggera come una piuma utilizzata all'interno dei diffusori ha una massa così bassa che non avvertiamo quasi alcuna compressione all'inizio di un nota o di un evento percussivo. Sono sorprendentemente veloci: il modo come reagiscono ad uno schiocco di dita, un attacco di pianoforte o un colpo di un rullante è incredibile. Ascoltare un paio di Quad ESL 57 con un posizionamento di tipo monitor a distanza ravvicinata è come utilizzare un gigantesco sistema di cuffie Stax senza lo svantaggio della localizzazione del suono che si crea nella tua testa, un problema tipico della maggior parte delle cuffie. La pulizia e la coerenza della musica ci spinge ad ascoltare per ore."

Ancora una ESL 57 in un ambiente moderno. Anche in questo caso sembra comunque più che altro un curioso oggetto di arredamento dalle finalità ignote, perché non si vede traccia del cavo di alimentazione, che invece per questi diffusori (come si intuisce dal nome) è proprio necessario.

E' importante però conoscere il prezzo da pagare per raggiungere questo risultato:

  • la collocazione in ambiente: nessun ausilio con correzione ambientale, per ottenere bassi sufficienti e collocazione spaziale il posizionamento deve essere quello pensato da Peter Walker, il fondatore e primo progettista della Quad, quindi: 
    • ascoltare seduti in basso, su una chaise longue o qualcosa di simile, le ESL 57 sono basse e inclinate per sfruttare la riflessione del pavimento per incrementare la risposta sui bassi, non vanno sollevate, dobbiamo abbassarci noi;
    • ascoltare da soli, devono essere orientate precisamente verso l'ascoltatore, al vertice del triangolo stereo, non c'è posto per altri;
    • devono essere lontane, molto lontane dalla parete di fondo (a 1/3 della lunghezza della stanza, dicono), perché le elettrostatiche emettono a dipolo (anche dietro ovviamente) e la musica si diffonde come un 8, la riflessione posteriore deve tornare in fase a potenziare i bassi e non sporcare i medi, e non devono neanche essere troppo vicine alle pareti laterali
  • la collocazione ideale deve essere trovata per tentativi, usando anche rumore bianco o audio test su frequenze specifiche, solo con la collocazione, la pazienza e tutto il tempo necessario si ottengono i risultati descritti
  • niente amplificatori potenti, possono forare letteralmente la membrana in mylar, ha un limite di corrente, ma neanche amplificatori con problemi su carichi difficili, sono poco efficienti (84dB) e difficili da pilotare; l'amplificatore Quad progettato per loro era un 15W a stato solido
  • l'ascolto può essere solo "near field monitor", a massimo 2 metri o poco più dai diffusori per i limiti sopra citati, a questa distanza si può avere infatti ancora una pressione sonora fino ai 100dB, sufficiente per molti generi di musica
  • ma non tutti, con le ESL 57 si può ascoltare jazz acustico, folk, voce, classica e anche orchestra, ma non la grande orchestra tonitruante, e meno che mai metal, hip hop e simili (ma sarebbe un pazzo chi avesse questa idea)
  • diffusori non universali, simili nei pregi ma anche nei limiti ai mini diffusori mitici come le citate LS3/5A, le Sonus Faber Minima, le ProaAC Tablette, adatte a solo chi vuole accettare questi limiti (o ha due impianti).
Sul web si trovano molti esempi di collocazione totalmente errate. Questa ad esempio, per due ESL 57 perfettamente conservate, è la negazione di tutte le regole per un corretto ascolto riassunte prima e messe a punto dal blogger appassionato  Ekkehard Strauss per il suo blog Medialux

I successori
I diffusori full range successivi e quelli attualmente prodotti si sono posti invece un obiettivo più ambizioso, cioè superare queste limitazioni e portare il suono elettrostatico a chi non accettava una riproduzione limitata a pochi generi e "personale". Lo ha fatto la stessa Quad con il successivo modello 63 poi evoluto ma mantenendo lo stesso progetto di base, nei modelli  988/989 (che ho ascoltato anni fa, in condizioni però non ottimali), poi 2805/2905 e infine 2812/2912 tuttora in produzione, Lo hanno fatto molti altri inclusa la stessa Stax e mi piace ricordare anche un diffusore a suo tempo famoso,  l'Acoustat X, elettrostatico attivo con ampli a valvole di notevoli (ma non grandissime) dimensioni, di cui ricordo (come molti) le eccellenti prestazioni, ma poi sparito e anche difficile da trovare per via della produzione certo non di massa.

