mercoledì 7 maggio 2014

YouTube, ovvero lo streaming per tutti

Qualcuno forse ricorda come è nato, diversi anni fa ormai, uno dei servizi più frequentati di tutto il web. Dove "frequentato" non è un modo di dire, perché il video probabilmente più visionato su YouTube, Gangnam Style di PSY, al momento in cui scrivo questo post è a quota 1.983.257.847. Arriverà presto a 2 miliardi di visualizzazioni, qualcuno l'avrà pure visto più volte (per quanto possa sembrare incredibile) ma non so quanti dei 7 miliardi di umani nel mondo sono connessi ad Internet.
All'inizio, come dice il nome stesso, l'obiettivo era consentire di far vedere a tutti con facilità il polipo impigliato nelle reti in una battuta di pesca, una mareggiata spettacolare, il tramonto nel viaggio in Polinesia, la divertente caduta o papera sportiva di qualche amico e così via. Poi è arrivata la musica ed è cambiato tutto.

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YouTube per la musica
La musica serviva come commento ai mini documentari amatoriali, per renderli più completi e professionali. Teoricamente qualcuno avrebbe dovuto pagare i diritti di diffusione se era sotto  copyright (e al 99,9% lo era) ma all'inizio, nell'era pre Google e poi anche quando Google ha avuto l'idea (quanto mai fortunata) di comprare questo servizio, i detentori dei diritti, le case discografiche, lasciavano correre. Poi a qualcuno è venuta l'idea, per pura passione, di partire invece da una musica, una canzone, che gli piaceva particolarmente, e aggiungere le immagini, creando un video clip artigianale. Bastava e basta un prodotto dall'uso intuitivo e anche gratis come Movie Maker incluso in Windows e con un po' di lavoro si potevano aggiungere spezzoni di video presi dalla rete o dai DVD o di nostra produzione (più raramente) oppure, con ancora meno lavoro, una serie di immagini fisse, magari le copertine del disco o foto dell'interprete, presentate in sequenza con semplici dissolvenze. Un lavoro di poche decine di minuti.
 
YouTube per guadagnarci
All'inizio tutto il servizio era gentilmente fornito da Google senza nulla chiedere in cambio. Poteva permetterselo grazie ai ricavi della pubblicità AdWords del suo servizio primario (il motore di ricerca) e alla potenza e spazio disco disponibile sulle migliaia (e più) di server presenti nei propri CED in giro per il mondo. Ma la progressione geometrica con la quale aumentavano i contenuti di ogni tipo (ma in maggioranza musicali) faceva ritenere a tutti che a Mountain View Larry Page e Sergey Brin stavano soltanto vagliando le varie alternative per inserire la pubblicità anche lì senza snaturare il servizio e soprattutto senza che tutto il guadagno andasse ai titolari dei diritti sulla musica o sui film "campionati", che non avevano investito nulla nel servizio. Che, proprio nella prospettiva di guadagnarci qualcosa, o forse molto, senza fatica e senza investimenti, continuavano nella tattica attendista, consentendo che su Google passasse senza problemi quella stessa musica (anche le novità) che contrastavano con accanimento sui sistemi peer to peer come eMule e simili.

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La soluzione: reinventare la ruota
Nel senso di qualcosa che già c'era, ma con tecnica nuova e su una scala molto superiore. Molto semplice ( a Google piacciono le cose semplici), non era altro che la TV generalista per i tempi nuovi. Tutto continuava ad essere gratis per gli utenti passivi e anche per quelli attivi, niente abbonamenti o simili. Però incominciava ad essere inserita la pubblicità. Anche qui con un sistema semplicissimo, scartando le idee innovative che avevano esaminato (tipo spot in semi trasparenza). Un semplice spot da vedere prima del video clip, esattamente come in TV. Ma meno invasivo considerando la durata media dei clip. I ricavi poi erano suddivisi con i detentori dei diritti, con accordi nei quali però Google era di gran lunga il più forte, perché il guadagno c'era solo standoci, su YouTube, e alternativa non ce n'erano (e in pratica non ce ne sono tuttora). La grossa novità rispetto alla TV è che qui i costi di produzione sono azzerati. A produrre il video ci pensano legioni di "caricatori" che producono video anche di eccellente qualità per pura passione o (e sono video professionali) per promozione del loro prodotto. Zero costi anche per Google, oltre che per i detentori dei diritti, a parte quelli della piattaforma informatica. Dove però i costi sono calanti continuamente, mentre quelli degli spot aumentavano ed aumentano tuttora, in sintonia con lo spostamento dell'audience dalla televisione al web. 


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L'importante è esserci
In questo contesto per gli editori musicali YouTube diventava un promettente canale per ottenere nuovi guadagni senza praticamente nessuna fatica, se non controllare chi metteva in linea materiale di cui deteneva i diritti. Ma anche a questo pensava la grande Google inserendo, pochi anni dopo, un sistema automatico di riconoscimento dei contenuti audio musicali che segnalava ai proprietari se qualcuno caricava materiale di loro proprietà. Il sistema veniva potenziato progressivamente con l'ausilio degli stessi editori per fare in modo che nulla potesse sfuggire, quindi il riconoscimento è anche più efficace ed esteso (ad esempio alla classica) del popolare Shazam. Fin troppo, come ho sperimentato in un post dedicato a questo tema tempo fa, nel senso che piccoli editori si sono lanciati nel riconoscimento e nella richiesta a Google dei diritti a prescindere, anche su materiale public domain. E' possibile contestare l'attribuzione che, se impropria, viene prontamente corretta da Google, ma probabilmente ben pochi lo fanno e usando quella specificità del web che si chiama in gergo "long tail" si guadagna anche sui contenuti musicali più rari e meno visti grazie al numero sconfinato di utenti.

