domenica 18 novembre 2012

Stato della musica liquida

Ogni anno di questi tempi pubblico un aggiornamento sulla situazione della musica liquida online. L'obiettivo è sempre lo stesso: verificare lo stato della musica liquida, ovvero la effettiva possibilità di passare ad una libreria musicale "liquida", dove gli acquisti si fanno con download dalla rete e i contenuti sono in alta definizione, e/o in multicanale, o almeno in qualità CD, a 16 bit e 44,1KHz ovvero, parola magica in rete, "lossless". (Altri report: link alle risorse sulla musica liquida).

Ma una libreria che consenta un ascolto che non sia un passo indietro rispetto alla qualità, una libreria non compressa. Perché per chi si accontenta di una libreria musicale con audio compresso la soluzione c'è già e anche da anni, si chiama iTunes (in Italia, peraltro, solo iTunes).

La situazione in sintesi
Anticipo subito i risultati di questo aggiornamento perché i passi avanti rispetto all'anno passato ci sono, ma sono minimi, e si possono sintetizzare in pochi punti:
  • per la musica classica la opzione liquida è una realtà in qualità CD, è a buon punto per l'HD, un po' più indietro per il multicanale;
  • per la musica moderna, lentamente, ma con progressione visibile, il portale americano HDtracks va acquisendo il ruolo che aveva iTunes ai primi tempi; catalogo in ampliamento anche con nuove case discografiche, incluse major in partnership; lontanissimo come ampiezza da iTunes o Amazon (per la musica solida) ma che comincia a consentire una scelta reale per lossless e HD;
  • Apple nonostante anticipazioni che si ripetono da anni non si decide ad uscire dal recinto della musica compressa, pur se compressa bene (AAC 256kbps), unica novità la sezione "masterizzato per iTunes" (ma sempre audio compresso);
  • le novità nel settore download digitale non riguardano per ora l'Italia (salvo iTunes Match) e non riguardano l'audio lossless, quindi in questa pagina non ce ne occupiamo;
  • per gli altri siti e portali lossless rimane quanto riferito nel post analogo dell'anno scorso, con minime variazioni; non si vedono alternative ad HDtracks.
Dedichiamo quindi il resto dell'analisi ad un punto sulla situazione nella classica, ad HDtracks e alle poche novità su iTunes. Ricordando che in un precedente post di settembre dedicato ad una verifica della convenienza economica tra musica liquida e musica solida.

La classica è già liquida (o quasi)
Per quanto riguarda la produzione lossless, nel settore della classica le case discografiche con la produzione più completa hanno da tempo siti che consentono il download dei loro album anche in questo formato. Tra le major, Deutsche Grammophon e Decca con il sito della DG, Hyperion tra le principali case indipendenti, e poi il portale eClassical che gestisce altre etichette indipendenti come la BIS. Prezzi per album in lossless dello stesso ordine di grandezza (o anche inferiori) dei corrispondenti in formato compresso su iTunes.

Rimangono indietro le altre major che hanno online parte della loro produzione ma solo per alcuni paesi (tra cui mai il nostro), come la Sony Classical. Da aggiungere anche che per DG non tutta la produzione e' subito disponibile, le nuove uscite sono in genere solo su supporto fisico. Una scelta che forse vuole tutelare la rete dei negozi tradizionali. Come se il sistema per salvarli possa essere l'esclusiva limitata nel tempo. La UMG è pur sempre una major, lenta (per usare un eufemismo) nel capire le opportunità che offre la rete.


Il catalogo disponibile per download in formato lossless, nonostante le major, e' ormai abbastanza vasto e si può concludere che un appassionato può coprire praticamente ogni sua esigenza con il download,soprattutto se non è troppo focalizzato sugli interpreti, e quindi può passare, se vuole, ad una libreria musicale completamente dematerializzata. I pochi titoli che veramente gli interessano e che sono disponibili solo su supporto fisico potranno essere trasferiti in digitale via ripping.

Classica in alta definizione
Anche per la musica in alta definizione la situazione sta evolvendo positivamente. DG e Hyperion non mettono online materiale in HD ma eClassical e diverse altre etichette indipendenti lo fanno. Esempi sono Channel Classics, 2L, Linn Records. Da citare anche il portale iTrax con un catalogo sempre di produzioni indipendenti, un poco meno vario e vasto di quello di eClassical. Le scelte per chi è interessato al HD saranno meno ampie ma la produzione non è limitante.

Come test della situazione attuale ho provato ad acquistare qualcosa su eClassical, che potrebbe diventare una specie di iTunes per la classica, almeno per le indipendenti. Ogni tanto fanno anche offerte speciali, come quella che ho sfruttato, che proponeva allo stesso prezzo il materiale in HD, SD o MP3. Nello specifico era un album della pianista giapponese Noriko Ogawa. registrato e pubblicato dalla BIS e dedicato a tre celebri sonate di Mozart.


Oltre un'ora e mezza di musica con una esecuzione eccellente dal punto di vista tecnico (forse un po' troppo "precisa", almeno a mia sensazione) in definizione 24/96 ad un costo totale che è inferiore a quello di un album in formato compresso su iTunes. Unica osservazione, per chi e' interessato anche al multi canale, che il disco originale (un SACD) prevedeva anche questa opzione, mentre la versione in download e' solo stereo. Altra osservazione sulla frequenza di campionamento, che non è 88,2KHz come in genere avviene dopo il trasferimento da SACD, ma lo standard 96KHz. Probabilmente la registrazione originale non era DSD.

Il download e' realizzato con semplicità e grande efficacia, si usa direttamente il browser senza dover installare nessun componente aggiuntivo. Sono disponibili anche le copertine e il libretto in formato PDF. Chi vuole ricreare il disco fisico può semplicemente stamparli con una stampante a colori mantenendo il formato originale e inserirli in un jewel box. Ho provato anche la conversione in DVD universale con Lplex e funziona tutto.


Per chi cerca materiale multi canale il supporto fisico rimane invece la fonte prevalente per la musica. In download digitale e' reperibile praticamente solo il materiale presente sul sito iTrax. Mentre una buona parte delle etichette indipendenti, come ad esempio anche la BIS citata prima, e' registrata anche su 5 canali, ma distribuita solo su SACD fisico.

HDtracks
A volte chi arriva per primo in un nuovo settore ne ricava veramente vantaggi. È il caso di HDtracks, il portale dell'etichetta audiophile Chesky Records degli omonimi fratelli, che ha iniziato da subito una politica di accordi con altre case discografiche che gli consentono ormai di proporre e veicolare un catalogo abbastanza ampio, che comprende anche alcune etichette delle major. Una strategia analoga a quella di iTunes dei primi tempi che fa ora di HDtracks una specie di iTunes in scala, ma con contenuti HD e lossless.


Nonostante il nome, anzi, i contenuti in qualità CD sembrano in quantità e peso prevalenti rispetto a quelli in alta definizione, beneficiando della perdurante assenza di iniziative in questo senso da parte di Apple iTunes e dei suoi concorrenti.

Facendo un rapido tour sul portale per vedere quello che c'è si nota una presenza buona di interpreti anche ben noti/e collocabili in area "alternative", con prevalenza dei nomi USA rispetto a quelli UK. Per esempio e' disponibile tutta o quasi la produzione di Ani Di Franco, di Cat Power, di Norah Jones, di Esperanza Spalding, di Tori Amos.


Poco materiale invece per Beth Orton o Laura Marling, per verificare alcuni nomi inglesi. Nulla per cose più recenti dello stesso ambito come Bon Iver ( ma in questo ultimo caso non è poi così male).

I prezzi per gli album in formato lossless, qualità CD, sono medi, considerando il cambio attuale (poco più di 1,2 per $). Per un album completo occorrono 11,98 $ (prezzo secondo l'uso americano), quindi intorno ai 10 € con il cambio applicato da PayPal. Quindi quasi uguale al prezzo in formato compresso AAC 256kbps su iTunes, sicuramente é più conveniente. Come documentato in un precedente post il CD "fisico" su Amazon, spedizione compresi, in diversi casi riesce però a costare anche di meno. Il vantaggio del digital download rimane quindi concentrato nel fattore tempo.


HDtracks per l'alta definizione
Passando all'alta definizione per la quale HDtracks sarebbe nato, si notano subito nella pagina iniziale le interessanti partnership che il portale ha stretto nel frattempo. Con la Warner / Atlantic, con la EMI/Virgin Classics, conla Naxos, con la Blue Note, e due "store" specializzati per la produzione riversata in HD dei Rolling Stones e dei Doors.


