lunedì 5 aprile 2021

Un NAS nell'impianto stereo

L'audiofilo analogico descritto nel post precedente ha una libreria musicale fisica, che può essere sì ingombrante e difficile da conciliare con un appartamento di città, soprattutto se ha qualche migliaio di LP e CD, ma che per essere utilizzata richiede solo le sue mani e soprattutto la sua memoria (per trovare gli album, dopo averli disposti con una logica "archivistica").
L'audiofilo digitale invece, a meno che non ascolti solo in streaming, ha bisogno di una memoria digitale sicura nella quale archiviare i file audio che costituiscono la sua libreria musicale.
E non bastano allo scopo:

  • il disco interno del PC (capacità insufficiente) 
  • un hard-disk o addirittura una pen-drive collegata a un ingresso USB del network audio player (non c' il librarian per cercare i brani da ascoltare)
  • non basta neanche un hard-disk esterno collegato a una porta USB del PC (il problema è il backup) 
 La soluzione però esiste, ed è praticamente obbligata, è il NAS (Network Attached Storage).

Il NAS
(Breve riepilogo da saltare per chi sa già tutto) Componente tipico dei CED, i centri di elaborazione dati, da almeno due decenni, sono unità intelligenti ed autonome, connesse ovviametnte in rete locale (LAN), ma che effettuano solo le funzione di memorizzazione e condvisione dati per tutti i computer della rete.  
Non avevano senso per i PC quando in casa ce ne era uno solo, i dati da memorizzare non erano molti e non erano particolarmente preziosi, e soprattutto, non esistevano gli smartphone.

Ma il mondo è cambiato e i NAS, in versione miniaturizzata, sono entrrati nelle case e vi si stanno diffondendo. Forniscono:
  • centralizzazione  condivisione delle informazioni per tutti i PC, smartphone e tablet della casa
  • sicurezza dei dati
  • disponibilità H24
  • accesso anche dall'esterno via web
Centralizzazione e condivisione
Se quelle foto del bimbo che vogliamo rivedere e spedire sono sul PC del papà e non su quello della mamma, bisogna andare sul PC del papà (se è in casa e non ha messo la password) e trasferirle, magari con una pendrive.
Con il NAS possono stare in un contenitore unico (e di solito nascosto) sempre acceso ed accessibile, per tutti i PC, gli smartphone e i tablet della casa.
La cosa vale anche per la libreria musicale, e quindi è evidente il beneficio di avere un NAS anziché la libreria connessa ad un PC, e anche a chi potrebbe non interessare (ad esempio un/una single, ma il NAS può essere acceduto anche da un suo ospite).

Il modello DS220J di Synology illustrato in questo post

Sicurezza dei dati, ovvero "Backup"
Quando le foto erano analogiche e cartacee il backup erano i negativi, e anche per i vinili i più prudenti facevano una copia su cassetta. Ma c'è una differenza fondamentale: i dischi si possono ricomprare, quasi sempre, le foto fatte da noi, no.  E questo vale per ogni altra nostra produzione digitale, incluso il nostro libro di memorie rimasto da anni a pagina 20, le registrazioni del saggio al piano della figlia o le prime email scambiate con la futura moglie.
I dischi dei computer non sono eterni e possono rompersi, e il recupero dei dati non è affatto scontato né economico (vedi altro post precedente) e quindi è necessario avere almeno una copia dei contenuti più preziosi.

Teoricamente, per le foto, sarebbe sufficiente ricordarsi di farlo sistematicamente ogni volta che le carichiamo su PC da una scheda, ma le esperienze di decenni di informatica hanno insegnato che nessun umano è così sistematico da farlo proprio tutte le volte e, in base alla legge di Murphy, il disco si guasterà proprio quella volta che per giorni non ha potuto farlo per i più diversi motivi. Per questo, sempre da decenni, esistono le applicazioni automatiche di backup incrementale, che copiano quindi le differenze (file modificati o file nuovi) e consentono di recuperare i contenuti originali.

Come il NAS realizza il backup dei dati
In tre modi: 1) con la ridondanza dei supporti di memorizzazione (dischi o SSD) per i dati critici, 2) con la memorizzazione diretta di tutti i dati, 3) con il backup automatizzato.
  1. Ridondanza mirata: i dati sono memorizzati automaticamente su 2 o più dischi dal NAS, se uno si guasta c'e l'altro (o gli altri) a mantenere i dati. E' una tecnica in uso da decenni chiamata RAID (Redundant Array of Independent Disks) e può essere realizzata con due dischi (RAID 1) o più dischi, con efficienza (ma costo) via via maggiore. Nel caso più comune la ridondanza è riservata solo ai dati critici, per esempio le foto o la musica vengono memorizzate direttamente sul NAS, scaricando la scheda SD o facendo il download da un sito, o rippando un proprio CD)

  2. Ridondanza completa: tutti i dati, quindi anche i file di lavoro, appunti ecc. sono memorizzati direttamente sul NAS, che viene usato come se fosse un disco interno del PC. Ovviamente la capacità del NAS in questo caso deve essere superiore.

  3. Backup automatizzato: è un'applicazione non inclusa nel NAS che deve essere installata sul PC, ce ne sono diverse free, per esempio Uranium Backup. Si selezionano le directory su cui fare il backup e si schedulano i tempi (ad esempio uno a settimana) scegliendoli ovviamente quando il notebook è di solito acceso. E' importante considerare che questo è un backup incrementale, ovvero salva solo le variazioni, ma mantiene anche le versioni precedenti dei file. Oltre ad essere più efficente e anche più sicuro perchè consente di recuperare anche i dati cancellati per un errore umano (cancellazione di file sbagliati, cut and paste maldestri ecc.). Il NAS è fondamentale perché il backup avviene su un disco diverso e per di più duplicato e quindi sempre recuperabile.
Ma nella musica serve un backup?
Non è critico come per le nostre foto o i nostri documenti. Ma la perdita della musica digitale causa guasto del disco dove è archiviata può essere comunque un problema. Molto dipende da dove provienee quindi dalla possibilità e dai tempi per recuperarla:
  • acquistata da un sito di digital download (HDtracks, Qobuz, Highresaudio, ecc.): può essere sempre scaricata nuovamente, eventualmente con una procedura di autorizzazione che il sito richiede; l'unica possibiltà di perderla è che il sito sia nel frattempo fallito e sparito (può succedere, ma non di frequente);
  • "rippata" da un CD che ancora abbiamo: bisogna fare di nuovo l'operazione; 15-20' a CD, e se sono 1000 può essere un discreto problema; può succedere anche che alcuni CD non siano più leggibili dopo anni (evento comunque raro);
  • "rippata" da un CD di cui ci siamo disfatti (venduto o rottamato): si perde tutto e l'unico rccupero possibile è comprarlo di nuovo (o rinunciare e passare allo streamng); quindi metteteli magari in cantina ma non disfatevi mai dai CD;
  • digitalizzata da un LP che ancora abbiamo (non prendo neanche in considerazione l'ipotesi che sia stato, dopo, venduto o rottamato): come per il ripping dei CD ma il tempo occorrente è molto di più, almeno 2-3 volte tanto, e richiede un'attenzione cotinua al processo;
  • scaricata da un sito di digital download "free": non sono legali e cambiano di continuo e quindi difficilmente si ritrovano nello stesso posto, elevata probabilità di non trovare più gli album scaricati.
Quindi, in sintesi, serve. Ed è quasi obbligatorio se la libreria digitale è consisternte (500, 1000 album e più) sia per la buona probabilità di perdere qualcosa, sia per il costo in termini di tempo e a volte anche di denaro che comporta.

Il NAS nell'impianto stereo dell'audiofilo digitale
Quindi è inevitabile che l'audiofilo digitale o ibrido analogico-digitale debba inserire questo nuovo componente nel suo impianto H-Fi. Quindi un riepilogo dei punti da considerare, più che una prova, può essere utile. Preliminarmente però dobbiamo individuare un dimensionamento, considerando l'uso previsto. Considerando tre parametri tipici:
  • spazio di archiviazione 
  • velocità di trasferimento dati
  • ridondanza 
Il primo dipende dall'ampiezza della libreria musicale che a sua volta dipende dal formato. Ad esempio un album di 60' in FLAC e qualità CD richiede 250MB circa, mentre in DSD64 non compresso più di 1GB. Difficilmente però un appassionato avrà 1000 album in formato DSD e quindi per una classica libreria da 1000-1200 album già 1TB è sufficiente. Come sempre però bisogna largheggiare.

La velocità di trasferimento dati può essere critica per film in HD o in 4K da trasmettere su uno smart TV che accede al NAS, non lo è certamente per audio in PCM archiviato in FLAC. Potrebbe esserlo forse per formati estremi come DSD256, ma si può risolvere incrementando il buffering. Non molto critica per la musica.

La ridondanza deve esserci ma non particolarmente critica, anche per la dimensione dello spazio di archviazione. Non erve quindi un RAID 2 o superiore ed è sufficiente il RAID 1, ovvero banalmente due dischi gemelli sui quali viene memorizzato automaticamente e in parallelo lo stesso file audio. Probabilità quasi nulla che si rompano entrambi nello stesso momento, rimarrebbe solo il disaster recovery ma in ogni caso non potrebbe essere realizzato nel NAS

In sintesi, il NAS tipico per la musica è un 2-bay (2 dischi) in RAID 1. Come ad esempio il Synology DS220J mostrato prima oppure questo modello Terramaster dove i due slot per i dischi sono visibili anche esternamente.


La scelta dei dischi
Un NAS è un server di archiviazione e quindi l'elemento fondamentale sono i dischi: cominciamo da loro. Anche perché le opzioni sono poche e semplici. Per prima cosa, esistono dischi progettati apposta per i NAS, "rinforzati" per uso inteso e continuo, come quelli ben noti della Seagate (la maggior azienda del settore attualmente, credo) battezzati dal produttore IronWolf, come si vede nell'immagne successiva sul disco stesso è specificato NAS (la serie progettata per uso interno al PC si chiama invece Barracuda).
La capienza attualmente può essere 1, 2, 3, 4, 6, 8  o 12 TB con costo ovviamente crescente, mentre con la gamma Pro ancora più adatta ad uso intenso arriva fino a 18 TB.