Il catalogo infinito
La ricchezza e l'ampiezza dei contenuti sono la forza di YouTube e dipendono unicamente dal lavoro dei caricatori, o uploader. Con l'inserimento della pubblicità Google ha previsto una quota dei ricavi anche per loro attraverso l'iniziativa YouTube Partner Program (vedere sul web come funziona), ma non è accessibile a chi non carica contenuti originali, sia immagini sia musica, pur se non contestati dai detentori dei diritti. Ciononostante un numero sterminato di uploader carica tutti i giorni video in maggioranza con contenuti musicali, a volte corredati solo da una immagine fissa come scusa per l'inserimento su YouTube, coprendo progressivamente tutta la produzione mondiale disponibile su qualche supporto registrato, non per denaro ma in genere per pura passione, così come facevano sui fortunati sistemi P2P che hanno preceduto YouTube, che ora li rende un po' anacronistici (e difatti sempre meno usati). Se è vero che su Spotify o Google Play Music Unlimited sono disponibili 20 milioni di titoli penso che su YouTube ce ne siano 40 o forse più perché si trova veramente moltissimo di ogni genere e di ogni epoca. Qualcosa manca sempre e nella ricerca delle cover per Musica & Memoria ogni tanto emerge (e quando posso copro i buchi) ma di solito prima o poi esce. Ad esempio ho caricato alcune registrazioni di Paul Robeson recuperate da nastri di inizio anni '60 trovati casualmente su eBay o brani non presenti come Auschwitz dell'Equipe 84 in versione inglese. O anche pezzi più relativamente noti come Dry Land di Joan Armatrading o Save Me stranamente non presenti (almeno quando li ho caricati).


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La funzione "radio"
Sulla scia di altri servizi come Pandora anche YouTube ha pensato all'ascolto passivo che molti cercano (anche se personalmente non condivido questa scelta di derivazione televisiva, soprattutto avendo a disposizione un catalogo così sconfinato). E' la funzione "mix" che compare automaticamente in alto a destra dopo aver selezionato i video più popolari (ma ormai con quasi tutti). Una sequenza di video in tema e collegati generati automaticamente da un programma sensibile ai gusti musicali sulla scorta di Genius di iTunes o dell'equivalente algoritmo della funzione "radio" di Spotify.
 
La qualità? Non si può aver tutto dalla vita...
All'inizio le prestazioni della rete imponevano limitazioni alla qualità, ora non più, e YouTube stessa spinge a caricare video (e quindi audio) in alta qualità (HQ). Pochi sono tuttora a questo livello e quindi quasi sempre siamo al formato compresso con qualità 96kbps o 128kbps equivalente. A volte poi la qualità è bassa all'origine, perché gli originali erano dischi in vinile o addirittura a 78 giri rovinati o per semplice imperizia tecnica dei caricatori. In pratica con YouTube si è replicato sul web lo stesso dualismo che c'è nella televisione: servizi in chiaro, senza abbonamento: tanta pubblicità e qualità non garantita (equivalente della TV generalista Mediaset o Rai), servizi in abbonamento: maggiore qualità, nessuna pubblicità (equivalente di Sky). Con il vantaggio che qui la scelta sul canale in chiaro è addirittura più ampia, e anche che su alcuni servizi in abbonamento (il riferimento è a Spotify) il materiale disponibile, se è raro o non recente (nel senso di molto non recente) non sembra provenire dai master di studio. La scelta è personale, ma per apprezzare la musica ad un livello adeguato il mio parere è che la qualità di Spotify massima sia il minimo indispensabile, mentre YouTube è impagabile per scoprire ed esplorare il vastissimo mondo della musica. E i film? Non ne ho parlato perché siamo fuori argomento ma sappiamo che anche lo streaming dei film, se non recenti, sta espandendosi su YouTube.



(Un post su YouTube non poteva che essere accompagnato da alcuni video su YouTube. Ho scoperto però che su desktop con blogspot tutto funziona bene, mentre su tablet e smartphone, almeno su IOS e Android per smartphone, ne mostra soltanto uno per post. Per evitare di lasciare antiestetici buchi ho adottato una soluzione artigianale ma universale con le immagini più i link. Niente embed quindi almeno qui tranne che, prudentemente, per l'ultimo video. I primi due sono stati caricati da me sul canale YouTube di Musica & Memoria, Save Me non era presente ma per protezioni di copyright il video non è stato visibile per diversi anni poi è riapparso. Dry Land invece è andato in linea subito con alcune mie foto del mio luogo di mare preferito, in sintonia col tema della canzone, ed al momento ha totalizzato 39.352 visualizzazioni, ma Land Of My Fathers nella versione di Paul Robeson ha superato le 100.000. Gli ultimi due sono pura nostalgia anni '60, i Beach Boys con la loro sognante Don't Worry Baby in un eccellente montaggio video dell'uploader MorseMoose69, come esempio di creatività video, ammesso che non l'abbia preso da qualche DVD, poi un video con immagini fisse dedicato alla modella mito degli anni '60 Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol, su una celebre canzone degli Yardbirds prima maniera, e prima ancora una di quelle rarità che chissà dove qualcuno trova e pubblica: Bob Dylan + Pete Seeger + Joan Baez + Peter, Paul & Mary + Freedom Singers tutti assieme al Festival di Newport del 1963 impegnati ovviamente in Blowin' In The wind, con una ripresa professionale peraltro).

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