Qui i prezzi sono più alti, al cambio circa 15 € per un album normale a 96KHz, intorno ai 23 per la risoluzione massima (24/192 o 24/188,2), quando è disponibile. Nessuno sconto, come si vede per la compilation dei singoli degli Stones, per album più estesi. In più c'è da considerare che la maggior parte del materiale HD e ' acquistabile solo ad intero album, non per singolo brano. Il confronto in questo caso non si applica perché quasi sempre l'unica opzione di acquisto in HD è questa via digital download.

Come test ho acquistato, con pagamento via PayPal (unico possibile dall'Europa) un album recente di Esperanza Spalding in risoluzione 24/96.



Poiché un visitatore del sito aveva a suo tempo espresso critiche a HDtracks perché aveva acquistato materiale 24/96 (o 24/88.2) che in realtà risultava troncato sopra i 20KHz (ma un altro visitatore lamentava invece la fallace illusione dell'HD, perché  sopra i 20 KHz non c'e nulla di udibile per l'orecchio umano, opinioni divergenti) ho eseguito anche l'analisi spettrale:


Predominanza della parte bassa dello spettro (d'altra parte la titolare è una bassista) e nessun troncamento a 20KHz, e quindi nessuna incoerenza di HDtracks. Le frequenze oltre i 20Khz ci sono. Utili o inutili che siano (ma il plus principale dell'HD sono i 24 bit di risoluzione).

Riguardo all'utilizzo pratico, il download su HDtracks è realizzato con una applicazione apposita da scaricare e installare, quindi già più scomodo e meno immediato all'origine, e in più, almeno in questo caso (in precedenza non mi era capitato) non funziona molto bene. Su Windows 7 e con una connessione di rete a 20Mb nominali, quindi in condizioni ottimali ala data, il download si è bloccato più volte. La procedura di resume è semplice e si effettua dal sito (bisogna reinstallare il componente) ma non ci si aspettano questi problemi da un download di contenuti audio, seppur HD, di circa 1GB come dimensione complessiva.
Da segnalare infine che formalmente HDtracks rimane sempre ad accesso limitato per gli acquisti agli utenti USA. Un blocco facilmente superabile usando PayPal per gli acquisti. Anche da questo lato tutto fermo quindi alla situazione di tre anni fa.

Apple iTunes
Commercialmente vivace e con continue novità, ma non sul versante audio. Qui il passo avanti e' stato passare negli scorsi 2 anni per tutto il nuovo catalogo dalla compressione AAC a 128kbps a quella a 256kbps, estendendo l'incremento di qualità anche alle intere librerie dei clienti, passando a iTunes Match.

Nulla invece all'orizzonte per la musica in formato lossless e a maggior ragione nulla neanche per l'alta definizione, nonostante le proposte e i contatti a suo tempo avviati da Neil Young, nuovo profeta dell'HD, incurante dei negazionisti tecnologici, con lo stesso Steve Jobs. La realtà e' che secondo Apple non c'è interesse per questo tipo di evoluzione, la qualità a 256 per l'ascolto in cuffia (prevalente ormai) o al limite con l'impianto audio 2.1 collegato al PC, e' più che sufficiente per la musica moderna. Stanno invece investendo sull'HD nel video, dove la differenza si "vede" più facilmente ed è ricercata.

Unica novità nell'audio e' la sezione "masterizzato per iTunes" (mastered for iTunes).


La risoluzione e' sempre 256kbps, in formato compresso, ma attraverso una serie di accorgimento il suono e' reso più ricco e con maggiore dinamica. Una opportunità sia per chi acquista da iTunes, sia per chi vi inserisce contenuti da vendere.


Provato a scaricare qualcosa (come alcune cose di Lana Del Rey e musica classica), come si vede nell'immagine si tratta di semplice audio a 256Kbps. L'ascolto e' buono, ma non potendo fare il confronto è difficile dire se ci siano miglioramenti significativi o almeno udibili. Sulla musica classica la impressione e' che un vero miglioramento si avrebbe passando al lossless, senza sforzarsi ulteriormente sulla compressione, che tecnicamente non serve più, come dimostra il materiale video HD generosamente inserito e scaricabile dal portale. Una iniziativa che non fa pare passi avanti verso l'audio di qualità.

Per l'audio di qualità su iTunes bisogna aspettare ancora.

sabato 17 novembre 2012

Musica public domain - Parte II

Per completare il post precedente sulla musica public domain può essere utile approfondire chi sono quelle compagnie che accampano diritti sui brani musicali eseguiti oltre 50 anni fa, e per conto di chi lo fanno.

Come si è visto le compagnie che hanno posto un claim su YouTube sono IODA e Believe, più la UMG (Universal Music Group, la prima delle major) ed altre per il brano Airegin eseguito dal quintetto di Miles Davis, ma solo in Germania. Vediamo chi sono.

IODA
Una compagnia inglese, recentemente fusa con la compagnia americana The Orchard, si occupa proprio di distribuzione di contenuti musicali in rete (digital copyrights) e quindi di esazione dei diritti per conto dei suoi clienti.


Il primo controllo e' quindi se tra i clienti di IODA ci siano effettivamente gli esecutori o gli autori dei brani su cui viene fatta una rivendicazione di diritti. Cominciamo dalla performance. La esecuzione originale del 1954 era stata registrata dalla Prestige Records, che quindi è il detentore dei diritti, ancora esigibili in USA come sappiamo (ma scaduti in Europa ). La Prestige Records ha cessato le attività da molti anni e tutto il catalogo e' stato acquisito da Concord Music Group, che a sua volta si appoggia per la distribuzione a livello mondiale alla UMG. Quindi cosa c'entra IODA? Cerchiamo nel suo sito un elenco degli artisti sotto contratto ma questo elenco non c'è. Poiché si è fusa con The Orchard possiamo cercare nel sito del "frutteto". Per gli artisti jazz c'è una apposita sezione, con un elenco a quanto si capisce esaustivo, comprendente anche alcuni musicisti storici, ma nessuno dei cinque esecutori dei due storici brani inseriti come test.



Un caso di furto di diritti?
Su Internet in numerosi forum si parla di IODA più o meno come si parla negli ultimi tempi di Equitalia, accusandola di tutto e in particolare di essere dedita sistematicamente ad accampare diritti su produzione originale, public domain e comunque non propria. Allo scopo di intercettare i guadagni pubblicitari su YouTube. Sono incappato in questa situazione e in una società che reclama diritti a prescindere? Non so se negli altri casi sia vero, ma in questo credo proprio di no. Compagnie multinazionali come la UMG sono molto attente nella tutela dei loro diritti, in particolari di artisti ancora attuali come Miles Davis e ancora attivi come Sonny Rollins, e ritengo improbabile che possano lasciare un concorrente libero di pascolare nei loro campi. E' più probabile che IODA abbia un accordo con la UMG o con l'editore di Rollins. Accordo non necessariamente né obbligatoriamente citato sul sito della organizzazione.

Believe
Anche questa è una società che si occupa di digital rights. Una piccola multinazionale attiva nei principali paesi europei più gli USA, Believe, come le società citate in precedenza, cura la tutela dei diritti digitali di una serie piuttosto ampia e significativa di artisti, anche italiani. Da notare che è stata fondata (nel 2004) dal creatore, in anni precedenti, del noto sito MP3.com (il primo a sfruttare la compressione della musica) e poi dell'altrettanto noto portale di digital download eMusic.


Anche per Believe la ricerca se tra gli artisti ci fossero Davis e Rollins non ha dato riscontri positivi. Valgono quindi le considerazioni fatte in precedenza.
Con l'aggiunta che, se accordo c'è, non è probabilmente di esclusiva, visto che società diverse lo accampano sulle stesse esecuzioni e/o sulle stesse composizioni. Può darsi che ci sia una suddivisione per paese. Certo,se fosse così, la suddivisione del ricavo pubblicitario ricorderebbe la divisione dell'atomo. Una quota a YouTube e una quota al "caricatore" (se partecipa alla pubblicità). Poi, per la quota YouTube, una parte a Google, una a IODA ed una a Believe. E poi da ciascuna di questi una ulteriore quota all'effettivo detentore dei diritti, UMG. E infine, buoni ultimi, e sempre in quota parte, gli eredi di Davis e il grande Sonny.

