mercoledì 18 febbraio 2015

Tidal, il primo streaming lossless disponibile in Italia, provato

La promessa di Tidal (vedi post precedente) di rendere disponibile il servizio anche per il nostro paese dall'inizio del 2015 ha trovato conferma, e da ieri è possibile sottoscriverlo anche per noi, oltre che per cinque altri nuovi paesi. Si estende quindi il raggio d'azione della compagnia norvegese (Aspiro Music AS è il nome) anche oltre le solite nazioni preferite dalle case discografiche nel campo della musica digitale (USA, UK, Germania ecc.).

Come già descritto nel precedente post, è un servizio solo in streaming e in abbonamento, allo stesso costo di Qobuz (19,99  €/mese) disponibile per tutti e su più piattaforme (desktop via browser, smartphone, tablet, sia IOS sia Android, con app specifiche). A differenza di Qobuz, disponibile da noi solo su richiesta, è disponibile ufficialmente anche in Italia, seppur con interfaccia non nazionalizzata (in inglese). A differenza di Spotify, Deezer, Google Music Unlimited o Sony Unlimited, consente di ascoltare la musica anche in formato non compresso, quindi alla stessa qualità del CD (16 bit e 44.1KHz, ovvero 1411Kbps).

Il funzionamento nella prova che ho voluto fare tempestivamente, nel primo giorno di disponibilità, vista la unicità del servizio per noi, si è dimostrato del tutto soddisfacente, allo stesso livello di funzionalità di Qobuz, con qualche cosa di più sul lato delle playlist e della collaborazione e qualche raffinatezza grafica in più nelle app. La estensione del catalogo, almeno nelle prove fatte (parziali come sempre) è risultata meno ampia di quello del servizio streaming francese, per quanto riguarda la produzione più recente alternative, new jazz e world (il test come sempre lo faccio su musicisti meno conosciuti, per renderlo un minimo più significativo).

Il test
Il funzionamento è molto simile agli altri servizi già provati, non servono spiegazioni particolari e quindi vediamolo semplicemente videata per videata.

La schermata di benvenuto propone anche una semplice profilazione sui gusti, probabilmente per guidare poi i suggerimenti sulle novità e sulle playlist "della casa".


Le piattaforme disponibili. Come si vede il test era su un desktop.


Nella stessa videata sono elencati i partner di Tidal, ovvero i produttori di componenti hardware (music server, network player, lettori) che includono la licenza d'uso per tutti i paesi e un tot di mesi di servizio gratuito (es. 2 per la Linn).


La prima schermata propone articoli monografici, playlist pronte all'uso preparate e proposte da Tidal e album novità. Al primo accesso viene mostrata (vedi il pop-up) una mini guida sull'interfaccia e sulle funzionalità.


Tra le varie possibilità la tracklist "integrata" nella stessa schermata generale.


In ambienti condivisi i servizi streaming potrebbero essere bloccati dal firewall per ridurre il traffico. E' abbastanza comune per Spotify e a quanto pare anche Tidal viene "riconosciuto" (Qobuz no).


I settaggi previsti. La qualità lossless, FLAC 1411Kbps, è il default.



Il catalogo
Solito test con artisti meno noti, ma partendo da una serie di album che su Qobuz, per fare un confronto significativo, ci sono. Cominciamo da Youn Sun Nah, la brava cantante coreana di jazz (molto) moderno. Disponibilità inferiore a Qobuz, solo un paio di album più vecchi. Nuova casa discografica non in partnership con Tidal, evidentemente.


 Gli altri test. Ci sono:
  • Chris Connor (album 1955)
  • Max De Aloe - Borderline
  • Junior Wells
  • The Decemberists (più album che su Qobuz)
  • Baxter Dury - It's A Pleasure (nuovo album)
  • Amy Winehosuse (un tempo non c'era neanche su Spotify, su Qobuz neanche)
  • Kenny Barron & Dave Holland
  • Paolo Fresu - Desertico (ma pochissimi altri album)
Non ci sono:
  • Ultimi due di Youn Sun Nah
  • Amira Medujanin (world)
  • Michal Wolly (jazz DE)
Preciso che sono quasi tutti album recensiti sugli ultimi numeri di Audio Review, per chi ne volesse sapere di più (in diversi casi vale la pena). In sintesi il catalogo appare abbastanza fornito anche se non al livello dell'enciclopedico Spotify.

La app per iPhone
Interfaccia elegante e ben fatta. Non ha dato problemi nel test (ed era un iPhone 4 aggiornato all'ultima versione di IOS) mentre alcuni ne hanno riportati (app piantata).
La presentazione della app ripete la stessa grafica "headphone oriented".


Nei settaggi bisogna autorizzare esplicitamente lo streaming e il download anche in funzionamento 3G o 4G (per evitare di consumare tutto il traffico mensile)

 

Anche in questo caso si apre una finestra (con meno informazioni, per ovvie ragioni) sulle novità o sulle playlist, dalla quale si può continuare l'esplorazione. Oppure usare la solita funzione di ricerca, in alto a destra.


Oppure le playlist pronte all'uso, organizzate anche per "sentiment" (relax, party, ecc.).


Il solito menu per impostare i parametri di utilizzo. Importante quello che abilita allo streaming anche in mobilità. Il livello chiamato HiFì è la qualità CD in FLAC, ovvero il famoso lossless, qui indicato in termini meno tecnici.


Dopodiché si può selezionare qualcosa da sentire, ad esempio un album di qualche anno fa della cantante coreana (ma attiva soprattutto in Francia) Youn Sun Nah già citata prima. Il player funziona anche in orizzontale e ha un interfaccia gradevole che ricorda il classico iPod (con il quale tutto più o meno cominciò).



La app per iPad
Vediamo qualche altra funzione con la app per il più performante (come schermo) tablet della Apple.
La videata iniziale ripropone ovviamente lo stesso "family feeling".


La videta What's New è più ampia e contiene più informazioni, come è logico.


Anche la selezione per genere è sviluppata graficamente in modo molto gradevole. Da notare il player "minimizzato" nella parte inferiore e sempre presente, una scelta comune anche alla app per iPhone.


Qui vediamo una delle peculiarità e novità di Tidal, i contenuti editoriali speciali. dedicati in questo caso a una reissue di Steve Earle. 


Ecco come inizia la scheda, che è corredata anche da contenuti multimediali.


Stessa ricchezza di informazioni anche per il nuovo album di Diana Krall, una musicista che, come avranno capito ormai i visitatori di questo blog, in queste recensioni per un motivo o per l'altro non manca mai.


Il player è analogo e qui si mostra proprio in grande. Da notare in basso a destra l'indicatore di qualità. che in questo caso, naturalmente, è impostato alla massima.


Nella ricerca per artista viene mostrata una scheda che comprende anche una biografia piuttosto ampia, più l'elenco degli album disponibili, le canzoni più note e gli artisti similari. Tutto simile a Spotify o Qobuz. Questa ad esempio è la scheda della cantautrice St. Vincent.


Il plus rispetto agli altri servizi è (o sarebbe) la disponibilità anche di video dell'artista, in alta qualità. Non è però un punto di forza come sembrerebbe; i video non sempre sono presenti pur se esistono (niente, ad esempio, per i Sigur Ros che hanno invece prodotto videoclip notevoli), spesso sono in bassa qualità e non molto significativi della loro carriera. Quello che segue è  un fotogramma dall'unico video di St. Vincent (l'immagine come si nota non è migliorata, è come visibile sull'iPad).


Test nell'uso in mobilità
Come sempre concludo con un semplice test di utilizzo in mobilità, visto che lo streaming tramite app si presume sia l'uso primario per questo, come per gli altri servizi concorrenti. Il test è in condizioni difficili come le altre volte, quindi in auto, in 3G, con un iPhone 4 e gestore Telecom Italia, zona Roma semi-periferia e centro, ore 19.00 di un giorno feriale, passaggi in tangenziale e quindi anche a velocità abbastanza elevata, per un tragitto di circa 30'.



