sabato 14 giugno 2014

L'ascolto selettivo

Una riproduzione fedele di un evento musicale è la premessa per un ascolto in alta fedeltà o high fidelity. Che deve garantire, per definirsi tale, una restituzione il più possibile simile all'evento originale. Una restituzione perfetta non è possibile perché la perfezione non esiste in natura (anche se spesso è presente nella pubblicità) ma vorremmo che fosse il più possibile fedele nei parametri che caratterizzano maggiormente quel tipo di suono complesso che chiamiamo musica.

I parametri di valutazione
Nelle recensioni i giornalisti specializzati usano parametri come microdinamica, microdettaglio, colorazione, timbrica, spazialità, che a volte fanno riferimento a parametri fisici, cioè misurabili, a volte ad un insieme di elementi collegati tra loro, e si tratta in questo caso di "grandezze "multidimensionali" non facilmente descrivibili e non misurabili. Avviene lo stesso in campo enologico o di valutazione dei cibi o dei profumi, dove sono coinvolti sensi che non usiamo o usiamo solo parzialmente per una comunicazione codificata, a differenza di quanto avviene con la vista.



Parametrare la musica
Quello che chiamiamo musica è una organizzazione ordinata dei suoni secondo regole, suoni generati da strumenti (inclusa la voce umana) in grado di generare una gamma di suoni virtualmente infinita. L'insieme di regole consente di individuare i parametri che nel tempo sono stati proposti per giudicare il suono. Alcuni di questi sono misurabili e definibili.

L'altezza dei suoni e la pressione sonora: la linearità
L'altezza è il nome che in musica si da' alla frequenza di un suono. Nel più classico degli strumenti, il pianoforte, è una sequenza discreta di 88 suoni corrispondenti agli 88 tasti, dal suono a minore frequenza (più grave o basso) pari a 27,5Hz, a quello a maggiore frequenza (più acuto o alto) pari a 4186Hz. Questi "suoni" non sono altro che le note della notazione musicale occidentale. Altri strumenti possono arrivare a frequenze inferiori, come l'organo da chiesa (16,3Hz) o superiori, come l'ottavino (oltre 10KHz). La gamma in frequenza è ovviamente coerente con la risposta del sistema uditivo umano: 20Hz-20KHz per udito perfetto e da giovani, ridotto a 16KHz o meno con l'avanzare dell'età.

Ogni suono elementare o nota è poi generato con una diversa intensità, regolabile in modo continuo dal musicista. Non a caso il principale strumento in orchestra si chiama proprio piano-forte.
Il primo parametro che un sistema in alta fedeltà deve rispettare è di conseguenza la linearità, cioè la capacità di riprodurre tutta la gamma dei suoni alla stessa intensità in cui li ha generati il musicista sullo strumento originale. Una grandezza relativamente semplice da misurare, utilizzando un suono convenzionale, è la famosa risposta in frequenza. Una risposta in frequenza dovrebbe essere ovviamente lineare, o "piatta", da 20 a 20.000Hz, questo è tecnicamente possibile per i componenti elettronici, ma molto più difficile da ottenere per i diffusori acustici, come si vede ad esempio dal grafico qui di seguito riprodotto.



La risposta, come si vede nel grafico (tratto dalla rivista Audio Review), pur trattandosi di un diffusore di elevato livello, non è lineare ai bassi livelli, che non possono essere riprodotti alla stessa intensità originale al di sotto dei 70Hz, e presenta alcune deviazioni, chiamate appunto non linearità, sulle frequenze medio-alte. Per questo modello della italiana Sonus Faber la risposta in frequenza è lineare  da 70Hz a 20KHz entro un range di +-4dB. Nonostante le apparenze la misura denota una cassa molto lineare, altri modelli anche di gran pregio hanno deviazioni più pronunciate.

La dinamica (e la distorsione)
La dinamica è la differenza tra il suono a minore e maggiore intensità o pressione sonora. Per il pianoforte il "piano" corrisponde a meno di 60dB (una stanza silenziosa ma "abitata" è circa 35dB) e il "forte" arriva fino a 100dB. Una intera orchestra, o suoni generati elettronicamente, possono arrivare sino alla soglia del dolore per il nostro sistema uditivo, quindi 110 dB (è una scala logaritmica che raddoppia ogni 3dB, lo ricordiamo).
Quindi il secondo importante parametro fisico che un sistema hi-fi deve possedere è una gamma dinamica indistorta, cioè la capacità di riprodurre suoni a livello uniforme sulla intera gamma coperta dalla musica, che è praticamente la massima con cui un umano può convivere, da 35 a 110dB, e senza distorsione.

Cos'è la distorsione? Non un parametro musicale, ma una caratteristica non completamente eliminabile del sistema con cui viene riprodotto il suono: la differenza, misurabile, tra il suono originale e quello riprodotto. Oltre un certo livello di incidenza e di pressione sonora è facilmente avvertibile in ascolto e rende prima sgradevole e poi quasi impossibile l'ascolto. Il livello immediatamente precedente è la massima pressione indistorta.



Per esemplificare questo parametro, ancora per le casse acustiche, ecco nella immagine qui sopra una misura di MOL (Maximum Output Level). Come si vede questo ottimo diffusore, sempre il modello Liuto della Sonus Faber, riesce a generare una pressione indistorta da 56Hz a 20KHz, in modo lineare sino al livello di 107dB.

La ricostruzione spaziale
Ascoltiamo la musica in stereo almeno dagli anni '50 per un motivo: ottenere una simulazione più o meno fedele dell'evento sonoro originale anche come individuazione dell'origine dei suoni. Per quanto a molti può sembrare strano, con solo due diffusori e sfruttando le riflessioni in ambiente si può "ingannare l'orecchio" e farci credere che il suono provenga dal centro, tra i due diffusori, più avanti o più indietro di essi, all'esterno dei medesimi o anche (con qualche difficoltà) a diversa altezza. Il tema è stato dibattuto sul blog in molti altri post a cui rimando per approfondimenti, ma qui interessa soltanto perché questo parametro, che alcuni chiamano anche ambienza, è particolarmente selettivo. Nel senso che impianti o software con differente codifica possono generare differenze percepibili e garantire quindi una riproduzione più o meno realistica, quindi più o meno vicina al concetto teorico di "alta fedeltà".

La timbrica o il timbro
Questo è il parametro più facile da descrivere ma più difficile da misurare. Facile da descrivere perché è esattamente come il timbro della voce, quel particolare mix di altezza, articolazione e modo di emettere i fonemi che ci permette di riconoscere la nostra compagna o nostra figlia anche quando da un telefono disturbato ci dice "Ciao, come va?". Per gli strumenti musicali è la stessa cosa. Il tipo di legno, di corde, di vernice, il livello di vibrazioni e molti altri elementi concorrono a definire un timbro dello strumento che lo rende unico e distinguibile rispetto ad un altro. Ad esempio il violoncello Maggini del 1600 di Mario Brunello rispetto ad uno strumento moderno perfettamente prodotto. Non perché emettono suoni diversi, accordati con precisione emetteranno le note alla stessa altezza e con la stessa precisione, ma il "colore" del suono, come cercano di definirlo gli anglosassoni, sarà diverso e riconoscibile anche sulla stessa melodia. Come un'aria interpretata da Cecilia Bartoli e la stessa interpretata da Anna Netrebko. Soltanto che qui a differenza che con la voce dei nostri amici e amiche, per riconoscere le differenze tra voci "educate" al canto occorre un sistema uditivo educato ad ascoltare la musica (e una conoscenza della musica) mentre il riconoscimento del timbro della voce di chi ci circonda lo apprendiamo in modo naturale nei primi anni di vita.

Il parametro più significativo?
Un parametro decisivo per la verifica di un impianto hi-fi, apparentemente. Basterebbe registrare la voce di qualcuno che si conosce e riascoltarla. O magari di uno strumento suonato dal vero e poi riprodotto. Effettivamente test di questo tipo si facevano anni fa nelle mostre hi-fi. Ma contrariamente alle apparenze non sono così decisive. Il nostro sistema uditivo è molto raffinato ed è programmato per minimizzare le differenze. Proprio per riconoscere una voce amica anche quando chiama da un telefono disturbato o da grande distanza. Ed inoltre gli impianti moderni sono a un livello superiore a quello necessario per riconoscere il parlato, che è limitato alle frequenze medie. Lo stesso avviene, in misura diversa, per gli strumenti musicali, con la ulteriore difficoltà dei confronti a memoria.

Sarebbe invece più utile individuare i parametri singoli che compongono questo parametro multidimensionale, perché alcuni tra essi dovrebbero essere i più significativi. E qui la ricerca di definizioni si è applicata estesamente: il microdettaglio, la velocità, la microdinamica, la risposta ai transienti e così via. Non facilmente definibili anche perché sembra che recensori abbiano idee in parte diverse in merito (e sicuramente criticherebbero queste righe temerarie se si imbattessero in queste pagine). Il noto recensore Mark Wheeler , collaboratore di TNT-Audio, ha elaborato 24 parametri suddivisi in 6 gruppi per analizzare il suono riprodotto. Parametri in gran parte soggettivi e personali, un po' come quelli degli assaggiatori dei vini, parametri quindi utili per il recensore, per confrontare componenti diversi, ma difficilmente generalizzabili. Il suo sistema di valutazione si può leggere qui assieme a molte altre interessanti considerazioni sulla specificità dell'evento sonoro e musicale.

Torniamo alla musica
Se quello che vogliamo valutare è la musica, quanto fedelmente viene riprodotta, per provare a definire cosa si intende per alcuni di questi parametri possiamo partire dalla osservazione del contenuto musicale e dall'esame degli elementi di complessità che possono rendere difficile registrarla e riprodurla. L'obiettivo è individuare quelli più evidenti all'ascolto (ed evitare possibilmente di dover valutare con un voto 24 parametri). Senza pretese di essere esaustivi o di dare una specie di metodo definitivo (non c'è) proviamo a partire da una composizione molto nota, dalle prime 14 battute della sonata per pianoforte K330 di Mozart .


Nella prima battuta (sapete riconoscere una battuta vero?) notiamo che la prima nota per la mano destra, un SOL, ha una lineetta sopra, così come le stesse due note in terza battuta, e nella quarta battuta, nella scala che inizia con un LA, le prime 5 note hanno un puntino al di sopra, e la quinta una lineetta. Inoltre all'inizio della prima e della quarta battuta si possono leggere le lettere f e p. In altri gruppi di note nella prima e terza battuta le note sono invece collegate tra loro con una linea ad arco. Come sa chiunque sia in grado di suonare anche come dilettante, questi sono tutti segni di espressione per l'esecutore. I segni sopra le note indicano che le note stesse devono essere suonate staccate, e non legate senza interruzione come nelle note raggruppate, e lo staccato deve essere più incisivo nel caso della lineetta verticale. Le lettere poi indicano che le prime battute devono essere suonate a volume più elevato (forte) e la quarta a volume ridotto (piano) da uno strumento che non a caso si chiama pianoforte come già scrivevo prima.