I diritti in Germania
Mi è capitato in altri casi (Dry Run di Joan Armatrading, sempre UMG la major) che il video sia caricato su YouTube e normalmente ascoltabile, ma bloccato in Germania. La legislazione del più grande paese europeo sembra quindi essere più restrittiva di altre.

In questo caso, in particolare, l'origine del nuovo copyright sembra essere una riedizione rimasterizzata dei classici di Davis e Rollins incisi per la Prestige negli anni '50. E' la serie Prestige RVG Remaster, pubblicata da Concord Music Group, dove RVG sta per Rudy Van Gelder, celebre produttore e tecnico del suono. Tra i brani rimasterizzati c'è Airegin ma non But Not For Me e difatti solo sul primo brano compare questo claim (con blocco) dei diritti. I controlli di YouTube sembrano quindi effettivamente mirati e non aleatori come affermato in diversi forum.

Sembra anche che, almeno in Germania, il remaster (con obiettivo di miglioramento della qualità) di una vecchia registrazione fa ripartire l'orologio della validità dei diritti per gli esecutori.
Resta il fatto che il brano che ho caricato su YouTube non proviene affatto da questo remaster. Proviene invece dalla digitalizzazione degli LP originali. Il concetto di tutela per un remaster è piuttosto vago, una volta che l'originale sia stato trasferito, compresso e ricompresso per YouTube.

Ultima osservazione su altre due compagnie di gestione diritti, una tedesca (Kontor New Media) ed una californiana (INgrooves) che si aggiungono alla lunga lista di quelli che si aspettano di guadagnare qualcosa, in questo caso dalla distribuzione digitale (ma non su YouTube) di questo brano.

sabato 10 novembre 2012

Musica public domain

Le diverse normative sul diritto d'autore in vigore nei vari paesi (non sono uniformi) consentono ad una certa parte della musica registrata nel corso del 900 di essere di pubblico dominio, quindi inseribile su siti web per ascoltarla in streaming o scaricarla in download, sia a titolo gratuito che a pagamento, oppure utilizzabile come contenuto per la produzione di CD o altri supporti fisici, normalmente a pagamento in questo caso, oppure ancora come base musicale in pubblicità, presentazioni, spot o altri usi.

Il tempo trascorso dalle prime registrazioni di qualità ancora utilizzabili oggi (anni '40 del 900) e la persistente validità ed interesse di esecuzioni anche di decenni fa rende questa opportunità piuttosto interessante. Vi dedichiamo quindi una pagina ad hoc su Musica & Memoria, nella quale sono sintetizzate le condizioni in base alle quali la musica può essere effettivamente public domain, facendo ricorso anche ad alcune prove pratiche di messa in linea, i cui risultati sono illustrati in questo post.

Quando un brano è public domain
Premettiamo subito però che le condizioni di musica effettivamente a diritti scaduti, in particolare per diffusione su Internet, si applicano ancora e soltanto in pochi e ristretti casi.
Rimandando alla pagina citata di Musica & Memoria per tutti gli approfondimenti, anticipo solo, per rendere più agevole la lettura le condizioni principali perché un brano sia public domain (a parte la esplicita volontà dell'autore / interprete:
  • la esecuzione è anteriore rispetto al momento della pubblicazione di 50 anni (in Europa) o al 1923 (in USA)
  • l'autore della composizione musicale è scomparso da più di 70 anni o è ignoto.
YouTube come verificatore indipendente
Per controllare se la musica che si intende mettere su un sito è effettivamente public domain, senza aspettare che si faccia vivo il detentore dei diritti, vero o presunto che sia (ma sempre più potente e agguerrito di un sito o di un blog normale) con probabili conseguenze negative, un sistema molto semplice ed abbastanza efficace è utilizzare YouTube come test preventivo.
Youtube fa riferimento alla legislazione USA e quindi di public domain in senso stretto se ne troverà ben poco, ma si potrà anche individuare grazie a YouTube chi sono i detentori dei diritti.

Primo test: un brano molto noto ma registrato oltre 50 anni fa
La prima prova la facciamo con una celebre esecuzione del quintetto di Miles Davis, con Sonny Rollins al sax tenore, impegnato in un brano molto noto dello stesso Rollins, Airegin (Nigeria al contrario, omaggio ante litteram alla africanità). La esecuzione è del 1954, quindi oltre 50 anni fa, la casa dicografica, la Prestige non può più accampare diritti in Europa ma li detiene ancora in USA
Mentre i diritti d'autore per il grande sassofonista sono ben presenti. Il risultato dell'upload su YouTube si può vedere nella immagine seguente.


Grazie a YouTube scopriamo che i diritti della esecuzione sono curati da due editori, la IODA del gruppo Orchid Music e la Believe, probabilmente su aree geografiche diverse. A cui si aggiungono altri sei detentori dei diritti che curano, a quanto si legge, i diritti di un remastering della stessa esecuzione, ma solo in Germania, forse perché pubblicata in quel paese, oppure perché in Germania la legislazione copre anche questo caso.

Secondo test: uno standard con diritti d'autore scaduti.
Altre interpretazioni nella stessa sessione sono invece di classici, di standard, come But Not For Me di George Gershwin o The Way You Look Tonight di Jerome Kern e Dorothy Fields. Kern è scomparso nel 1945 e quindi per i suoi eredi (se esistono) i diritti d'autore sono ancora efficaci sino al 2015. La Fields invece è scomparsa nel 1974 e quindi nel suo caso la liberatoria dei diritti avverrebbe, un po' più in la', nel 2044. George Gershwin è scomparso invece prematuramente nel 1937 e quindi i diritti degli eredi sono scaduti nel 2007, e la canzone dovrebbe essere ormai public domain. Ma non è detto, perché l'autore del testo era il fratello maggiore Ira Gershwin, che è vissuto molto più a lungo, sino al 1984. Ovviamente la interpretazione di Miles Davis con Rollins non include il testo, ma gli autori è possibile che non siano divisibili per un'opera d'ingegno unitaria (il testo influenza la musica e viceversa) e quindi anche per questo brano potrebbe teoricamente uscire fuori un detentore dei diritti ad esigerli. Come vediamo dal test però ancora una volta non è il detentore dei diritti d'autore a pretenderli su YouTube.


Anche in questo caso sono IODA e Believe a reclamare diritti, ma sulla esecuzione, per conto degli interpreti (se non li hanno ceduti indefinitamente) e/o della casa discografica, non per conto dell'autore. Poiché in USA questi diritti sono ancora attivi, il motivo della notifica sui diritti dovrebbe essere proprio nella legislazione americana. Poiché il portale è internazionale e non può bloccare gli accessi dagli USA, si tratta di una asserzione corretta, non è quindi applicabile la contestazione che, come si vede, l'uploader potrebbe anche esercitare (vedi immagine seguente).


Si può concludere quindi che questo brano su un sito oscurato per visitatori usa potrebbe anche essere trattato come public domain, oltre che essere pubblicato su CD in Europa.
Da notare inoltre che i detentori dei diritti ne consentono comunque la diffusione, vediamo dopo il perché.

Terzo test: un brano sempre con diritti di esecuzione scaduti, ma meno noto
In questo caso abbiamo provato a caricare su YouTube un brano registrato sempre a New York, ma qualche anno prima, nel 1949, da uno dei pionieri del be-bop, il bassista e violoncellista Oscar Pettiford, con il suo sestetto nel quale spiccava il celebre sax baritono Serge Chaloff. Il brano che ho scelto è Bop Scotch ed è a firma proprio di Pettiford e Chaloff ed è stato ripubblicato qualche anno fa  come bonus track su un CD dedicato al jazzista americano.


Come si vede nella immagine nessun editore o collecting society reclama diritti su questo brano. Una azione che di solito segue di pochi minuti l'upload, ma che qualche arriva ore dopo, e che in questo caso non pare essere stata avviata da nessuno. La situazione tecnicamente è la stessa del brano precedente. La differenza probabilmente risiede nel fatto che chi potrebbe accampare diritti (tutti i membri del sestetto più i due autori più la casa discografica) ha chiuso i contratti di esazione diritti con le società che fanno questo mestiere (e che non lo fanno gratis) considerando probabilmente che per brani così poco noto e lontani nel tempo non ne vale la pena. E naturalmente c'è anche da considerare il fattore tempo, sono passati più di 60 anni, la qualità della registrazione è adatta per una testimonianza storica, più che per un ascolto odierno.