Per un NAS RAID 1 occorrono dischi di buona capienza, mentre per RAID con più dischi potrebbero essere usati di capienza minore (leggermente più veloci). Per archiviare la libreria musicale è consigliabile un 4TB perché probabilmente il NAS potrà servire anche ad altri scopi (foto e video della famiglia in primis) e il costo è ancora accettabile (110-130 €). Da ricordare che il disco contiene anche il sistema operativo e le applicazioni del NAS (che è un computer specializzato) e quindi lo spazio effettivo sarà circa di 3,6TB per un disco 4TB.


La scelta del NAS
Esistono molte alternative, proposte sia di produttori di dischi sia da società specializzate, e il mercato inoltre si sta espandendo con nuovi produttori provenienti di solito dalla Cina. Il produttore più popolare, non so se anche il numero uno per vendite, è certamente Synology. Orientarsi sui suoi modelli è la scelta più facile, anche perché il costo è all'incirca lo stesso dei competitori. I puristi non l'apprezzano molto perché adotta alcune scelte proprietarie, come il sistema di archiviazione ridondante  SHR (Synology Hybrid RAID) e qundi preferiscono i NAS ad esempio della QNAP, molto apprezzati. 
La differenza sarebbe che si avrebbero dischi con una formattazione standard, più facile da recuperare in caso di improbabilissimo doppio guasto contemporaneo, ma in compenso la configurazione sarebbe più complessa.

La configurazione iniziale
Invece con il Synology (mia scelta, è il modello DS220J 2-bay della prima immagine) è tutto molto semplice, a cominciare dall'assemblaggio iniziale (che consiste  nell'aprire il NAS e infilarci i dischi) che è documentato con istruzioni stile Ikea (solo figure) e si completa in 4 passi. Dopo di che si collega il NAS al router principale con un cavo Ethernet (attenzione, è obbligatorio, no Wi-Fi, no Powerline) e si inserisce sul browser l'indirizzo http://find.synology.com, si attende che venga individuato il NAS nella rete e da questo punto in poi occorre solo seguire le istruzioni (in italiano), saltando e rinviando (suggerimento) l'installazione dei pacchetti opzionali. Ovviamente durante l'installazione dovremo decidere il nome del NAS  e creare l'utenza amminstratore e la password, da scegliere con cura ed evitare di dimenticare. Le solite cose. Alla fine rientrando dal browser sul NAS si vede questo pannello home (i monitoraggi a destra possono essere selezionati su più indicatori), mentre dai PC Windows della rete casalinga sarà visibile su Explorer andando al settore Rete. 

Accesso al NAS. La grafica di Synology è piuttosto old-style

La configurazione della libreria musicale sul NAS
Selezionado Rete e fornendo le credenzali di amministratore si attiva il pannello di controllo del NAS già visto prima e, selezionando Disk Station si possono crare le aree condivise, che saranno viste, ciascuna di esse, come "unità" su Windows o Mac, ovvero come se fossero dischi interni o esterni del PC. Su ciascuna unità si potranno poi creare directory e sub-directory come sempre. Il disco fisico del NAS non è quindi visto come disco dal PC, che vede invece i dischi virtuali creati come "cartelle condivise". Per queste cartelle condivse si potranno definire criteri di accesso (per esempio solo amministrtore o più aperte) e le solite cose. 

Creare una cartella condivisa con il pacchetto Disk Station su un NAS Synology

Per vedere questi dischi-cartelle condivise dal PC bsogna connetterli, il comando si trova da Explorer (Eplora file) selezionando "Questo PC" e, nella barra dei menu in alto,"Connetti unità di rete". Si apre questo pannello dove viene mostrata la prima unità libera (partendo dalla Z) alla quale collegare la cartella condivisa indicandola semplicemente come \\NOME-NAS\Nome Cartella. 


Completata la connessione le nuove unità su NAS sono mostrate su Explorer come:
 Nome Cartella (\\NOME-NAS) (X:)
e con un simbolo diverso dai dischi standard. E sono utilizzabili come qualsiasi disco da qualsiasi applicazione. Per esempio da Foobar2000 che, se configuriamo la music-library sulla cartella condivsa Music-Library, la può indicizzare come sua libreria musicale, cercare per genere, per artista ecc. Quindi conviene pensare come "dischi" le cartelle condivise, crearne poche e organizzare le directory al loro interno.

La struttura della libreria
L'indicizzazione, Foobar2000 , J River e gli altri media server, la fanno basandosi sui tags presenti nei file audio, ma è sempre consigliabile archiviarli su disco in modo organizzato, per una gestione più ordinata, gestibile anche dal PC. E' sufficiente una semplice struttura a due livelli di directory. Quella che uso io ad esempio utilizza solo 4 macro generi (Classica, Jazz, Rock, World) e all'interno di essi suddivide i file audio per qualità (CD, HD PCM, DSD); all'interno di ogni directoy, ovviamente, una directory per ogni album.

Le porte opzionali USB
I NAS spesso hanno anche alcune porte USB disponibili per collegare hard-disk esterni aggiuntivi o anche al limite pen-drive. E' il caso anche del Synology DS220 che ha due porte. Gli hard-disk una volta collegati sono automaticamente riconosciuti e collegati come cartelle condivise con i nomi. standard "usbshare1" e "usbshare2" (oppure usbshare1-1 ecc. se sono partizionati). Per vederli da qualsiasi PC della rete (sharing, appunto) è sufficiente connetterli con questo nome. Ovviamente non beneficiano del backup, il NAS fa solo da connettore in rete.
Dopodichè potranno essere usate come memoria aggiuntiva esattamente come se fosse connessa al PC che stiamo usando (che magari è un MacBook senza porte USB o uno di quei notebook sottilissimi recenti con poche porte USB).
Nel caso che siano hard-disk usati anche su PC Mac (quindi tipicamente con file system exFAT), per collegarli è necessario installare sul NAS Synology il pacchetto exFAT Access (a pagamento, ca. 5 €)

Il collegamento diretto di un disco esterno può servire anche per trasferire grandi quantità di dati sul NAS, beneficiando del fatto che la velocità di trasmissione dati via USB sarà tipicamente superiore a quella attraverso la rete locale, via cavo o Wi-Fi.

Altre funzionalità del NAS
Almeno per Synology sono parecchie, a giudicare dal grande numero di pacchetti disponibili. La più richiesta è sicuramente usarlo anche come multimedia server, installando un pacchetto che implemeta DLNA come ad esempo Plex (che è incluso, quindi è gratuito). 

In sintesi
L'audiofilo digitale non solo fa molta fatica a dimenticarsi dell'onnipresente PC per ascoltare la sua musica preferita, ma deve anche occuparsi di sofisticate e potenti periferiche agguntive, un tempo presenti solo nei CED.

domenica 28 marzo 2021

Ascoltare la musica dal divano (con Foobar2000 e MonkeyMote)

Chi ascolta la musica con uno speaker wireless seduto alla scrivania o con le  cuffie stereo in giro per casa o fuori non si pone proprio il problema (che poi sarebbe un'opportunità) di ascoltare la musca comodamente seduto sul suo divano preferito. Si tratta di un obiettivo che riguarda solo gli audiofili che hanno un vero impianto stereo, con le due casse acustiche a debita e stanza e il famoso triangolo equilatero dell'ascolto stereo. L'audiofilo analogico può avere a disposizione un telecomando per regolare il volume e selezionare i brani (a volte ne servono anche due) ma l'audiofilo digitale può estendere il controllo remoto anche oltre, usando il suo smartphone come telecomando.

Una app di controllo remoto per Foobar2000: MonkeyMote
Non è certo una funzionalità nuova, esiste da molti anni ed è prevista per i media player più diffusi, come J River, Audirvana o Roon, che forniscono una loro app di facile uso e installazione. Il compianto "connettore" ChromeCast Audio forniva poi una soluzione universale sfruttata da app come Mconnect Player, recentemente provata. Ma il più noto e apprezzato player e media center, Foobar2000, sembrava tagliato fuori da questa possibilità. Ho cercato a lungo una soluzione che non richiedesse di essere un tecnico informatico per installarla, ho addirittura proposto in un recente post di remotizzare tutta l'interfaccia del PC. Ma, continuando a cercare, è uscita fuori una soluzione decisamente più comoda, proposta come app per il noto player MediaMonkey da chi lo sviluppa, ma astutamente estesa anche a Foobar2000, in due versioni Lite e Premium a pagamento (2,29 €).

MonkeyMote Lite
La versione free consente di fare esattamente le cose che possono fare i telecomandi analogici degli amplificatori e dei lettori CD, ovvero regolare il volume e scegliere il brano da ascoltare, dopo aver scelto e inserito il CD. In questo caso, dopo aver acceso il PC, avviato Foobar2000 e aver  scelto l'album da ascoltare. Funzioni base, ottenibili gratuitamente accettando un po' di pubblicità non invasiva.



Lo screenshot iniziale della versione lite mostra solo la funzionalità di accesso al PC individuato automaticamente sulla rete locale con Foobar2000 (vediamo dopo come). Selezionando il PC si passa direttamente all'album selezionato sul PC e predisposto per la esecuzione su Foobar2000. In questo caso Lay It Down dei Cowboy Junkies. Cliccando sulla app su un brano inizia la riproduzione sul PC. Negli screenshot si nota anche la pubblicità in basso.


Selezionando "back" in alto a sinistra si passa al player vero e proprio con le classiche funzioni di ascolto e pausa, salto del brano e scorrimento, incluso ovviamente il controllo di volume, Come si vede nel secondo screenshot è possibile anche visualizzare al volo le informazioni (tags) sul brano.