L'effetto si può verificare ascoltando anche su YouTube una delle molte esecuzioni di questa notissima sonata, come ad esempio questa dal vivo di Barenboim. E questi sono soltanto alcuni dei molti segni di espressione usati dai compositori.

Perché questa lunga pseudo lezione di musica?
Perché le note del pianoforte (i tasti) suonate da me o da Noriko Ogawa (la valida pianista giapponese ritratta nella prima foto) suoneranno uguali, se il pianoforte è il medesimo. Ma l'espressione, quanto piano e quanto forte, quanto breve lo stacco e a quale differenza di volume con le note successive, suonerà invece diversa anche tra lei, Evgeny Kissin o qualsiasi altro interprete. Sono queste sfumature, percepibili dagli ascoltatori nel loro insieme, che rendono diversa una interpretazione dall'altra e che un buon sistema di riproduzione deve essere in grado di non livellare. Per questo scopo serve una delle caratteristiche che abbiamo visto prima, la microdinamica, non quindi la dinamica tra il punto più basso e più alto di una intera composizione (questa è la dinamica) ma tra una variazione anche repentina tra una nota e la successiva. Con una transizione con gli stessi tempi garantiti dallo strumento, con un meccanismo specializzato di corde e martelletti, in questo caso. Quindi con la velocità di risposta ai transienti, spesso citata nelle prove soprattutto dei diffusori.

Continuando questo piccolo esame possiamo anche osservare il secondo rigo, quello di basso, per la mano sinistra. Altre note che vengono suonate assieme a quelle della mano destra, e dalla undicesima battuta, anche due note assieme, cioè accordi (anche se qui di sole due note anziché di tre), la caratteristica di base del nostro sistema tonale occidentale. Che nel segnale musicale si trasformano in un inviluppo, una somma di suoni di base (le note) e delle relative armoniche. Una somma assai gradevole ma che rende il segnale audio più complesso, perché dobbiamo continuare a distinguere i singoli suoni e la loro origine. Ancora più complesso se assieme al pianoforte suona, ad esempio un violino, o una intera orchestra. Qui il parametro che indica una buona riproduzione è il secondo citato prima, il microdettaglio (il dettaglio, inteso come riconoscimento del violino e del pianoforte, ma anche del violino dalla viola, lo diamo per scontato in un sistema hi_fi).

Cosa ci facciamo di tutte queste informazioni
Si potrebbe continuare analizzando altri parametri, anche se per alcuni, come la "corporeità delle voci" o la "chiarezza degli alti" non sarebbe molto semplice, ma l'obiettivo è un altro: arrivare da queste considerazioni per quanto possibile oggettive a indicazioni utili per un ascolto selettivo.
Rivediamo i cinque parametri base alla luce di questo ambizioso obiettivo.

Ascoltare e verificare la linearità
Forse non sarebbe neanche necessario. La non linearità infatti e come abbiamo visto nell'esempio si
presenta essenzialmente sulle basse frequenze.
La verifica in questo caso si può fare anche ad occhio, semplicemente osservando la dimensione dei diffusori e degli altoparlanti deputati alla riproduzione delle basse frequenze, i woofer. Il limite difatti è puramente fisico, un woofer da 13 o 15 cm, tipico dei mini-diffusori da scaffale (bookshelf) o delle mini-tower non potrà mai riprodurre a livello percepibile le frequenze inferiori di un organo da chiesa, del pianoforte, del basso tuba, del controfagotto  o dei timpani. Potrà essere aiutato a scendere oltre i suoi limiti fisici con varie tecnologie, in particolare quelle adottate nelle casse attive con equalizzazione sui bassi, ma per arrivare ad una riproduzione lineare fino a 40Hz e anche più in basso servono diffusori di grandi dimensioni e/o subwoofer specializzati.

Grandi dimensioni, grandi problemi di convivenza in casa, grandi costi, che devono essere ben valutati in base a quello che si ascolta. Difatti ben di rado nella musica che ascoltiamo si arriva a queste frequenze inferiori. Non posso certo controllarlo, ma dubito che Mozart in tutte le centinaia di ore di musica per piano che ha composto abbia mai utilizzato il primo tasto del pianoforte, il LA a 27,5Hz citato prima (anche perché i fortepiano della sua epoca arrivavano ad una estensione di cinque ottave, forse sei negli ultimi). Il basso potente e presente che apprezziamo nella musica rock e nel jazz è in realtà un medio-basso. Per questo i diffusori tower con risposta fino a 60-70Hz vanno benissimo per tutte le esigenze o quasi. Anche se è chiaro che chi può permettersi sistemi a gamma completa come le Wilson Audio Alexandria della foto potrà spaziare al meglio su qualsiasi genere di musica e anche avere benefici sulla musica meno estesa. Ma non si può aver tutto nella vita, come noto.

Rimangono le non linearità sulle medio alte che molti diffusori presentano. Qui però bisogna chiarire che la risposta in frequenza non è quella reale che percepiamo nella nostra stanza d'ascolto, ovviamente, ma una risposta standardizzata, tipica del diffusore, misurata in camera anecoica. In ambiente la risposta sarà integrata dalle riflessioni della stanza e le alterazioni saranno attenuate (o enfatizzate) in dipendenza della efficacia del progetto.
Non è sicuramente questo il parametro decisivo per valutare una cassa o un impianto. Ma per chi volesse divertirsi a verificare la risposta in ambiente "ad orecchio" in questa pagina del sito audio-clips.it ho messo a disposizione una serie di segnali di prova in formato Wav su tutta la gamma audio, più le note più gravi e più acute degli strumenti da orchestra più comuni. Sono tracce che si trovano in molti dischi test, questo è un disco test della RCA di diversi anni fa.

Ascoltare e verificare la gamma dinamica
La gamma dinamica può essere critica sia verso l'alto sia verso il basso e quindi è un parametro più interessante da valutare. Partendo da materiale musicale su vinile la limitazione teoricamente potrebbe nascere già all'origine, perché la gamma dinamica di un normale LP arriva all'incirca a 60 dB. Che è però già comunque impegnativa per un impianto medio. Stesso discorso si può fare con qualche approssimazione per il supporto CD. Mentre per i supporti in alta definizione, fisici o liquidi che siano, il range è molto più ampio, più ampio anche di qualsiasi programma musicale. Perché esiste anche questo limite non tecnologico. Come noto buona parte della musica moderna è "incisa" con una gamma dinamica volutamente compressa, la famosa loudness war delle case discografiche (contro gli ascoltatori esigenti) della quale abbiamo scritto già nel blog proponendo delle misure oggettive.

Volendo si potrebbe anche usare un fonometro per misurare il volume raggiunto ai due estremi, per iPhone esiste una buona app sufficientemente precisa per questi scopi amatoriali chiamata Vumeter. Oppure usare i dischi test dove di solito c'è un brano musicale ripetuto con attenuazione progressiva da 0 a -60dB. Ma si possono anche semplicemente utilizzare le nostre orecchie. Una volta scelto un file musicale o un disco ad elevata dinamica, tipicamente un brano di classica che passa dal pianissimo al fortissimo (come il celebre passaggio nel primo movimento della IV di Beethoven) o più semplicemente due brani con queste caratteristiche. Ci si accorgerà che verso l'alto con impianti hi-fi anche di livello medio non si riuscirà ad arrivare ai suoi limiti. Molto prima di percepire una udibile e non sopportabile distorsione (che alcuni chiamano anche compressione), vicini di casa, familiari o altri clienti del negozio, se siamo in negozio, saranno intervenuti per capire cosa sta succedendo. Con mini diffusori, amplificatori in classe T o mono triodo e altre scelte hi-fi particolari il pieno orchestrale sarà invece fuori portata. Come era già probabilmente noto.



Più interessante la capacità di riprodurre in modo fedele anche i bassi livelli, che pure in musica esistono. Qui l'ascolto deve essere più attento (e in un ambiente silenzioso) per verificare, ad esempio, se strumenti o voci di accompagnamento si percepiscono ancora con la stessa chiarezza. Attenzione però al fatto che l'orecchio umano è meno sensibile alla parte bassa e alta dello spettro sonoro ai bassi livelli, quindi se il contrabbasso tende a sparire è un fenomeno naturale. La curva di loudness citata indirettamente prima serviva in origine proprio a compensare questo fenomeno fisico.

La ricostruzione spaziale
Questo è invece un parametro di importanza fondamentale, per giudicare sia un impianto nel suo complesso, sia l'inserimento di nuovi componenti, sia le differenza tra un formato digitale ed un altro. Non è misurabile in alcun modo, perché la ricostruzione spaziale è una simulazione che "inganna" il nostro sistema uditivo. Il metodo tipico è confrontare il livello di realismo tra due soluzioni alternative e individuare quella che appare migliore "a sensazione".
Ci manca però quasi sempre il riferimento oggettivo: come erano posizionati i musicisti nell'evento originale dal vivo o in studio? In un altro post (tra i più visitati del blog) sono state fornite informazioni sul posizionamento tipico degli strumenti in vari generi musicali, ma una informazione di dettaglio e specifica non è quasi mai presente nelle note che accompagnano la registrazione.


Si può quindi soltanto procedere in modo indiretto, utilizzando un sistema di riferimento di elevata qualità. Ascoltandolo con attenzione verificheremo, e segneremo su un taccuino (o su un tablet) il posizionamento degli strumenti sul piano orizzontale, in profondità, ai lati esterni rispetto alle casse e in altezza.
Nei test si annoteranno quindi le variazioni rispetto al riferimento, verificando anche la stabilità del posizionamento, quindi se gli strumenti o le voci rimangono apparentemente nella stessa posizione al variare della intensità o dell'altezza del suono. Con questo sistema il test potrebbe essere anche effettuato a distanza di tempo. Per la scelta della musica su cui effettuare il test, tenendo conto delle caratteristiche tipiche delle registrazioni e dei propri gusti musicali si sceglieranno uno o più brani musicali significativi per verificare la ricostruzione spaziale. Ad esempio un piccolo complesso di musica da camera, una registrazione jazz dal vivo o altri set acustici.