Quarto test: un brano sicuramente public domain
Un brano tradizionale registrato in Europa tra il 1945 e il 1950 è sicuramente public domain. A maggior ragione se nel libretto interno del CD, pubblicato da Proper Records nel 2000, è specificato che è proprio così per 33 dei 40 brani contenuti in questa antologia di canzoni, reels e jigs popolari irlandesi.
Quella che ho scelto per il test, molto bella, si chiama "The Maid Of The Moorlaugh Shore" e già si capisce che è una tipica storia di promessa sposa sfortunata. Una volta caricata su YouTube, per circa 24 ore è stata valutata libera da ogni diritto di diffusione, poi sono comparsi e reclamarli "one or more publishing rights collecting societies", come si vede nella videata seguente.


Sfidando coraggiosamente la velata minaccia che, in caso di reclamo infondato, il mio canale YouTube poteva essere chiuso (come si legge nel testo della contestazione) ho comunque voluto provare l'efficacia di questa procedura. D'altra parte la mia buona fede era evidente e dimostrabile, poggiandosi sulla declaratoria contenuta nel disco stesso. Mi aspettavo una procedura lunga, o eventuali richieste di ulteriori elementi o chiarimenti, una certa resistenza da parte di queste collecting societies non precisate alle quali, immaginavo, YouTube avrebbe girato la contestazione.

Ma non è andata così, meno di un minuto dopo l'invio della contestazione è arrivata questa email all'account associato al canale YouTube.


Come si vede la contestazione stessa ha fatto decadere la pretesa, ad opera, evidentemente, non di un intervento umano ma di una procedura informatizzata. Contestualmente spariva l'avviso "corrispondenza con contenuti di terze parti".

Su questo esito, credo definitivo (vedremo in seguito) posso tentare solo alcune ipotesi. Partendo dal fatto che detentori dei diritti e collecting societies in genere hanno convenienza economica a dichiarare la proprietà dei diritti, e poi consentire comunque la diffusione. In questo modo infatti possono ottenere una parte dei ricavi pubblicitari raccolti da YouTube per la diffusione di quel video. Entrate che, per video di successo, sono convinto che siano superiori allo sfruttamento con metodi tradizionali del brano originale, spesso molto particolare e ormai fuori mercato (come in questo caso).
Posso quindi supporre che tra il soggetto che accampa i diritti e il "caricatore" YouTube / Google in caso di contestazione dia più credito al secondo, che non ha nulla da guadagnare nella contestazione, anzi casomai rischia la chiusura del canale (che a volte partecipa anch'esso alla raccolta pubblicitaria).
Da qui la chiusura automatica della contestazione.
E' soltanto una ipotesi comunque.

Ultimo test: un altro brano tradizionale irlandese
Come ulteriore controprova ho caricato anche uno dei brani dell'antologia scelto tra quelli che nelle note non erano dichiarati public domain. A quanto ho capito in questo caso l'interprete (Angela Murphy) era professionista.



Come si vede anche in questo caso non è emerso (neanche a distanza di alcuni giorni) alcun pretendente i diritti. Può darsi che siano scaduti o siano cessate le convenzioni nel frattempo (il disco era stato pubblicato nel 2000) oppure può essere che il curatore dei diritti non si sia accreditato su YouTube.

In sintesi
Da questi test si conferma che con grande attenzione si può diffondere o distribuire, e in generale gestire anche musica public domain in un sito. Punti critici sono i diritti d'autore, non è facilmente individuabile chi li cura in un ambito mondiale, e la necessità di filtrare il traffico dai paesi dove i tempi di scadenza dei diritti dell'esecuzione sono più lunghi che non da noi.

(Se qualcuno ha la curiosità di vedere ed ascoltare questi video li può cercare con il titolo direttamente su YouTube. Non inserisco i link per via delle norme che regolano lo sfruttamento pubblicitario di video YouTube linkato o embedded)

lunedì 29 ottobre 2012

Audio Review: fine di un'epoca

ATTENZIONE : QUESTO POST E' DEL 2012- Audio Review è stata poi rilevata dai redattori ed ha continuato ad uscire fino ad ora (2025)

A sorpresa, senza che nei numeri precedenti fossero anticipate criticità di sorta, nell'ultimo numero di Audio Review uscito in edicola nei giorni scorsi, il numero 337 di ottobre 2012' l'editoriale del fondatore Paolo Nuti e quello in ultima pagina del direttore Roberto Lucchesi annunciano la chiusura della storica rivista, da molto tempo se non da sempre la principale del settore in Italia. Solo l'editoriale del responsabile della (ottima) sezione musica, Federico Guglielmi, parla dell'eventualità in termini ipotetici, ma aveva preannunciato problemi il mese scorso e ospita una lunga lettera preoccupata di un lettore. Una chiusura peraltro, a quello che si legge, definitiva, e che rimanda al sito ma solo come memoria storica dei numeri pubblicati.

Con la chiusura di Audio Review finisce veramente un'epoca per l'alta fedeltà in Italia. La rivista infatti nasce da una scissione, dalla costola di Suono Stereo, la rivista nata negli anni '70 per iniziativa, tra gli altri, proprio di Paolo Nuti, e che ha accompagnato la crescita tumultuosa del settore. Talmente ricettivo da consentire la creazione di una rivista derivata di taglio più "popolare", con prove semplificate e più orientata ai neofiti, Stereoplay. Oltre a varie riviste concorrenti. Con Audio Review (o semplicemente AR) e' proseguita la linea di Suono, incentrata soprattutto sulle misure di laboratorio, con aggiornamenti dettati dalla evoluzione del mercato e delle priorità degli appassionati, con la introduzione di una sezione Audio Club di prove di ascolto senza test e la progressiva espansione della parte musicale, prima affidata a Maurizio Crisostomi e poi a Guglielmi.

NB: Come riportato più diffusamente nei commenti, nelle settimane successive alla pubblicazione di questo post un gruppo di redattori ha rilevato il periodico e ha potuto far proseguire le pubblicazioni, assieme a quelle delle riviste del gruppo Audio Costruzioni e Car Stereo, con una revisione della linea editoriale e la definitiva uscita di Nuti e Ferrarese. Ad oggi (marzo 2014) le pubblicazioni proseguono con la formula "tre riviste in una" a cura della coop dei redattori.


Cosa e' successo?

Non voglio fare qui una una storia della rivista o dell'editoria del settore in Italia ne' considerazioni sulla validità o meno delle riviste tradizionali, che ho già inserito in un post diverso tempo fa. La situazione e' questa, il mondo e' cambiato e fare considerazioni sul buon tempo andato, ammesso poi che fosse veramente migliore, non penso sia molto utile. Mi spiacerà non poter proseguire l'abitudine di leggere ogni mese la rivista che il mio edicolante mi mette da parte regolarmente. E mi spiace soprattutto per tutti quelli che vi hanno lavorato sino ad ora in vari ruoli, incluso il mio ex compagno di liceo Dario Tassa, storico curatore della linea grafica della rivista (e, prima, di Suono).

Più interessante e' capire come mai non sia possibile, in un paese dove esistono e resistono centinaia di riviste mensili specializzate, e dedicate ad ogni argomento anche veramente di nicchia (mi risulta che esistano ben due riviste specializzate sulla caccia al cinghiale, non so cosa possano scrivere tutti i mesi) non c'è spazio per una rivista che tratta degli strumenti per ascoltare la musica, un interesse che accomuna milioni di persone, tenendo anche conto che le altre due riviste rimaste, Suono nella nuova edizione più orientata alla musica, e Fedeltà del suono (FDS) sempre più ridotta nei contenuti, non sembrano in ottima salute, ed una nuova rivista molto ben fatta e che trattava anche AF Digitale, ha chiuso anch'essa pochi mesi fa.

Il colpevole sarebbe sempre il solito, Internet. Dove si trovano le stesse informazioni, recensioni, prezzi, nuovi prodotti, discussioni e confronti, per di più gratis e indipendenti, non condizionate dagli inserzionisti, acquirenti degli spazi pubblicitari, principale fonte di ricavo per le riviste. E poi naturalmente la crisi.

Non sono convinto che sia così. Le riviste online sono strutturate in modo diverso e anzi ben poche sono strutturate in forma di rivista così da costituirne una alternativa. Sono prodotti editoriali ben diversi che potrebbero convivere, almeno sino a quando resisterà la carta stampata. E basta entrare in una edicola per verificare che resiste eccome.