Ho selezionato per l'ascolto una delle novità proposte, l'album appena uscito della musicista norvegese a Susanne Sundfor e devo dire che il test è andato molto bene, ascolto fluido con solo due brevissime interruzioni, di cui una in galleria. E ricordo che il flusso è appunto 1411Kbps, per l'ascolto sono stati scaricati oltre 150MB. Non sempre le cose sono andate così, anche con servizi lossy come Spotify.
Questi test ovviamente sono più dipendenti dalla stabilità e dalle prestazioni della rete che dalle prestazioni dei server dei fornitori del servizio, e quindi più che un test in senso stretto il test deve essere considerato una testimonianza.  Comunque positiva. In ogni caso anche per non consumare tutto il traffico disponibile, per chi non ha abbonamenti flat o con limiti molto alti, l'uso prevalente in mobilità sarà su materiale pre scaricato in wi-fi.

In sintesi
Un servizio che funziona complessivamente bene, pochi rilievi trascurabili, l'unico da approfondire col tempo (e magari con qualche testimonianza dei visitatori) è la effettiva ampiezza del catalogo. A parte questo, il giudizio complessivo positivo, considerando poi che è anche l'unico con queste caratteristiche.

domenica 8 febbraio 2015

Il punto sul DSD

Si continua a registrare un forte interesse sul formato di trasformazione del suono digitale a 1 bit, ovvero il DSD (Direct Stream Digital) a cui abbiamo dedicato un post qualche tempo fa.
Provo a fare il punto dopo qualche mese, prendendo in esame l'offerta di materiale musicale in questo formato, la discussione in corso sui vantaggi ipotetici o reali e sulle criticità evidenziate, soprattutto da chi non ritiene che vantaggi ci siano, e la possibilità pratica di passare del tutto o in parte al nuovo standard, ovvero la offerta di componenti hardware.

L'offerta di musica in DSD
Ognuno la può verificare autonomamente sul portale FindHD Music dove (indicatore evidente di interesse) è previsto proprio un flag apposito per selezionare solo il materiale disponibile in DSD (e con varia risoluzione). In più ci sono i siti specializzati, come Blue Coast Records o Native DSD Music. La newsletter di Blue Coast Records invia periodicamente  l'elenco delle ultime novità, molte ormai anche in DSD128, con periodicità sempre più ravvicinata. Inoltre il claim afferma con soddisfazione che oltre 49.000, e in continua crescita, sono gli utenti della NL in tutto il mondo.


Quindi materiale c'è, ma siamo ancora, per la produzione nuova, nel campo della produzione per audiofili, ad interpreti o autori probabilmente bravissimi ma in genere sconosciuti anche a chi di musica si interessa da anni e in vari campi. Per il materiale a catalogo c'è qualcosa di più, ma sembra di tornare ai primi tempi dell'HD, pochi autori e pochissimi titoli. Grazie a Find HD Music è possibile fare una verifica veloce delle disponibilità (senza far caso al paese) e la situazione, limitandoci al mondo cantautoriale e al canto jazz, è questa, per i classici:
  • Bob Dylan: 21 HD / 15 DSD
  • James Taylor: 9 HD / 1 DSD
  • Diana Krall: 11 HD / 5 DSD
  • Holly Cole: 6 HD / 5 DSD
  • Joni Mitchell: 13 HD / 0 DSD
Venendo a qualcosa di più recente (almeno come inizio attività):
  • Norah Jones: 8 HD / 6 DSD
  • Natalie Merchant: 2 HD / 0 DSD
  • Jonathan Wilson: 1 HD / 0 DSD
  • Feist: 1 HD / 0 DSD
  • Mumford & Sons: 1 HD / 0 DSD
  • Sharon Van Etten: nulla
  • Lucinda Williams: nulla
Come si vede da questa ricerca a campione per i musicisti che avevano già una presenza di titoli in HD (e ancora prima in SACD, come nel caso di Dylan) è in corso la estensione anche a DSD, mentre rimane molto limitata (o assente) l'offerta per la grande maggioranza delle nuove leve o per generi meno "adult oriented", confermando la sostanziale azione di freno delle case discografiche, discussa nel post precedente.

Resta poi da vedere come siano state prodotte queste versioni in DSD e se possano essere effettivamente considerate conformi allo standard, ma su questo tornerò dopo. Da segnalare infine il prezzo: a conferma della legge della domanda e dell'offerta (e della consistente domanda) il prezzo richiesto è sempre superiore: 24,98 $ (su AcousticSound, che ha la maggiore disponibilità per il DSD) contro un equivalente in PCM di 17,50 $ o € (attualmente il cambio è simile) sugli altri siti.

Gli album DSD "made in PS3"
Naturalmente a questa produzione ufficiale si aggiunge la produzione non ufficiale proveniente dalla conversione di album SACD grazie alla famosa versione 3 della Playstation, che consentiva senza difficoltà eccessiva di trasferire su file audio il contenuto in HD. Un numero imprecisato di appassionati si è dedicato a questa attività e per motivi come al solito non comprensibili, ha diffuso sul web il risultato di queste operazioni, senza ricavarne nella quasi totalità dei casi alcun lucro per sé. Ma dando invece questa opportunità a siti di solito russi che aprono e chiudono periodicamente, e che sconsiglio vivamente di frequentare, se anche li trovate, in considerazione della quasi certezza di trovarsi il PC popolato da spyware e malware.

Il materiale in questo caso (e a questo prezzo) è più numeroso e soprattutto gratuito o quasi, ma occorre sempre considerare che si tratta di un catalogo comunque molto limitato (la produzione in SACD è sempre stata molto scarsa e boicottata dalle major), non recente (almeno dal 2009-2010 le major non pubblicano più SACD e rimane solo una piccola produzione da etichette di classica indipendenti) e che, infine, in molti casi si tratta di upsampling di master registrati a suo tempo in "media definizione".

I vantaggi del DSD per quello che abbiamo già in casa
La criticità nelle carenze del catalogo (e nel costo) potrebbe però passare in secondo piano se quello che si cerca è un sistema per migliorare il suono dei CD che abbiamo già (e che magari sono migliaia). Secondo molte testimonianze la conversione "al volo" in DSD direttamente nel player e il passaggio a un DAC che lavora in DSD consente di migliorare l'ascolto dei CD, eliminando le asprezze e la conseguente fatica di ascolto che a volte si rileva per questo ormai storico formato digitale.

Il risultato apparentemente miracoloso non dipenderebbe da una sorta di equalizzazione impropria, come quella che alcuni affermano di apprezzare ascoltando in vinile materiale registrato all'origine in digitale, ma di un vero e proprio fatto tecnico. In questo modo infatti si elimina la necessità di filtraggio digitale anti-alias, che nello standard CD deve essere effettuata a ridosso della banda audio, a causa della famosa frequenza di campionamento limitata a 44.1KHz (dagli standard 48KHz) per far rientrare la 9° di Beethoven in un solo CD (pare proprio che la storia sia vera), e che rappresenta un elemento critico del formato. Il formato DSD nasceva proprio per superare anche questo problema. Non ho al momento la possibilità di provare e quindi testimoniare su questo ipotetico miglioramento (da isolare sempre dagli altri elementi della catena) e quindi mi limito a riportare quanto scrive il noto esperto del settore Marco Benedetti su Audio Review 359 di questo mese, confermando il beneficio all'ascolto, ma solo per la conversione 44.1KHz > DSD64.