La timbrica
Più che individuare la corretta restituzione del timbro di un violoncello Maggini o di un violino Guarneri del Gesù, compito fuori dalla portata, credo, per la maggior parte degli audiofili anche in una esecuzione dal vivo (1), l'obiettivo può essere più semplicemente la verifica del timbro di uno strumento "standard". Per un confronto efficace bisogna conoscerne il suono reale dal vivo, che sia un pianoforte, un sax, un violino, un violoncello, una chitarra o quello che vogliamo. L'ascolto attento ai dettagli cercherà di verificare a memoria quanto il suono riprodotto sia realistico, per volume di suono, intonazione, capacità di riprodurre le variazioni di suono, in particolare se molto rapide, e così via.
Anche in questo caso una via alternativa potrebbe essere quella di ricorrere ad un sistema di riferimento di sicura qualità, da prendere come esempio di timbrica correttamente riprodotta. Il problema, rispetto alla ricostruzione spaziale, è che la valutazione di questi sotto-parametri che abbiamo elencato è meno oggettiva e difficilmente riportabile su un taccuino per un confronto a memoria. Al massimo potremmo dare un valore numerico su una scala come propone Wheeler nel suo articolo. Con tutte le indeterminatezze e i possibili ripensamenti del caso in ascolti successivi, però.
Per questo tipo di verifica è più efficace il confronto on-line, possibilmente in cieco, che abbiamo descritto in un altro post per diverse configurazioni. 



Il dettaglio
Uno strumento da solo è relativamente facile da valutare, si può concentrare l'attenzione su un solo elemento per quanto complesso e sfaccettato. La musica è però di solito creata attraverso l'apporto sinergico di più voci e strumenti che in una esecuzione dal vivo siamo in grado di isolare abbastanza efficacemente, percependone il singolo suono e direzione. La musica riprodotta dovrebbe raggiungere lo stesso risultato, obiettivo, come intuibile, niente affatto semplice.
Non c'è per questo obiettivo da aggiungere molto di più a quanto scritto prima, conoscenza del suono del piccolo o grande complesso orchestrale dal vivo, attenzione ai dettagli e alla riconoscibilità delle singole voci, e valutazione per ciascuna di esse. Un ascolto ancor più complesso e che probabilmente eccede dalle possibilità di una classica seduta di ascolto di valutazione a confronto. Conviene forse concentrarsi sul proprio genere musicale preferito piuttosto che su un genere rivelatore, e confrontare in più passaggi la naturalezza e piacevolezza dell'ascolto.

Ma che fine hanno fatto la microdinamica e il microdettaglio?
E' già difficile individuare quelle differenze nella riproduzione che possono modificare la timbrica di una voce o di uno strumento e seguire il suono di specifici strumenti o sezioni di orchestra, la valutazione generale e sintetica del microdettaglio o della microdinamica è probabilmente meglio lasciarla ai recensori professionisti e ai loro numerosi emuli. Anche se queste sono, come cercavo di esemplificare, caratteristiche che fanno la differenza nella tecnologia di riproduzione sonora. Concentrarsi su alcuni aspetti dell'ascolto, come nei suggerimenti riportati sinteticamente nell'articolo, è già abbastanza impegnativo. Per chi voglia andare oltre l'approccio umanistico che rappresenta comunque a mio parere una interessante alternativa.

Note
(1) L'affermazione non deriva da una cattiva opinione preconcetta sulle capacità di ascolto degli "audiofili", ma dai risultati di un test in doppio cieco molto noto di alcuni anni fa effettuato con diversi violinisti professionisti che in buon numero hanno avuto difficoltà a riconoscere il suono di uno Stradivari da quello di un buon violino moderno.

Le immagini sono ovviamente dedicate ai musicisti citati, la pianista Noriko Ogawa, le cantanti liriche Anna Netrebko e Cecilia Bartoli, il violoncellista Mario Brunello.


domenica 25 maggio 2014

Digital radio: si prosegue

Il tentativo, sicuramente ambizioso, prosegue. La seconda fase della campagna, iniziata nei mesi scorsi, ha una accelerazione da questo mese di maggio ed è diretta al segmento di ascolto più importante, e decisivo, come notavo nel precedente post su questo argomento: l'ascolto in auto. Si può leggere qui il comunicato stampa sulla nuova campagna inviata dalla associazione Digital Radio agli iscritti alla newsletter.

In sostanza il tema scelto è il fattore distintivo, un'auto senza digital radio (ovvero DAB+ tra le opzioni del sistema di infotainment) non è completa. Non so quanto questa campagna sarà efficace, dedico solo alcune considerazioni a questo aspetto ed il resto del post invece agli effetti positivi o negativi che potrebbe avere su chi è appassionato di musica riprodotta (bene), l'eventuale affermazione della digital radio per l'ascolto prevalentemente casalingo.


Si affermerà o sarà un altro flop?
Non faccio previsioni lasciandole agli operatori del settore, ma condivido soltanto alcune osservazioni frutto di veloci ricerche sul campo e sul web. Iniziando dai riproduttori per l'abitazione.
Nei media store la presenza è variabile, nella catena Trony non c'è traccia di ricevitori per la digital radio, il piccolissimo e residuale settore radio vede solo alcuni apparecchi tradizionali in maggioranza in stile finto vintage. Sono invece presenti nella catena Media World, anche qui pochi metri lineari e pochi prodotti, essenzialmente della gamma Pure della Evoke. Sono prodotti per il mercato inglese (dove la diffusione del DAB+ è la più estesa in Europa) e sono venduti anche via Amazon.

Includono  ovviamente anche un ricevitore FM, la compatibilità all'indietro c'è. Il costo è piuttosto elevato, 235 € per il modello "da casa", 158 per quello portatile (prezzi di Amazon.It maggio 2014). Per un confronto, una Tivoli Model One, sicuramente superiore come suono, costa 176 €. Ma il confronto vero è con un normale TV di medie dimensioni, quelli per la seconda stanza. Un Samsung da 22" con  tecnologia LED costa 190 €, un 32" 245 €, nei media store si trovano poi forse anche condizioni migliori. E tutti quanti, oltre che vedere i programmi televisivi, consentono anche di ascoltare le stazioni radio su DTT, e le stazioni sono molte di più delle 10 (pur importanti) che hanno aderito sinora alla Digital Radio (vedi la lista nel comunicato). Inoltre si può anche registrare dalla DTT con il sistema descritto a suo tempo su un post del blog.


Il secondo punto delicato è la ricezione. La copertura si può controllare preventivamente in qualche modo dai siti, ma la effettiva ricezione a casa nostra dipende dalle riflessione sui palazzi vicini, se non abitiamo in una casa unifamiliare isolata. A meno che installiamo una antenna esterna. Ma se potessimo o volessimo farlo avremmo già risolto il problema della ricezione carente su FM, che può essere al momento l'unica motivazione per un passaggio alla digital radio in casa. Per verificare la effettiva copertura bisognerebbe avere un ricevitore in prova e poi restituirlo se non va bene. Con Amazon si può anche fare, coi media store no, ma non so chi si imbarcherebbe in questa operazione. Con un normale televisore in DTT, dato che l'antenna c'è già e sicuramente funziona, problemi non ce ne sono.

In auto per la disponibilità la situazione è simile, nel senso che se su alcune auto è disponibile al momento è perché, per ragioni loro di produzione, includono nei modelli per tutti i mercati il ricevitore DAB+ previsto per il mercato inglese. D'altra parte è un chip dal costo irrisorio all'origine, ne sono certo, e quindi inserirlo o meno è solo una scelta commerciale, il costo in più è solo per i servizi accessori (assistenza, documentazione ecc.). Fa così ad esempio la Citroen con il monovolume C5 Picasso. Quando è invece è un optional (sulla Fiat 500L, su alcuni modelli BMW, sualcuni modelli Seat) invece costa, e il costo è quello tipico degli optional, mai trascurabile. Ma soprattutto, visto che le auto si comprano di solito già accessoriate, e non a la carte (perché addio sconti) è improbabile che al momento lo si trovi già incluso.


Dovrebbe essere il consorzio abbastanza forte da farlo inserire all'origine, ma leggendo alla data di questo post gli optional delle marche anche tedesche di punta (in Germania il DAB c'è da anni con discreta diffusione) si fa veramente fatica a trovarne traccia. Vedremo in futuro.
Mentre invece è molto evidenziata la connessione ad Internet, ormai anche nativa (senza bisogno di un iPhone o altro smartphone) con accesso diretto a servizi in streaming e a web radio.
Da aggiungere solo che sono in commercio (soprattutto in UK e Germania) ricevitori esterni da montare in auto in vari modi e che si connettono all'impianto audio dell'auto. Qualcosa di simile ai decoder usati per la DTT all'inizio. Una strada che può avere un peso consistente solo in presenza di uno switch off pianificato o di un sensibile e visibile vantaggio del nuovo standard.

Sulla ricezione invece la situazione dovrebbe essere migliore ma anche qui senza certezza del risultato e soprattutto con la ragionevole certezza che in un viaggio lungo o anche medio si entrerà in zone senza copertura DAB.

In sintesi, appare difficile che il tentativo di passare in digital radio quando la tecnologia e il mercato hanno già proposto alternative gradite agli utenti possa avere successo. Vantaggi comunque ce ne sono, a cominciare dai costi di trasmissione nulli (a differenza dei servizi streaming su web) e i partecipanti al consorzio evidentemente ci credono, visto che hanno investito, secondo il comunicato stampa, un milione e mezzo di Euro nella suddetta campagna. La motivazione risiede probabilmente nella previsione che l'FM non uscirà mai più in Italia dal caos delle frequenze attuale e andrà lentamente a morire, e chi si troverà sulla piattaforma radio digitale (qualunque essa sia) sfruttando per primo una imprevista disponibilità di frequenze avrà un vantaggio in termini di presenza certificata e quindi di tariffe per la pubblicità. Motivazione non condivisa da tutti, in particolare non dalle emittenti locali, hanno aderito solo le radio a copertura nazionale. L'associazione delle radio locali la Aeranti-Corallo, difatti non aderisce e chiede prima che vengano risolti alcuni problemi di riduzione delle frequenze. Ad esempio la emittente locale probabilmente prima per ascolti a Roma, Radio Globo, proprio questo mese fa una campagna di cartellonistica (quindi non a basso costo) pubblicizzando la propria frequenza FM.

Dal punto di vista dell'ascoltatore di musica
Il successo della iniziativa interessa agli operatori del settore, che sicuramente hanno i loro motivi per sostenere questa iniziativa o disinteressarsene. Per l'ascoltatore di musica di qualità le priorità sono altre. Sono (sarebbero) poter sentire programmi di musica con qualità adeguata e in modalità "radio". Musica cioè da scoprire, non scelta da noi ma da qualcuno che ha gusti o curiosità nella musica simili ai nostri. Una modalità che non tutti seguono ma che è alla base del successo degli ultimi servizi streaming, come Pandora e Sportify, e non a caso l'alternativa proposta da Apple (e forse disponibile dall'anno prossimo anche in Italia) si chiama iTunes Radio.