Penso invece che il motivo sia legato a questo specifico settore, ed in particole ad un elemento che cita nel suo editoriale proprio Federico Guglielmi: la mancanza di di ricambio nel parco-lettori. Con una aggiunta, la progressiva riduzione in numero e peso specifico dei distributori-importatori, che sono poi i naturali inserzionisti per queste riviste.

Una rivista impostata come AR ha un costo elevato, soprattutto per la necessità di effettuare prove di laboratorio con strumenti di misura complessi che richiedono redattori e tecnici competenti. E si aggiunge a questo la scelta di coprire a 360 gradi il settore, dalle novità al vintage, dal vinile alla musica su computer, dai prodotti high-end fuori dalla portata per il 99,76% degli italiani (in base alle ultime dichiarazioni dei redditi ufficiali) ai prodotti entry level, dalle grandi mostre internazionali alle visite ai produttori. Quindi una redazìone ampia e costi elevati che possono essere coperti soltanto da vendite in edicola coerenti (nella seconda metà dei '70 se ben ricordo vendeva oltre 100 mila copie, era ai livelli di Quattroruote) e inserzioni numerose e a tariffe elevate.

Con gli anni i lettori interessati sono costantemente diminuiti. Dispersi in parte gli appassionati nelle varie tendenze ( o sette) dell'high-end, per nulla interessata al l'hi-fi, all'ascolto lungo e concentrato, all'ascolto open-air la generazione MP3 e quindi lontanissima anche solo dall'idea di acquistare una rivista. Poi l'antitesi alle riviste troppo sensibili agli interessi commerciali, le alternative gratis su Internet. Un calo fisiologico e inarrestabile.

Sul lato degli inserzionisti i grandi nomi dell'elettronica di consumo hanno abbandonato il settore (Pioneer) o l'hanno mantenuto per veicolarlo tramite gli stessi canali del "nero" e non vedevano alcun ritorno dalla pubblicità su una rivista specializzata e fatalmente orientata alla produzione specializzata, high-end, non di massa, che interessava ai suoi lettori. Pur se AR su questo versante ha continuato a garantire una presenza.

Gli importatori / distributori di marchi specializzati si sono ridotti di numero e peso perché alcune case più importanti hanno raggiunto una dimensione sufficiente a curare la distribuzione e la promozione in proprio, e la riduzione del mercato, sempre più frammentato, con sempre meno appassionati disposti a spendere cifre importanti per la heavy rotation dei componenti ha fatto il resto.

In conclusione, lettori in calo e senza possibilità di risalita, inserzionisti in calo numerico e tariffe pubblicitarie in diminuzione come per tutta la carta stampata (e come conseguenza della riduzione delle tirature) e costi interni non comprimibili sotto una certa soglia senza stravolgere l'impostazione della rivista, e si è arrivati così alla conclusione. Come d'altra parte scrive un po' tra le righe lo stesso Nuti.

Si poteva contrastare il calo dei lettori?

Condizioni per una ripresa del settore potevano essere negli anni passati il passaggio dal CD all'alta definizione, con il SACD, o il passaggio dalla stereofonia al multi canale. Due rivoluzioni nel settore che avrebbero richiesto un rinnovo quasi totale degli impianti e quindi un rilancio del mercato e, con esso, delle riviste. Ma sappiamo che non è andata così, neanche per lontana approssimazione. Le prime a non crederai sono state le case discografiche, che non hanno prodotto ne' promozionato nulla o quasi nei nuovi formati, che sono poi rimasti, come sappiamo, solo nel piccolo giardinetto della classica, che certo non poteva garantire un indotto tale da influire sui numeri complessivi del settore. E neanche dai produttori di hardware, che hanno seguito un approccio wait & see, e sono rimasti a guardare.

AR ha seguito e ha cercato di spingere entrambe le transizioni, pubblicando per anni una sezione di nuove uscite su SACD e sforzandosi di vedere, negli editoriali di Nuti e negli articoli, uno sviluppo che nella realtà, come si è visto non c'era. E che una rivista comunque di nicchia da sola non poteva creare. In questo modo ha perso anche qualche punto tra gli appassionati duri e puri, che l'hanno (ingiustamente, a mio parere) catalogata subito come troppo sensibile agli interessi commerciali delle case discografiche e dei produttori di elettroniche. Quali interessi non saprei proprio, visto che avere un ritorno commerciale senza mettere sul mercato nulla e, nel caso che lo facessero, senza fare nessuna promozione pubblicitaria, non è proprio possibile nel mondo conosciuto. In realtà non ci hanno mai creduto e dopo le prime analisi di mercato hanno stimato che il ritorno dei cospicui investimenti (soprattutto pubblicitari) non ci sarebbe stato e hanno lasciato perdere.

Da ultima la musica liquida (una definizione introdotta proprio in casa AR ) a cui peraltro è dedicato in gran parte anche questo blog. E anche qui, come sappiamo, promozione e adesione un po' più convinta da parte dei produttori di hardware ma zero coinvolgimento da parte delle majors, dopo 2-3 anni e' ancora un settore di nicchia.

La passione di AR per queste nuove tecnologie era puramente tecnologica, in coerenza con la linea seguita sin dai primi anni '70, da positivisti entusiasti della tecnologia applicata alla musica. Se avessero seguito i loro interessi commerciali avrebbero dovuto casomai convertirsi al vinile e ridurre le prove con misure o eliminarle del tutto. Ma sono stati invece sempre coerenti, anche contro i loro interessi, a dispetto delle accuse ripetute di inclinazione commerciale. Che peraltro non è una colpa in se', una rivista specializzata e' anche una impresa e deve produrre un utile. Certo, rimanendo imparziale nei giudizi. Considerazioni comunque molto facili con il senno di poi e mi scuso se sembrano troppo nette.

Il vero problema

Il vero problema che la chiusura di Audio Review evidenzia rimane però la progressiva marginalizzazione dell'audio. Mentre nel video si assiste ai continui lancio di nuove tecnologie, accolte più o meno favorevolmente dal mercato, ma sempre accolte perché c'è un interesse e un desiderio di vedere sempre meglio, in modo più realistico (alta fedeltà ?) le immagini in movimento di film e documentari, e lo stesso avviene per la fotografia digitale. L'audio rimane invece bloccato e sembra non riuscire ad uscire, almeno per il mercato di massa, neanche dalla compressione. I colpevoli? Sempre loro, le case discografiche principali, le majors, e la loro incapacità (che si è ritorta pesantemente contro i loro stessi interessi) di gestire la rivoluzione della musica su Internet e le grandi opportunità che proponeva ( e che qualcun altro ha saputo cogliere in pieno).



domenica 21 ottobre 2012

I libri in prestito nell'era del Kindle

Dopo la musica liquida sta arrivando, e anche con maggiore velocità, la letteratura liquida. I libri si comprano dematerializzati, sia i romanzi, sia a breve, si spera, i libri di scuola e di studio. A prezzi inferiori, con molte funzioni di lettura in più, senza problemi di riempire le case (come la mia) di biblioteche e mensole che non bastano mai, e portandosi dietro solo un lettore leggerissimo e non tutto il contenuto da leggere su carta. Tra l'altro, è anche ecologico perché si consuma zero carta.

Si prevede un boom tra i regali di fine anno, ma nei libri "liquidi", a differenza che nella musica liquida, manca qualcosa di molto importante: la possibilità di prestarli o di regalarli a qualcuno dopo che li abbiamo finiti. Quello che facciamo da sempre per condividere qualcosa che abbiamo apprezzato e letto con piacere.

Per i libri acquistati tramite Amazon con Kindle sostanzialmente non si può. Teoricamente è possibile, ma con forti limitazioni se vogliamo prestarlo a qualcuno fuori dalla nostra famiglia.

La condivisione in famiglia
Perché faccio riferimento alla famiglia? Perché in famiglia possiamo supporre che ci sia un solo account Amazon, collegato ad una carta di credito del capo famiglia o di qualsiasi altro componente della famiglia o addirittura una carta comune attivata allo scopo, e che si scambi tra i componenti stessi la password per acquistare i libri, il cui costo sarà caricato sulla carta di cui sopra.

A questo punto il libro digitale acquistato, che è protetto molto bene con DRM, potrà essere letto su più dispositivi o app Kindle associati allo stesso account, così come i libri della biblioteca di casa sono accessibili a tutti quelli che vogliono leggerli, o i libri di scuola possono passare dal fratello o dalla sorella maggiore a quello/a minore, se vanno nella stessa scuola e se nel frattempo il testo non è cambiato.