Per chi è interessato a questo tipo di vantaggio del DSD le cose sono abbastanza semplici, deve solo dotarsi di un valido DAC che supporta il formato DSD, oltre che di un player come Audirvana o lo stesso Foobar2000 che possa fare la conversione di formato. Per l'acquisto di materiale in HD può anche continuare a preferire il materiale più diffuso e più economico in PCM, lì problemi di filtraggio non ci sono e la esistenza di differenze udibili è tutta da dimostrare.

Il formato DSD puro
Cercando le differenze e gli eventuali vantaggi all'ascolto del DSD si incontrano le criticità (e le critiche) legate a questo formato. La prima riguarda il dubbio se quello che si acquista sia DSD puro, ovvero se è stato registrato, mixato, editato, convertito sul master finale e poi distribuito sempre in DSD. Nella convinzione diffusa che il passaggio a/da componenti digitali operanti in multibit, ovvero in PCM e la conseguente necessità di conversione da un formato all'altro, introducano un degrado e facciano perdere i vantaggi del "miracoloso suono del DSD".
Ma è veramente così? Nel mondo digitale le conversioni e manipolazioni non sono regolate da algoritmi matematici, e quindi deterministiche?
Per cercare di dare una risposta serve un minimo di approfondimento tecnico, a cui sono dedicati due paragrafi successivi. Che si possono anche saltare e passare alle sezioni successivi su DAC e network player "DSD ready", se ci bastano le conclusioni: 1) la conversione da DSD a PCM e viceversa non è semplice né deterministica e può influire sul risultato finale; 2) un file audio tutto DSD "end-to-end", dalla ripresa alla distribuzione via web, è merce rara e soprattutto quasi mai questa caratteristica è documentata e garantita.



Le basi del DSD e della conversione a 1-bit
Prima di tentare una risposta riepiloghiamo brevemente (con qualche dettaglio in più rispetto all'articolo precedente, e scusando preventivamente per l'eventuale eccesso di sintesi) le motivazioni alla base della conversione a 1 bit. Nasce essenzialmente da due esigenze / opportunità: la tecnica di conversione utilizzata si dagli inizi della storia del CD, chiamata sigma-delta e le necessità del missaggio digitale multi-traccia. La tecnica sigma-delta può funzionare anche con un solo bit, e utilizza in parallelo 16 convertitori combinando poi il risultato della conversione, il problema è che con la frequenza scelta per il CD (44.1KHz = 22.05KHz di frequenza audio massima gestibile per il teorema di Nyquist) richiede di posizionare il filtraggio digitale in prossimità dei limiti della banda audio con gli effetti collaterali indesiderati già citati. Aumentando (di 64 volte) la frequenza del singolo convertitore ad 1 bit si ottiene la stessa risoluzione dei 16 convertitori elementari in parallelo, eliminando però il problema del filtraggio. La stessa tecnica era peraltro già utilizzata per memorizzare le singole tracce nei primi mixer digitali, eliminando i problemi derivanti dai filtraggi successivi.

Pro e contro del DSD
Quindi da questa semplificata e spero non troppo lacunosa spiegazione si possono dedurre i pro e i contro del formato, secondo entusiasti e critici. Pro: una soluzione brillante e semplice, la soluzione più semplice e che richiede meno passaggi è sempre la migliore. Contro: una soluzione legata ad un'epoca ormai passata in cui la potenza di calcolo non era sufficiente per realizzare efficienti convertitori multi-bit; ora questo è possibile senza problemi e non c'è motivo per usare tecnologie semplici sì, ma limitanti sulle ulteriori ed inedite possibilità offerte dal digitale. Dove la limitazione principale è nella elaborazione in digitale del segnale, quindi filtraggio (cross-over digitale), correzione di ambiente (equalizzazione) e così via. La seconda criticità è quella accennata sulle elaborazioni e conversioni che può o deve subire la registrazione originale in digitale.

La elaborazione della registrazione
Nel caso specifico, tolti i casi rari di percorso diretto dalla registrazione al master digitale, quindi registrazioni di soli strumenti acustici e voce con i classici due microfoni a Y e nessuna post-elaborazione (esistevano anche ai tempi del vinile, si chiamavano direct-to-disc, preziose e ambite registrazioni), anche solo quando i microfoni sono tre o più, e ovviamente per gli strumenti elettronici, serve al minimo un missaggio e in genera anche operazioni più complesse di editing.
Non sarebbe un problema, se il banco di missaggio ed editing fosse in DSD e tutti gli altri componenti eventualmente necessari pure. Così non è in molti casi e quindi per utilizzare banchi in tecnologia PCM si procede a conversioni in questo formato, e riconversione finale in DSD. Il problema è che la tecnica di registrazione non è praticamente mai documentata (non lo era neanche ai tempi dell'analogico) e che può essere anche diversa per varie edizioni della stessa registrazione originale, come sappiamo dalle molte uscite con remastering di classici vari del rock e del jazz e anche della classica. Una buona probabilità che siano usati componenti non allineati esiste, e dipende da un lato dal loro costo (e i primi erano a 20 bit / 48KHz) e dall'altro dalla continua rincorsa sulle prestazioni (che arrivano ora, e non si quanto serva in musica, a 32 bit / 384KHz e DSD512).

La conversione PCM <-> DSD
Il problema è che non è come la conversione da un formato non compresso ad un formato compresso lossless, da WAVa Flac ad esempio. Questo tipo di conversione lavora sul file audio, la rappresentazione in digitale di un insieme di suoni analogici, riducendo la dimensione del file audio eliminando le ridondanze (ad esempio le sequenze di byte uguali) e ricreandole in riconversione. L'algoritmo di conversione in questo caso è deterministico, teoricamente perfetto. Se differenze nella doppia conversione ci fossero, sarebbero da imputare a momentanei errori nell'hardware o a errori nella implementazione in software dell'algoritmo. Eventi assai improbabili su implementazioni così diffuse e stabilizzate. Per fare un esempio con qualcosa che tutti conoscono, è come la creazione di un file zip da un documento Word, una volta "unzippato" ritroveremo tutto quello che c'era nel documento originario.

Nel passaggio da PCM a DSD e viceversa invece si deve cambiare proprio il modo con il quale è rappresentato nel dominio digitale l'evento analogico originale (la musica). Per cominciare la tecnica di campionamento, e a seguire le tecniche di modellazione del rumore residuo (noise shaping) e di filtraggio digitale delle spurie. Tutte azioni che dipendono dalla progettazione dei convertitori, dalle scelte progettuali seguite nella loro realizzazione e anche dalle scelte in fase di digitalizzazione. Sempre per fare un esempio informatico, un po' più forzato ma credo efficace, è come la conversione del file word da Word di Microsoft all'equivalente di Open Office, da formato .doc a .odt. Tutto si ritrova di solito, ma l'aspetto delle liste, degli indici e di altre funzioni un po' meno banali potrebbe essere diverso (e spesso lo è). Perché cambia il modo di rappresentarle.

Al di la' dei paragoni e della teoria un recente ed ampio test effettuato dalla rivista Audio Review (n. 358 di dicembre 2014) fornisce una conferma, che va oltre anche quanto ci si aspetterebbe. hanno effettuato prove di conversione in DSD partendo da toni di prova in PCM 32/176.4 utilizzando vari software di conversione utilizzati in ambito professionale per realizzare i master DSD (Weiss, Philips, Korg, oltre che quello di Jriver) e analizzando le caratteristiche dei file audio finali. Trovando tra loro molte differenze sia come risoluzione integrale effettiva, dinamica (come differenza dal rumore audio di fondo) e rumore in banda audio, ultrasonica e totale. Anche se poi le impressioni di ascolto (pubblicate nel successivo numero 359) mostrano che le differenza all'ascolto non sono facilmente percepibili e comunque non eclatanti. Ma chi è interessato al DSD perché punta al massimo in campo digitale ha una conferma della fondamentale importanza che ha la tecnica di produzione del master.

