domenica 13 marzo 2011

Il formato album

E' in crisi. I ragazzi scaricano solo le singole canzoni. Nessuno ascolta più un album per intero. Quando lo fa mette il comando per la riproduzione casuale o salta i brani meno conosciuti con lo skip. Ignorando l'ordine pensato dal musicista. E, tutto questo pare sia una cosa negativa. Come se il formato album fosse una cosa naturale, il modo giusto, corretto culturalmente, per ascoltare la musica.

La dimensione della musica

Tutte le forme d'arte hanno una dimensione, che cambia con le epoche e il contesto sociale.
E che non sono correlate in alcun modo con il valore artistico. Che si può trovare al massimo livello in un quadro di piccole dimensioni come il Ritratto di gentiluomo o come La Gioconda, o in un'opera che occupa una intera parete, come la Marcia del IV stato o un quadro di Pollock, e la dimensione ha relazione solo sulla fruizione. Per dare una emozione i primi due esempi devono essere osservati da vicino,  mentre gli altri, anche da lontano in una grande sala mediamente affollata, mantengono la loro forza.

Nella musica la dimensione principale è la durata. E la cosa particolare è che questa è cambiata negli anni, in base all'uso della musica ma anche della tecnologia per diffonderla.
La musica come evento (il concerto) ha una durata codificata, regolamentata dal contesto sociale. Nell'800, quando chi andava ai concerti aveva molto tempo libero (il mondo del XIX secolo era diviso tra persone che lavoravano e persone che vivevano di rendita). Così un concerto poteva durare 3 ore e le opere liriche erano in 4 o 5 atti.
Nel 900 la forma d'arte di massa che ha preso in qualche modo il posto della lirica (il cinema) è arrivata ad una durata codificata inferiore, anche se comunque quasi standard, di 90'-100', più in linea con il minor tempo libero delle persone che lavorano, che nel secolo successivo, dopo il grande sconvolgimento della I guerra mondiale, sono diventate la norma. Era però anche in parte un limite tecnico, legato alle dimensioni delle "pizze" di pellicola.

Nel 900 è arrivata anche la riproducibilità tecnica della musica, che ha introdotto ulteriori vincoli e quindi nuovi formati e nuove durate.
La radio non aveva e non ha vincoli tecnici di durata, ma i supporti sì.

Dal 78 giri al Long Playing

Il primo supporto (relativamente di massa, il 78 giri, poteva contenere 3-4' di musica per lato. Era l'ideale per la romanza, l'aria d'opera, la forma allora (inizio 900) più richiesta, poi sostituita dalla canzone, che ne è una logica evoluzione. Per un'opera o una sinfonia servivano molti dischi, e l'ascolto doveva essere continuamente interrotta.
Nel secondo dopoguerra la nuova tecnologia che ha rivoluzionato il mondo della musica iindirizzava proprio il limite di durata. Il nome commerciale che è stato dato al microsolco, all'attuale disco in vinile, è stato infatti "long playing", lunga durata, LP. Era anche di molto incrementata la qualità e la robustezza, ma su questo punto hanno centrato il lancio. E difatti con l'LP era ora possibile ascoltare senza interruzioni un concerto di Mozart (ca. 20') e con una sola interruzione per voltare il disco, ma posizionata in uno dei tempi previsti dal compositore, per voltare un disco. La tecnologia negli anni '60 ha poi realizzato anche i cambiadischi, con più dischi impilati (che cadevano uno sull'altro con un meccanismo, è intuibile che sia una tecnologia dimenticata), in questo modo anche un'opera, registrata su 4 o 6 facciate, poteva essere ascoltate con una o due interruzioni (in questo caso anche gradite, penso) con l'accorgimento, che le case discografiche spesso seguivano, di stampare le facciate alternate (1 e 3 parte sullo stesso disco e così via).

E la canzone?
Qui il microsolco non forniva nulla di nuovo per la durata, solo per la dimensione fisica. Un paio di canzoni, una per lato, potevano essere infatti essere registrate su un disco più compatto, da 7", il 45 giri, chiamato anche, significativamente, "singolo".
L'LP poteva venire utile per registrare una raccolta di canzoni, a tema, oppure più di frequente con una raccolta di successi di un cantante, già usciti su singolo, magari integrati da qualche brano registrato apposta, magari una cover.
Erano organizzati così, ad esempio, i primi dischi dei Beatles, o di Elvis Presley e un po' tutti gli altri.
Un formato più comodo per gli appassionati, rispetto ai cambiadischi stile juke-box spesso presenti negli impianti casalinghi. Ma forzatamente indirizzati ad una platea molto meno vasta di clienti. Anche perché costava molto di più. Anche di più del vituperato CD.
Era, appunto, un album di canzoni, organizzate magari in ordine cronologico, un po' come gli album di foto di casa.