MonkeyMote Premium
Quanto sopra è tutto per la versione Lite, ma la versione a pagamento offre molto di più, a parte l'assenza di pubbicità: beneficiare del vero valore aggiunto di avere una libreria musicale digitalizzata. Penso che l'investimento necessario di 2,29 € sia sopportabile per l'audiofilo medio. Come si vede negli screenshot succesivi le funzioni base sono molte di più così come le opzioni di funzionamento. Che includono pure lo "shake gesture" ovvero passare al brano successivo scuotendo l'iPhone (una funzione di cui non si può proprio fare a meno). 



Le funzioni veramente importanti però ci sono e in particolare c'è la ricerca dell'album nella libreria, con la copertina per individuarlo al volo, e le classiche categorie di archivizione (titolo, artista, genere, ecc.) come si vede nel primo screenshot che segue,



Fare attenzione però anche al secondo screenshot, che è il primo che viene visualizzato dopo la connessione automatica al server. Il minuscolo simbolo di una croma sulla sinistra in basso è l'unico pulsante disponibile per passare appunto alla ricerca nella libreria musicale (non ne ho trovati altri). Gli altri due sono inutilissime funzioni di timer e "party mode" (il palloncino).


Selezionando l'album (scorrendo verso sinistra l'immagine della copertina) si possono scegliere i brani da ascoltare si raggiunge lo scopo senza muoversi dal divano o dalla poltrona: il nostro impianto ci presenterà al suo meglio la musica che ci va di ascoltare, che sia jazz o pop.

Installazione su PC
Ovviamente occorre installare il componente che risponde ai comandi della app anche su Foobar2000 e consente l'indivduazione automatica vista prima, il component si scarica da questo link (se cambia basta cercare "monkeymote foobar"). Conviene scaricare il package che è auto installante, su Foobar sarà necessario solo applicarlo. Nella pagina di download si possono vedere anche le altre versioni di MonkeyMote.


Osservazioni e critiche
La app, che è disponibile sia per iOS che per Android, è abbastanza fluida nonostante le strane scelte di interfaccia commentate prima, prendendo confidenza l'uso dovrebbe diventare presto familiare. La app è molto sensibile alla qualità e alle prestazioni del Wi-Fi di casa, tenerne conto in case con copertura variabile. La connessione manuale consente altre funzioni, in particolare la "wake-on-LAN" ovvero la possibilità di accendere il PC dando un comando dalla app che sarà gestito dalla scheda Ethernet del PC. Per attivare questa funzione occorre però creare un account TCP, il che richiede di agire sul firewall e le impostazioni di rete. Una cosa piuttosto complessa per una funzionalità non indispensabile  e per di più poco documenata sulla user guide.
Infine un'ultima osservazione sulle copertine, anche questa app come quasi tutte (tranne Mconnect, tra quelle che ho provato, e le app "professionali" come JRemote) non visualizza le copertine in qualità decente, pur se sul piccolo schermo di uno smartphone. Una cosa piuttosto irritante, soprattutto perché non è certo una sfida tecnologica garantire queste prestazioni di base.

In sintesi
Una soluzione efficace che pone Foobar2000 allo stesso livello di funzionalità dei media center professionali come J River, anche se l'operatività non è allo stesso livello. Ma comunque accettabile per tutti gli audiofili che apprezzano la grande versatilità di Foobar2000, che non hanno un computer Apple, e che preferiscono un tool gratuito.

mercoledì 17 marzo 2021

L'audiofilo analogico e l'audiofilo digitale

Man mano che apprendo e spesso provo nuove funzionalità che l'audio digitale mette a disposizione, mi convinco che l'ascolto dell'audio di qualità si sta dividendo in due mondi (di utenti, di prodotti) divergenti, non comunicanti, che si allontanano sempre di più e che fanno fatica a coesistere nello stesso impianto, ma entrambi con le loro motivazioni.

L'audiofilo digitale 
Schematizzando, l'utente tipico di questo "mondo" può fare parte di tre grandi categorie:

  1. Nativi digitali: non hanno mai comprato CD perché sono nati in questo millennio o pochi anni prima, non sono affascinati dal vinile anzi non comprendono per quali motivi si dovrebbero comprare. Persone pratiche, raggiungono il massimo risultato col minimo impegno finanziario e il minore impatto sull'arredo di casa.

  2. Audiofili convertiti: hanno iniziato con l'analogico oppure col CD ma ora sono affascinati dalle nuove frontiere del digitale: DAC di prestazioni sempre più estreme, altissima definizione, 32bit, DSD512, streamer e player audiofili o addirittura "ecosistemi" come Roon. Sono colpiti dalla ricerca del continuo miglioramento, malattia comune tra gli audiofili.

  3. Sperimentatori. Il mondo digitale offre un grandissimo numero di applicazioni che consentono di sperimentare la elaborazione del suono, il suono in 3D, l'equalizzazione delle stanza di ascolto, sempre nuovi formati digitali, l'editing audio, il confronto tra diversi componenti software (player e media center in primis) spesso anche free grazie al fatto che non richiede la disponibilità di componenti.
In tutti e tre i casi la sorgente della musica è rappresentata quasi unicamente dall'accoppiata computer+web.
Dal sito web di Roon, l'ecosistema digitale attuale massima espressione delle potenzialità della musica digitale

L'audiofilo analogico
Può essere audiofilo da sempre o essere stato contagiato da poco dalla passione, ma ha un elemento unico e caratteristico in comune: la separazione dalla accoppiata computer+web.

Il suo impianto quindi vive e cresce senza ricorrere in alcun modo al computer e al web, che l'audiofilo utilizza sicuramente, ma per altri scopi. le sorgenti sono soltanto supporti fisici, e tanto basta.
Non importa che siano digitali, CD o SACD, questa è solo la tecnica di memorizzazioen del suono, un mezzo, come il microsolco o il nastro magnetico. Come non si interessava a suo tempo di come facesse la musica a essere memorizzata in quei solchi sul piatto in vinile, non si interessa oggi di come possa essere memorizzata sul dischetto a lettura ottica chiamato CD.

Che il processo di memorizzazione utilizzi la tecnologia digitale è completamente trasparente e può essere ignoto come la conoscenza dei fenomeni di magnetizzazione sfruttati per la registrazione analogica su nastro. Il resto dell'impianto può essere indistinguibile da quello di un audiofilo digitale.

Dovendo scegliere l'esempio per definizione di impianto di impianto analogico , non si può non pensare al classico pre-finale più casse elettrostatiche della Quad. Fortunato chi lo ha ancora e in piena efficienza. 

L'impegno extra-musicale
Entrambi i mondi richiedono da un lato un certo impegno per continuare a far suonare l'impianto (manutenzione) e dall'altro un impegno più gradevole indirzzato a renderlo migliore (sperimentazione / innovazione).

L'audiofilo analogico deve occuparsi di interventi periodici, a volte anche quotidiani, come pulire i dischi in vinile, pulire la puntina, pulire le testine del registratore, a volte periodiche ma necessarie (controllare le regolazioni del braccio del giradischi, regolare le valvole).

Interventi sconosciuti all'audiofilo digitale, che però, avendo a che fare con applicazioni che girano su computer (vero e proprio oppure inserito in una "appliance") deve occuparsi degli aggiornamenti del software, della compatibilità con il sistema operativo, della obsolescenza dei prodotti che ha scelto (molto più veloce che nel mondo analogico, e qui quando diventa obsoleto il software può anche diventare inusabile, perché non più supportato). E potrà anche avere la necessità di occuparsi di riconfigurazioni e inspiegabili malfunzionamenti occasionali, le cui soluzioni dovrà trovare sil web.

Tutto questo difficilmente si può considerare parte dell'hobby, mentre lo è senz'altro la tensione al miglioramento, che si estrinseca in modo diverso. Per sostituzione nel caso dell'analogico (testina a bobina mobile al posto di quella a magnete monile, pre-phono di alta qualità ecc.) ma anche in interventi di tweaking (piedini ecc,).
Per l'audiofilo digitale invece è prevalente la sperimentazione di nuove soluzioni, le applicazioni digitali costano poco rispetto ai componenti di un impianto analogico, e possono anche essere provate gratuitamente (trial) nella maggioranza dei casi.

Nell'immagine dell'impianto analogico non era compreso il componente principale, che non può essere che il classico LP12 Sondek della Linn

La differenza
Sta quindi tecnicamente soltanto nella sorgente della musica, e può essere paragonata, anche se non completamente, con la situazione dei libri. Anche qui è possibile scegliere il libro digitale con i suoi vantaggi logistici, oppure rimanere affezionati ai libri di carta, e questa rimane una questione di preferenza individuale.
Ma nel mondo della musica esistono due grandi differenze oggettive:
  • nella musica sono disponibili in abbonamento a basso costo servizi che consentono di ascoltare una percentuale elevatissima di tutta la musica disponibile in digitale
    • per i libri questi servizi non esistono in forma legale, di conseguenza sia i libri digitali che quelli cartacei devono essere acquistati, e solo quelli cartacei presi a prestito da biblioteche (anche gratuitamente)
  • nel caso dei libri la qualità del processo di lettura è sostanzialmente simile, il libro digitale consente vantaggi esclusivamente logistici, per la lettura in mobilità o in viaggio
    • nella musica invece l'alta qualità o alta definizione è accessibile solo con un impianto digitale (ovvero che fa ricorso ad un PC e al web), se si esclude la limitata produzione di SACD.
La differenza è quindi che nella musica il mondo digitale offre di più: più musica da ascoltare (molta molta di più) e una qualità superiore all'audio digitale disponibile su supporto fisico (CD e SACD) oltre che una scelta enormemente superiore di titoli.