Il risultato di molti anni di tentativi (molti altri ce ne sono stati) di rendere le elettrostatiche full range una scelta presa in considerazione da un numero di appassionati significativo, non è stato mai ottenuto da nessuno, possiamo concludere che l'unica soluzione che è riuscita ad avere un mercato è quella ibrida di Martin Logan. La motivazione probabilmente è che nessuno di questi modelli è riuscito a creare e dimostrare quella discontinuità dalla casse acustiche tradizionali che fa superare i limiti e decidere di salire il gradino. Come la ESL 57, che difatti è ancora cercata dopo decenni.
 
Le Quad ESL 63 (progettate nel 1963 ma messe in produzione nel 1981) in un'altra installazione in ambiente totalmente assurda individuata dal web.

L'unico successore moderno delle ESL 57?
A parte le Quad ESL 2812 e 2912 che sono ancora presenti nel catalogo Quad, e non so quanto effettivamente promozionate e vendute, si nota la presenza di un sistema elettrostatico "basic"  progettato anni fa dalla piccola società olandese Audiostatic. Un semplice pannello di dimensioni non grandi, un trasformatore, rifiniture spartane e costruzione solo sufficiente allo scopo di tenere il pannello in verticale, con due modelli SP-100 (altezza1,36 mt) ed ES-100 (1,88 cm) e presentazione spartana pure sul sito web (vedi foto della SP-100 a lato). Il primo, che dal sito sembra l'unico rimasto in produzione, dal costo tutto sommato accessibile (2.990 €) , l'altro in USA nel 2011 costava 3.400 $.

Di questi diffusori, del modello più grande, si può leggere una prova molto positiva sul blog di Stereophile (link) ma risale a 10 anni fa e anche dal sito non si capisce se sono ancora sul mercato oppure no. Se fosse ancora in produzione l'SP-100 consentirebbe di ricreare molto probabilmente una qualità del suono simile a quella descritta prima per le Quad ESL 57, adottando tutte le indicazioni sulla corretta collocazione, con maggiore resistenza ai danneggiamenti del pannello e quindi maggiore volume di suono, grazie all'adozione di tecniche di costruzione del pannello elettrostatico aggiornate.

I due modelli della Audio-Exklusiv sono sicuramente ancora prodotti e acquistabili e hanno anche un distributore italiano. Sono pannelli più alti (ca. 2 metri) e costosi (P 3.1  € 8000 / P6.1  €17.000 ), richiedono una stanza molto grande e amplificazioni potenti. Non sembrano molto diffuse pur essendo in produzione da molti anni con successive evoluzioni. Si trova solo una recensione (Dagogo) peraltro non del tutto positiva. Non sembrano in grado di recuperare lo scarso interesse degli appassionati per il suono elettrostatico nella propria stanza della musica.

E gli altri?
Per vari motivi sembrano di scarso interesse e li ho elencati solo per completezza. O sono di progetto superato (Janszen) o indirizzate all'home theater (Involvo) o una variante poco convincente delle Martin Logan (Muradio) o un produttore locale e artigianale (Sanders)

Qualche altro esempio di errata collocazione in ambiente?
Non mancano certo, ecco l'immagine promozionale scelta dalla Martin Logan per il loro modello di punta Masterpiece Renaissance 15A (citato prima e recensito anche da Audio Review alcuni mesi fa).

 

Come acquistare un impianto da decine di migliaia di €  per guardarlo e basta, A parte l'assenza di qualsiasi cavo di collegamento e di alimentazione che avrebbe distrutto l'algida perfezione del pavimento e dei mobili, si nota la presenza di vetri riflettenti a pochi decimetri da potenti diffusori elettrostatici a dipolo e, per non farsi mancare nulla in termini di riflessione, anche un grande tavolo di vetro davanti. Hanno molta fiducia nella room correction ARC presumo, ma purtroppo agisce solo sui woofer. Se mai i "capolavori" della Martin Logan fossero collegati la padrona di casa ne chiederebbe probabilmente lo spegnimento immediato, se non la rimozione.


domenica 5 settembre 2021

Un impianto vintage

A causa di alcuni incastri famigliari sarò per alcuni mesi in un'altra casa, la casa dei miei genitori, dove è ancora installato il vecchio impianto che avevo quando sono andato a vivere nella mia prima casa a fine anni '80. E' comunque un impianto Hi-Fi e ho deciso di accontentarmi di questo, piuttosto che spostare, installare e riconfigurare il mio impianto attuale. Ho pensato che sarebbe stata anche un'occasione per confrontare il suono di un impianto anni '70-'80 con uno di oggi.