I DAC per il DSD
L'offerta di DAC era esplosa negli ultimi 2-3 anni con modelli di ogni prezzo e prestazioni sempre più elevate, anche nella fascia più bassa, poi è arrivato il DSD e li ha fatti invecchiare quasi tutti. I nuovi modelli in grado di trattare in modo nativo questo formato, e quindi anche fare il miracolo di migliorare il CD citato prima, stanno arrivando, con in evidenza la Korg (nota casa di strumenti digitali e anche di registratori e altri accessori audio) e la iFI, una divisione di una casa di apparecchi high-end inglese (AMR: Abbingdon Music Research). Che ha presentato un DAC (premiato dall'Eisa) super compatto, chiamato Nano iDSD, che a 200 € supporta anche il DSD256, affiancato da un  modello superiore (500 €) Mini iDSDS, che arriva al per ora teorico (zero software o quasi) DSD512. Prestazioni raggiunte con loro implementazioni firmware sui noti componenti integrati adottati, a quanto pare. Sono stati provati entrambi sempre da AR con giudizi complessivamente positivi, anche se con qualche appunto. Alla spicciolata arrivano altri fornitori, tra cui la italiana M2Tech con il loro DAC che si chiama ora significativamente Young DSD, anche se non si assiste ancora ad una proliferazione di modelli, soprattutto in fascia bassa.

iFI Nano iDSD

I network player compatibili DSD
Ovviamente i modelli storici, come gli all-in-1 della Olive, il Marantz NA7004 o lo Stream Magic 6 della Cambridge Audio non prevedevano il DSD e quindi da un certo punto di vista possono essere considerati obsoleti sotto questo aspetto. Ma a differenza di quanto avviene per gli apparecchi TV con l'HD, il 3D o il 4K, non tutti i produttori concordano sulla superiorità del nuovo standard. In particolare i produttori inglesi che attualmente sono i leader nel mercato (Cambridge Audio, Naim, Linn) almeno come prestigio e seguito (come numero sono sicuramente i prodotti orientali) non hanno a listino alcun modello e al momento alcun piano di aggiungere al DAC interno la possibilità di convertire in DSD in modo nativo. Anzi a quanto sembra non sono neanche in grado di "incapsulare" il formato DSD (conversione DoP, vedi articolo precedente) e quindi di gestire materiale DSD non convertito preliminarmente. Soprattutto Linn, il produttore high-end probabilmente più attivo nel settore della musica digitale, ha espresso una posizione molto critica su questo nuovo formato, che considera di nessuna utilità. Mentre altri, come Marantz o Sony hanno introdotti modelli compatibili anche con software audio DSD, come il Marantz NA8005.


La posizione della Linn
La Linn è lo storico produttore scozzese noto per prodotti come il giradischi top LP-12 che tra i primi ha creduto al digitale HD e alla evoluzione del classico impianto Hi-Fi abbandonando il CD già da molti anni (dal 2007). Uno dei primi produttori del settore (nella fascia alta) e ben posizionato anche nell'HT (poco diffuso da noi, ma prevalente in USA). La posizione di questo produttore ha quindi un certo peso ed è ancora ferma ad un totale disinteresse per il DSD. Ne ho avuto conferma diretta dai loro rappresentanti anche in occasione della presentazione delle soluzioni streaming e del loro nuovo sistema tutto digitale Linn Exact, molto interessante, di cui conto di riferire a breve qui.

In sostanza la critica di Linn si basa su due considerazioni:
1) La soluzione DSD aveva senso quando la tecnologia digitale non consentiva di produrre DAC multibit di prestazioni adeguate, ora non ha più senso perché non offre alcun vantaggio rispetto ad uno standard affermato e che comunque può essere incrementato come prestazioni a piacere, qualora se ne ravvisasse la necessità;
2) Operare ad 1 bit rende complesse e in alcuni casi non possibili operazioni di elaborazione del segnale nel dominio digitale, trasferendole dall'analogico e ottenendo così prestazioni e funzionalità superiori. Operazioni come il filtraggio in frequenza, la equalizzazione dei livelli, la correzione dell'acustica ambientale e così via.

Linn Akurate DSM

"Ma io ho ascoltato il DSD e suona splendidamente!"
Così affermano e testimoniano in molti. Ed effettivamente il materiale in DSD che si può acquistare o in alcuni casi ascoltare in demo dai siti specializzati come Native DSD Music o Blue Coast Records suona molto bene. Anche con DAC che DSD non sono, come il mio. Il fatto è che sono in genere registrati per suonare al meglio all'origine, con poca o nulla post elaborazione, attento posizionamento dei microfoni (spesso sono registrazioni solo acustiche, folk, jazz, country, classica) grande attenzione alla qualità. In una parola produzione "audiofila". Fa più differenza una registrazione e un mastering accurato che la risoluzione adottata, come noto. Ma il catalogo è quello che ci si aspetta dalla produzione audiofila, quindi interpreti meno conosciuti o sconosciuti proprio, come la mitica cantante brasiliana della Chesky Ana Caram che in Brasile però nessuno conosce (come ho verificato di persona a suo tempo con amici brasiliani). Per avere una idea inserisco in fondo all'articolo la top-10 di jazz 2014 di Native DSD Music. E quindi qualità artistica incognita, a parte la classica dove casomai il dubbio è sulla qualità della interpretazione. All'appassionato di musica e alta fedeltà rimane la solita alternativa, se sceglie il DSD ora, tra ascoltare buona musica o ascoltare buon suono. Si vorrebbe avere però entrambe le cose.

Tirando le somme
Siamo, come sempre nella vita e nella società in una fase di transizione, verso dove però non è tanto chiaro al momento. Dagli elementi forniti nell'articolo si possono trarre alcune considerazioni:
  • chi è già passato all'HD ed è interessato maggiormente alla musica e quindi al catalogo, può rimandare gli upgrade necessari all'affermazione, ancora ipotetica, del DSD; il vantaggio è tutto da verificare, molto dipende dalla registrazione e dalla produzione, e il PCM garantisce già standard di qualità elevata con un catalogo in continua espansione e costi inferiori;
  • chi ha un'ampia discoteca in CD può verificare se i presunti effetti di miglioramento ci siano o meno; non comprando a scatola chiusa un nuovo DAC ma provandolo e confrontandolo prima, possibilmente a casa propria e non con ascolti volanti e materiale che non conosce bene; dopodiché può anche fare questo passo, se ha un impianto basato su DAC, i primi gradini non sono affatto costosi;
  • chi ha già investito in un network player o un DAC di qualità (non DSD) deve a maggior ragione valutare bene l'upgrade; in alcuni casi, come abbiamo visto, vorrebbe dire cambiare fornitore e quindi impostazione sonora; se è gradita il passo è da ponderare e, a mio parere, da rinviare mantenendo un approccio wait and see;
  • chi sta pensando ad un nuovo network player fatalmente sarà tentato di preferire un modello e un fornitore che fornisce anche questa opzione, per lasciare aperte tutte le porte, e lo stesso vale per chi punta a un DAC di fascia alta; anche qui, sempre a mio opinabile parere, conviene evitare di preoccuparsi troppo ed evitare lo stallo tipico dell'acquirente dei TV che aspetta il full HD quando c'è solo l'HD ready e poi il 4K quando c'è l'HD e rimane ancora con il suo vecchio monitor LCD di 10 anni fa;
  • chi sta pensando ad un network player delle rinomate marche inglesi Linn o Naim non ha alcun problema: segue le loro scelte, anche perché (soprattutto per Linn) sono sistemi che tendono ad essere integrati e dubito che se ne pentirà; non perché siano il non plus ultra, che non esiste, ma perché garantiscono comunque una elevata qualità di ascolto (e lo devono fare, visto i prezzi);
  • mettere al centro la musica ed evitare di dare troppa importanza alla innovazione tecnologica del momento rimane la priorità; quindi la qualità artistica di quello che si ascolta, e anche il piacere di ascolto in base ai propri gusti personali, dovrebbero venire al primo posto; non mancando di considerare anche che, a meno di impianti veramente al top, incrementi anche maggiori di qualità nella riproduzione della musica si possono ottenere intervenendo sui diffusori e sull'amplificazione.