Le motivazioni di una scelta
La preferenza logicamente dovrebbe andare a chi offre di più, e quindi il passaggio al digitale dovrebbe essere una scelta quasi ovvia per l'audiofilo appassionato di musica. Ma non mancano i vantaggi che possono condurre alla scelta opposta. Il primo è proprio non avere bisogno di un computer e/o di uno smartphone. Nella vita materiale e nel lavoro ormai sono ben pochi quelli che ne possono fare a meno, mentre nella musica potrà ritagliare uno spazio "computer free" nel quale tutto scorre "a un'altra velocità" e gli strumenti sono fisici, toccabili con mano e valutabili anche esteticamente con i propri occhi. Una motivazione che ha una (forte) ragione di essere.

Anche la disponibilità di "tutta la musica del mondo" può non essere un elemento decisivo di preferenza, soprattutto perchè non abbiamo comunque il tempo, anche in un'intera lunga vita, di ascoltarla tutta, anche limitandoci solo a quella che ci piace.
Scegliere e costruire nel tempo una propria libreria musicale, ovviamente non limitata a pochi titoli ma abbastanza ampia, vuol dire conoscere ed approfondire quello che sentiamo più vicino al nostro modo di sentire. Anche in questo caso, se la libreria ha centinaia o migliaia di titoli, gli anni per conoscerli bene non sono pochi. Ed e' quello che da sempre si fa con una biblioteca di libri.
Infine la qualità, sulla quale il dibattito è aperto da decenni. Anche qui la scelta umanistica dell'impianto analogico non è detto che sia perdente, perché livelli di qualità d'ascolto molto elevati sono raggiungibili comunque e le differenze non sono facilmente individuabili.

Fanno la differenza gli impegni extra-musicali?
Può farla la facilità e comodità d'uso. Un impianto analogico di buon livello richiede manutenzione frequente e attenzione adeguata nella operatività. Non da' la certezza di ascoltare sempre nelle migliori condizioni quando diamo il comando start. Un impegno che sottrae tempo alla musica e che rende più "umanistico" il ricorso alla opzione digitale nel quale lo start è sempre immediato. 
A patto però che l'impianto digitale rimanga semplice al massimo e quindi, per dirlo chiaramente, senza un PC in mezzo, soprattutto se Windows. Perché in questo caso, non sempre dando il comando start si ascolterà la musica.

In sintesi
Questione di scelte individuali, poco da aggiungere. E due mondi che si allontanano.

sabato 27 febbraio 2021

La via più semplice alla musica liquida

Nel blog ho scritto molti post che cercano di facilitare la strada a chi vuole passare alla "musica liquida", sia che si tratti già di un appassionato col suo impianto consolidato, sia che inizi ora, ma sia consapevole che la qualità dell'ascolto è un valore a cui non rinunciare, ed è pure accessibile.

Il problema è che, mentre per suonare un CD o un LP il lettore, il player, è un componente ben definito, nel caso della musica memorizzata su file la creatività dei produttori di hardware si è scatenata proponendo front end in varie combinazioni di funzionalità (DAC+ampli, streaming + DAC + DLNA senza ampli, streaming + DAC + ampli + hard disk, streaming e DLNA e basta, ecc.). All'appassionato l'onere della scelta non solo del modello con il miglior rapporto qualità / prezzo, ma anche della combinazione ottimale per lui. Con l'aggravante che il componente più critico, più soggetto all'obsolscenza funzionale o prestazionale, ovvero il DAC, è inserito e non intercambiabile. Rischiando di far diventare obsoleto tutto il front-end.

Facciamo un reset
Un reset anche rispetto ai molti post del blog e alle classificazioni, peraltro inevitabilmente soggette a obsolescenza anch'esse. Cominciamo con il circoscrivere questa generica "musica liquida", che alla fine può essere:

  1. memorizzata in cloud, e accessibile in streaming
  2. memorizzata su un NAS DLNA, un componente dedicato nella rete locale casalinga
Nel secondo caso il NAS conterrà la musica acquisita via digital download, o digitalizzata in proprio a partire da CD (o LP) già posseduti.
Sul lato opposto ci sono le casse acustiche e il loro amplificatore (separato o incluso, se sono casse attive), quello che c'è in mezzo è il "componente" da semplificare.

L'anello di congiunzione dal file alle casse (all'ascoltatore)
Fino a un paio di anni fa veniva in soccorso un componente eccezionalmente funzionale e super economico fornito da Google, ovvero Chromecast Audio. Ma Google ha deciso di sospendere la produzione e un sostituto altrettanto universale e altrettanto economico non è stato proposto da nessuno. Lasciando quindi ancora una volta la scelta all'appassionato oppure a chi lo consiglia, alle prese con componenti dai prezzi più vari (e comunque superiori) e per di più soggetti a obsolescenza.

Cercando in casa, invece ce l'abbiamo già
Difatti, quello che ci serve alla fine non è altro che una piattaforma su cui installare un player, che nel caso (1) è la app del servizio streaming (Qobuz, Tidal, Music Unlimited HD) e nel caso (2) un player digitale, che possa trasferire il file decodificato sul DAC. Ma questo mestiere lo può fare qualsiasi PC, e pure un tablet, volendo.
Con solo uno svantaggio: si ritorna al cavo, che deve connettere il PC o il tablet al DAC. Ma con un vantaggio: costo quasi nullo.

Una scomodità relativa 
Con Chromecast Audio, un tablet, uno smartphone o un notebook poteva scegliere e mandare in esecuzione la musica da qualunque punto della casa. Sostituendolo con un cavo tutto dipende da dove si trova l'impianto. Se è nello studio dove già abbiamo un PC (che ormai è essenzialmente un notebook) basta un cavo un po' lungo (nessun problema) tra il DAC e l'amplificatore e si risolve tutto.
Se l'impianto è nella posizione classica, nella sala davanti a poltrona o divano, è un po' più complicato. Da escludere un PC fisso sia per l'estetica e la necessità di avere tastiera e schermo separati sia perché solitamente umoroso, sarà necessario usare un notebook, che può essere dedicato a questo scopo o spostato quando serve. Sarebbero ideali a questo scopo i notebook ultrasottili e con batterie lunga durata di ultima generazione.
Portare il notebook vicino all'impianto, collegare il cavo USB al DAC, è tutto quello che serve per iniziare ad ascoltare la musica.

Bitches Brew, un classico album da ascoltare in poltrona e senza interruzioni (vedi dopo)

Cosa serve
In sintesi, poche cose, per cominciare, la musica:
  1. l'abbonamento a un servizio streaming (Qobuz, Tidal o Music Unlimited HD al momento) e l'installazione della relativa app per desktop;
  2. l'archiviazione su un NAS (ridondante o meno, ridondante è ovviamente meglio) dei file audio posseduti, organizzati per directory e sottodirectory, ma solo per semplicità di gestione (ma per iniziare può bastare un hard disk collegato al notebook, basta fare un backup ogni tanto).
E poi il player, che puo essere per Mac:
  1. J River Media Center (vedi la prova)
  2. Audirvana Plus (vedi la prova)
Entrambi a pagamento, ma non molto esosi (60 € il primo, 100 € il secondo)

Invece per Windows:
  1. J River Media Center
  2. Audirvana Plus
  3. Foobar2000
Foobar2000 ha il vantaggio ben noto di essere gratuito e di avere funzionalità e prestazioni simili agli altri due, ed in più una estesa disponibilità di add-on per qualsiasi uso. Ma più complesso perché deve essere "assemblato" installando vari plug-in (o "component"). Inoltre, come si può intuire, non è disponibile per Mac.
I player che ho indicato ovviamente sono anche dei media center, includono quindi anche la libreria musicale che costruiscono automaticamente accedendo al NAS e che consentono di gestire.
Infine, un amplificatore, 2 diffusori stereo, un notebook, un DAC, la rete wi-fi, i cavi e niente altro.


Un'operatività paragonibile a quella tradizionale
L'operatività non è molto diversa da quella tradizionale, se vogliamo ascoltare un intero album, una sinfonia o un concerto. Bisogna alzarsi dalla poltrona, prendere il CD o l'LP, metterlo nel lettore o sul piatto, farlo partire e tornare a sedersi per godersi la musica, con l'unico ausilio, quando c'è, del telecomando del volume dell'amplificatore. Anche qui la sequenza è simile, ci si alza dalla poltrona, si accende il notebook, si avvia il player software, si cerca (più facilmente) l'album da ascoltare, si avvia il player e si torna alla poltrona. In tempi paragonabili.

E l'ascolto in poltrona?
Ma l'arrivo degli smartphone e dei tablet loro derivati ci ha abituati ad una comodità prima sconosciuta, ovvero fare tutto comodamente seduti in poltrona e, in più, passare da un brano all'altro o da un album all'altro o da un genere all'altro usando solo la "mobile device" che teniamo in mano. Si può fare anche questo, con un un impegno tecnologico ridotto. Vediamo i tre casi.

Ascolto in poltrona dal NAS con i player a pagamento citati
Nessun problema, basta procurarsi l'apposita app "remote" che ciascuno dei due produttori rende disponibile a modico prezzo (ca. 10 €) e lo smartphone o il tablet diventa un potente telecomando e non è più necessario operare sul notebook (basta che sia acceso, come l'amplificatore, peraltro). Comodo, veloce, tutto sottomano, difficile chiedere di più.

Ascolto in poltrona in streaming
Purtroppo invece la funzione "remote" non è disponibile per nessuno dei servizi in streaming in qualità CD/HD elencati. Era disponibile fino a qualche anno fa per Spotify ma la app (Spot Remote) è in seguito stata ritirata. Non è una realizzazione molto semplice perché richiede un componente "gateway" da installare sul PC, oltre alla app per mobile device.
L'unica soluzione disponibile senza complicare la configurazione con un nuovo componente (che faccia le veci di Chromecast Audio) è installare sul tablet (in questo caso, obbligatorio, per via dello schermo) una app per "desktop remoto", che consente cioè di portare sul tablet stesso lo schermo, il mouse e la tastiera del notebook, e quindi comandarlo a distanza. Si fa login sul notebook (che ovviamente non deve aver nessun utente attivo), si avvia la app desktop di Tidal o di Qobuz, e si procede come se si fosse davanti al notebook, con solo qualche lentezza e impaccio in più.