L'impianto vintage
Era basato su un classico trittico dell'epoca: Thorens, Yamaha, AR., in particolare: Thorens TD 104, Yamaha A-550, AR 48S. Componenti quindi di classe media e coerenti con il mio primo stipendio, come impatto economico, ma seguivano lo schema dell'impianto messo insieme negli anni a casa dei miei, composto da Thorens TD 166, Yamaha CA-600 e AR 3a. Sarebbe stato sicuramente più interessante, ma l'ampli e le casse sono da revisionare. Dato che a suo tempo non si parlava proprio di cavi, aggiungo anche che in questo impianto sono ancora quelli dei primi tempi, il classico doppino rosso-nero di piccolo diametro, e lunghezza è significativa, quasi 10 mt.

L'installazione in ambiente
A differenza della mia casa che sconta alcuni vincoli da palazzo d'epoca, è quasi ottimale: l'impianto è in un salone molto grande, di forma regolare di rettangolo, le casse acustiche sono montate su piedistalli ai due angoli, ad ampia distanza tra loro, mobili, divani e tappeti sono  ben distribuiti e dovrebbero garantire un buon bilanciamento tra riflessione e smorzamento. Le casse sono vicine agli angoli e questo dovrebbe portare a un rinforzo sui bassi, ma la posizione non è estremamente critica, essendo diffusori a sospensione pneumatica.

L'ascolto, come
Il giradischi non è esattamente il vertice della produzione Thorens, il pre-phono compatto NAD che ho l'ho prestato da tempo a mio fratello, dovrei quindi usare quello dell'ampli che non è eccelso, la testina è da cambiare (attualmente è montata un'Audio Technica economica), i miei LP non li ho portati qui e quelli di mio padre che sono qui non sono molto attuali. Risultato: non ascolto con il giradischi (e neanche con la vecchia piastra a cassette, il lettore CD non c'è) ma con Chromecast Audio collegato all'ingresso Aux per trasmettere da Qobuz album in qualità CD o in HD.

Impressioni d'ascolto
Questo è lo scopo della prova, verificare se un impianto vintage ha ancora un significato, se ci sono differenze consistenti (in meglio o in peggio), se addirittura si riesce a cogliere qualche vera o presunta emozione nuovo in questo suono dal passato, anche se non totalmente analogico.

I primi ascolti sono stati fatti con musica pop e rock, la grande stanza era ben riempita di suono, la collocazione buona, insomma, funziona. Poi sono passato ad ascolti più mirati, di jazz acustico (Bill Evans Trio) e qualcosa che non andava è emerso subito: collocazione spaziale falsata (batteria e piatti che sembrano provenire da dentro la cassa sinistra) e contrabbasso di Scott La Faro quasi inudibile.
Il componente più debole era probabilmente l'amplificatore, anche perché soggetto maggiormente alle ingiurie del tempo e mai revisionato, e l'ho sostituito con il mio ampli precedenti, un componente sicuramente superiore il Fase Evoluzione Audio Performance 1.0 progettato da Fabio Serblin, un valido prodotto italiano, un po' carente come potenza  (40W) e si sentiva con la classica alzando il volume, ma piuttosto valido per gli altri parametri. 

E le cose sono andate a posto, evidentemente qualche condensatore da cambiare o qualche altro elemento da revisionare c'era. Quindi il trio correttamente disposto, il contrabbasso ritornava ad essere presente nella stanza,, le casse sparivano e la ricostruzione spaziale, anche con altri brani risultava corretta, anche se non in profondità causa sistemazione dei diffusori.