Per questo scopo la tecnologia disponibile ci sarebbe già, e anche da molti anni, ed è proprio l'FM, tecnologia vintage, anni '60, ma dal suono eccellente, semplice ed economica, come riportavo in un precedente post. Purtroppo la incapacità di gestire l'occupazione delle frequenze negli anni '70, con una situazione chiamata comunemente "far west dell'etere", mai risolta nei decenni successivi, ha comportato le note difficoltà di ricezione. Si è aggiunto poi il fatto che la tecnologia prevalente adottata nelle radio negli ultimi anni è basata sull'audio digitale compresso e quindi anche la qualità dello standard FM, di base allo stesso livello se non superiore al mitico vinile, è stata abbattuta all'origine. L'unica radio superstite che trasmette in FM analogico autentico rimane la stazione FD5 della Rai, che trasmette solo musica classica e lirica (ed è un "programma di pubblica utilità"). Peraltro negli annunci ripetuti dagli speaker anche la emittente Rai ha aderito alla Digital Radio (anche se la Rai non è nella lista del comunicato, forse non ha messo i soldi nella campagna). E in più trasmettono su web, ma ovviamente in compressione (90Kbps se ho ben capito), scarsa qualità, per materiale a volte eccezionale.

Con la Digital radio migliorerà qualcosa?
Teoricamente sì, sul lato ricezione, ma solo in presenza di uno switch over piuttosto ampio e quindi di una stabilizzazione della situazione antenne e frequenze, come è avvenuto con la DTT (di cui è stretta parente). Ma sarebbe solo un effetto derivato dal caos delle frequenze. Il suono perfetto, il claim della campagna Digital Radio, fa riferimento in realtà a questo, un suono senza i disturbi e la perdita di sintonia dell'FM selvaggio italiano. Non un suono di qualità, di cui non si parla da nessuna parte.
nel comunicato la parola "qualità" non esiste, si afferma solo che verrà offerta "la musica nel modo migliore", quindi non migliore relativamente alla FM o alla web radio, ma migliore in assoluto. Il che non è vero in questo caso ma non è vero mai. Quindi una semplice affermazione pubblicitaria che non è certo il cuore del messaggio.

Difatti sul lato della qualità audio non ci sarà alcun miglioramento, suono compresso era e suono compresso sarà, e per giunta quelle poche stazioni superstiti in FM analogico passeranno al digitale compresso anche loro, se si arrivasse anche a uno switch off. L'ascolto della musica con criteri di qualità non è al centro della campagna e neanche citato in modo esplicito come notato prima. Non è il loro target l'appassionato ascoltatore di musica. Pur se lo standard consentirebbe, volendo, di trasmettere anche in formato non compresso.

Ma forse invece un effetto positivo potrebbe anche esserci. Se la Digital Radio nonostante tutte le previsioni si affermerà assisteremo ad una rarefazione inevitabile tra le emittenti FM. Non perché quelle principali abbandoneranno il vecchio standard, non sono obbligate a farlo perché in Italia (e da nessuna parte in Europa tranne la Norvegia, par) è previsto uno switch off totale come per la DTT, ma anche se lo facessero manterrebbero occupate le frequenze che già hanno perchè costa molto poco tenerle occupate, o le venderebbero come ha fatto a suo tempo Life Gate Radio. Ma perché quelle che non hanno la forza economica per passare alla nuova tecnologia si troveranno progressivamente in un settore marginale con audience sempre più ridotta, ricavi pubblicitari ancora più calanti di ora, nessun rilevamento degli ascolti (già ora fermo da anni), e tra esse qualcuna che mollerà frequenze ormai prive di valore ci sarà.
Con la conseguenza che le residue emittenti maggiori forse si sentiranno meglio o addirittura qualcuno potrebbe rilanciare il suono analogico anche nell'etere, un ritorno sul tipo di quello del vinile. Ipotesi remota, ma non come quella che invece venga finalmente regolata e riaperta l'assegnazione delle frequenze.

Insomma un rinascimento musicale della buona ricezione analogica anche nella radio grazie proprio alla Digital Radio (nulla contro il digitale se sfrutta le potenzialità della tecnologia per migliorare la qualità, ma non è questo il caso). Ma forse è un sogno.

venerdì 16 maggio 2014

Il meraviglioso suono del DSD

"Il meraviglioso suono del DSD" potrebbe essere il titolo di un articolo che esalta una nuova frontiera della musica riprodotta. Se fossimo ancora ai tempi della crescita e del grande interesse per l'hi-fi o per l''hi-end" come si definì poi. Siamo invece in periodo di decrescita (non tanto felice), almeno in questo settore, nonché di scetticismo diffuso, quindi il grande interesse e gli entusiasmi per questo nuovo standard di codifica e distribuzione per la musica liquida vanno a maggior ragione valutati con attenzione e spirito critico, che si dovrebbero peraltro sempre applicare.

L'orchestra A Far Cry di Boston, pionieri del DSD 
Nuovo mica tanto
Perché si tratta del sistema di codifica, alternativo al PCM (Pulse Code Modulation) adottato per il CD, il DVD e il Blu Ray, che venne scelto oltre 10 anni fa per il Super Audio CD o SACD. Su Wikipedia e altrove esistono molte descrizioni tecniche dello standard e delle sue differenze rispetto al PCM e quindi non mi inoltro in un ulteriore tentativo di sintesi. Chi sa già tutto può saltare il resto e passare al paragrafo successivo.

Ricordo soltanto che sono entrambi sistemi di campionamento di un fenomeno analogico (la musica) per codificarlo nel dominio digitale. Il PCM agisce con un numero elevato di campionamenti (con frequenza da 44.100 a 382.000 al secondo per la musica) dove ogni campione è descritto attraverso una codifica che utilizza una combinazione di bit, da 2 alla 16 a 2 alla 32. Il DSD (Direct Stream Digital) utilizza invece campioni estremamente semplificati, usando solo un bit e due valori  (0 o 1) ma con una frequenza di campionamento non fissa ma variabile intorno ad una frequenza centrale, molto più elevata (64 volte ovvero 2.8MHz per il SACD, e si parla di DSD64 oppure 128 volte 5.6MHz per il DSD128). Qualcosa di simile in un certo senso alla modulazione di frequenza o FM usata in radio e che tutti conosciamo. In questo caso la risoluzione dipende dalla frequenza di campionamento "centrale" citata prima. Le due figure seguenti sono le tipiche utilizzate per illustrare e tentare di spiegare per immagini il sistema.


La novità sarebbe appunto l'adozione di questa codifica anche per la distribuzione di musica liquida, in alternativa al PCM, potendo però superare le limitazioni imposte dallo standard SACD ed utilizzando in pieno le potenzialità di questo sistema di codifica, che secondo diversi esperti del settore sono interessanti.





Vantaggi e svantaggi
Il risultato è simile in termini di capacità descrizione nel dominio digitale di un fenomeno analogico, il vantaggio del DSD quando è stato adottato (intorno al 2000) era il processo di codifica più semplice rispetto al PCM, soprattutto rispetto alla necessità di filtrare fenomeni spuri derivanti dal processo stesso. Inoltre la risoluzione in termini di bit per secondo (o bitrate) era aumentata rispetto al CD, ma si sarebbe potuto ottenere un analogo incremento anche col PCM (come fecero i concorrenti col DVD Audio). La necessità di realizzare SACD aveva però indotto anche la produzione di sistemi di codifica digitale - analogico basati sul sistema DSD, quindi cosiddetti a 1-bit, in modo da mantenere la stessa codifica per tutto il processo, dalla registrazione, alla produzione del supporto, alla decodifica in analogico. Utilizzando invece la registrazione con sistema PCM o il trasferimento su CD era necessaria una transcodifica. Operazione giudicata dannosa o almeno a rischio per la qualità sonora, anche se non è tanto chiaro quale sarebbe il motivo essendo noti in entrambi i casi, almeno si spera, gli algoritmi con i quali i flussi di bit devono essere trattati. Nella musica liquida si recupererebbe lo stesso vantaggio, a patto di avere un DAC che supporta anche il DSD, per tutte le registrazioni che partono in DSD.

L'altro vantaggio sarebbe la qualità superiore, secondo alcuni operatori del settore, in particolare con la codifica superiore a 5.6MHz, o DSD128 (ma c'è anche il DSD256). Su questo aspetto i pareri come sempre non sono unanimi, e la superiorità assai difficile da dimostrare oggettivamente, come discutevo in un precedente post, un tema sul quale comunque tornerò in un prossimo post dedicato a prove comparative in "doppio cieco". Un vantaggio su cui non tutti concordano, in particolare non concorda uno dei produttori più attivi del settore, la Linn, che considera il DSD una soluzione legata alla tecnologia del 2000 e alle sue limitazioni ma "terribile" nel 2013. E che conseguentemente non la prevede, almeno per ora, nei suoi DAC.
Gli svantaggi evidenti sono invece di ordine pratico: maggiore dimensione dei file audio, non essendo previsto alcun sistema di compressione, la necessità di avere DAC che supportano il DSD oltre al PCM, e la maggior parte di quelli prodotti sino ad ora non lo supportano.

Non resta che approfondire, anche ricorrendo a prove pratiche e confronti, non troppo difficili nel mondo digitale. Anticipando che il DSD non è sicuramente un bluff, ma neanche un nuovo nirvana musicale, soltanto una possibilità in più, ma non gratis.

Dove si trova il materiale DSD
L'interesse diffuso per questo nuovo standard trova conferma nel gran numero di "etichette digitali" che hanno iniziato a produrre e distribuire registrazioni musicali. Posso segnalare Opus3, Blue Coast, Design W Sounds, realtà molto piccole e che propongono materiale in maggioranza acustico e di genere folk, jazz e classica di musicisti magari molto validi e preparati, ma del tutto sconosciuti. A cui si aggiungono i portali musicali più noti, come Qobuz e AcousticSounds, o la ben nota etichetta norveges 2L, che aggiungono alle opzioni di formato anche il DSD. Una ulteriore conferma dell'interesse si ricava dal portale Find HD Music dove è proprio esplicitamente previsto un flag per selezionare il materiale DSD.
E' chiaro che per questi ultimi non è detto che si tratti di registrazioni effettuate in DSD (le informazioni in proposito latitano comunque quasi sempre) ma in PCM, quindi con il presunto peggioramento derivante dalla trascodifica.

Come ascoltarlo
Per l'ascolto serve un media player in grado di riconoscere un file audio in formato DSD e un DAC che implementa la decodifica in DSD. Una funzionalità, quest'ultima, presente in quasi tutti i lettori Blu Ray recenti, inclusi quelli economici, per la lettura dei SACD, ma disponibile solo su pochi DAC esterni su porta USB, almeno fino ai modelli più recenti. L'assenza di questa funzionalità non impedisce però di ascoltare i file audio USB se il media player è in grado non solo di leggere il formato DSD ma anche di convertirlo in PCM. E' il caso del diffuso media player open source e assai completo Foobar2000 più volte trattato su questo blog. Quindi per l'ascolto del materiale DSD non è obbligatorio cambiare il DAC se non supporta questo standard, anche se senza questo upgrade non si ottiene la uniformità end-to-end sul formato di codifica.