Il prestito
Ma il prestito è anche per un amico o un'amica, una potenziale fidanzata, un collega di lavoro, uno studente a cui il professore con quel libro vuole aprire nuovi orizzonti, o qualsiasi altra situazione che possiamo prendere dai film o dalla nostra esperienza di vita. E' un ottimo modo per non rivedere più il libro, a meno che siamo quei tipi pignoli che si segnano i prestiti e poi li richiedono, questo lo sappiamo, ma a volte è prevalente il piacere di condividere la propria esperienza positiva (o magari negativa e dissuasiva).

In ambiente Kindle non è che non ci abbiano pensato. Non subito, ma qualche tempo dopo il lancio hanno previsto per gli editori una caratterizzazione per i libri digitali. Nel senso che sono gli editori che decidono se per un libro il prestito è ammesso o no. Chiaro che se è possibile prestarlo, pensano gli editori, è più facile che entri nel giro dei libri in circolo sul circuito P2P dopo la eliminazione delle barriere DRM con le apposite applicazioni semi-legali che anche in questo settore, dopo musica e video, sono state prontamente messe a disposizione dei copiatori / distributori. In ogni caso è una scelta e una responsabilità degli editori, non di Amazon che ne esce pulita, la possibilità l'ha data.

Quindi possiamo attenderci che sia una caratteristica non sempre selezionata dagli editori, e certo molto meno per i libri più recenti e/o di maggior successo. Ma per qualche libro è una possibilità che esiste ed è elencata tra le azioni possibili per i libri che abbiamo acquistato e che sono elencati nella sezione "La mia libreria Kindle".
Ma non da noi in Italia. Solo in USA, e non si sa quando (nessun annuncio trovato) da noi.

Quindi attualmente il prestito non è implementato proprio in Italia e quindi non è possibile, neanche per i libri venduti a zero Euro (vedi immagine successiva). Che sia per non implementazione della funzione o per scelta dell'editore, rimangono leggibili solo sui Kindle associati all'account o sulle App Kindle per iPad o altri tablet. Lo so che esistono anche altri sistemi per superare questa limitazione, ma su questo blog non si parla di applicazioni aggira DRM.




Prima o poi però la funzione sarà disponibile anche in Italia. Ma allora scopriremo un'altra limitazione che ognuno potrà valutare se pesante o meno: un tempo massimo per la lettura, pari a 14 giorni (2 settimane, quindi). Puoi prestare il libro, ma chi lo riceve deve sbrigarsi a leggerlo in 14 giorni, poi se proprio si è appassionato e vuole sapere chi è il colpevole, o lo compra o se lo fa dire da chi lo ha prestato. Bisogna anche vedere che libro è, se è Seta di Baricco 14 giorni bastano anche a me, che sono un lettore riflessivo, diciamo così, ma se è L'uomo senza qualità o Il pendolo di Foucault mi sembrano oggettivamente un po' poco. E vanificano il concetto stesso di prestito.

Nella musica non è così
Per la musica liquida invece queste limitazioni non ci sono. Almeno in una cosa la musica e le case discografiche sono più avanti. Il sistema di distribuzione di musica liquida che domina il mercato mondiale (e che è l'unico sostanzialmente disponibile da noi, iTunes di Apple, ovviamente) consente di esportare i contenuti musicali con una semplice masterizzazione su CD. L'operazione si può fare un massimo di 3 volte, ma il CD masterizzato è senza DRM e quindi se ne può fare poi quello che si vuole. Tra cui prestarlo per farlo ascoltare a un amico. Che certo dovrebbe restituirlo, come per il libro fisico, o cancellare il suddetto CD o i file musicali derivati. E magari se alla fine non gli è piaciuto poi tanto, potrebbe anche farlo.
Il problema coi libri è che una funzione di masterizzazione su carta non è possibile (se non usando potenti sistemi di stampa dal costo accessibile solo da grandi organizzazioni, ora e penso ancora per molto tempo).

In sintesi
I libri digitali sono certo molto comodi, ma chi ritiene la limitazione sul prestito importante può anche continuare a tenere in considerazione i libri tradizionali e la loro libertà di utilizzo. Il costo peraltro, almeno per ora, non è molto superiore.

domenica 7 ottobre 2012

L'agenda digitale e la musica

Giovedì 4 ottobre, dopo una lunga attesa e parecchi rinvii (doveva essere pubblicata il 30 giugno scorso) il governo ha approvato l'agenda digitale per l'Italia. Si spera che questa volta arrivino a breve anche le cosiddette "regole tecniche" e i decreti attuativi che consentono effettivamente di mettere in pratica le innovazioni, quelle che spesso arrivavano in ritardo (o mai) nelle iniziative precedenti come il CAD (codice dell'amministrazione digitale).

Potrebbe essere uno stimolo importante per l'economia, o almeno consentire a cittadini e imprese di dedicare più tempo ai loro affari e meno alle pratiche con l'amministrazione pubblica, ma cosa c'entra con la musica? C'entra perché uno degli obiettivi principali dell'agenda digitale è dematerializzare i documenti. E per raggiungere questo obiettivo è essenziale la diffusione della banda larga e larghissima, e infatti l'agenda digitale dei vari paesi europei di solito definisce un calendario, un'agenda appunto, per la diffusione di accessi a velocità sempre superiori per una percentuale della popolazione o del territorio.

Obiettivo della musica liquida è dematerializzare la musica, mantenendo la stessa qualità, e anche per questo scopo la banda larga è essenziale. Ma non per consentire download più veloci (non rappresentano un problema neanche ora) ma per passare ad un sistema di diffusione e di fruizione della musica più avanzato, verso il quale fatalmente ci si dirige, come già avviene per altre forme di intrattenimento come il cinema o i libri: lo streaming o music on demand.

Digital divide, last mile e NGN
Il piano nazionale per la banda larga, che si può consultare sul sito del ministero dello Sviluppo Economico oppure qui se dovessero cambiare il link, punta a tre obiettivi principali: connettere alla infrastruttura di rete nazionale le "aree bianche", quelle dove non è presente, per semplificare, neanche l'ADSL, rendere più facile e diffusa la connessione alla infrastruttura di rete nelle "aree grigie", quelle dove non tutte le abitazioni sono collegabili (interventi sull'"ultimo miglio" o "last mile") e infine porre le basi, con la diffusione sul territorio di componenti intermedi "backhaul", per il passaggio in tempi brevi alle reti di nuova generazione, o Next Generation Network, quelle che consentono di arrivare a velocità di connessione superiori ai 100Mbs. Le aree bianche e quelle grige sono quelle dove è presente un divario digitale ("digital divide") relativamente all'accesso alle nuove tecnologie.
Il piano in realtà è già in ritardo perché doveva arrivare a coprire tutto il territorio italiano con connessioni da 2 a 20 Mb entro la fine del 2012, secondo gli obiettivi stabiliti nel 2009, ed è slittato per le note vicende macro-economiche. Ma ora appunto viene rilanciato con la già citata Agenda Digitale.

LTE e 4GIn parallelo al programma che punta ad una connessione completa, comune a tutte le nazioni della Comunità Europea (è un obiettivo europeo) i gestori privati nel settore della telefonia mobile stanno passando alle reti di quarta generazione (fourth generation networks o 4G) con una tecnologia che viene chiamata comunemente LTE (Long Term Evolution) e che consiste in una evoluzione tecnologica dello standard UMTS già utilizzato nelle reti 3G che ben conosciamo, perché sono quelle utilizzate negli smartphone che utilizziamo, e la cui sigla compare sul display quando si riesce ad agganciare la cella con queste prestazioni.

Il nuovo standard 4G è già supportato dagli smartphone di ultima generazione come l'iPhone 5 recentemente presentato dalla Apple, e secondo le anticipazioni dei gestori, per esempio di TIM, consentirà già al momento del lancio (inizio 2013, probabilmente) connessioni con velocità di 100Mb in download e 25Mb in download. Velocità di trasferimento che, come sempre, non sono garantite ma di picco, ma comunque di molto superiori a quelle attuali.
Le cosiddette "killer application" per spingere il passaggio dei numerosi appassionati possessori di smartphone (a metà 2012 in Italia hanno sorpassato in numero i telefonini tradizionali) a questa nuovo livello di prestazioni saranno ancora incentrate sul video: film, fiction TV, dirette sport o altro, anche in alta definizione, sia per visione diretta su tablet o sui nuovi smartphone "bridge" (più grandi di uno smartphone ma più piccoli e portatili di un tablet) sia collegati in wi-fi ai moderni apparecchi TV con connessione wi-fi.