Poi sono passato all'ascolto di uno dei miei brani test preferiti, All Or Nothing At All di Diana Krall, che inizia con solo la sua voce e il contrabbasso di Christian McBride, registrazione eccellente che consente di mettere subito a fuoco due classici punti deboli di un impianto. Qui il contrabbasso netto e potente senza code se non quelle naturali dello strumento, confermava l'efficacia della sospensione pneumatica, colpevolmente semi abbandonata dai produttori attuali. Ma la voce di Diana Krall suonava diversa, apparentemente più aspra, ma, ascoltando con più attenzione, era perché mancavano quelle sottigliezze, sfumature, impercettibili respiri che la rendevano naturale e presente negli ascolti che ricordavo. Come una foto ad alto contrasto dove si perdono i mezzi toni. E anche in questo caso la differenza la facevano le AR 48S, con il loro tweeter datato e soprattutto con un midrange a cono abbastanza cheap anche per l'epoca. Sicuramente loro perché il Performance 1.0 con quel brano e con le Kef l'avevo ascoltato molte volte. O magari saranno proprio i cavi? Sarebbe un po' costoso verificarlo, ma sarebbe da provare.

Continuando negli ascolti ho però avuto altre sorprese, ad esempio con una nuova uscita dedicata alla immensa Aretha Franklin, che raccoglie in più "CD virtuali" un'ampia selezione della sua amplissima produzione (esclusi stranamente i due suoi brani che preferisco: Save Me e la semi-sconosciuta Sweet Bitter Love) e in HD, spesso in mono. Qui in una sua notevole interpretazione (A Change Is Gonna Come) registrata in mono, la voce era sempre un po' troppo squillante, ma un alone di ambienza creato apparentemente da un impercettibile eco rendeva l'esecuzione particolarmente realistica e la presenza e autorità della regina del soul ricreata davanti a noi. E ancora più sorprendente una demo di Try A Little Tenderness, probabilmente di metà anni '60, con solo la sua voce, piano e basso, estremamente realistica, la regina era davanti a me nella sala;  forse, anzi quasi certamente, perché era il nastro originale, prima della masterizzazione.

In sintesi
Oltre che rispondere a qualche curiosità, qualche conclusione posso provare a ricavarla.
Impianto vintage o ultima generazione: la prima conferma è che la collocazione in ambiente fa come sempre una gran differenza e aiuta anche impianti con qualche pecca a darci sensazioni ed emozioni da vera alta fedeltà. Tecnologie d'annata: l'alta fedeltà sfida il tempo abbastanza bene e qualche tecnologia abbandonata può riservare sorprese gradite. Impianto di ultima generazione, tecnologie allo stato dell'arte: il tempo non è passato invano, sono sempre da preferire avendone la possibilità (ma attenzione al layout).

domenica 22 agosto 2021

L'importanza della registrazione

Sul penultimo numero di Audio Review è pesentato in prova un sistema di amplificazione pre+finale, il modello L1+M1 della CH Precision, un'azienda svizzera, dal costo di di listino di 82.700 € e dal peso di 95Kg, e non è neanche il prodotto di maggior prestigio e costo, perché hanno in catalogo anche  una coppia superiore, L10+M10. Potete immaginare che anche il resto dell'impianto dovrebbe essere dello stesso livello e quindi l'impegno economico, per chi lo acquista (qualcuno ci sarà per forza, altrimenti non produrrebbero questi oggetti dal 1996), sarà almeno il triplo.

Eppure neanche il possessore di questo impianto si sarà assicurato in queso modo l'accesso al Nirvana dell'alta fedeltà, perché esiste un fattore che non può comprare.

La qualità della registrazione
Non è l'unico elemento esterno all'impianto, c'è anche la stanza d'ascolto, un vincolo difficile da modificare e ottimizzare per i comuni mortali, ma che l'ipotetico proprietario del super impianto può certamente attrezzare al meglio oltre che possedere di dimensioni adeguate. Questo invece è fuori portata per chiunque, a meno che la musica da ascoltare sia auto-prodotta.

Ho fatto queste considerazioni un paio di settimane fa, quando ho terminato l'assai piacevole compito di riascoltare dopo qualche anno i 6 concerti tenuti in 3 giorni al Blue Note di New York, nel 1994, dallo storico trio di Keith Jarrett, con i formidabili compagni di una intera vita musicale: Gary Peacock e Jack De Johnette.

Keith Jarrett non suonava più in USA da 11 anni e il Blue Note aveva organizzato per questo evento due concerti al giorno, pomeriggio e sera, da venerdì a domenica, riorganizzando lo spazio da club a platea (seppur limitata). I fortunati presenti hanno avuto l'occasione di ascoltare probabilmente la migliore performance del più importante trio di jazz contemporaneo, che ha presentato brani nuovi e reinterpretato brani già eseguiti ma sempre in modo diverso da quello già conosciuto. Keith Jarrett ha portato infatti l'improvvisazione alla sua vera essenza come sappiamo, e il formidabile interplay con i suoi compagni al basso e alla batteria ha consentito di estendere questa capacità e questa arte anche al trio, portandolo allo stesso livello, anche superiore forse, a quello del "maestro" Bill Evans con i suoi compagni Scott La Faro e Paul Motian al Village Vanguard di New York.