Operare in desktop remoto
Per valutare quanto impaccio in più, ho provato questa operatività con una delle tante app che fanno questo mestiere, quella proposta da Microsoft (desktop remoto Microsoft, il nome). 
Qualche difficoltà iniziale per connettere il notebook, bisogna modificare i settaggi standard in Windows 10 per consentire la connessione remota e individuare l'account di rete e inoltre bisogna ricordarsi di configurare l'audio su notebook e non sul tablet, e poi l'operatività è discreta come velocità, un po' contro-intuitiva nell'uso del mouse (non basta il dito, il dito deve andare sul puntatore) ma accettabile.
Per un uso normale, ovvero ascoltare la musica preferita in relax, senza bisogno di saltare compulsivamente da un brano all'altro o da un album all'altro, ma solo con occasionali variazioni della "scaletta" va bene. Altrimenti può rallentare parecchio, e quindi biosgna passare alla app dedicata per tablet del servizio streaming, con ascolto in cuffia; oppure dalle casse acustiche, ma acquistando un componente "cast" che faccia le funzioni di Chromecast, per l'invio dell'audio al DAC, come Yamaha WXAD-10 o Sonos Connect. Che rimane la soluzione più comoda e pratica, comunque.

Una soluzione per Foobar2000?  (sezione aggiornata il 28/03/2021)
Rimane da trattare il popolare media center e player gratuito, per il quale non è stato realizzato dal suo progettista Peter Pawlowski una app per il controllo remoto, nè è inclusa tra i "components ufficiali", ovvero quelli inseriti nell'apposita sezione di foobar2000.org. La società Ventis Media, che sviluppa e commercializza il noto player MediaMonkey ha però deciso di proporre la sua app per il controllo remoto del player anche per il concorrente Foobar2000. La app si chiama MonkeyMote ed è stata provata in tempi successivi alla prima versione di questo post. E' risultata del tutto adeguata allo scopo e quindi consente di considerare Foobar2000 un'alternativa equivaente come funzionalità alle due elencate prima. Ha un costo molto limitato (2,29 €) e approfondire le sue funzionalità si può leggere la prova prima citata.

In sintesi
Come si è visto, anche acquistando o recuperando una semplice accoppiata amplificatore-diffusori stereo, ed usando il notebook di casa, si può mettere assieme un eccellente impianto hi-fi con sorgente "liquida" della musica, basta aggiungere solo un DAC (ma in alcuni amplificatori di recente produzione è incluso). Una soluzione apparentemente banale, certamente non penalizzante il suono, da considere accanto alle altre basate su componenti specializzati più o meno "all-in-1".

venerdì 5 febbraio 2021

Mconnect Player: una app DLNA e Chromecast che funziona bene

La musica e i video sono su un NAS connesso in rete con protocollo DLNA. Voglio sentirli e vederli su uno smartphone o su un tablet usandolo come una cuffia senza filo o come un visore remoto e portatile. Ma voglio ascoltarli anche sul mio impianto Hi-Fi inviando i contenuto digitalizzati in rete con il protocollo Chromecast.  App che fanno questo mestiere apparentemente ce ne sono decine ma, o sono solo per il video, oppure, come l'unica anche audio, funzionano male ed ora per niente (PlayerXtreme, anche provata qui nel 2018). Ma ne esiste per fortuna una che funziona bene e che è disponibile anche in versione free: Mconnect Player di Conversdigital, una società coreana. Che è l'oggetto di questa breve prova.

Mconnect Player per iPhone
La prova è su smartphone, della versione Lite, gratuita e con pubblicità. Su iPad funziona ma è la stessa app, in verticale, a tutto schermo. Esiste anche Mconnect Player HD per iPad, orizzontale, a pagamento. La versione free, a parte una pubblicità non molto invasiva, non ha funzioni in meno.

Avvio e settaggio della libreria
La videata home è veramente senza fronzoli. Per la configurazione iniziale bisogna andare su Play To in basso, e si passa al pannello dove si sceglie l'origine della musica (l'iPhone stesso o un NAS collegato con UPnP) e il dispositivo dove suonarla (l'iPhone o via Chromecast, icona in alto a destra).
In una fascia in basso lo spazio per la pubblicità, se è la versione Lite.

Selezionando UPnP Devices con l'icona di aggiornameto sulla destra si visualizzano i servizi DLNA disponibili in rete. Uno solo in questo caso. Si tratta in realtà di J River Media, come si capisce anche dal logo, ma Mconnect inserisce il nome del router attraverso il quale lo ha rilevato. Cliccando sul nome però si possono visualizzare tutte le informazioni sul servizio (vedi lo screenshot più avanti). In realtà nelle rete locale c'è anche un altro servizio DLNA (PS3 Media Server) che però è un po' obsoleto e non è visto da Mconnect. Attenzione: a volte per la visualizzazione dei servizi DLNA è necessario attendere per più di qualche secondo.

Per scegliere cosa ascoltare si deve passare al pulsante Browser, che mostra tutte le opzioni. Come si vede è possibile centralizzare anche l'ascolto dei servizi streaming in qualità CD/HD.



Accedendo alla media library su J Remote, si sceglie sempre con la funzione Browser il tipo di media che si vuole riprodurre (Audio) e si può scendere al pannello di ricerca per Album, Artisti, Genere ecc. 

Figura 5

Figura 6


A questo punto si sceglie un artista (Belle and Sebastian) e un album (Fold Your Hands) e si può avviare l'ascolto di una canzone.




La canzone è I Fought in a War e nel player troviamo una gradita sorpresa: le informazioni sulla codifica e sulla risoluzione dei contenuti audio che stiamo trasferendo (FLAC 24/48 in questo caso). Naturalmente prima dell'ascolto avremmo dovuto decidere dove ascoltare, ma possiamo farlo anche ora, il comando è sempre Play To. Cliccando sull'icona di Chromecast si possono elencare i servizi cast disponibili e selezionare quello prescelto. Nel caso mostrato sono, come si capisce anche dalle icone, un servizio Chromecast Audio e un servizio Chromecast "standard", ovvero video. Quello ancora disponibile in vendita.



Si arriva quindi fino all'ascolto con una serie di azioni e menu' molto lineari e logici, e tutto procede sempre con passaggi molto fluidi e veloci, sia che si scelga l'ascolto in locale, sull'iPhone sia che si scelga di inviarlo all'impianto con Chromecast Audio.

A questo punto verifichiamo se sono supportati tutti i formati, anche il DSD. L'album è Nashville Skyline di Bob Dylan e la bellissima Girl From The North Country è riprodotta senza problemi sull'iPhone, anche se è un file DSF in codifica DSD64 proveniente da un SACD di qualche anno fa che ho.



Il file in formato DSF e in codifica a 1 bit DSF viene quindi trasferito e ascoltato correttamente dopo trascodifica, visto che il DAC dell'iPhone non supporta il DSD (e neanche il PCM oltre 48KHz).
Nel secondo screenshot vediamo il dettaglio del servizio DLNA citato prima.

Compatibilità e qualità audio
Restano da fare alcune verifiche di compatibilità e di qualità effettiva in riproduzione:
  • riproduzione su Chromecast di file audio DSD
  • effettiva risoluzione nel trasferimento tramite protocollo Chromecast
Per la prima verifica fare altro che inviare un brano codificato DSD in riproduzione su Chromecast invece che sull'iPhone, per controllare se la trascodifica viene applicata anche in questo caso. La risposta è "probabilmente" no, perché Mconnect continua a girare senza che la riproduzione parta. E' possibile che a livello di protocollo di trasmissione non sia implementato.

Per la seconda verifica ho utilizzato il piccolo DAC SMSL M3 che uso per l'ascolto da notebook. Chromecast è collegato sull'ingresso ottico, ed ecco la conferma che nulla si perde, in PCM:
  • Prima prova - 24/48 OK
  • Seconda prova - 24/88 OK
  • Terza prova - 24/96 OK
  • Quarta prova 24/192: downgrade a 24/96 e suona correttamente
Il test di riproduzione a risoluzione 24/88. In ascolto Cannonball Adderley.

La gestione dei video
la stessa app può consentire di vedere un video sul tablet in qualsiasi luogo della casa o di usare lo smartphone come un telecomando per mandare con Chromecast su un monitor TV video, film, concerti o riprese personali, archiviate sul NAS  DLNA.
La gestione è la stessa, basta selezionare (vedi figura 5) "Video" invece che "Audio" e si visualizzano le varie categorie in cui è suddivisa (in modo un po' arbitrario, dipende da come sono classificati i video, "show" oppure "movie" ad esempio) e quindi, all'interno di una categoria, il video da vedere.


Il video selezionato è di un bel concerto di Fiorella Mannoia del 2005, rippato su NAS a partrire da un DVD della mia libreria di video di concerti. Che si può così vedere tramite Mconnect sullo smartphone, oppure (meglio) trasmettere con Chromecast su un monitor TV (altro test fatto).



La scelta in realtà non è casuale ma obbligata perché dal test si appura che, a differenza dell'audio, per i video Mconnect (almeno nella versione Lite) non supporta tutti i formati. Anzi forse solo uno, MP4, e sicuramente non i più diffusi AVI e MKV che nel mio caso sono derivati in genere da ripping con DVD Shrink dai DVD fisici. Per qualche casualità che non ricordo quello della Mannoia è l'unico MP4 tra i non molti video che ho sul NAS. Ho cercato sul sito di Conversdigital se sono specificati i formati supportati ma, a differenza che per l'audio, non è presente alcuna informazione in merito.

E' stata però l'occasione per risentire una bellissima canzone di Ivano Fossati, "I treni a vapore" nella splendida interpretazione di Fiorella Mannoia.

venerdì 29 gennaio 2021

L'equalizzazione della stanza d'ascolto - 3) La correzione

Veniamo infine alla terza ed ultima parte, quella più interessante perché promette con poca fatica di rendere ottimale la stanza d'ascolto senza interventi complessi sulla sua disposizione. Che è la promessa dei fornitori dei sistemi dedicati allo scopo, ma un risultato piuttosto impegnativo da ottenere se affrontato con strumenti da configurare come REW.