Nella pratica i file audio DSD possono avere due formati:
  • DFF (o DSDIFF, Digital Stream Data Interchange File Format): file per contenere codifica audio DSD o DST (1), non supporta i metadata
  • DSF (DSD Stream File): formato alternativo che introduce il supporto dei metadata
Per leggerli su Foobar2000 devono essere installati i componenti aggiuntivi foo_input_dsdiff per i file (A)  e foo_input_sacd per aggiungere i file (B). In più, se vogliamo utilizzare un DAC compatibile DSD potrà essere necessario configurare anche il driver specifico del DAC (che potrebbe essere una versione personalizzata di un driver ASIO).
Una volta installati sono riconosciuti e possono essere ascoltati senza problemi, e anche convertiti in altri formati. Durante l'ascolto come sempre Foobar2000 fornisce alcune informazioni sul file audio, in particolare il bitrate, la lunghezza di parola e la frequenza di campionamento una volta convertiti in PCM. Difatti, notazione importante, il test che ho fatto era in questa modalità, non avendo al momento a disposizione un DAC compatibile DSD.
Nelle videate seguenti Foobar 2000 sta eseguendo la lettura nei due formati di file. Come si vede il bitrate in un caso non è visibile, e nell'altro non c'è la frequenza.

Note di ascolto
L'ascolto è stato effettuato con una cuffia Grado SR-80 collegata a un DAC Musiland 01; è stato in tutti i casi molto soddisfacente, veramente realistico soprattutto con il country folk dei chitarristi Keith Greenigger & Dayan Kai di Blue Coast Records (che si autodefinisce produttrice di "exceptional acoustic recordings") e che è stato registrato in DSD con un registratore Korg serie MR (la Korg, nota casa di strumenti elettronici è una delle più attive nel settore DSD) in formato DSF, ma anche con un estratto di un particolare lavoro dell'orchestra di Boston di musica classica e contemporanea A Far Cry in DSD128 e formato DFF. Si trattava però in tutti i casi di samples dimostrativi seppur tratti da album completi, quindi scelti proprio tra il materiale in grado per suonare al meglio, un po' come i video dimostrativi per i televisori HD o 4K. Riguardo al confronto con gli equivalenti in PCM non mi addentro in un confronto assai arduo, si possono leggere molti confronti di questo tipo in rete, ma la impressione che ho avuto è che se differenze ci sono, si tratta proprio di sfumature, e che nessuna delle due scelte alternative è penalizzante.

Nel seguito la videata dell'ascolto dell'estratto, su musica di Beethoven dell'orchestra A Far Cry a cui è dedicata la immagine di copertina del post.


Come si può vedere le informazioni non sono complete (non sono supportati i metadata, il file è DFF) ma viene mostrata la frequenza di sampling (5644.8KHz) il tipo di Codec e la frequenza di campionamento dopo conversione in PCM (88.2KHz). Non viene visualizzato il bitrate.

Più complete le informazioni quando si riproduce un file audio in formato DSF (con metadata). Le informazioni riguardano anche il software utilizzato per la codifica più molti altri parametri.



Come si vede nella prima videata è riportata l'indicazione del software utilizzato per la codifica in DSD, che è l'applicazione di supporto ai registratori digitali a 1 bit della serie MR della Korg.
Nella seconda videata si possono leggere il numero di bit (24), il tipo di codifica (DSD64) la frequenza di campionamento o sample rate che è quella standard (2822400 Hz ovvero 2.8MHz come è indicato più comunemente) il bitrate (5645 Kbps) e perfino il numero totale di campioni, dipendente ovviamente dalla lunghezza del brano (5'53") e che sono quasi un miliardo. La dimensione del file è corrispondente e come si vede è di ben 238MB per circa 6' di musica.

Limitazioni e player alternativi
Sotto all'immagine si legge un'altra informazione interessante, la frequenza audio che è limitata a 44,1KHz, quella classica del CD. Eppure la codifica DSD64 è quella del SACD che ha una banda audio estesa a 88.2KHz, come noto (anche se ... ma la digressione sarebbe troppo lunga, magari in un prossimo post). Non si tratta di una limitazione voluta del software di rendering installato su Foobar2000, come si può pensare in un primo momento, ma di una curiosa scelta del gruppo di sourceforge che ha sviluppato questo component. Hanno scelto infatti di inserire come valore di default all'installazione la frequenza di 44.1KHz. Bisogna andare quindi andare su Preferences > Tools > SACD e settare manualmente il PCM samplerate a 88.2KHz (o 176.4KHz) e tutto torna a posto. Il valore si impostato è quello applicato anche in conversione.

Per un test di conferma che non sia un upsampling ho provato a riprodurre il brano anche con un altro player. Ho appurato così che di gratuiti non ce n'è nessuno a parte Foobar2000, e che il costo non è neanche basso. Un elenco pubblicato sull'ottimo sito audio audiostream.com segnala, oltre a Foobar2000 e al noto J River Media Center (costo base 50$): Signalyst HQ (172$) e JPlay (99€) per Windows e Audirvana Pro (74$) e Channel D (129$) per Mac. Poi ci sono i player forniti dai produttori di DAC o codec a 1bit, come Teac o Korg, gratuiti ma solo per chi ha questi prodotti. Quello di Korg però è disponibile da poco anche per chi non li ha, seppure in versione "lite" (ma non più fornendo un account twitter) e quindi ho installato e provato questo.



Il prodotto, che si chiama Audiogate (e che abbiamo già visto prima), in versione lite è limitato a 48KHz (oltre che ad altre cose) ma suonando lo stesso brano di prima si nota subito che la limitazione a 44.1 non è nel file, perché appunto qui viene riprodotto a 48KHz, dopo aver settato la frequenza in "auto" (e aver provato a riprodurre un brano a 44.1KHz per conferma, quello di McCoy Tyner che si vede in scaletta, per la precisione).
Per la versione completa e quindi per la conferma della frequenza effettiva (che sicuramente sarà 88.2KHz) bisognerebbe avere per forza un DAC o un registratore a 1bit Korg, non è neanche in vendita. Non basta neanche una tastiera del noto produttore, se no avrei chiesto al figlio di mio fratello che ne ha una (io ho una vecchia Roland e quindi sono fuori gioco).

Il materiale convertito da SACD
Non si può non citare la presenza e disponibilità in rete di materiale DSD proveniente dal trasferimento su file audio di SACD fisici. Possibile attraverso la funzionalità inserita (incautamente) dalla Sony in un modello di Playstation PS/3 di qualche anno fa, ha visto all'opera le solite moltitudini di entusiasti "rippatori" no profit e di distributori un po' meno no profit. Un buon numero delle migliaia di SACD prodotti dalle case discografiche nei 10 anni o poco più in cui lo standard è stato adottato è quindi disponibile in rete. Dove non lo potrei dire ma onestamente proprio non lo so, un tempo erano sui cyberlocker tipo Megaupload ma questi servizi sono stati sradicati dalle case discografiche, come noto.
Pare comunque che siano disponibili sapendo dove cercarli e temo che parte dell'interesse per il DSD dipenda anche da questa disponibilità. Oltre che dal diffuso parere (vedi Marco Benedetti di AR ad esempio) che l'ascolto di questo materiale in DSD nativo sia di qualità superiore rispetto allo stesso materiale convertito in PCM.

Tirando le somme
L'analisi e il test hanno dimostrato che materiale nel più o meno nuovo standard ce n'è e la disponibilità è in crescita, ma che si tratta ancora per la maggior parte di produzione "audiophile" con tutti i limiti che ciò comporta. La riproduzione anche non completamente in DSD, come nel test effettuato, è comunque valida e quindi si può parlare di compatibilità del software in DSD anche con impianti che non prevedevano il supporto di questo formato all'origine. Per ottenere il massimo dallo standard occorre evidentemente un processo tutto DSD e quindi un DAC compatibile e mi riprometto di fare questa verifica in futuro, i componenti con questa funzionalità inclusa sono in crescita.
Per quanto riguarda la scelta tra DSD e PCM in HD a mio parere il problema non si pone, nel senso che non sarà l'adozione di un diverso formato l'intervento in grado di migliorare la resa sonora di un impianto giudicato non soddisfacente, sarà piuttosto, parlando di digitale, il passaggio a un DAC di qualità superiore. Chiaramente per chi inizia ora o ha in programma di acquistare un DAC o un network player la compatibilità DSD può essere un plus, anche se non un obbligo.
Infine c'è da considerare l'aspetto pratico: volume e prezzo. Che sono entrambi superiori agli equivalenti PCM, anche se non in modo drammatico. Un intero album in DSD 128 "pesa" intorno ai 3GB (il doppio e anche più dell'equivalente in PCM) e il costo per album è mediamente più alto (raramente sotto i 20$ / 20 €).

mercoledì 7 maggio 2014

YouTube, ovvero lo streaming per tutti

Qualcuno forse ricorda come è nato, diversi anni fa ormai, uno dei servizi più frequentati di tutto il web. Dove "frequentato" non è un modo di dire, perché il video probabilmente più visionato su YouTube, Gangnam Style di PSY, al momento in cui scrivo questo post è a quota 1.983.257.847. Arriverà presto a 2 miliardi di visualizzazioni, qualcuno l'avrà pure visto più volte (per quanto possa sembrare incredibile) ma non so quanti dei 7 miliardi di umani nel mondo sono connessi ad Internet.
All'inizio, come dice il nome stesso, l'obiettivo era consentire di far vedere a tutti con facilità il polipo impigliato nelle reti in una battuta di pesca, una mareggiata spettacolare, il tramonto nel viaggio in Polinesia, la divertente caduta o papera sportiva di qualche amico e così via. Poi è arrivata la musica ed è cambiato tutto.

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YouTube per la musica
La musica serviva come commento ai mini documentari amatoriali, per renderli più completi e professionali. Teoricamente qualcuno avrebbe dovuto pagare i diritti di diffusione se era sotto  copyright (e al 99,9% lo era) ma all'inizio, nell'era pre Google e poi anche quando Google ha avuto l'idea (quanto mai fortunata) di comprare questo servizio, i detentori dei diritti, le case discografiche, lasciavano correre. Poi a qualcuno è venuta l'idea, per pura passione, di partire invece da una musica, una canzone, che gli piaceva particolarmente, e aggiungere le immagini, creando un video clip artigianale. Bastava e basta un prodotto dall'uso intuitivo e anche gratis come Movie Maker incluso in Windows e con un po' di lavoro si potevano aggiungere spezzoni di video presi dalla rete o dai DVD o di nostra produzione (più raramente) oppure, con ancora meno lavoro, una serie di immagini fisse, magari le copertine del disco o foto dell'interprete, presentate in sequenza con semplici dissolvenze. Un lavoro di poche decine di minuti.
 