Appendice: il catalogo Native DSD Music
La Top-10 di jazz del 2014:
No. 1
Jazz at the Pawnshop (1976)
Egil Johansen, Bengt Halberg, Lars Erstand, Georg Riedel and Arne Domnerus
Naxos-2xHD

No. 2
Sophisticated Lady Jazz Quartet - Volume 1 (2014)
Sophisticated Lady Quartet
Yarlung Records

No. 3
Natural Jazz Recordings (2013)
Various Artists - Compilation
Fonè Jazz

No. 4
Easy to Love (2010)
Kate Mc Garry, Paul Kreibich and Karen Hammack
Fonè Jazz

No. 5
Sophisticated Lady Jazz Quartet - Volume 2 (2014)
Sophisticated Lady Quartet
Yarlung Records

No. 6
Simpler Times Vol. 1 (2013)
Sophisticated Lady Quartet
Yarlung Records

No. 7
In Summer (2004)
Paulien van Schaik, Hein van de Geyn and Bert Joris
Challenge Jazz

No. 8
Who Cares? (2014)
Scott Hamilton and Andrea Pozza
Fonè Jazz

No. 9
Smoke & Mirrors - Vanish (2013)
Smoke and Mirrors Percussion Ensemble
Yarlung Records

No. 10
Live Ad Alcatraz (2014)
Fausto Mesolella
Fonè Jazz


sabato 24 gennaio 2015

Un altro streaming lossless: Tidal

Parliamo oggi di un altro servizio streaming lossless disponibile in Italia (ma non per tutti) che si aggiunge a Qobuz di cui abbiamo già parlato in più occasioni. Con questo per ora avremmo finito l'elenco perché a livello mondiale sono due in tutto, a quanto ne so.

Tidal è un servizio nato da una iniziativa norvegese (la società si chiama Aspiro Music AS) lanciata lo scorso ottobre come "reborn" del precedente servizio Wimp (della stessa compagnia) ed è disponibile attualmente in USA, UK e Canada oltre che in diversi paesi del Nord Europa: Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania, Polonia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Irlanda.

E' inoltre disponibile negli altri paesi (credo tutti, in Italia almeno sì) tramite i partner hi-fi, ovvero i produttori di network audio player (o music server) che rendono possibile l'accesso al servizio di streaming sul loro componente, in aggiunta al popolare Spotify. Questo significa che nella app di controllo del network player tra le sorgenti che si possono selezionare c'è anche Tidal. Che però può poi essere usato anche indipendentemente dal network player. Questo è il caso sicuramente della partnership con Linn, che ho avuto modo di provare, che sia così anche per gli altri è da verificare. Quindi una volta installato ed abilitato Tidal, ad esempio, sul vostro iPad (è supportato però anche Android) si può ascoltare direttamente dal tablet e anche scaricare la musica e ascoltare offline sul tablet, come si fa con Qobuz o Spotify. Idem se si usa invece uno smartphone.

I partner Hi-Fi sono elencati nelle FAQ della pagina di supporto e al momento sono, oltre a Linn: Meridian, Electrocompaniet, McIntosh, Wadia, Amarra sQ, Mirage, Squeezebox, Sonos (Beta), Bluesound, Auralic, Simple Audio. Personalmente ho visto promozione di questa possibilità solo per Sonos e Linn e quindi sarebbe da valutare caso per caso la effettiva disponibilità nel nostro paese. Linn però è ben presente da noi e da qui anche il senso di questo articolo.

La partnership da' diritto all'accesso ed include due mesi gratis di abbonamento al servizio. Dopodiché per proseguire a beneficiarne bisogna sottoscrivere l'abbonamento personale che ha un costo di 20 € al mese (19 e qualcosa come sempre) quindi come Qobuz.

Come si presenta
Vediamo come si presenta il servizio nei paesi dove è disponibile (in Italia il sito si chiude subito sulla pagina in figura che dice "da voi no", eccesso di zelo scandinavo, ma basta accedere alla cache di Google per vedere anche le altre).


Nella seconda pagina viene enfatizzato il plus di Tidal rispetto a Spotify, ovvero la qualità CD, dichiarata però come bitrate: 1411 Kbps (16 x 44.1 x 2 = 1411). La qualità massima di Spotify è 320Kbps e questa differenza è ovviamente rimarcata nel sito (ed è il motivo, penso, per cui hanno scelto di presentare questa unità di misura anziché "qualità CD").


La pagina che annuncia la partnership con Linn. Si capisce quindi che acquistando un network player della casa scozzese viene fornito un vaucher che consente di accedere al sito e alle app Tidal.


Non mancano i riferimenti alle recensioni positive da parte di diverse testate specializzate e non. Sul lato sinistro anche un iPhone con la app Tidal. Le app sono ovviamente molto simili a quelle di Qobuz condividendo la stessa impostazione più "seria". Playlist e simili comunque ci sono.


In questa pagina successiva vengono messi in evidenza i tre punti di forza di Tidal secondo la compagnia, quindi suono in qualità CD con un catalogo di 25 milioni di brani, download video in HD  (video, non audio) e "curated edition" cioè contenuti testuali e informazioni ulteriori sul materiale disponibile, che è una peculiarità di Tidal. Forse utile, una versione "dematerializzata" dei booklet dei CD e degli LP. Anche se sul web, tra Wikipedia e Allmusic si trova già di tutto e di più.


La app è scaricabile da App Store. Ovviamente è gratuita, ma per attivarla occorre fare login e quindi essere registrati. Dovrei comprare un network player Linn per poterlo fare e quindi pubblico per una volta uno screenshot tratto dal web, da una recensione di What Hi-Fi in particolare, che mostra come si presenta la app su vari formati di smartphone e tablet da 7" e 10". Molto semplice e visuale sul modello iTunes ultimo, direi.



Il catalogo
Non ho potuto fare prove (d'altra parte fare prove di copertura è assai arduo e dipende dai gusti musicali personali, quello che si ritiene fondamentale e quello no). A quanto mi hanno detto (e d'altra parte se sono 25 milioni di brani ci deve essere molto) la copertura è buona, più sul materiale nuovo con qualche buco sui classici (si parlava di classici del rock, però). Insomma una situazione non diversa quantitativamente da Qobuz ma con approfondimenti in parte diversi sui generi musicali.
Vale quindi sempre la valutazione che facevo per Qobuz: la quantità di musica valida e interessante che c'è è più che sufficiente per saturare (ed oltre) il tempo sempre limitato che possiamo dedicare ad essa.

Una breve prova pratica
Ho potuto effettuarla in occasione di una presentazione del nuovo sistema all-digital Linn Exact di cui conto di riferire presto. Dalla app di controllo del network player Linn (il top Climax Exact in questo caso) tra le funzioni / source disponibili appare anche Tidal. Scegliendo questa sorgente si avvia la app sul tablet o sullo smartphone e si possono selezionare singole canzoni o interi album che si possono individuare come playlist per ascolti successivi, lo stesso sistema di Spotify e Qobuz. L'output però esce direttamente dal network player e viene acquisito in rete da questo componente, non trasmesso dal tablet via wi-fi, Si comporta quindi come un comando remoto. Faccio questa precisazione perché i network player Linn supportano anche il protocollo airplay e quindi possono eseguire qualsiasi flusso audio generato su un tablet o su uno smartphone connesso con questo protocollo. 