Una nuova forma d'arte   
Si discute chi sia stato il primo, ma negli anni '60 a parecchi musicisti "pop" è venuta la stessa idea. Utilizzare il molto spazio disponibile nell'LP per inserire qualcosa di più del solito album di successi. 
Sull'esempio della musica classica, per la quale nutrivano sempre meno rispetto reverenziale. Può darsi siano stati i Rolling Stones, con la versione di 10' del blues Goin' Home nel loro album Aftermath )1965), o i Beatles con Sgt. Pepper, un concept album, sempre canzoni ma con un filo conduttore, e ripetizione degli stessi temi di base come, appunto, nella classica. O ancora prima i Moody Blues con Days Of Future Passed (1967), altro prototipo del concept album. O gli Iron Butterfy con In A Gadda Da Vida (1968) e le sue suite che duravano, senza interruzioni, per una intera facciata.
Sta di fatto che nel giro di pochi anni, anzi di pochi mesi, nessun gruppo musicale e presto nessun interprete o quasi si è sottratto all'obbligo di individure un filo conduttore per il suo nuovo album, ripreso iconograficamente nella copertina, e spesso componendo brani proprio per quella idea di fondo.



Il progressive
Fino ad arrivare all'assalto al cielo del progressive rock. Più nessun timore reverenziale rispetto alla classica. Esplicitamente citata e reiventata in Atom Heart Mother dei Pink Floyd o in Valentyne Suite dei Colosseum, e poi in moltissimi altri (dietro agli apripista Procol Harum). O ripresa come forma, nelle suite solo strumentali, nell'uso di testi complessi, nelle invenzioni musicali.

L'ascolto
Album di questo tipo non si potevano ascoltare in ordine casuale o con il dito pronto sullo skip del telecomando (che comunque non esisteva). I ragazzi dell'epoca sul loro impianto di varia qualità (spesso purtroppo assai povera, perché quella musica ne avrebbe pretesa tanta) nelle loro cameretta chiudevano ogni altra attività e per 40' o più si dedicavano all'ascolto di Pawn Hearts o Lizard o Ummagumma o Darwin. Con la stessa concentrazione che i loro genitori (o "fratelli separati" casualmente colpiti da questo virus) mettevano nell'ascoltare la classica.
E lo stesso rispetto delle scelte del musicista era applicato anche per ciò che progressive non era. L'ordine scelto per le canzoni dai Rolling Stones o da Bob Dylan non era certo casuale, e andava rispettato per cogliere al meglio il valore della musica.

L'era del CD
Il CD consentiva una gestione ancora più semplice della durata. Con la capacità di 70' consentiva di ascoltare senza interruzioni anche sinfonie molto lunghe come la Nona di Beethoven. Anzi, secondo una leggenda metropolitana, ma forse è la realtà, il campionamento a 44,1 KHz, anzichè al più logico (e performante) 48 KHz sarebbe stato richiesto dal famoso direttore d'orchestra Herbert Von Karajan alla Philips proprio per poter contenere per intero in un CD, con la capacità standard della prima versione, questa sinfonia, la più nota e suo personale cavallo di battaglia.
A parte la classica però il nuovo strumento arrivava negli anni '80, quando il progressive era stato spazzato via dal punk, e il punk dal nuovo stile raffinato dei vari Matt Bianco, Sade e così via.
Nessuno di questi stili aveva bisogno della durata del CD per ospitare suite o ambiziose composizioni. Anzi, proprio il recupero della semplicità grezza degli inizi (nel punk) o della raffinatezza ed eleganza degli anni '40 e '50 erano gli elementi principali dei nuovi generi. Concerti e videoclip erano i canali di affermazione più efficaci.