La ECM, la casa discografica di Jarrett, registrava sempre i suoi concerti per pubblicarli poi in molti casi su disco, ed ha affidato la predisposizione del set all'ingegnere del suono che aveva curato la ripresa di molti altri concerti per la ECM, il norvegese  Jan Erik Kongshaug, che era anche un musicista, chitarrista e compositore, e che è considerato uno dei più grandi esperti del settore, con all'attivo 4000 produzioni, di cui 700 con l'etichetta di Manfred Eicher.

Siamo nel 1994, l'alta definizione non è ancora uno standard per la registrazione in studio e dal vivo, e tutti i set sono stati quasi certamente registrati in qualità standard, quindi 16/44.1, come si deduce dal fatto che non sono disponibili in nessun formato in risoluzione superiore (quelli di Bill Evans di molti anni prima sì, ma perché sono stati convertiti da nastro). La differenza però la fanno la qualità del set microfonico e soprattutto la maestria del sound engineer, che riesce a catturare nel modo più naturale i tre musicisti e ogni sfumatura del suono dei loro strumenti, ma anche gli applausi del pubblico, rendendo queste registrazioni un esempio più volte citato, un riferimento.

La musica fa la sua parte
Come anticipavo sono 6 concerti su 6 CD, ognuno con brani diversi, che seguono all'incirca lo stesso schema, standard reinventati, altri spesso ma non sempre del loro repertorio, a volte su tempo lento e più spesso con un marcato swing e tempi svelti a rimarcare anche il virtuosismo del trio. Grande spazio per la ritmica, assoli molto musicali e poco esibizionisti sia di Peacock che di De Johnette,

Una autentica goduria per un appassionato di musica, ma anche per l'impianto che, se ben assemblato e installato, mette in luce la potenzialità della tecnologia stereofonica, con gli strumenti e la loro timbrica ricostruita a livelli che possiamo giudicare senza dubbio "altamente fedeli", e in più la ricostruzione spaziale, certamente migliore di quella percepita da buona parte del fortunato pubblico di 26 anni fa, perché in maggioranza non stavano come noi al centro della platea e senza altri spettatori davanti.

Ricostruzione spaziale eccezionale con Jarrett a sinistra col suo piano e a volte con il suo canticchiare mentre segue il suo flusso creativo (non molto in evidenza per fortuna in queste registrazioni), Peacock al centro e De Johnette sulla destra, ma più espanso in larghezza. E, se l'ampiezza della stanza d'ascolto lo consente, anche un'ottima ricostruzione in profondità, con la posizione leggermente arretrata del contrabbasso e l'estensione della batteria.

Va bene, ma cosa c'entra con il super-impianto?
C'entra perché purtroppo non tutte le registrazioni sono a questo livello, altrimenti questa non sarebbe così celebrata (e non lo sarebbero quelle della ECM in genere). Ci sono quelle addirittura low-fi, come l'album di certi Bon Iver dedicato a una certa Emma, gruppo pompatissimo dalla critica anni fa, rivelatosi in realtà solo un mix di noia e presunzione (uno dei miei ultimi incauti acquisti, prima di verificare sistematicamente le recensioni grazie allo streaming su Qobuz) ma più spesso sono semplicemente non al top su vari parametri, anche nel jazz e nella classica, ovvero nella musica soprattutto acustica, per la quale un riferimento esiste.
Se poi ci allontaniamo e arriviamo ai molti nuovi generi, hip-hop. rap, trap, metal ecc. è proprio il concetto di fedeltà che perde di significato e si passa all'estetica dell'ascolto, cioè a come piace di più che sia riprodotta quella musica, e il super-impianto può essere perfino deludente, anche perché la registrazione non è pensata per lui.