Il suono? Ovviamente tutto bene, su questo blog promuoviamo la diffusione del suono un alta definizione perché non c'è alcun motivo per non sfruttare al massimo la tecnologia, quando non ha in sostanza costi aggiuntivi, ma la qualità CD con sistemi di riproduzione validi già fornisce un ascolto eccellente. 

martedì 13 gennaio 2015

Perché le case discografiche ostacolano lo streaming lossless e l'alta definizione

Appare un controsenso economico la strategia delle case discografiche (major e indies unite, con poche eccezioni) rispetto a streaming e HD. Il mercato si basa sul bilanciamento tra domanda e offerta, i consumatori di musica tutti chiedono lo streaming che hanno già con la TV satellitare o in rete con YouTube e stanno velocemente abbandonando il download. I consumatori più esigenti stanno accettando la musica liquida in HD dopo le diffidenze iniziali e anzi pare stiano scoprendo un nuovo Nirvana musicale con il formato DSD, e ovviamente sono molto interessati ad uno streaming in qualità CD o addirittura HD.

Quindi la domanda c'è, ma c'è anche il prodotto per soddisfarla, e in quantità virtualmente infinita, perché la tecnologia digitale non ha costi di realizzazione del prodotto singolo e non richiede materie prime: non richiede fabbriche di stampaggio, confezioni e distribuzione via nave o via camion. La musica è il primo bene di consumo che è stato smaterializzato e questo è un vantaggio non da poco per chi la vende.

Quindi perché vendere solo in pochi paesi, non vendere in altri (e in particolare in Italia), mettere in vendita solo parte della produzione, quella più datata e meno appetibile, non il contrario, e preferire i generi che hanno meno mercato? Tutte pratiche commerciali illogiche, apparentemente, come se una casa di mode nel suo sito e-Commerce mettesse solo la produzione dell'anno prima, o lo stesso facesse Ikea, costringendo la gente ad andare in negozio per comprare le novità. L'e-commerce invece serve per ampliare virtualmente i negozi, e costa infinitamente meno rispetto ad una distribuzione capillare. Oltre ad essere aperto H24.

La spiegazione che ho sentito spesso, e che pare ancora echeggiare nei siti dei discografici (per esempio in quello della IFPI), tira in ballo la pirateria. Il timore che il materiale in HD legale entri nel circuito illegale e azzeri il mercato. Ma non credo che sia così e che neanche i discografici più tetragoni ci credano ancora.

I due segmenti di mercato
Il mercato della musica lo possiamo suddividere tra due sotto-mercati, il mercato molto ampio della musica di consumo, dove la qualità del suono ha una importanza relativa, dove anche la qualità musicale è sostituita dalla sorpresa di un brano con una piccola idea originale, dal nome dell'interprete o dal traino di film, fiction, video o eventi cui il brano è legato. Con un approccio "usa e getta" nei confronti degli innumerevoli gruppi e interpreti che ruotano incessantemente e si moltiplicano. Non vale neanche la pena sapere chi siano e da dove vengano, quasi sempre. La musica è una forma di intrattenimento da consumare possibilmente in forma gratuita, anche se i consumatori di questo segmento sono entrati ormai nella logica televisiva dei contenuti "premium" e quindi una propensione all'acquisto, se non altro per una fruizione libera dalla pubblicità, c'è.

L'altro mercato, di nicchia, è quello degli ascoltatori esigenti, di classica e jazz, ma non solo, che hanno una grande attenzione verso la qualità del suono e anche a quella musicale, seguono gruppi e autori specifici, sono esigenti. E sono in maggioranza adulti e con maggiore possibilità di acquisto e propensione a spendere per la musica.

L'offerta per i due segmenti
Per il primo segmento l'offerta pare che si stia consolidando, dopo oltre 10 anni di terremoti e di assestamenti. Per chi non vuole spendere proprio nulla e non ha interesse particolare alla qualità del suono c'è YouTube (e derivati, incluso Spotify gratuito), si regge sugli inserzionisti come la TV in chiaro, parte degli introiti vanno alle case discografiche e ai detentori dei diritti d'autore e va bene a tutti. Per gli utenti più esigenti, quelli che vanno in giro con le cuffie e non più con gli auricolari e a casa hanno uno Zeppelin della B&W o simili ci sono i servizi in streaming di tipo "premium", con Spotify e Deezer in testa, e Apple e Google in arrivo.

A questi si aggiungono o si sovrappongono quelli che stanno passando all'ascolto tramite playlist, con anche la opzione di condividerle o diffonderle, oppure all'ascolto "radio" nel senso nuovo del termine, nel senso di associazioni libere e casuali originate (ma dal servizio, non dall'ascoltatore) dalle scelte iniziali e dalle preferenze espresse. Un on-demand a sorpresa. Qui Spotify e Deezer o gli analoghi servizi di Google e Sony sono la soluzione (parlo sempre di quello che è disponibile in Italia), alle case discografiche va benissimo anche questo e concedono senza problemi i loro cataloghi a tutti quelli che lo chiedono, se garantiscono buoni introiti o contratti partenariato profittevoli, come fanno sicuramente questi giganti del mercato.
Infine c'è il download, ovvero iTunes, che va lentamente a sparire. Ma che ormai è ammortizzato quindi per quanto sia poco (ma ancora è molto) è tutto guadagno, sia per Apple sia per le case discografiche.


Per il secondo segmento invece la strategia è opposta, o meglio è la stessa dei remoti tempi pre-iTunes, ovvero, apparentemente, ostacolare il più possibile i pochi soggetti che tentano di aprire questo mercato. Il fatto è che qui i margini sono molto più alti, l'alternativa illegale meno ricercata e meno attraente (nessun audiofilo manderebbe al suo prezioso impianto l'audio di YouTube), e c'è la propensione a spendere anche senza motivo apparente se non la qualità del suono (concetto da sempre poco compreso dal marketing discografico) come dimostra il ritorno del vinile.

Un mercato quindi da tutelare, finché dura, popolato oltretutto da persone adulte o, per dirla tutta, anziane, poco propense al cambiamento e alle novità. Perché cedere per malintesa modernità? Meglio resistere finché si può con i CD, distribuiti nei negozi oppure (massima cessione alla modernità) per posta, e magari tentare qualcosa di nuovo ma sempre di fisico (vedi la incredibile vicenda del Pure Audio Blu Ray).

Il segmento degli ascoltatori esigenti
Se proprio qualcuno vuole tentare la vendita su questo esigente mercato di nicchia di musica liquida, deve pagare chi possiede la musica da vendere. Le case discografiche hanno qualcosa di indispensabile per lui, il catalogo, e quindi lo vendono al miglior prezzo possibile. E per paese, un po' in base alla propensione alla pirateria dei suoi abitanti (ma sono tutti propensi, come sappiamo). Ma molto di più per frazionare i costi di ogni singolo contratto di partenariato e quindi alzarli complessivamente.



Qui i soggetti sono tutti piccoli (HDTracks, Qobuz, HighresolutionAudio, Pono ecc.) e con forza contrattuale scarsa. Da qui la scelta obbligata di concentrare lo sforzo dell'investimento iniziale su pochi paesi dove la domanda di questo particolare segmento è più forte e che comunque può garantire, forse, un ritorno. Di più non potrebbero fare. Da qui la scelta di HDTracks di sbarcare in Europa solo in UK e Germania o le scelte analoghe di Qobuz. In Italia il segmento "alto" è particolarmente ridotto e quindi passiamo in secondo piano, anche se siamo tanti.

In sintesi le case discografiche non è che abbiamo timore della pirateria, cercano semplicemente di spremere al massimo gli operatori del settore imponendo le condizioni economiche più favorevoli per loro a soggetti più deboli di loro. Quello che non hanno fatto o non hanno potuto fare alla nascita di iTunes. Sfruttando al massimo un mercato che per loro è marginale e sul quale non puntano, preferiscono aspettare che maturi da solo, non vogliono sprecare le risorse che hanno (e che sono in costante diminuzione) qui. E beneficiando della diminuzione del fenomeno della pirateria grazie all'effetto calmieratore di YouTube.