Per la diffusione sul territorio del nuovo standard dovranno essere messe a disposizione frequenze liberate da altri usi, gli accordi prevedono un impegno dei gestori a fornire in cambio una copertura sul territorio che comprenda anche le aree meno profittevoli, ovvero meno popolate, e quindi una copertura nazionale adeguata (fonte: sito key4biz). D'altra parte un'area poco popolata in inverno può essere molto popolata d'estate (o viceversa) e, come si è già visto nella telefonia mobile, è interesse economico dei gestori principali estendere il più possibile la copertura di rete.

Scenari futuri per la infrastruttura di rete
Sia che sarà ottenuto mediante il dispiegamento nei tempi previsti del piano per la banda nazionale larga e ultralarga, oppure attraverso l'ulteriore sviluppo della rete di telefonia mobile, primato nazionale che non richiede propulsione governativa od europea, è prevedibile che nel corso del 2013 o al massimo dell'anno successivo le possibilità di connessione in rete ad alta velocità, per usufruire di servizi sempre più avanzati, aumenteranno di molto.
Io penso che il piano europeo nasca già vecchio per le applicazioni home (e anche per quelle business meno impegnative) perché le prestazioni del 4G sono sufficienti nella maggior parte dei casi, e che una diffusione basata sul wireless ha, inoltre, costi di infrastruttura ridotti per il last mile. Ma vedremo come andrà.

A parte questa considerazione, l'altro punto delicato sarà la copertura effettiva in 4G. Già ora il 3G, con la moltiplicazione degli smartphone e l'abbassamento dei costi di connessione (Wind alla data di questo post offre 1GB al mese, sufficienti per un uso medio, a 4,5 € / mese con la formula ricaricabile, senza abbonamento, Vodafone e TIM 3GB a 9 €/mese alle stesse condizioni) la capacità delle celle si esaurisce presto e di frequente questo livello di prestazioni non è accessibile in aree affollate. Sarà con ogni probabilità una transizione progressiva, ma facilitata dal fatto che gli apparati 4G nei primi mesi non saranno molti.

E la musica in tutto ciò?
Tornando alla musica dopo queste premesse tecnologiche (forzatamente sintetiche, rimando alle molte voci in Wikipedia o ai dossier sul sito del Ministero Sviluppo Economico per gli approfondimenti), la disponibilità di connessioni di rete a velocità sempre più elevata e costi sempre più bassi rende possibile il passaggio ad una diversa modalità di accesso ai contenuti, timidamente iniziata in questi anni e ormai concretamente possibile. Una transizione facilitata anche dal fatto che il target principale, il video, ha esigenze di banda molto più elevate, e per la musica, anche in HD, di conseguenza è tutto più facile.

Da quando è iniziata l'era della registrazione e distribuzione della musica riprodotta (inizio '900) il meccanismo è sempre stato lo stesso: il cliente finale compra una copia memorizzata su un supporto per il trasferimento e la riproduce a casa sua o (da qualche anno) su un dispositivo mobile. Anche la musica liquida segue questo sistema, il download da un sito specializzato come HDtracks sostituisce il negozio, l'hard disk di rete o del computer sostituisce i supporti fisici, ma lo schema rimane lo stesso, una discoteca, o libreria musicale come la chiamano nei paesi anglosassoni, selezionata da noi nel corso del tempo e di nostra proprietà, anzi proprietà della nostra famiglia e da condividere e poi passare in eredità ai nostri figli e nipoti, sul modello delle librerie fatte di libri. Con la differenza che il "lettore" in questo caso non siamo noi, ma un oggetto in grado di leggere il supporto con la codifica della musica, oggetto che col tempo può diventare anche fuori produzione e di non facile reperibilità (vedi dischi a 78 giri, musicassette, DAT ...).

La discoteca personale e la discoteca universale
La rete mondiale alla quale ormai accedono tutti i produttori di musica e la facilità e rapidità con la quale si possono acquisire i contenuti musicali che ci interessa ascoltare consente ora un approccio totalmente diverso. Lo possiamo chiamare streaming o music on demand ma in sostanza quello che ora abbiamo a disposizione è una discoteca universale. Possiamo saltare la fase della selezione e creazione di una nostra personale discoteca, e passare direttamente alla fase dell'ascolto di quello che in un dato momento ci interessa sentire.
Un modello in divenire, perché la musica liquida che si può acquistare o acquisire nel nostro paese passa ancora, almeno per ora, per il meccanismo del download e del consolidamento di quanto abbiamo selezionato in una media library. Fuori dall'Italia o dall'Europa però questo diverso sistema si sta diffondendo, per ora ancora in qualità limitata (musica compressa) ma prima o poi, speriamo presto, le paranoie delle case discografiche e dei detentori dei diritti saranno travolte dalla possibilità di accedere ad un mercato potenziale molto più vasto (solo in Italia, come abbiamo visto, ci sono già più di 20 milioni di smartphone).

Un modello che è stato anche teorizzato alcuni anni fa, addirittura dal MIT, che lo ha chiamato Open Music Model, pensato anche per superare il modello economico basato sui diritti d'autore collegati alla vendita del singolo contenuto musicale, che come si sa è parecchio in crisi. Un nuovo modello che consiste molto semplicemente in un abbonamento che consente di collegarsi ad una libreria musicale contenente una scelta molto vasta della musica prodotta (teoricamente potrebbe anche essere tutta quella pubblicata) e di ascoltarla quando lo si desidera, ma senza scaricarla sul proprio PC o scaricandola solo per poterla risentire più agevolmente, per un numero limitato di giorni.

Cosa è disponibile oggi
Ad oggi, ottobre 2012, il modello è applicato solo da un numero ridotto di società del settore, e solo due (o uno e mezzo) dei servizi di questo tipo è disponibile in Italia. Riproponendomi di tornarci sopra  in seguito, con un approfondimento su quanto offrono, i servizi di abbonamento per la musica in streaming on demand principali, quindi in grado di offrire una libreria musicale abbastanza vasta da poter essere esaustiva, sono Rhapsody, Spotify, Qriocity (Music Unlimited) e iTunes Match.
Rhapsody è disponibile solo in USA mentre Spotify (svedese) è disponibile anche in alcuni paesi europei, ma non in Italia. Music Unlimited di Sony e iTunes Match di Apple sono stati recensiti in precedenza (segui i link) e non ci sono state variazioni rispetto alle descrizioni già inserite in questo blog. Nessuno di questi servizi fornisce musica in formato non compresso.

Il movimento verso questo modell,o che a mio parere diventerà prevalente rispetto a quello tradizionale nel giro di pochi anni, sia per la musica sia per cinema e video, è quindi ancora lento ma avrà con ogni probabilità una accelerazione con le reti a banda larga e ultra larga, che proprio di questo hanno bisogno di affermarsi, servizi "consuma banda".

Solo un chiarimento su iTunes Match, che è basato su un modello di download, quindi acquisto tradizionale dei brani, ma che consente anche di creare librerie musicali di famiglia o per gruppi di amici in modalità cloud, consentendo sino a 10 accessi alla stessa libreria condivisa. Quindi 10 amici con, ipotesi, 500 album ciascuno, caricando ciascuno la propria libreria fisica potrebbero avere a disposizione in piena legalità una libreria di migliaia di brani (a meno che abbiano i medesimi  gusti musicali).

(Le immagini mostrano alcuni degli smartphone 4G già in distribuzione o prossimi all'arrivo in Italia. Dall'alto il ben noto iPhone 5, il Samsung Droid Charge, HTC EVO 4G, LG Revolution VS910 4G)

giovedì 4 ottobre 2012

Le casse attive

Le casse attive, o diffusori amplificati, o active loudspeakers, sono lo standard in campo professionale ma rarissime negli impianti hi-fi casalinghi. Una certa tendenza che si coglie in giro a puntare di nuovo su questa soluzione tecnologica mi ha suggerito questo post. Perché i professionisti del suono sono ovviamente molto esigenti e se preferiscono questo sistema non e' solo perché e' più comodo da installare e trasportare, ma anche perché in teoria garantisce risultati migliori.