YouTube per guadagnarci
All'inizio tutto il servizio era gentilmente fornito da Google senza nulla chiedere in cambio. Poteva permetterselo grazie ai ricavi della pubblicità AdWords del suo servizio primario (il motore di ricerca) e alla potenza e spazio disco disponibile sulle migliaia (e più) di server presenti nei propri CED in giro per il mondo. Ma la progressione geometrica con la quale aumentavano i contenuti di ogni tipo (ma in maggioranza musicali) faceva ritenere a tutti che a Mountain View Larry Page e Sergey Brin stavano soltanto vagliando le varie alternative per inserire la pubblicità anche lì senza snaturare il servizio e soprattutto senza che tutto il guadagno andasse ai titolari dei diritti sulla musica o sui film "campionati", che non avevano investito nulla nel servizio. Che, proprio nella prospettiva di guadagnarci qualcosa, o forse molto, senza fatica e senza investimenti, continuavano nella tattica attendista, consentendo che su Google passasse senza problemi quella stessa musica (anche le novità) che contrastavano con accanimento sui sistemi peer to peer come eMule e simili.

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La soluzione: reinventare la ruota
Nel senso di qualcosa che già c'era, ma con tecnica nuova e su una scala molto superiore. Molto semplice ( a Google piacciono le cose semplici), non era altro che la TV generalista per i tempi nuovi. Tutto continuava ad essere gratis per gli utenti passivi e anche per quelli attivi, niente abbonamenti o simili. Però incominciava ad essere inserita la pubblicità. Anche qui con un sistema semplicissimo, scartando le idee innovative che avevano esaminato (tipo spot in semi trasparenza). Un semplice spot da vedere prima del video clip, esattamente come in TV. Ma meno invasivo considerando la durata media dei clip. I ricavi poi erano suddivisi con i detentori dei diritti, con accordi nei quali però Google era di gran lunga il più forte, perché il guadagno c'era solo standoci, su YouTube, e alternativa non ce n'erano (e in pratica non ce ne sono tuttora). La grossa novità rispetto alla TV è che qui i costi di produzione sono azzerati. A produrre il video ci pensano legioni di "caricatori" che producono video anche di eccellente qualità per pura passione o (e sono video professionali) per promozione del loro prodotto. Zero costi anche per Google, oltre che per i detentori dei diritti, a parte quelli della piattaforma informatica. Dove però i costi sono calanti continuamente, mentre quelli degli spot aumentavano ed aumentano tuttora, in sintonia con lo spostamento dell'audience dalla televisione al web. 


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L'importante è esserci
In questo contesto per gli editori musicali YouTube diventava un promettente canale per ottenere nuovi guadagni senza praticamente nessuna fatica, se non controllare chi metteva in linea materiale di cui deteneva i diritti. Ma anche a questo pensava la grande Google inserendo, pochi anni dopo, un sistema automatico di riconoscimento dei contenuti audio musicali che segnalava ai proprietari se qualcuno caricava materiale di loro proprietà. Il sistema veniva potenziato progressivamente con l'ausilio degli stessi editori per fare in modo che nulla potesse sfuggire, quindi il riconoscimento è anche più efficace ed esteso (ad esempio alla classica) del popolare Shazam. Fin troppo, come ho sperimentato in un post dedicato a questo tema tempo fa, nel senso che piccoli editori si sono lanciati nel riconoscimento e nella richiesta a Google dei diritti a prescindere, anche su materiale public domain. E' possibile contestare l'attribuzione che, se impropria, viene prontamente corretta da Google, ma probabilmente ben pochi lo fanno e usando quella specificità del web che si chiama in gergo "long tail" si guadagna anche sui contenuti musicali più rari e meno visti grazie al numero sconfinato di utenti.

Il catalogo infinito
La ricchezza e l'ampiezza dei contenuti sono la forza di YouTube e dipendono unicamente dal lavoro dei caricatori, o uploader. Con l'inserimento della pubblicità Google ha previsto una quota dei ricavi anche per loro attraverso l'iniziativa YouTube Partner Program (vedere sul web come funziona), ma non è accessibile a chi non carica contenuti originali, sia immagini sia musica, pur se non contestati dai detentori dei diritti. Ciononostante un numero sterminato di uploader carica tutti i giorni video in maggioranza con contenuti musicali, a volte corredati solo da una immagine fissa come scusa per l'inserimento su YouTube, coprendo progressivamente tutta la produzione mondiale disponibile su qualche supporto registrato, non per denaro ma in genere per pura passione, così come facevano sui fortunati sistemi P2P che hanno preceduto YouTube, che ora li rende un po' anacronistici (e difatti sempre meno usati). Se è vero che su Spotify o Google Play Music Unlimited sono disponibili 20 milioni di titoli penso che su YouTube ce ne siano 40 o forse più perché si trova veramente moltissimo di ogni genere e di ogni epoca. Qualcosa manca sempre e nella ricerca delle cover per Musica & Memoria ogni tanto emerge (e quando posso copro i buchi) ma di solito prima o poi esce. Ad esempio ho caricato alcune registrazioni di Paul Robeson recuperate da nastri di inizio anni '60 trovati casualmente su eBay o brani non presenti come Auschwitz dell'Equipe 84 in versione inglese. O anche pezzi più relativamente noti come Dry Land di Joan Armatrading o Save Me stranamente non presenti (almeno quando li ho caricati).


Link
 
La funzione "radio"
Sulla scia di altri servizi come Pandora anche YouTube ha pensato all'ascolto passivo che molti cercano (anche se personalmente non condivido questa scelta di derivazione televisiva, soprattutto avendo a disposizione un catalogo così sconfinato). E' la funzione "mix" che compare automaticamente in alto a destra dopo aver selezionato i video più popolari (ma ormai con quasi tutti). Una sequenza di video in tema e collegati generati automaticamente da un programma sensibile ai gusti musicali sulla scorta di Genius di iTunes o dell'equivalente algoritmo della funzione "radio" di Spotify.
 
La qualità? Non si può aver tutto dalla vita...
All'inizio le prestazioni della rete imponevano limitazioni alla qualità, ora non più, e YouTube stessa spinge a caricare video (e quindi audio) in alta qualità (HQ). Pochi sono tuttora a questo livello e quindi quasi sempre siamo al formato compresso con qualità 96kbps o 128kbps equivalente. A volte poi la qualità è bassa all'origine, perché gli originali erano dischi in vinile o addirittura a 78 giri rovinati o per semplice imperizia tecnica dei caricatori. In pratica con YouTube si è replicato sul web lo stesso dualismo che c'è nella televisione: servizi in chiaro, senza abbonamento: tanta pubblicità e qualità non garantita (equivalente della TV generalista Mediaset o Rai), servizi in abbonamento: maggiore qualità, nessuna pubblicità (equivalente di Sky). Con il vantaggio che qui la scelta sul canale in chiaro è addirittura più ampia, e anche che su alcuni servizi in abbonamento (il riferimento è a Spotify) il materiale disponibile, se è raro o non recente (nel senso di molto non recente) non sembra provenire dai master di studio. La scelta è personale, ma per apprezzare la musica ad un livello adeguato il mio parere è che la qualità di Spotify massima sia il minimo indispensabile, mentre YouTube è impagabile per scoprire ed esplorare il vastissimo mondo della musica. E i film? Non ne ho parlato perché siamo fuori argomento ma sappiamo che anche lo streaming dei film, se non recenti, sta espandendosi su YouTube.



(Un post su YouTube non poteva che essere accompagnato da alcuni video su YouTube. Ho scoperto però che su desktop con blogspot tutto funziona bene, mentre su tablet e smartphone, almeno su IOS e Android per smartphone, ne mostra soltanto uno per post. Per evitare di lasciare antiestetici buchi ho adottato una soluzione artigianale ma universale con le immagini più i link. Niente embed quindi almeno qui tranne che, prudentemente, per l'ultimo video. I primi due sono stati caricati da me sul canale YouTube di Musica & Memoria, Save Me non era presente ma per protezioni di copyright il video non è stato visibile per diversi anni poi è riapparso. Dry Land invece è andato in linea subito con alcune mie foto del mio luogo di mare preferito, in sintonia col tema della canzone, ed al momento ha totalizzato 39.352 visualizzazioni, ma Land Of My Fathers nella versione di Paul Robeson ha superato le 100.000. Gli ultimi due sono pura nostalgia anni '60, i Beach Boys con la loro sognante Don't Worry Baby in un eccellente montaggio video dell'uploader MorseMoose69, come esempio di creatività video, ammesso che non l'abbia preso da qualche DVD, poi un video con immagini fisse dedicato alla modella mito degli anni '60 Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol, su una celebre canzone degli Yardbirds prima maniera, e prima ancora una di quelle rarità che chissà dove qualcuno trova e pubblica: Bob Dylan + Pete Seeger + Joan Baez + Peter, Paul & Mary + Freedom Singers tutti assieme al Festival di Newport del 1963 impegnati ovviamente in Blowin' In The wind, con una ripresa professionale peraltro).

lunedì 28 aprile 2014

Sentire la differenza

CD contro SACD, Vinile contro CD, musica compressa o non compressa, liquida o solida, valvole o stato solido, testine MM o MC: nella riproduzione della musica da sempre si cerca il meglio e da sempre si diffida o si polemizza di e con chi afferma di sentire la differenza tra un sistema ed un altro, una tecnologia o un'altra, più nuova (o più vecchia).
Sembra che nella musica sia difficile se non impossibile avere una risposta oggettiva e condivisa, mentre in fondo solo di tecnologia si tratta, e in altri campi, per esempio nei computer o negli smartphone, nessuno ha dubbi su quali siano gli indicatori di qualità.
Non si tratta però solo di una anomalia congenita insita in chi si occupa di musica riprodotta, ma di una difficoltà oggettiva. Approfondiamola.

Dove la differenza si vede
Approfondiamo, prendendo come riferimento un settore dove chiunque riesce a individuare la tecnologia migliore (e in certi casi anche il prodotto migliore). Mi riferisco ad un confronto che sicuramente tutti abbiamo fatto a anche più volte nella vita: quello per la scelta del monitor TV, del televisore. Chiunque è in grado di vedere la differenza tra un monitor in alta definizione ed uno standard, ed ora tra uno in Ultra HD o 4K e uno in HD standard. Utilizziamo per farlo un sistema intuitivo, in parte pilotato dai produttori per enfatizzare le differenze, che è applicato anche per confrontare due modelli diversi che adottano la stessa tecnologia.