Il Pono Player HD lanciato da Neil Young e dai suoi soci

I grandi rimangono alla finestra
Resta però aperta un'altra domanda: perché solo piccoli operatori sono interessati a questo mercato? Che comunque a livello globale garantirebbe ottimi fatturati e con ampie possibilità di crescita, come dimostrato dalla progressiva scoperta della qualità del suono che si sta osservando anche tra i giovani (e che è testimoniato dall'improvviso successo di un componente fino a poco tempo fa quasi abbandonato: la cuffia stereo).

Ce lo chiediamo da tempo per la Apple e magari diamo la colpa alla triste prematura scomparsa di Steve Jobs, ma lo stesso fanno gli innovatori di Google e la Sony dal ritrovato dinamismo. Penso però che la risposta sia molto semplice. Sono corporation che operano in altri mercati, la musica è un mezzo per sviluppare il loro core business (l'hardware per la Sony, mentre la Sony Music ragiona esattamente come le altre case discografiche). I fatturati che hanno grazie alla musica sono più che sufficienti o sono di presidio (Google, che presidia il suo vero asset nel settore, YouTube). Quando la domanda si sposterà verso l'alto saranno pronti, non servono investimenti particolari, basta volerlo. Comprando magari i soggetti già esistenti come Qobuz o Tidal, e come Google ha già fatto, per fare un esempio, molte alte volte (inclusa la fortunata acquisizione di YouTube).


(Le immagini presentano alcuni dei coraggiosi operatori sul segmento di mercato negletto per le case discografiche, Qobus, HigresAudio e Pono, più iTunes che negletto decisamente non è)






domenica 4 gennaio 2015

Il punto su Qobuz nel 2015

Qobuz, il primo servizio per musica in streaming in qualità CD (e in download HD), ha inviato una lettera a tutti i suoi sottoscrittori annunciando le proprie strategie di sviluppo e illustrando l'attuale situazione del gruppo francese. Poiché è l'unico servizio in streaming in qualità non compressa disponibile con qualche acrobazia in Italia (di Tidal parlerò in un prossimo post) penso sia interessante fornire qualche informazione tratta da questa lunga lettera (che è allegata integralmente nel seguito), anche perché nell'anno appena passato il servizio francese ha dovuto affrontare difficoltà economiche che hanno richiesto anche un periodo di amministrazione controllata. Il che ha fatto temere per il futuro dello streaming in alta qualità (vedere per approfondimenti l'articolo di qualche mese fa su AudioStream).

Cosa c'è di nuovo
La lettera accenna velocemente a queste vicende e si sofferma sugli elementi positivi e in particolare sulle forte crescita del fatturato durante l'anno (a quanto pare sono cresciuti però anche i costi, soprattutto per gli investimenti richiesti) ed è permeata, come ovvio, di ottimismo. Non fa invece alcun accenno, purtroppo, alla disponibilità ufficiale del servizio al di fuori di Francia, Germania. Olanda e Gran Bretagna, e quindi anche da noi (o in Spagna), non confermano (né smentiscono) quanto diplomaticamente rispondono se la domanda viene posta via email.
La lettera fornisce indirettamente una spiegazione a questo ritardo citando verso la fine (sempre diplomaticamente) la miopia delle case discografiche diffidenti verso i 24bit e l'HD con le quali Qobuz ha dovuto contrattare una per una le condizioni di vendita (e i vincoli); ci sono voluti tre anni per arrivare all'attuale catalogo abbastanza ampio (e solo per i paesi citati prima). Confidano però che il forte sviluppo della domanda stia facendo loro gradatamente cambiare idea e considerare che c'è un futuro oltre la musica lossless. Io, nonostante le ultime novità (ma molto parziali) di Sony di cui ho riferito nel precedente post rimango moderatamente pessimista. Non è qui la sede per approfondire, tornerò su questo punto in un prossimo post.

Infine enuncia in modo molto chiaro la strategia di Qobuz per i prossimi anni: un servizio in streaming in qualità CD dal quale è possibile anche acquistare musica in download in qualità HD, a prezzi scontati per i sottoscrittori. E niente streaming gratuito con pubblicità stile Spotify o Deezer, solo servizio "premium".

Le novità che annunciano
Vediamo quindi cosa ci sarà di nuovo per i clienti Qobuz nell'anno appena iniziato:
  • App rinnovate per iOS e Android e nuova app per WindowsPhones;
  • Su desktop, possibilità di ascolto in streaming qualità CD anche via browser, senza installare il webplayer;
  • Nuovi accordi con partner per integrare il lettore Qobuz in altre applicazioni web (e probabilmente / auspicabilmente anche in player fisici, dove invece è presente solo Spotify);
  • Ridisegno del sito web mettendo in evidenza lo streaming, coerentemente con la nuova strategia;
  • Interfaccia desktop anche per ipovedenti;
  • Supporto anche del formato DSD da quest'anno (importante novità visto il forte interesse per questo formato, sarebbero avanti ad HDtracks che invece sembra disinteressarsi al fenomeno e lasciare spazio ad altri siti specializzati);
  • Evoluzione delle app per aggiungere funzioni di tipo social, condivisione di playlist e recensioni e simili, sul modello già sperimentato con successo da Spotify (già realizzata nella nuova app Qobuz Music già disponibile su Apple Store, che sostituisce in pratica la precedente)
  • In particolare, nuove funzionalità per la creazione sempre più agevole di playlist e per costituirne cataloghi per genere (anche questa è una direzione strategica interessante perché lo streaming rende obsoleto l'ascolto per album ed è l'ideale per un più attuale ascolto organizzato su playlist).
Molte interessanti novità che non so quanti potranno apprezzare in Italia, perché alcuni visitatori del sito ci segnalano che la estensione su richiesta non è stata concessa. Forse è opportuno chiederla prima per il download e fare qualche acquisto e poi in seguito, una volta entrati tra i clienti effettivi, sottoscrivere anche il servizio streaming. Speriamo che non siano in vista novità negative.

Ma come va il servizio?
Dopo quasi un anno d'uso aggiungo per completezza alcune sintetiche impressioni sperimentate in pratica. Lo streaming in mobilità funziona bene anche in 3G, nonostante l'esigenza di scaricare una quantità di dati molto maggiore. Ovviamente non va bene per chi ha contratti da un GB al mese perché un solo album o playlist consuma 200-300MB. Problemi si rilevano nelle condizioni più difficili, quindi in mobilità vera e propria e in particolare in auto, dove a volte si verificano interruzioni. Per tutti questi casi la soluzione (ma è così anche per Spotify) è scaricare musica o playlist in memoria sul tablet o sullo smartphone quando sono collegati in wi-fi (e il wi-fi gratuito ormai si trova un po' ovunque). Con il vantaggio rispetto a Spotify che poi liberare la memoria una volta ascoltata la musica è semplicissimo.
Nessun problema invece, ovviamente, se l'ascolto avviene tramite desktop collegato in rete, anche se in questo caso manca una app per il comando da remoto come quella disponibile (terze parti) per Spotify.

Il catalogo si conferma abbastanza ampio anche se non al livello di Spotify. In concreto, a volte, sulle novità e per etichette non convenzionate (come la ECM), è possibile solo ascoltare un estratto. A parte alcuni casi che ci interessano proprio (e che si possono ascoltare anche con Spotify, magari in versione gratuita) o per persone interessate solo ad alcuni generi specifici, non dovrebbe essere una grande problema. Il tempo che abbiamo per ascoltare la musica, con tutto quello che ci sarebbe da ascoltare, è il vero problema.