Prima parte: Gli strumenti / Seconda parte: La misura / Terza parte: La correzione

1. Una premessa: la conoscenza necessaria
I sistemi dedicati funzionano sul principio del flag "correzione intelligente" degli editor delle fotografia, cioè cercano di fare tutto loro e, se il risultato non è soddisfacente, forniscono alcuni parametri su cui operare per giungere al risultato desiderato. Per usare i quali, però, occorre una buona competenza sulla tecnica fotografica. Nel nostro caso il livello di conoscenza richiesto è ancora maggiore, perchè la nostra capacità di valutare il suono è molto meno sviluppata (in media) di quella necessaria un'immagine. 
In sintesi, per gestire i parametri non basta osservare l'effetto e andare per tentativi (imparando quindi a gestirli), ma bisogna prima capire (almeno a grandi linee) a quali fenomeni fisici e fisiologici fanno riferimento. Bisogna studiare.

La situazione ideale? Non proprio.

2. Circoscrivere gli obiettivi
Una stanza non arredata e disposta in modo ottimale o un posizionamento non corretto possono provocare anomalie nella risposta soprattutto sulle basse frequenze. Che sono anche le anomalie su cui intervenire è più semplice. Quelle sulle medie e alte frequenze possono essere altrettanto deleterie per l'ascolto, ma sono più facilmente correggibili con interventi a basso impatto sull'ambiente. In più, come vedremo, la loro correzione richiede strumenti e interventi più complessi.

3. Andare per gradi
L'intervento sulle basse frequenze (20-400Hz) è consigliabile che sia moderato, o almeno che si inizi con interventi minimi. Se la curva è accidentata a causa di interferenze costruttive o distruttive dovute alle riflessioni in fase o controfase prodotte da pareti o mobili della stanza d'ascolto, è opportuno concentrarsi sulle prime piuttosto che intervenire sulle seconde. Le prime infatti (i picchi) sono quelle che producono i rigonfiamenti del suono degli strumenti che operano in questo range, con gli effetti più evidenti di alterazione della timbrica e offuscamento di altri suoni, e sono facilmente correggibili con filtri digitali lineari e riduzione della risposta. Gli "abissi" invece dovrebbero essere corretti con una amplificazione ulteriore, anche di notevole ampiezza, che potrebbero mettere in crisi l'amplificatore. In più, anche se i puristi mi accuseranno di scarsa attenzione ai particolari, è meno dannoso per la qualità dell'ascolto un suono attenuato ma circoscritto di uno gonfiato. Anche se è comunque una non linearità.

4. Interventi a "fase minima"
Un intervento sulla risposta in frequenza provoca sempre una variazione (o rotazione) di fase di qualche entità che è anch'essa da correggere per evitare una distorsione dell'audio originale. REW è un'applicazione molto completa sulla parte di generazione e misura ma non è al livello delle applicazioni professionali relativamente alle correzioni di fase, che non sono supportate. Di conseguenza nell'uso di REW per l'equalizzazione di ambiente è opportuno limitarsi a quelle parti di risposta che presentano già accettabile una linearità di fase, ovvero a "minimum phase". Che sono peraltro più frequenti nella fascia bassa delle frequenze. 
Una sezione ampia della guida di REW è dedicata a spiegare in dettaglio cos'è la minimum phase e a come i dividuare le aree che non sono, azione propedeutica alla definizione della curva di correzione.

5: La scelta della misura da correggere e dei parametri di equalizzazione 
Dopo aver eseguito le misure dovremo scegliere quella più rappresentativa delle situazione reale di ascolto e selezionarla in REW come curva su cui operare la correzione. Anche se vogliamo intervenire solo sui bassi possiamo ugualmente utilizzare una curva effettuata sull'intera banda audio. Uno dei parametri è infatti l'ampiezza dell'intervento. Usando J Remore per applicare la correzione dovremo scegliere una curva "stereo" (L+R) perchè non è previsto l'inserimento di una correzione per singolo canale. La curva scelta da me nella prima prova di applicazione era 16-20000Hz e l'intervento solo sui bassi. Nella immagine seguene la misura mostrata in dBW (decibel Watt).

Immagine 1

Per creare la curva di correzione si deve selezionare il modulo EQ (pulsante in alto nel pannello iniziale di REW) che attiva il pannello mostrato sotto, con i gruppi di parametri su cui operare e che mostra anche la correzione standard. I gruppi di parametri sono nella colonna a destra: Equaliser, Target Settings, Filter Tasks, Modal Analysis, Resonances. Gli ultimi due sono per interventi più complessi di affinamento. Con i primi 3 si arriva alla generazione delle curva di correzione, che è un comando quasi nascosto nel gruppo Filter Tasks

5.1 Equaliser
REW mette a disposizione un grande numero di tecniche di equalizzazione create per vari scopi e con varie caratteristiche, più una "generica", come si vede nell'immagine. La scelta quindi richiede un approfondimento che a sua volta richiede una buona conoscenza della materia. Non è un sistema automatico come quelli proposti dall'applicazione svedese Dirac o inclusa nei componenti Anthem o Lyngdorf. Non volendo addentrarmi nella materia ma volendo intanto provare l'efficacia "base" ho scelto l'equalizzazione MiniDSP, ovvero quella messa a punto dal produttore del microfono, che ha in produzione anche numerosi componenti che effettuano la room equalization, sia con DAC integrato che senza. E che, offre l'alternativa tra il software Dirac Live (con costo aggiuntio di circa 200 €) e REW. La mia supposizione è che la loro scelta di equalizzazione sia "standard" ovvero adatta a un gran numero di situazioni.

5.2. Target Setting
La prima scelta da fare è sulla curva di equalizzazione, che prevede tre scelte: subwoofer, full range speaker, bass limited speaker. La prima è la classica curva è calante dalle medie in poi, la seconda è flat, la terza è calante verso le basse frequenze. I nostri diffusori dovrebbero essere già studiati per avere una curva leggermente calante, la più adatta all'ascolto di musica, quindi la correzione flat dovrebbe essere la scelta standard, ma in vari esempi ho visto che viene sempre e comunque preferita la prima. La limitazione dei bassi invece serve, immagino, per compensare un eventuale sbilanciamento dei diffusori. 
Se si applica la correzione solo sui bassi comunque la curva ovvia da applicare è quella subwoofer.
L'unico altro parametro da controllare in questa sezione è il Target Level. Di solito si può lasciare com'è, ma cliccando su "calculate" è possibike uniformarlo a quello misurato. Che però di solito è quasi uguale. Gli altri due parametri sono di affinamento.

5.3 Filter Tasks
E' la sezione principale, vediamo di seguito i parametri uno per uno.

  • Match Range: come dice la parola stessa, indica l'arco di frequenza su cui applicare la correzione. In figura è indicato 20-200Hz nella prova che ho fatto ho poi applicato 16-400Hz.
  • Individual max boost: la limitazione che viene imposta alla correzione dei "buchi" di frequenza derivanti da riflessioni in controfase. E' sempre consigliabile indicare un limite coerente con la capacità dell'amplificatore. Quello indicato (7dB) è il default, prudenzialmente e secondo le guide l'ho anche abbassato a 5dB.
  • Overall max boost: in ogni caso è presente un secondo limitatore per tutto l'arco di frequenze, che riduce ulteriormente interventi di incremento locale del volume per compensare i buchi.
  • Flatness Target: individua l'ampiezza entro la quale la curva corretta si deve ritenere "piatta". Il default è 6dB quindi abbastanza ampio da non mettere in crisi la catena di riproduzione e comunque già migliorativo. Si può provare a ridurlo.
Poi seguono parametri per esperti, in grado anche di agire manualmente ed applicare ulteriori ottimizzazioni, e infine arriva, ben mimetizzato, il comando per generare la correzione:

Match Response To target Azionandolo viene mostrato l'intervento di correzione, non molto drastico apparentemente con le scelte che ho fatto nel primo test (mostrate nell'immagine).


Export filter setting to text: il risultato può essere poi ovviamente salvato o esportato su file di tipo testo o di tipo "file" (ma che è sempre di tipo testo ma con una codifica differente). J River accetta file di tipo testo e quindi ho fatto questa scelta. 

6. La correzione
Essendo il file di tipo testo si può visualizzare facilmente l'intervento di correzione che l'algoritmo ha calcolato con i parametri impostati, è riprodotto qui di seguito, e agisce solo su tre parametri: 
  • la frequenza su cui si applica l'intervento
  • Il "guadagno" applicato (che in realtà coi parametri applicati è solo in attenuazione)
  • Il fattore di merito (o quality factor, o Q factor, o semplicemente Q) che indica la curva di applicazione del filtro in termini di ampiezza dell'intervento e di selettività. In base al Q l'azione del filtro può avere più o meno effetto anche sulle frequenza adiacenti.
Il file di correzione è quindi di questo tipo (convol-5-16_400 L+R MiniDSP è il nome del file che ho dato):

Filter Settings file
Room EQ V5.20
Dated: 8-dic-2020 0.04.24
Notes:convol-5-16_400 L+R MiniDSP.txt

Equaliser: miniDSP
5 16-400 96K L+R dic 7

Filter  1: ON  PK       Fc   53.20 Hz  Gain  -9.90 dB  Q 11.475
Filter  2: ON  PK       Fc   77.80 Hz  Gain -15.40 dB  Q 10.534
Filter  3: ON  PK       Fc   108.5 Hz  Gain -10.70 dB  Q 17.786
Filter  4: ON  PK       Fc   166.5 Hz  Gain  -5.90 dB  Q 10.863
Filter  5: ON  PK       Fc   199.0 Hz  Gain  -8.10 dB  Q  9.270
Filter  6: ON  PK       Fc   259.0 Hz  Gain  -8.70 dB  Q  9.507

Come si vede,confrontando con la curva mostrata nella immagine 1, la correzione agisce solo sulle interferenze additive (in fase) presenti e visibili a 53,2Hz, 77,8Hz, 108Hz  e 166,5Hz (le successive non sono visualizzate nell'Immagine 1, che si ferma a 200Hz).