Quindi a chi servono i super-impianti?
A parte l'esibizione muscolare della propria potenza economica (che non ci interessa e penso che sia rarissima nell'hi-fi) hanno comunque una limitazione riguardo alla qualità di registrazione e al genere. Consentono di raggiungere il nirvana musicale, ma è sempre un nirvana con limitazioni, quindi un non-nirvana che spinge ad ascoltare solo un piccolo sotto-insieme della musica. Potendo, per chi ascolta musica a 360 gradi o quasi, la soluzione ideale sarebbe avere due-tre impianti con caratteristiche diverse.

domenica 9 maggio 2021

J River MC: migrazione a un altro PC e libreria video

Nel precedente post con la prova di J River Media Center, il popolare software per la gestione (e l'ascolto) della nostra libreria musicale digitale, non avevo trattato queste esigenze e queste funzionalità, che si aggiungono a quella più consueta di libreria musicale. Ne ho fatto esperienza, assieme all'utilizzo e riferisco qui.

La migrazione della libreria J River
E' un'esigenza indiretta, perché dopo anni di onorato servizio ho mandato in pensione il mio vecchio Mac Mini. Pur se di prestazioni non comparabili ai nuovi era sufficiente per il carico non elevato rappresentato dalla riproduzione della musica (anche in HD e DSD). Il fatto è che, essendo proprio uno dei primi modelli, la seconda serie, del 2006, le ultime versioni del MacOS non erano più supportate da anni, così come molte applicazioni che uso (Fidelia per esempio, o il player Qobuz). Non così J River, che però era bloccato alla versone 24 (ora è alla 27). E' l'obsolescenza dei PC, che non dipende quasi mai dall'hardware ma quasi sempre dal software. I componenti elettronici non avevano questi problemi. Il mio sintonizzatore Kenwood per esempio, che è del 1978, continua a funzionare perfettamente con zero manutenzione e a mostrare sul display una data di 43 anni dopo, che mai avrebbe supposto di raggiungere. Il problema qui però è che nel frattempo sono sparite le radio FM stereo che trasmettono in analogico.

Ma torniamo alla migrazione, che è un'operazione molto semplice ma non automatica. J River indicizza i file audio su una o più librerie, in pratica crea un data base con le informazioni legate ai brani e agli album. I file audio non erano nel Mac Mini ma in un disco eserno e quindi la migrazione dei contenuti è senza problemi. La libreria era necessario solo copiarla sul nuovo Mac (che è un modello usato, di fine 2014, l'ultimo con l'utilissimo ingresso digitale) e, dopo le installazioni, l'aspettativa era di rivedere sul nuovo Mac la libreria di 1.200 album esattamente come l'avevo lasciata.

E' andata effettivamente così. Quasi. Perché gli album c'erano tutti, la musica suonava, ma di parecchi album era sparita la copertina, Che, nel mondo digitale non servirebbe, ma per noi umani che usiamo le librerie digitali pare invece irrinunciabile (e così è, anche per me). Ricostruendo la situazione ho verificato che nelle directory di molti album l'immagine della copertina non c'era. Effettivamente avevo usato spesso per comodità e rapidità la comoda funzione Cover Art > Get from Internet. Le immagini erano comunque archiviate nella libreria-DB e quindi pensavo che sarebbero tornate fuori.
Invece, probabilmente le librerie erano in una diversa posizione nelle directory del disco o in più librerie separate (bisognerebbe conoscere in dettaglio l'architettura software di J River) e i link non funzionvano più.

Risultato: ho dovuto ricercare e copiare di nuovo qualche centinaio di copertine. Non ho usato più la funzione citata prima, e le ho invece caricate nelle directory di ogni album. Nel caso di una futura migrazione così non dovrò rifare queso lavoro (J River le trova auomaticamente con la funzione Quick find file in directory), non ci è voluto molto e facendolo ho anche sisemato alcune anomalie nell'architettura dei file, ma avrei preferito fare altro. Quindi, uniche avvertenze:

  • fare sempre  i backup delle librerie J River
  • segnarsi il path delle directory che contengono le librere e replicarlo
  • adottare come regola quella di completare ogni directory che contiene le tracce audio con la immagine della copertina.
La libreria dei film come è presentata su J River MC. Qui è aperta da un iPad con la app J Remote, che consente in questo caso di vedere i film direttamente sul tablet oppure di comandarne la visione sul monitor TV

La libreria video
L'avevo provata a suo tempo ma mai completata, ora l'idea era di raccogliere e avere una vista d'insieme di tutti i film su DVD o su file, e di poterli vedere immediatamente dal Mac Mini (il cui schermo è il monitor TV di casa). Confidavo anche sulle funzionalità più avanzate della nuova versione.
I film erano nei più vari formati, molti da Divx o XiVD in genere AVI, a volte MP4, quindi compressi e di varia provenienza. Altri copie dei miei DVD con DVDShrink (eccellente applicazione un tempo free, ora dall'incerto presente) quindi non compresse o compresse poco (solo per entrare nel DVD di copia).
Queste ultime erano su file ISO. E qui arriva il primo problema: J River riproduce senza problemi file ISO con contenuto musicale ma non con contenuti video. Avevo trovato le istruzioni per insegnarli a farlo, ma ho scoperto poi che valgono solo per la versione Windows.