La app (per iOS, quella che uso) è molto ben fatta e agevole nell'uso, anche la creazione e modifica di playlist è semplice e veloce e quella nuova è ancora migliore, oltre che esteticamente molto gradevole, non stracolma e caotica come quella di Spotify. Il limite come ho già scritto è che per noi italiani aggiunti è solo in francese. Non occorre però una conoscenza approfondita della lingua per usarla. Qualche limite nella ricerca un po' troppo semplificata e con molte ripetizioni nei risultati, ma è una funzionalità che promettono di migliorare.
Per una rassegna completa delle funzionalità con esempi rimando al post pubblicato a suo tempo che rimane sostanzialmente attuale.

La nuova interfaccia per la gestione delle playlist nella app per iPad

La lettera di Qobuz ai sottoscrittori e clienti
Per finire eccola lettera inviata e che condivido qui.

Une lettre de l’équipe de Qobuz à ses abonnés et utilisateurs
Chers Clients, Chers Abonnés,
Chers Amis,
Toute l’équipe Qobuz vous adresse ses vœux les plus amicaux pour la Nouvelle Année. Que 2015 comble les attentes et les souhaits qui sont les vôtres et ceux des êtres qui vous sont chers !
Nous nous emploierons toujours plus en 2015 à accompagner au quotidien votre amour de la musique. Nous aurons à cœur, quels que soient vos goûts musicaux, de porter le service qu’attend votre passion au niveau d’exigence qui est le vôtre, en nous autorisant les audaces qui vous permettront de belles découvertes mais en respectant toujours votre libre-arbitre.
La musique disponible auprès d’un service tel que Qobuz est un vaste océan, chaque jour enrichi de centaines de nouvelles productions parmi lesquelles nos disquaires essaient de valoriser ce qui en vaut la peine — de sauver parfois… —, pour vous aider dans vos explorations. C’est un travail digne de Sisyphe, tant déferlent sur nos serveurs des contenus mal renseignés, non contextualisés, dont on croit savoir que beaucoup de ceux qui nous les livrent ne les écoutent jamais !
Notre mission semble être, entre autres, en fabriquant Qobuz au quotidien, de faire progresser les standards de la musique en ligne – tant il y a de services disponibles aujourd’hui, mais si peu différenciés les uns des autres.
***
L’année 2014 a été pour Qobuz l’année de tous les extrêmes. Les difficultés auxquelles nous avons dû faire face, et que nous nous employons encore à résoudre avec un optimisme et une énergie inoxydables, ont mis notre équipe au défi de réaliser des prouesses.
La première d’entre elles fut de prouver que les fondamentaux de notre travail (qualité de son, qualité de documentation, qualité de recommandation) rencontraient un vrai désir des amateurs de musique – contrairement à ce que nous avons tant entendu depuis si longtemps. La preuve ? Notre chiffre d’affaires a bondi de 55% entre l’année civile 2014 et l’année civile 2015. C’est une performance unique au monde dans l’industrie. Plus encore, depuis mai dernier cette progression est spectaculaire, entre +4 et plus 13% chaque mois !
Poursuivre nos innovations et même les accélérer fut la seconde des prouesses — non la moindre, au cours d’une période si difficile ! À cet égard, ce n’est pas sans fierté que nous avons récemment lancé nos nouvelles applications pour IOS et Android, rapides, efficaces, et belles de l’avis général ; que nous avons intégré le streaming Qualité CD FLAC 16bit/44,1 kHz dans le navigateur sur le site Qobuz directement et sur notre Webplayer. Nous avons aussi publié de nouveaux widgets pour l’usage de nos partenaires et multiplié les accords et intégrations dans les appareils audio-connectés. Pour ce faire, nous avons enrichi et continuons à développer chaque jour les possibilités de notre API.
C’est d’abord à vous, qui êtes notre première raison d’être, que nous voulons réserver la primeur des premiers mois de notre copieuse feuille de route 2015 :
Nous allons entièrement refondre notre site web, afin de le rendre cohérent avec le modèle économique qui sera de plus en plus le nôtre dans le futur : un service de streaming qui propose aussi le téléchargement.
Nous veillerons à ce que nos développements soient conformes aux meilleurs normes relatives aux déficients visuels.
Nous améliorerons encore nos outils de recherche
Nous produirons (enfin) une application pour les WindowsPhones. On en connaît quelques-uns à qui cela fera plaisir…
Nous proposerons en téléchargement les formats DSD avec un catalogue exclusif et en partie inédit
Nous compléterons notre système d’applications d’un nuage additionnel d’applications dédiées, proposant de la sorte sur vos devices, en intérieur ou en mobilité, une expérience complète et surtout très pratique des contenus exclusifs que nous produisons chaque jour.
Nous re-fonderons complètement le coeur du compte utilisateur, afin de le brancher sur la “communauté interne Qobuz”, conscients que nos utilisateurs ont tant de connaissances et de goûts à partager – et cela dans le plus strict respect de leur liberté et de leur intimité.
Enfin, nous développerons le nombre et la facilité d’usage à nos playlists, sur le web et sur les applications. C’est un point sur lequel nous étions en retard. Les playlists seront un élément important de notre service désormais, nous deviendrons une véritable “fabrique à playlists”, afin d’aider nos utilisateurs, qui le réclament souvent, à explorer un catalogue si touffu. Nos experts sauront les surprendre. D’ailleurs, pour la Nouvelle Année 2015, ne manquez pas ces propositions amusantes !
***
Grâce à la multiplication de ses partenariats, Qobuz rencontre aujourd’hui une notoriété qui lui manquait, faute d’avoir pu y investir davantage de moyens, en face de la déferlante financière de nos concurrents. Cette notoriété est venue grâce au caractère unique de notre service, unique au monde par sa formule, et par l’innovation que nous avons constamment poursuivie.
L’innovation prend pourtant parfois des détours étonnants :
Nous avions il y a presque trois ans travaillé à développer un catalogue d’albums 24-bit parce que nous voulions prouver par l’absurde que la musique en ligne pouvait non seulement dépasser le MP3 mais même offrir mieux que la qualité CD. À l’époque, il a fallu convaincre les labels un par un de nous livrer des fichiers au format 24-bit ; aujourd’hui, cette qualité dont Qobuz est le leader mondial devient un standard grand public grâce autant au développement des parutions en 24-bit qu’à la multiplication des appareils permettant d’en profiter.
On voit donc que l’exigence de qualité de son ne sera pas réservée dans le futur à une élite mais tout simplement aux gens de goût, ce qui n’a rien à voir avec un quelconque privilège. L’ambition de Qobuz, c’est la qualité pour tous, à un prix acceptable pour tous en contribuant aussi, de manière éthique, aux revenus des artistes et des producteurs. Le lancement de notre abonnement Qobuz Sublime, qui combine abonnement Qualité CD et remises importantes sur le 24-bit, est un premier pas vers le Qobuz de demain, et la possibilité pour les producteurs d’inventer des modes d’exploitation rentable avec les plateformes.
***
Nous saisissons cette occasion pour vous remercier chaleureusement de votre soutien sans faille.Vos abonnements, vos achats sont, bien sûr, précieux pour soutenir notre travail qui est à certains égards un véritable combat, et nous donner les moyens de le poursuivre.
La progression forte et linéaire de notre chiffre d’affaires au cours des six derniers mois est d’ailleurs décisive. Pour aider Qobuz, il existe un moyen simple à votre disposition: nous aider faire connaître notre service auprès de vos amis. C’est facile et sans risque, puisque chaque nouvel abonné reçoit une période gratuite d’un mois sans engagement.
Et quant à ceux qui auraient des moyens remarquables à mettre au service du développement d’une entreprise culturelle qui marche déjà fort et essaie de donner du sens à nos jours ici-bas – qu’ils n’hésitent pas à nous contacter aussi !
Bonne année 2015 à tous de la part de toute notre équipe et…
Rendez-vous dans dix ans (au moins) !