6. La prova d'ascolto
A questo punto non resta che applicare la "convolution" nella sezione DSP di J Remote e vedere l'effetto che fa. Per la prova ho puntato aall'ascolto di due brani che uso spesso come test a confronto e che avevo ascoltato recentemente con le cuffie Stax, facendo particolare attenzione alla risposta sui bassi: All Or Nothing At All di Diana Krall, con in evidenza il contrabbasso di Christian McBride, e un concerto di classica con forte presenza della sezione di contrabbassi (il III concerto per piano di Beethoven con la Scottish Chamber Orchestra).
L'impressione d'ascolto è stata ottima, reggeva il confronto con la cuffia elettrostatica, il distacco che avvertivo prima, dovuto probabilmente alla risposta non corretta in ambiente, sembrava molto attenuato. Alternando l'applicazione della correzione le differenze nella precisione del contrabbasso e nella modulazione della grande sezione dei contrabbassi, un tappeto del suono, erano confermate, ma in modo meno definibile e continuamente minato dal sospetto che fosse influenzato dall'aspettativa positiva. 

Cercavo dunque qualche passaggio, qualche criticità che evidenziasse la differenza, quando a sorpresa l'ho trovato. Un suono, un tintinnio, che compariva soltanto quando la correzione veniva tolta. Nella sala c'è effettivamente una libreria tradizionale, anche se non ovviamente in vista diretta delle casse acustiche. Il rinforzo dovuto all'interferenza additiva in fase, eliminato o ridotto, eliminava questo disturbo, avvertibile alzando il volume, confermando in modo oggettivo che la correzione era applicata. E contribuendo anche con ogni probabilità alla risposta più realistica dei bassi che notavo. Una conferma indiretta.

In sintesi: che fare?
La correzione ambientale, anche se applicata parzialmente e senza approfondimenti sui possibili miglioramenti ulteriori, appare molto interessante. Appare quindi una conseguenza quasi obbligata continuare a sperimentare l'applicazione dei vari fltri, estendere la correzione a tutta la banda audio, verificare anche l'efficacia di qualche intervento sulla posizione delle casse acustiche e sulla loro configurazione (tappi sui condotti reflex o meno) .

Ma un'alternativa potrebbe essere dato il promettente inizio, investire 100 € e provare anche l'applicazione più completa MathAudio, che include anche le importante correzione di fase. E puntare senz'altro alla correzione su tutta la banda. E mettere in conto però ulteriore tempo impegnato nelle prove (in un ambiente condiviso) e sottratto all'ascolto della musica.

Oppure invece, saltare il fosso e passare ad una soluzione chiavi in mano, automatica? C'è ad esempio, anche senza cambiare amplificatore, una soluzione di MiniDSP che include Dirac Live e un DAC, si usa al posto del DAC che uno ha nell'impianto, non ha prestazioni elevatissime ed è limitato a 48KHz (probabilmente per limitzioni della potnza di calcolo), ma dopo effettuato il set di misure effettua una correzione ottimizzata in modo automatico. E costa meno di 500 €. Quanto peserà il sacrificio sul lato della qualità teorica rispetto al vantaggio nell'ascolto pratico? 

Dubbi e problemi che l'"audiofilo analogico" (protagonista di un prossimo post) certamente non ha.

domenica 3 gennaio 2021

I segreti di MQA, spiegati

Il nuovo formato di codifica digitale MQA (Master Quality Authenticated) proposto da Bob Stuart e dalla Tidal ormai 4 anni fa si propone di sostituire la codifica standard PCM grazie ad alcuni percepibili vantaggi. La cosa non è ancora avvenuta e l'operazione suscita molti dubbi soprattutto tecnici, illustrati in un precedente post. L'occasione per tornarci con maggiore dettaglio nasce da un lungo articolo sull'ultimo numero di Audio Review, dal titolo "I segreti di MQA".

L'articolo, di taglio didattico e quindi orientato a farsi capire bene dal lettore, già dal titolo (ma non nel testo) mette in risalto uno degli elementi critici del nuovo standard, ovvero la poca chiarezza e la conseguente scarsa scientificità con cui è presentato MQA, nonostante i siti web sul quale è ampiamente presentato e promozionato.

Il sistema di misura Audio Precision APX517B utilizzato nei test presentati in uno degli articoli citati.

MQA spiegato in dettaglio

Grazie all'articolo e alle fonti disponibili sul web, in particolare agli articoli estremamente approfonditi e corredati da test effettuati con strumentazione professionale del noto super-esperto di audio digitale "Archimago", è possibile tentare un approfondimento. Iniziando dagli obiettivi di MQA, più volte ribaditi:

  • elevato risparmio di spazio dati
  • miglioramento della messa a fuoco temporale delle tracce audio
L'audio ha bisogno di essere messo a fuoco?
Dimentichiamo subito il primo obiettivo, a cui l'articolo dedica due inutilissime pagine. Risparmiare lo spazio dati in un mondo in cui sta arrivando il 5G, nel quale qualsiasi contratto economico garantisce 40-50GB al mese (se non illimitati) utilizzati magari per videogame interattivi 4K, nel quale hard disk da 2TB che possono contenere 1000 album in HD costano 60 € (in diminuzione) è totalmente privo di senso. Poteva essere un argomento 20 anni fa, ai tempi dell'MP3 che consentiva di diffondere la musica in rete, ma ora fa quasi ridere.

Più interessante il secondo obiettivo. La "messa a fuoco" è una necessità nella cattura delle immagini utilizzando sistemi di lenti e non si capisce cosa c'entri con la registrazione e riproduzione della musica ma, superando la diffidenza che accompagna questi claim di puro marketing, ed essendo l'obiettivo di qualsiasi audiofilo capire cosa effettivamente rende diverso e sempre più fedele l'ascolto, vale la pena approfondire. Anzitutto perché molti ascoltatori disinteressati hanno apprezzato molto l'ascolto con MQA.

Registrazione e riproduzione dei suoni impulsivi
Continuando nella lettura dell'articolo e delle altre fonti in rete (incluse quelle del consorzio MQA) si apprende che il miglioramento è indirizzato unicamente ai suoni impulsivi, la cui registrazione e digitalizzazione può presentare dei problemi con le tecniche tradizionali. I problemi sono due:
  • introduzione di una sfocatura (blurring) nella digitalizzazione con codifica PCM dei suoni impulsivi;
  • impossibilità di digitalizzare correttamente impulsi separati tra loro fino a 10 µs.
Sono due criticità oggettive e anche note (la prima soprattutto), ma dobbiamo farci alcune domande in merito:
  • Sono effettivamente presenti sistematicamente nella musica, hanno effettiva rilevanza nell'ascolto, sono tuttora presenti e ascoltabili nella musica codificata in PCM?
  • MQA risolve effettivamente queste criticità?
  • Possono essere risolte anche senza ricorrere alla codifica MQA che, lo ricordiamo, è lossy, con perdita (impossibile tornare all'audio originale)?
Il fenomeno pre-ringing schematizzato
Hanno effettiva rilevanza?
I transienti (rapide variazioni temporali) sono ovviamente presenti in musica, i suoni impulsivi e brevissimi, meno. Provare o negare che siano percepibili è quasi impossibile considerando il concetto estesissimo di "musica". Quindi rispondiamo di sì, e passiamo alle altre due.

Blurring, de-blurring e apodizzazione
La prima criticità può essere presente con la codifica PCM. In presenza di un rapido transiente o di un impulso la codifica e la successiva decodifica possono introdurre un artifatto, un "pre-ringing", un rimbalzo, un'oscillazione, prima dell'impulso, e quindi uno sfasamento temporale. Qualcosa di simile alla sfocatura nel senso che vengono sovrapposte all'originale informazioni (acustiche in questo caso) che rendono meno nitida l'informazione principale. 
MQA afferma di intervenire su questa criticità in conversione con un algoritmo simile alla apodizzazione in uso nella gestione delle immagini nei radiotelescopi (quindi sempre ricavate da onde, un paragone accettabile), in pratica la eliminazione dei "ring" più evidenti e prossimi all'impulso.

Ma come avviene l'eliminazione, e funziona?
Nella documentazione di MQA non si fornisce nessuna informazione in merito (è più o meno tutta così, poche informazioni e molta fuffa marketing) e così Archimago in un lungo articolo corredato da test approfonditi ha cercato di scoprirlo. Cliccando sul link si può leggere l'articolo, molto ricco di dati come sempre. Ma per chi ha più fretta riporto qui gli elementi principali.
  • riguardo alla presenza del fenomeno del "blurring":
    • (1) impulsi di ampiezza molto ridotta e transienti molto ripidi sono rari in musica ma possono introdurre artifatti analoghi alla "immagine fantasma" (fenomeno di aliasing) ben noto nella cattura delle immagini in movimento;
    • il blurring può presentarsi invece in modo più sistematico quando si usano filtri digitali a fase minima molto ripidi, cosa che può essere più frequente perchè sono usati nelle funzioni DSP, per esempio per la equalizzazione ambientale;
  • il fenomeno può essere affrontato e risolto solo con MQA?
    • l'anomalia (1) è nota sin dall'inizio della musica digitale, quindi anche a risoluzione CD, ed è stata affrontata con diversi metodi; può essere annullata passando adottando filtri digitali anti-aliasing e portando l'eventuale rumore di quantizzazione fuori della banda audio e questa azione è risolutiva passando alla risoluzione HD;
    • per l'anomalia (2) le tecniche anti-aliasing citate sopra possono essere non sufficienti e di conseguenza un algoritmo di de-blurring potrebbe essere effettivamente utile;
  • l'algoritmo di MQA è efficace?
    • è stato provato nell'articolo su due DAC che implementano MQA, uno relativamente economico (Meridian Explorer 2) ed uno di fascia alta (Mytek Brooklyn);
    • testando il comportamento del filtro con un'atterzzatura professionale Audio Precision  nell'articolo è dimostrato che il de-blurring è realizzato con un filtro anti-imaging debole, ovvero il tipo di filtraggio utilizzato per rendere "smooth", più lineare, un segnale campionato digitalmente;
    • il risultato, sempre secondo l'articolo, non è ottimale, nel senso che introduce uno slittamento temporale di 40 µs; in sostanza, elimina in parte il pre-ringing ma al prezzo di introdurre un peggioramento temporale anziché un miglioramento, quindi una minore fedeltà rispetto all'originale, con impatto non limitato solo ai file audio equalizzati e alle sezioni con fenomeni di pre-ringing;
    • lo stesso risultato, sempre secondo l'articolo, si potrebbe ottenere con un intermediate phase filter (un filtro digitale a fase intermedia tra la fase lineare e fase minima) applicabile solo quando serve, ovvero ai file audio equalizzati.