Parentesi: Tentativo con Kodi
Ho cercato quindi un'alternativa, che abbondano, ma possibilmente free. Per esempio la celebre Kodi, che pare essere la preferita nel settore. Non capisco come mai, visto che è un'applicazione assurda, per cominciare è l'unica che conosco che prende un controllo esclusivo sul PC. Nel senso che quando parte nessun altra funzione del PC è accessible, l'unico modo per recuperarlo è chiudere Kodi. Se arriva una email non la possiamo vedere (neppure la notifica) se vogliamo cercare qualcosa sul web dobbiamo prendere l'iPhone o l'iPad. Poi ha la solita interfaccia semplificata per fare senza problemi (o quasi) le funzioni che secondo i programmatori di Kodi sono standard. Per le altre bisogna cercarle sul web (spegnendo Kodi e rientrando) e non è facile e immediato perchè di infomazioni ce ne sono molte e riguardano versioni diverse, magari, vecchie.r
Infine anche qui, il problema copertine (senza la visione delle copertine che libreria sarebbe? a questo punto basterebbero le direcory di Window o MacOS). Quando va bene (film USA in genere) le trova automaticamente anche con un'ampia scheda informativa in inglese. Quando non le trova bisogna fare più operazioni e perfino ingannare l'applicazione cambiando il nome del file se Kodi si ostina ad esempio a presentare un film indiano al posto di un film francese perchè ha lo stesso titolo (Welcome).

Si torna a J River MC
Dove l'obiettivo non è creare un'applicazione che fa tutto da sola, ma un'appicazione con tante funzioni e che prevede un comando chiaro per ogni funzione a disposizione dell'utente umano. E così locandina e informazioni sul film si possono trovare semplicemente con il comando Quick find film or TV inserendo il titolo nella lingua originale o in italiano, e i tag descrittivi si possono modificare singolarmente. Si costruisce così con facilità una libreria organizzata e facilmente consultabile e usabile e che si presenta come si vede nella prima immagine. 

Vedere i film in formato ISO su J River
Poichè i DVD trasferiti su PC sono tipicamente cog,nvertiti in formato ISO, torniamo al problema della visione dei file ISO, che in J River Mac ho scoperto si può anche aggirare (per J River Windows è invece previsto). Aggiungendo tra i tipi di file da importare anche "data" J River importa nella sua libreria video anche i file ISO. Cliccando sul film J River apre il file ISO e ne mostra il contenuto.

Un file ISO è un contenitore e contiene in questo caso due folder: AUDIO_TS e VIDEO_TS (TS sta per Title Set), il primo è previsto per i DVD-Audio, quindi è vuoto, il secondo è il film, archiviato in alcune decine di file con estensione .BUP, .IFO o .VOB. Tra questi ultimi quelli che contengono il film (VOB=Video OBject) si chiamano VTS_02_x.VOB. Il primo, VTS_02_0.VOB contiene il menu dei titoli o altre informazioni peliminari al film vero e proprio, i successivi 1, 2, 3 ... contengono il film suddiviso però in più parti di lunghezza pari a circa 20'. La lunghezza tipica di un film è 90' e quindi di questi file ce ne saranno di solito 5, di dimensione 1,07 GB i primi 4 e inferiore l'ultimo.
Per vederli su J River su Mac occorre aver installato anche un lettore universale, come VLC e, aprendo Video TS, cercando VTS_02_1.VOB e cliccandoci sopra parte la visione.

Certo, poi ogni 20' circa bisogna passare al secondo "rullo" e così via. Si torna a una visione come nei vecchi cinema, in quelle sale dove l'operatore separava la visione anche in tre tempi per favorire l'omino che vendeva durante l'intervallo popcorn e gelati.