Il sistema si basa su alcuni semplici test su cui faremo una riflessione riconducendoli alla musica: 1) utilizzare un filmato che include le immagini più critiche da riprodurre; 2) utilizzare immagini che possiamo confrontare con la nostra esperienza nella vita reale; 3) mettere a confronto affiancati i due monitor che vogliamo giudicare; 4) avvicinarsi al massimo per analizzare l'immagine nei dettagli; 5) mettere i due monitor nelle medesime condizioni operative, cioè con lo stesso contenuto video e nelle stesse condizioni di luce.


Supponiamo che, invece, nel classico test a confronto nel media store non venissero seguite queste regole intuitive, ad esempio: 1) come video di test venisse usato un cartone animato giapponese a basso costo, tipo Dragon Ball o simili; 2) come ulteriore video venissero usate riprese in luoghi a noi sconosciuti, profondi abissi, eruzioni di vulcani, riprese sulla Luna, e non i soliti cesti di frutta, campi fioriti in primavera, giovani donne solitamente coreane che si aggirano in eleganti case con tanto legno, villaggi norvegesi con case multicolori in una rara giornata di sole, sloop a vele spiegate nella finale della Coppa America o auto di Formula 1 a Montecarlo; 3) venisse osservato un solo monitor alla volta facendo il confronto a memoria 4) si rimanesse a debita distanza 5) si usassero sorgenti diverse e monitor posizionati diversamente tra loro.

Avremmo alcune inevitabili conseguenze:
1) i manga giapponesi sono disegnati al risparmio, hanno colori pieni, senza sfumature, i movimenti sono spesso simulati, solo poche parti del disegno sono modificate tra un fotogramma e l'altro (di solito la bocca che parla), il movimento avviene spesso con cambi di scena: la differenza tra HD e SD sarebbe annullata; 2) potremmo vedere colori e immagini che ci piacciono di più o di meno, ma non avendo un confronto con la realtà potrebbe non essere la riproduzione più fedele, e rendere meno realistico in seguito l'incarnato della ragazza coreana, quando invece dovessimo vedere un video più comune; 4) a distanza il nostro occhio compensa la mancanza di dettagli, in alcuni casi con video di buona qualità la differenza sarebbe percepibile con difficoltà e potrebbe essere preferito il filmato a minore definizione perché magari con colori più brillanti  e contrastati; 5) evidentemente riproducendo un DVD su un monitor HD o sintonizzandosi su emittenti TV non HD l'alta definizione non ci sarebbe in origine e la differenza sarebbe minima.
Con questo processo di confronto poco efficace sarebbe assai difficile individuare il miglioramento di qualità e potremmo anche concludere che con un monitor HD non si vede alcuna differenza, e anche giustificare il nostro giudizio, sostenendo che tanto guardiamo solo cartoni giapponesi o programmi TV non in HD, che non abbiamo bisogno di avvicinarci allo schermo e non ci interessano i titoli di coda (un elemento di confronto oggettivo tra SD e HD è come noto la loro leggibilità) e che per i nostri gusti anche i colori innaturali vanno bene (ma poi compreremmo lo stesso il monitor HD per non fare brutta figura con vicini o parenti).

L'equivalente in musica
Un confronto con gli stessi errori di base e' molto più facile in campo musicale: 1) l'equivalente dei manga (senza voler dare alcun giudizio estetico) è la musica sintetica, house, hip-hop e simili e anche il garage rock così diffuso dai REM in poi; 2) test effettuati con musica più complessa, magari classica o corale, ma con strumenti o voci che non abbiamo mai sentito dal vivo; 3) il confronto in parallelo in musica non si può fare, la musica si compone nel tempo e non nello spazio e possiamo ascoltare una sola sorgente musicale alla volta; 4) anche "ingrandire il suono" è impossibile, la curva del nostro udito varia con la pressione sonora, a basso volume siamo meno sensibili alle note basse, ad alto volume perdiamo la capacità di percepire i dettagli; 5) anche in musica per percepire i vantaggi di una tecnologia teoricamente superiore bisogna che non solo il supporto, ma anche la registrazione e il sistema di riproduzione, siano stati realizzati con la stessa tecnologia.

Le cose sono ancora più complesse
A rendere più complicate le cose concorre anche il diverso livello di conoscenza del riferimento reale. Nel giudicare un video, un riferimento reale lo abbiamo per forza, è nel mondo che ci circonda. In campo musicale non è affatto detto che chi sta valutando il suono di un impianto o di una sorgente abbia mai ascoltato dal vivo una orchestra o un piccolo gruppo con strumenti acustici. Sarà quindi ben difficile giudicare se è realistico il suono del sax o della tromba che si sta ascoltando. E magari anche riconoscere non solo se è un sax baritono o un sax tenore ma anche se è un sax o una tromba non è banale. Non è quindi detto che per tutti gli ascoltatori i suoni acustici siano i più adatti ad individuare le differenze, può darsi che vengano invece percepiti più facilmente nella musica che è più frequente e familiare all'ascolto.

Il risultato atteso
È quindi possibile che l'ascoltatore occasionale, che ha una conoscenza parziale della musica non riesca a individuare le differenze tra componenti, per aver scelto. ad esempio, come musica di test qualcosa che normalmente ascolta ma che per le sue caratteristiche non è tale da evidenziare le differenze. L'ultimo successo di Bruno Mars o di Lana Del Rey è infatti registrato proprio per non evidenziare le differenze, dinamica compressa, estensione in frequenza limitata alle medio alte e alle medio basse, proprio per poter essere ascoltato bene o almeno decentemente anche su coordinati hi-fi, iPad e smartphone.
Questo non vuol dire che non ci sia un suono che piace più di un altro, che risponde quindi a scelte estetiche più che al realismo evidentemente difficile da individuare e neanche ricercato. Il problema può essere la variabilità nel tempo di queste scelte estetiche, mancando un riferimento al suono reale.
Non vuole neanche dire che il suono "acustico" sia per forza il più rivelatore delle differenze. Chi conosce bene il suono degli strumenti elettronici può rilevare proprio dalla presenza di deviazioni o suoni spuri la riproduzione migliore o peggiore, come conferma ad esempio un noto studio del 2009 della McGill University (Subjective evaluation of MP3 compression for different musical genres) che misurava con test in doppio cieco la capacità di tre diversi panel di ascoltatori di individuare differenze tra CD e MP3.


L'ascolto esperto
Per un ascolto a confronto efficace bisogna quindi investire tempo e pazienza e applicare la massima cura dei particolari, oltre che essere coscienti che l'affinamento delle capacità di valutazione cresce con il tempo e con gli ascolti. Le tecniche e le pratiche per una sessione di ascolto efficace sono state trattate in una pagina apposita del sito Musica & Memoria a cui rimandiamo per approfondimenti, senza ripeterle inutilmente qui. Ma lo scopo di quella pagina era fornire consigli per confrontare componenti e soluzioni nelle delicate fasi di messa a punto o di miglioramento dell'impianto. Non per trasformare l'ascolto della musica nell'ascolto dell'impianto, alla ricerca dell'anello debole o del componente da migliorare.

La memoria del suono
Infine c'è anche un elemento differenziante che è il più difficile da spiegare ma che molti ascoltatori hanno sperimentato. A me ad esempio è successo quando ho dovuto mandare in riparazione per un intervento banale il mio lettore CD Audio Analogue e ho usato al suo posto per qualche settimana il precedente, modello valido ma datato e "budget". Mancava qualcosa, e qualcos'altro di poco piacevole, meno musicale sembrava aggiunto. Eppure al negozio quando li avevo confrontati prima del nuovo acquisto erano serviti diversi ascolti per individuare le differenze nella resa sonora, che pur c'erano. Ora invece era evidente, anche se non era immediato individuare in quale parametro fosse concentrata la differenza in negativo. Semplicemente il mio ascolto si era adeguato progressivamente ad un livello superiore su molti parametri ed ora il passaggio all'indietro evidenziava in modo netto una generale minore musicalità e forzatura del suono. D'altronde è la stessa cosa che capita a chi prende l'abitudine di consumare champagne o spumanti di qualità, o vini, e ritorna a quelli da supermercato che un tempo gli parevano indistinguibili. Le differenze al gusto per vini e cucina ricercata, sono strette parenti di quelle musicali, anche qui percepirle è spesso materia da specialisti, ma una volta abituato il proprio gusto a un livello superiore è molto difficile tornare indietro. Un ulteriore elemento di complessità e una possibile indeterminatezza per i test a confronto, anche in doppio cieco.

Un approccio umanistico
Come ho cercato di dimostrare con alcuni esempi, non è semplice per un non professionista individuare a "colpo d'orecchio" il suono migliore o i difetti nascosti, anzi è possibile, e capita effettivamente, che in tempi diversi si possano avere anche sensazioni d'ascolto discordanti. La ricerca continua delle differenze e dei difetti può sottrarre quindi molto tempo (anche tutto) all'ascolto vero e proprio della musica. A parte la ovvia attenzione a che tutto sia a posto e ai difetti evidenti, l'approccio umanistico che consiglio è concentrarsi sul piacere d'ascolto. Quello che stiamo ascoltando ci soddisfa, la musica ci arriva portando l'emozione che ci attendiamo? Non sentiamo difetti evidenti, distorsioni, compressione di dinamica? Basta così, concentriamoci sul molto che c'è e non su quello che manca.

Quello che manca cerchiamolo casomai negli ascolti dal vivo, possibilmente in piccoli ambienti o partecipando noi stessi all'evento, se ne abbiamo le capacità. Dal confronto dal vivo ricaveremo le indicazioni per andare alla ricerca dei limiti del nostro impianto. Che saranno probabilmente concentrati sulla sensazione d'ascolto più ardua da replicare in casa, vale a dire la ricostruzione spaziale. Per la quale più che la ossessiva ricerca del componente o del software migliore è decisiva la attenzione alla installazione e la conoscenza delle regole dell'acustica ambientale. Che spesso entrano in conflitto con le regole di distribuzione dei mobili e con gli altri utilizzi degli ambienti d'ascolto. Altre problematiche quindi, che un amplificatore a valvole o un nuovo preamplificatore phono difficilmente risolveranno.

I professionisti
Un momento, a chi mi riferivo prima, citandoli di sfuggita? A quelli che per mestiere si occupano della riproduzione della musica e quindi questa qualità la devono acquisire per forza. Ad esempio quello che chiamiamo ad accordare il pianoforte sicuramente è in grado di valutare le deviazioni anche di frazioni di tono che noi non riusciamo ad individuare, riuscendo a malapena ad accordare una chitarra. O il liutaio che deve rimettere a nuovo un violino o una chitarra classica. O i tecnici di registrazione, i progettisti di strumenti per creare o riprodurre il suono e così via. Come conferma anche lo studio citato prima. E c'entra poco la capacità uditiva calante con l'età, il maestro Abbado anche ben oltre i 70 anni individuava le inesattezze di intonazione del violino di seconda fila e dell'ultimo degli strumenti a fiato. Conta l'orecchio, la conoscenza della musica, l'esperienza pratica affinata negli anni. Sono capacità quindi che si possono acquisire con lo studio della musica, gli ascolti in diverse condizioni, la cultura musicale, avendo l'umiltà di riconoscere l'impegno che richiede questo percorso. Fanno parte dei professionisti del suono o almeno degli amatori evoluti anche i celebri recensori delle riviste o i nuovi frequentatori dei forum dalle molte certezze? Dovrebbero, ma qui si apre tutta un'altra serie di questioni che ci porterebbero fuori tema.