    La soluzione della prima criticità è un'esclusiva di MQA?
    In altre parole, nel caso i test dell'articolo citato fossero non corretti o contestabili (cosa che comunque il consorzio MQA non ha fatto), il de-blurring di MQA sarebbe l'unica soluzione al problema, e quindi la probabile motivazione per l'apprezzamento di molti all'ascolto con questa codifica?

    No, perché questo sfasamento temporale è, come anticipato, un noto effetto "alias" del campionamento PCM, che è risolto nei DAC, come anticipato, con un apposito filtraggio anti-aliasing. Quello che afferma il consorzio MQA  è infatti che anche questo filtraggio non è perfetto e quindi il pre-ringing e il blurring possono manifestarsi egualmente.

    Indipendentementemente che ciò sia vero o no (per i produttori di DAC ovviamente no), una soluzione accettata da tutti (incluso il consorzio MQA) esiste già, ed è la codifica DSD a 1 bit, che non richiede filtraggio anti-alias, anzi questo è uno dei vantaggi, forse il principale, che sostiene il suo elevato apprezzamento. Ma, ancora una volta, il consorzio MQA ritorna sui presunti vantaggi della compressione e del risparmio di spazio (ancora superiore nel caso del DSD). Vantaggio inesistente come già scritto.
    Per un ripasso sulla correzione della distorsione "aliasing" e un generale sulla codifica DSD consiglio questo articolo (in italiano) di Fabrizio Montanucci di qualche anno fa, molto chiaro e leggibile.

    La soluzione della seconda criticità è un'esclusiva di MQA?
    Ma il DSD invece uno svantaggio lo ha, non si possono implementare con la stessa facilità filtraggi ed elaborazioni DSP ed in particolare la room equalization, che raccoglie un notevole interesse, quindi un anti-alias più efficiente applicato anche al PCM potrebbe essere un vantaggio. (Lo so, stiamo andando veramente ad analizzare situazioni molto particolari, ma voglio andare a fondo nella ricerca dei presunti vantaggi si MQA).
    La domanda quindi diventa la seguente (supponendo che il de-blurring di MQA sia invece efficace).

    Il de-blurring di MQA funziona solo con audio codificato con MQA?
    Il consorzio MQA ovviamente lo afferma come plus, ma sempre senza dettagli tecnici che facciano capire il perché. In particolare, non è noto come l'algoritmo usato èsia applicato nella produzione del "master authenticated" oggetto del precedente post. Ovvero, se questa particolare codifica possa essere applicata senza ricorrere all'inutile compressione per risparmiare i dati, che rimane un processo separato e con una funzione diversa, o se è integrato inevitabimente in essa. 
    Sono due processi con scopo diverso ed è difficile immaginare che non siano separabili, è certo in ogni caso che il consorzio MQA non è interessato a farlo, ma anche che nessun altro pare interessato a scoprire i segreti dell'algoritmo o a inventare qualcosa di analogo, 

    Non basta però (e passiamo all'analisi speculativa che conclude l'articolo): un intervento di codifica preventiva non può essere applicato indistintamente a tutto il master, ma solo in presenza degli impulsi e dei transienti che possono generare pre-ringing, operazione ovviamente manuale, anti-economica e incompatibile con la produzione di centinaia di migliata o milioni di tracce MQA.
    A meno che in MQA abbiano anche implementato un raffinato sistema di AI (intelligenza artificiale) basato su un altrettanto raffinato set di misure, in grado di effettuare automaticamente questo compito. E soprattutto, avessero deciso con puro auto-lesionismo di non farlo sapere a nessuno ma avessero preferito rimanere nel vago della fuffa marketing. Quindi, in sintesi:
    • è impossibile più che improbabile che la correzione sia applicata selettivamente
    • probabilmente è applicata in modalità "batch" nella conversione alla codifica MQA
    • potrebbe essere realizzata e applicata anche in PCM
    • essendo un'esigenza molto particolare non è al momento interesse di alcuno occuparsene
    • la criticità non gestita in PCM, ovvero il pre-ringing generato da filtri DSP, si può verificare solo dopo la creazione del master MQA, e quindi non è garantita la correzione dalla codifica MQA.
    Aggiungo solo che, essendo l'effetto della correzione in sostanza un leggero "ammorbidimento" del suono, può darsi che sia all'origine del buon apprezzamento della codifca MQA in ascolto. Una sorta di filtro "analogico" e non a caso nelle presentazioni Bob Stuart fa criptiche allusioni al "suono analogico" di MQA.

    Digitalizzazione di impulsi separati tra loro fino a 10 µs.
    E veniamo infine alla seconda "criticità temporale" citata nell'articolo. Che ha una spiegazione molto semplice: 10 µs = 1/96KHz e quindi per il teorema di Nyquist è necessario, per non perdere queste informazioni, campionare il contenuto analogico a 192KHz al minimo, in modo da poter registrare contenuti fino a 96KHz.
    Anche qui MQA dice di essere utile, ma solo per la riduzione di spazio dati. Dimentichiamo quindi questo vantaggio riferito a MQA e limitiamoci a considerarlo un vantaggio (sinora poco noto e poco verificato) della codifica a 192KHz. Un vantaggio che dipende però da due requisiti:
    • esiste nella musica?
    • siamo in grado di ascoltarlo?
    Per poter riprodurre gli impulsi rapidissimi che si susseguono entro 10 micro-secondi (in un secondo ci sono un milione di micro-secondi) è necessario che questa informazione sia presente nella registrazione originale, quindi che il microfono (se è un suono acustico) arrivi a 96KHz e che l'audio originale non sia derivato da master analogici su nastro magnetico, che ovviamente anch'essi non arrivano a questa larghezza di banda. Potrebbe essere prodotta solo con suoni sintetizzati. Per arrivare al nostro sistema uditivo dovrebbe poi essere riprodotta con cuffie stereo o altoparlanti in grado di estendere la risposta sino a 96KHz. Il sistema uditivo pare che sia in grado di percepire questo tipo di suoni, anche se arriva (su suoni continui) solo a 20KHz (in giovane età) ma per cuffie e casse acustiche attuali è decisamente fuori range.

    Esiste qualche prova di ascolto?
    Per sapere se un umano giovane o meno può sentireil fenomeno di blurring e il suo annullamento con MQA nonché abbia la capacità di percepire suoni impulsivi ripetuti con audio a 192KHz che invece spariscono con audio a 96KHz o inferiore, sono necessarie accurate prove d'ascolto. Non si trovano riferimenti nell'articolo di Audio Review da cui siamo partiti, dove prudentemente si danno indicazioni su come dovrebbe essere organizzata una sezione d'ascolto per differenze, perché possa essere oggettiva (molto simile a quelle riportate a suo tempo in un articolo sul blog) suggerendo ai lettori interessanti (e molto pazienti e molto confidenti nelle loro capacità di ascolto) di farsele da soli.

    Qualcuno però ha fatto alcune prove di ascolto sul blurring e il pre-ringing, accompagnate da misure tecniche molto approfondite, è il forum Audio Italia e le prove sono a cura del suo amministratore Tom Capraro. L'articolo è in italiano e i test e i risultati sono spiegati in modo chiaro e con molti esempi, rimando quindi ad esso per approfondimenti, e mi limito a citare i risultati:
    • i suoni impulsivi non sono percepibili e se ne ha conferma analizzando il corrispondente spettrogramma;
    • il pre-ringing generato da interventi di filtri digitali minimal phase è percepibile, ma solo se non mascherato da alcune scelte di filtraggio e soprattutto dal pre-ringing indotto dal dispositivo usato per l'ascolto.
    In sintesi, cosa ci interessa in pratica di questa complessa questione teorica?
    Separiamo la risposta in tre. Per chi ascolta in streaming, la scelta per l'ascolto in HD al momento è tra Qobuz (PCM) e Tidal (MQA), per chi preferisce il download digitale cominciano ad essere disponibili album codificati MQA. Le differenze all'ascolto sono minime e anche variabili in base a cosa si ascolta (qualità del master originale soprattutto), quindi equivalenti. La differenza la fa il catalogo, di gran lunga più ampio quello in PCM.

    Per chi è interessato alla room equalization e all'uso del DSP la teorica e del tutto da provare efficacia di MQA per ridurre alcuni effetti (peraltro non sistematici) è ancor  più "teorica", perché potrebbe essere applicata solo al ridottissimo catalogo di album in download codificati MQA.

    Infine, riguardo alla temuta "sfocatura" da aliasing, chi non si fida della qualità conclamata dei DAC PCM dell'ultima generazione deve puntare sulla codifica DSD che da' garanzie certe di essere "pre-ringing free" e quindi priva del fenomeno di aliasing, e che presenta già ora un catalogo molto ampio di scelte (solo in digital download).