Una soluzione più pratica e definitiva
Si può anche fare, anzi è quasi preferibile per persone riflessive e che vivono "a un'altra veocità", ma forse bisogna cercare una soluzione più pratica e definitiva. Che esiste ed è la conversione, invece che in ISO, in un formato compatibile ma comunque lossless o quasi. Il concetto di "lossless" e HD per i DVD però è molto diverso che per i CD. Rimando per questo aspetto all'appendice. I formati compatibili del file o del contenitore sono praticamene tutti gli altri, MKV, MP4, MPG, AVI ecc. I convertitori disponibili sono molti, proposti da diverse piccole software o da consorzi open source. Quelli gratuiti sono pochi e spesso con limitazioni, quelli a pagamento molti e spesso abbastanza cari. Tra i gratuiti il più consigliabile è Handbrake ("freno a mano" chissà perchè lo hanno chiamato così) che consente di convertire il film in formato MP4 o MKV e con buona qualità. Le limitazioni sono la impossibilità di gestire DVD protetti e la impossibilità di trasferire su PC a qualità piena. Tra i molti a pagamento si può segnalare DVD-Ripper Pro di WonderFox, per la facilità d'uso, la gestione di DVD protetti, la possibilità di trasferire su PC a qualità piena in codifica MPG (o MPEG-2)  in tempi ridotti, e anche per il prezzo inferiore a molti concorrenti.

Perché trasferire i DVD su PC
Oltre alla comodità logistica legata alla digitalizzazione e alla consultazione tramite una libreria digitale occorre considerare che: 1) i supporti DVD non sono eterni e sono soggetti a guasti con difficoltà o impossibilità di lettura, non è una situazione frequente, ma è meno rara che nei CD; 2) richiedono un lettore DVD o Blu Ray per la fruizione, che potrebbe essere un componente non più necessario in casa, se la visione con DVD è saltuaria o episodica.
E' consigliabile quindi, anche indipendememente dall'intenzione di creare una libreria digitale dei film, pensare al trasferimento su PC dei propri DVD e, se non sono veramente pochi, sarà necessario ricorrere a un'applicazione a pagamento.

Appendice: La qualità dei DVD
La vendita per visione privata dei film è iniziata a livello di massa con le cassette VHS solo negli anni '80, prima di allora, a causa delle difficoltà tecniche, la commercailizzazione per visione casalinga di una copia su pellicola, anche in piccolo formato, non era sostanzialmente possibile. Le video cassette avevano una qualità inferiore non solo al cinema, ma anche alla TV del tempo. Il DVD è stato commercializzato a partire dal 1998 per sostituire i VHS fornendo una qualità incrementata ed importanti plus funzionali. Adottava a questo scopo, 15 anni dopo, la stessa tecnologia a disco ottico del CD, con possibilità di memorizzazione molto superiori. La qualità era così incrementata per portarla almeno al livello della tele-visione che, all'epoca, che era ancora a tubo catodico (gli schermi "piatti" a LCD sono stati commercializzati in massa dal 2001).

La qualità quindi era allineata alla risoluzione massima di un monitor TV dell'epoca, ovvero 720 x 576 pixels a 25 frame per secondo per monitor europei a 50 Hz (720 x 480 pixel at 29.97 frame per secondo per i TV USA). Tutti i DVD commercalizzati da noi hanno la risoluzione massima europea. Inoltre, il DVD nella prima edizione aveva una capacià di 4,5GB che non era sufficiente per film di lunga durata e per aggiungere le informazioni aggiuntive che, secondo il marketing, erano necessarie per giustificare il costo maggiore e l'abbandono dei VHS (ma che non sono guardate quasi da nessuno senza che ciò abbia compromesso il rapido abbandono del VHS). La decisione quindi è stata di memorizzare il contenuto video in formato compresso, e la codifica adottata scelta è stata la MPEG-2, definita dalle organizzazioni internazionali ISO e IEC.

I film memorizzati su DVD sono quindi già "lossy" (anche per l'audio, si tratta di quello che conosciamo come AAC) e il massimo che possiamo ottenere è non ridurre ulteriormente la qualità con un'altra compressione lossy, e quindi non effettuare trasferimenti su PC in MP4 o AVI (che sono altri standard di compressione) ma trasferire direttamene in MPG, indipendentemente dall'efficienza della compressione. Non essendo necessaria alcuna codifica, il trasferimento sarà anche più veloce. Nella scelta dell'applicazione di ripping è consigliabile quindi sceglierne uno che supporta questa modalità.