I Dire Straits
Così il formato CD è decollato nelle vendite con un gruppo che non era nè punk, né new jazz, né progressive, ma di rock blues tradizionale, anche se eseguito al meglio e composto con grande ispirazione, mentenuta per l'intero spazio di un album.
Album che si sono succeduti dal primo omonimo del 1978 fino a Brothers In Arms (1985), garantendo agli ascoltatori una certa uniformità nella qualità e fruibilità dei brani, dal "picco", il brano trainante, il cosiddetto "killer" da promuovere per radio, quello che prendeva il posto del "singolo" nell'era precedente, ai brani lenti ed intensi, a quelli con qualche spunto di originalità, ma mai sperimentali e spiazzanti.


Questo tipo di album lo possiamo considerare il modello dell'era CD, non diverso dai classici album di rock, con un unica differenza: la spinta psicologica a riempire i 70 minuti disponibili. Con quello che costava un CD negli anni '80 vendere "solo" 40-45' di musica, la durata massima di un LP, sprecando quasi mezz'ora di prezioso spazio sul dischetto, sembrava una offesa all'ascolatore - consumatore. Non c'erano ancora i masterizzatori per PC e si poteva credere che effettivamente quel tecnologico dischetto avesse un costo e un valore di per se'.
Così sono nati i brani "filler", quelli composti ed inseriti per arrivare alla durata che gli acquirenti si aspettavano. E ha incominciato ad avere senso per molti ascoltatori quel nuovo comando "skip" sul frontale del lettore o del telecomando, o leggere le istruzioni per capire come si poteva programmare l'ascolto per saltare i brani filler. Che, beninteso, potevano essere diversi da ascoltatore ad ascoltatore. Per esempio, in un album sicuramente fondamentale come Out Of Time dei R.E.M. (19xx, piena era CD, xx minuti) quanti avranno saltato la iniziale e urticante Radio Song, che magari Stipe e compagni avevano messo lì proprio per compensare la dolcezza e immediatezza del resto dei brani?

Si ritorna al singolo
Da una parte il ritorno all'album come raccolta di canzoni e l'abbandono di ogni velleità di creare nuove forme musicali e nuove composizioni ispirate ai tempi della musica classica, dall'altro l'affermazione di Napster, dell'mp3, dell'iPod e in generale della musica diffusa tramite la rete, hanno rimesso al centro "il singolo", il brano musicale con corredo di parole che esaurisce da solo, in molti casi, il desiderio di conoscenza di quel musicista. Salvo che piaccia veramente tanto da esplorare più estesamente il suo mondo cercando un suo album. Come negli anni '60, con l'unica differenza che l'album deve comunque esserci ora, per riaffermare la serietà, potremmo quasi dire la effettiva esistenza come musicista effettiva, del suddetto titolare del singolo. Indipendentemente dal fatto che qualcuno questo album lo compri.

Cosa abbiamo perso?
I nostalgici di mezza età dei meravigliosi anni '70 non hanno dubbi sul fatto che i ragazzi di oggi in questo modo, con le loro playlist eterogenee, non riescono ad approfondire un mondo musicale. Ma può darsi che non sia una scelta: nessuno appare più in grado, o nessuno ha la voglia, di buttarsi in quelle imprese (spesso velleitarie) mentre legioni di mucisti si applicano a comporre in infiniti i vari stili, come chef (a volte creativi, altri meno) della musica.
E magari comporre una playlist richiede una certa dose attiva di creatività, qualche volta può essere preferibile ad un passivo e rispettoso ascolto di qualcosa che "deve" piacere. E, infine, per un giovane c'è sempre tutto quel mondo di album concept da scoprire. In fondo sono solo di 35-40 anni fa, e gli stili musicali non sono molto cambiati (e ciclicamente tornano sempre), nella musica classica si ascoltano e si riscoprono iterativamente le composizioni di 150 anni fa e oltre, si potrà fare anche qui.

Album o singolo
In sintesi, è giusto arrendersi al nuovo dominio del singolo. Per noi che abbiamo cominciato, a quanto vedo e per mia esperienza, non ci sono alternative. Dall'album non si può tornare indietro, fatalmente dobbiamo approfondire il valore di quel musicista che ci ha incuriosito esplorando più estesamente il suo mondo. Anche a costo di delusioni e perdite di tempo. Anche per i ragazzi non ci sono dubbi, e nessuno potrà convincerli del contrario puntando ad un presunto "ascolto corretto", o rispetto per l'opera dell'artista, o cercando di sottolineare quello che perdono. Perché in fondo il loro approccio è più razionale, se è la curiosità che li guida: si può scoprire molta più musica. E sarà casomai uno stimolo per i musicisti di creare nuovamente album dove tutte le parti sono essenziali.


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