(Le immagini che illustrano l'articolo si riferiscono ad alcuni classici album "audiophile" per gli ascolti a confronto, pubblicati negli anni dalla Chesky Records con varie "regine" del genere. Dall'alto Rebecca Pidgeon, Ana Caram, Badi Assad, Christy Baron, Sara K, Amber Rubarth, più l'"intrusa" Lana Del Rey)

lunedì 14 aprile 2014

Un music server su Mac Mini - V parte - l'uso pratico

Dopo alcuni mesi di utilizzo ed oltre 700 album caricati nella libreria musicale può essere utile condividere le lezioni apprese dall'uso pratico della soluzione per la musica liquida illustrata nel post del 24 maggio 2013 e poi integrata dai successivi articoli sul media player, sulla integrazione con Spotify e sul lettore hi-fi Fidelia.
La soluzione era una implementazione del music server proposto nel suo noto libro da Oliver Masciarotte, con qualche semplificazione e variazione, ed è una composizione di vari componenti hardware e software, anche gratuiti. La principale soluzione alternativa è un music server integrato e dedicato come quelli proposti da Linn, Naim, Olive o Marantz (o molti altri). Rispetto a questa proporrò quindi gli eventuali confronti.




Lo storage di rete
La scelta era caduta su uno storage semplice, non ridondato (non NAS) anche per ragioni di spazio e di "intrusività" casalinga. Nessun problema (almeno sinora), funzionamento sempre perfetto, ma anche questo componente a modo suo è intrusivo. Nel senso che la strategia di "sleep" di default di Lacie comporta che lo storage rimanga quasi sempre attivo, con il classico ronzio del disco che gira (pur appena avvertibile) e con la scenografica luce azzurra sottostante. Basta che in casa sulla rete wi-fi ci sia qualche componente acceso che con qualche app si collega allo storage server (praticamente accade sempre) e lo storage server si attiva o rimane tale. Problema minimo, ma nel caso improbabile che vi venga in mente di posizionarlo nella camera da letto di qualcuno col sonno leggero, dovreste cambiare idea, o leggere attentamente il manuale individuando la modalità di gestione adatta al vostro caso (operando da un computer sull'unità) oppure, più intuitivamente, spegnendo e riaccendendo manualmente l'unità con il tasto posteriore (premendolo per tre secondi).

I limiti di iTunes

E' il media player più logico per un utilizzo su un Mac, essendo integrato, oltre che gratuito, e quindi il test ha puntato su questa scelta. Nessun problema neanche qui, ma l'uso pratico ha mostrato alcune rigidità e storiche carenze di un prodotto pensato per un ecosistema tutto Apple.

La prima rigidità deriva dalla scelta dello storage di rete. Nonostante la lettura della documentazione Apple e numerose re-installazioni ha sempre vinto lui (iTunes): la struttura della libreria la installa sul disco del Mac. Questo comporta che la libreria debba essere sincronizzata ogni volta che aggiungiamo con ripping o con download nuovo materiale (come descritto in maggior dettaglio nel primo articolo). In più lo storage server Lacie, come riportato sopra, non si spegne tanto spesso, ma capita che sia in "sonno" proprio quando iTunes vorrebbe vederlo. E in questo caso bisogna "svegliarlo" con Finder.
La stessa necessità si ripete anche per Fidelia, in questo caso però è sistematica, nel senso che l'operazione di "rescan" (vedi il post su Fidelia) deve essere effettuata ogni volta. Ho scritto anche al produttore Audiofile Engineering e la operazione dovrebbe essere automatica, ma in questo caso non lo è, altro probabile effetto dello storage server esterno, tenendo conto che Fidelia si appoggia alla libreria di iTunes.

Ne consegue che la soluzione più pratica per chi sceglie Mac + iTunes è utilizzare il disco interno del Mac Mini e farselo bastare. Negli ultimi modelli è da 500GB o 1TB ed è già è sufficiente in molti casi, ancor più se si evita di rippare i CD che si ascoltano con la stessa qualità con Spotify Premium (vedi post precedente). E usare il Mac anche per le operazioni di ripping e per caricare i file audio acquisiti in download (con i modelli di Mac Mini che hanno ancora il lettore di dischi ottici). Naturalmente si perde la possibilità di usare lo storage server per altri usi, tipo archivio foto e video per tutti i computer e marchingegni vari della casa.

File audio duplicati
Altri due storici limiti di iTunes (che è la prima applicazione Apple del nuovo corso trionfale, lo ricordo, e quindi è un po' datata) è la propensione a creare duplicati e la difficoltà di reperire le copertine degli album. Non si capisce perché la grande Apple, azienda di informatica numero 1 al mondo, su un prodotto arrivato alla release 11 non sia riuscita a risolvere il problema. Che presumibilmente è risolvibile, perché altri fornitori vendono da anni prodotti ad hoc per risistemare la libreria ed eliminare i duplicati, di solito a pagamento. Sta di fatto che si creano ogni tanto e che la soluzione con disco esterno sembra favorire il fenomeno (e impedire il funzionamento di quelli gratuiti od open source).

La soluzione più semplice, anche se ovviamente non molto rapida, è cancellare e ricreare la libreria. Mi è capitato di doverlo fare solo una volta. Ci sono le istruzioni sul sito di supporto della Apple, sono due o tre semplici azioni, bisogna ricordarsi di resettare il flag che prevede la copia della intera libreria sul Mac (ovviamente). Naturalmente se la libreria ha raggiunto nel frattempo i 500GB o il TB la ricostruzione della libreria richiede parecchio tempo (decine di minuti).
I prodotti citati mi sono rifiutato di comprarli (non sono disponibili neanche in demo) e non posso testimoniare se e quanto siano efficaci. In ogni caso hanno un costo simile a quello di J.River Media (di cui parlo anche dopo) che invece consente una gestione della libreria musicale più completa e che integra anche un player di qualità, quindi rendono non conveniente la soluzione basata su iTunes.


Copertine introvabili (per iTunes)
L'altra storica carenza già citata è la ricerca automatica delle copertine degli album. Che in realtà nella musica liquida non servirebbero, ma pare che psicologicamente non ne possiamo fare a meno. È stato anzi il plus alla base del successo dello storico iPod.
Quelle di dischi rari (o italiani) spesso iTunes non riesce a trovarle, ma a volte capita anche per quelle di album noti. Dipende in questo caso di solito da difformità nei metadata, che sono anche individuabili facilmente. Così come sono facilmente individuabili ed inseribili tra le info le copertine mancanti. Ma per centinaia o anche per decine di album è un lavoro certosino e ripetitivo che mi sono rifiutato di fare, così come mi sono rifiutato di comprare i prodotti che promettono di risolvere anche questo problema, per uno scopo in fondo del tutto inutile. Ho tenuto quelle che individuava lui (circa 6 su 7) e poi il problema si è risolto definitivamente quando ho deciso di usare come player Fidelia, che nella app Fidelia Remote non le supporta proprio.

L'organizzazione della musica classica
Da citare sempre per iTunes il noto problema della classica. La struttura di metadata del noto media player non prende proprio in considerazione l'alternativa tra autore ed esecutore e la classificazione in sotto generi. Questo comporta che quando carichiamo su iTunes il classico disco di classica strutturato come recital, con brani di più autori, verrà di solito spezzettato in più "album", uno per autore. La conseguenza è una ricerca complessa se la sezione di classica della nostra libreria è consistente e vogliamo ascoltare gli album così come sono stati pensati. Oppure passare ad un ascolto più creativo, tipo playlist, anche per la classica. Per un utilizzo che consenta l'organizzazione tradizionale serve quindi qualche media player più completo, come J.River Media (vedi l'esempio che segue) che però gratuito non è.



Lo start-up

Altra prevedibile conseguenza della scelta di realizzare il music server personalizzando un computer che magari già abbiamo, è la necessità di attendere lo start-up del sistema. L'ambiente operativo del Mac è considerato più rapido rispetto a quello di Windows, ma nella pratica, per l'avvio di quattro applicazioni, pur se automatizzate, occorrono alcuni minuti e a volte anche qualche intervento manuale. Le applicazioni sono iTunes, Spotify, Spotify Remote, Fidelia, sono configurate per la partenza in automatico allo start-up ma, come tutte le applicazioni per computer, prevedono spesso aggiornamenti che bisognerà confermare prima o poi, più quelle richieste dal sistema operativo, naturalmente. In più, c'è la necessità già ricordata di sincronizzare lo storage server anche per Fidelia.

L'alternativa
La soluzione alternativa per un appassionato che voglia inserire nell'impianto un sistema completo per la riproduzione della musica liquida è rappresentata da un music server integrato, come quelli prodotti da Linn, Marantz, Olive, Naim o altri, con alcune variazioni di configurazione (ad esempio Linn e Naim includono di solito anche l'amplificatore). Non ho sperimentato direttamente questo tipo di componenti ma ho partecipato a diverse dimostrazioni della Linn presso il negozio Musical Cherubini e il comportamento e l'utilizzo, peraltro semplicissimo, sono chiari. Come anche i vantaggi e gli svantaggi delle due soluzioni. Il componente integrato è più comodo, non deve essere assemblato, non deve essere configurato e periodicamente aggiornato, si accende ed è subito disponibile. Ma ha lo svantaggio di essere legato alle scelte del produttore e quindi a rischio di obsolescenza tecnologica in un settore in rapida evoluzione.

Il music server su computer ha tutti i piccoli (o grandi, dipende dai punti di vista) inconvenienti descritti nell'articolo, ma ha il vantaggio di essere flessibile e di poter evolvere con l'avanzare della tecnologia, ad esempio sostituendo il DAC o i componenti software più critici.

Il costo dipende dalle scelte che si fanno, può essere inferiore partendo da un computer, ma non è detto, soprattutto se si usano music server multimediali economici come quelli "made in China" di Popcorn Hour e similari. Normalmente più elevati invece i costi dei prodotti Linn e Naim, che includono però anche una amplificazione di qualità. Ognuno potrà scegliere in base alle proprie esigenze e preferenze.
 
Gli altri articoli che descrivono questa configurazione completa per la musica liquida:

Prima parte: Lo storage server e la rete
Seconda parte: Il media player
Terza parte: L'ascolto in streaming con Spotify
Quarta parte: Il player Hi-Fi Fidelia in prova