I punti critici in un diffusore, o sistema di altoparlanti come lo definiscono altri, sono diversi, e' il componente di una catena audio che deve svolgere il compito più difficile, ma almeno a due elementi critici la tecnologia attiva consente di dare una valida risposta. Il primo e' la rete di crossover, necessaria per tutti i sistemi a due o più vie, ovvero con altoparlanti specializzati per le diverse bande di frequenza, per inviare appunto all'altoparlante solo la banda di frequenza che e' in grado di riprodurre senza distorcere. Si tratta quindi nella accezione più semplice di un filtro passa-basso per il woofer e di un passa-alto per il tweeter, che nelle casse passive ( quelle comunemente usate) e' realizzato con un circuito elettrico, ovviamente passivo, i cui componenti sono tipicamente resistori, condensatori e induttori e che deve operare sul segnale elettrico già amplificato.Il compito del crossover non e' semplice e uno dei punti a favore dei sistemi a larga banda e' proprio poterne fare a meno.

Il secondo punto critico e' l'accoppiamento tra l'altoparlante che richiede più potenza, il woofer, e l'amplificatore, due componenti realizzati tipicamente da costruttori diversi e progettati per adattarsi ad una vasta gamma di componenti di altre marche.
Invece, in una cassa attiva
In una cassa attiva, come si vede nello schema riportato sopra, entrambe queste criticità di connessione sono risolte ricorrendo ad una diversa architettura.

Dynaudio Xeo 5
Per prima cosa il crossover e' attivo, realizzato quindi con componenti elettronici e a monte dell'amplificazione. I componenti attivi consentono di raggiungere tassi di distorsione molto inferiori e di agire con molta maggiore flessibilità sulle caratteristiche del circuito di crossover (frequenza di taglio e pendenza), adattandolo maggiormente alle caratteristiche degli altoparlanti utilizzati.

Come seconda cosa gli amplificatori (ne serviranno ora uno per via per ogni diffusore) potranno essere progettati esattamente come richiesto dal sistema di altoparlanti, e dallo stesso costruttore. Sia come potenza erogata sia come modo di erogarla. Non dovranno essere una soluzione di compromesso in grado di adattarsi a carichi di lavoro anche molto diversi.

Inoltre si può anche pensare di accoppiare ancora più strettamente l'amplificatore alla sezione bassi, inserendo un circuito di controreazione che tramite un sensore comunica all'amplificatore quando l'altoparlante o gli altoparlanti stanno uscendo dalla zona di linearità e quindi iniziano a distorcere. Questo e' il sistema introdotto dalla Philips negli anni '70 con il nome di motional feedback e poi anni dopo ripreso per la realizzazione della maggioranza dei subwoofer attivi, aggiungendo anche una equalizzazione sui bassi che compensa il calo fisico dell'altoparlante alle frequenze inferiori, limitando al minimo la distorsione che si aggiunge in questo modo ed estendendo così la risposta sui bassi. Un sistema che richiede il caricamento del woofer in sospensione pneumatica (cassa chiusa) e non applicabile ai sistemi bass-reflex oggi più diffusi.

Infine, introducendo una linea di ritardo, si possono mettere in fase gli altoparlanti specializzati per gli acuti, i medi e i bassi senza dover costruire un mobile per il diffusore "a scalini" o ad altoparlanti coassiali.

Casse attive digitali
A questi vantaggi di base si aggiungono altre possibilità consentite dalla tecnologia digitale. Se nella cassa (che ormai include quasi tutto l'impianto hi-fi) viene inserito anche un convertitore digitale analogico, un DAC, anche il collegamento tra il diffusore e la sorgente può essere digitale, e quindi anche wireless. Un vantaggio quindi di installazione notevole: niente cavi. Se poi si aggiunge un processore digitale, un DSP (Digital Signal Processor) prima della conversione e' possibile inserire ancora altre funzionalità, come la correzione della risposta degli altoparlanti per renderla più lineare o anche la correzione della risposta in ambiente.

Il risultato all'ascolto sarà poi effettivamente superiore?
Meridian DSP 7200
Sicuramente sarà più facile raggiungere un risultato eccellente, con tutti questi elementi di vantaggio, e difatti le casse attive godono di buona fama e a memoria non ricordo recensioni o pareri anche in rete che non siano più che positivi, ma sulla storia dei tentativi di proporle anche in ambito nome e sulla situazione di mercato attuale torno più avanti. In generale comunque si può affermare che l'accoppiamento personalizzato tra gli amplificatori e i driver e il ricorso a tecniche di controreazione può consentire di raggiungere una dinamica molto elevata mantenendo la distorsione e la non linearità ai minimi livelli, riuscendo a garantire in un solo sistema i vantaggi dei sistemi ad alta efficienza, che spesso devono ricorrere a componenti a tromba, e quelli dei sistemi elettrostatici.

A quale prezzo?
Si e' già intuito dall'architettura delle casse attive: a prezzo della moltiplicazione degli amplificatori. Che da uno, stereo, diventano quattro mono in sistemi a due vie e sei mono in sistemi a tre vie. Ma questo non e' l'ostacolo principale alla diffusione, si tratta comunque di componenti elettronici il cui costo e' funzione della diffusione, ma e' piuttosto la minore flessibilità. Componenti che sicuramente hanno una sensibile influenza sul suono e sui quali e' in corso un progresso rapido o molto rapido. Amplificatore o anche, eventualmente, il DAC sono legati al diffusore e potranno essere aggiornati a modelli migliori soltanto assieme ad esso. Un limite forte per molti appassionati di hi-fi che puntano a torto o a ragione ad una evoluzione continua dell'impianto. Sta di fatto che sinora questi due limiti sono stati all'origine della scarsa diffusione di questi sistemi in ambito home.

La soluzione di compromesso
Ho già accennato al fatto che questa tecnologia e' invece uno standard per i subwoofer, dove i vantaggi sono tali da superare qualsiasi remora. Diversi produttori hanno quindi pensato ad una soluzione di compromesso derivante da questa anche per i sistemi a gamma intera. Soltanto la via per la riproduzione dei bassi e' attiva, con amplificazione incorporata. Le altre due o una via sono invece gestite tradizionalmente, con crossover passivo e amplificatore esterno.

In questo modo si preservano buona parte dei vantaggi consentendo pero' un più facile inserimento in impianti tradizionali. Nel quale si avrebbe il vantaggio di poter usare un amplificatore meno potente, e quindi anche modelli a valvole o in classe D di bassa potenza, ma di alta qualita sonora, almeno secondo le aspettative, che altrimenti sarebbero di difficile utilizzo su un gamma intera passivo.

La fortuna delle casse attive
Genelec 8260A
Almeno un diffusore di questo tipo ha raggiunto una indiscussa fama e critiche universalmente positive, anche se non una grande diffusione per via del costo elevato. Si chiamava Acoustat X ed e' stato prodotto negli anni '70 dalla omonima casa americana. Era un sistema elettrostatico a gamma intera di grandi dimensioni e aveva incorporato un amplificatore a valvole progettato ad hoc per le particolari esigenze di carico dei pannelli elettrostatici. Non più in produzione da moltissimi anni e' diventato nel tempo una specie di mito nel mondo hi-fi. Non so se reggerebbe il confronto con i migliori diffusori ancora oggi, io ho potuto ascoltarle in qualche fiera specializzata e la impressione e' che suonassero molto bene, meglio degli altri modelli proposti da altri costruttori all'epoca. Ma non si trattava di prove oggettive o a confronto ma di semplici ascolti liberi.

La scelta di casse attive oggi e' limitata a pochi costruttori e parte da un livello di prezzo abbastanza elevato, che deve essere confrontato con il costo di una accoppiata ampli + casse. Costo elevato che comunque e' un altro motivo della scarsa diffusione.

Rimandando ad un successivo post per approfondimenti sulla offerta, i principali produttori del settore che hanno una offerta rivolta anche al mercato home sono la finlandese Genelec, con più gamme di diffusori professionali e semi-professionali, anche con DSP, la inglese Meridian, la danese Dynaudio, con una produzione professionale consolidata a cui si sono aggiunti recentemente modelli per ambito casalingo, la linea Xeo, che adotta la soluzione wireless, a cui possiamo aggiungere la inglese Linn come esempio di produttore di casse ibride, attive solo per la sezione bassi.

Linn Majik 140



(E l'immagine dell'Acoustat X? Mi spiace ma non ne ho trovata una decente in Internet e purtroppo non ne ho un paio da fotografare ...)