domenica 21 giugno 2015

Streaming: arrivano i big (Apple e Netflix)

Non c'è dubbio che sia lo streaming il futuro dell'entertainment, lo dicono ormai tutti, e in questo blog se ne parla da tempo, fin dal primo streaming di Sony (Music Unlimited) disponibile in Italia nel 2009. Un futuro già abbondantemente cominciato, che manderà in pensione non solo i supporti fisici (a parte il vinile che è un caso a parte) ma anche il download digitale. I big del settore sono stati sino ad ora a guardare oppure, come nel caso di Sony, hanno addirittura abbandonato il campo preferendo dedicarsi alla produzione di contenuti o di strumenti per l'ascolto.

Lo streaming è rimasto quindi fino ad ora nelle mani di pochi nuovi player, pionieri del mercato, due ormai piuttosto grandi, Spotify (Svezia) e Deezer (Francia) più due coraggiosi outsider che propongono sì lo streaming, ma non compresso, o lossless, cioè quello che cerchiamo noi, e sono Tidal (Norvegia) e Qobuz (Francia). Ci sarebbe poi anche lo streaming di Google (Play Music Unlimited) ma sinceramente non ho ancora capito se Google lo spinge veramente e non ho informazioni sul livello di abbonamenti. Non sembra che Google ci creda molto. Sembra più una risposta dovuta, per avere comunque qualche cosa di proprio anche sui sistemi Android. E sembra anche che la vera strategia di Google nello streaming sia la versione premium di YouTube. Non competere quindi con gli altri sul loro terreno, ma scegliere il proprio.

Apple Music sull'Apple Store. La foto è scura volutamente. Vuol dare l'idea
di qualcosa ancora da scoprire, che pian piano si schiarirà.

Apple e la musica
Questo scenario sta cambiando e cambierà velocemente, come previsto e atteso ormai da anni, con l'annuncio nell'ultimo WWDC15 di Apple (8 giugno), nel quale è stato annunciato Apple Music. Come afferma la Apple col nuovo capo Tim Cook: "Music has been part of the Apple DNA from the beginning." aggiungendo "We’ve had a long relationship with music at apple and music has had a very rich history of change, some of which we’ve played a part in”.
Una relazione che secondo me poteva essere più affettuosa e rispettosa della suddetta musica, se la compagnia di informatica e tecnologia numero 1 al mondo avesse avuto o volesse avere in futuro un interesse anche per la qualità di ascolto. Come pare avesse Steve Jobs, ma ormai non c'è più e se la evoluzione verso la qualità CD o addirittura verso l'HD fosse mai stata in programma veramente, non lo sapremo mai. Sicuramente ora non lo è, quindi rimaniamo sulla musica compressa in formato AAC. Come per iTunes, che però non viene citato negli annunci. Quindi si volta pagina, iTunes diventa un marchio con un connotato ormai rivolto al passato e al digital download, in inevitabile calo, destinato ad una nicchia ancora grande ma in fatale riduzione di clienti "abitudinari", in via di abbandono anche l'esperimento iTunes Radio, mai arrivato in Italia. Idem per iTunes Match, lo streaming (in abbonamento, a un decimo del costo) ma limitato solo al materiale posseduto da noi.

La possibilità di indirizzare la radio verso i nostri generi preferiti (di sempre o del momento)
tramite i favoriti. Nulla di nuovo a quanto previsto da Spotify o soci ma estetica Apple

L'abbonamento Apple Music
Il nuovo servizio si caratterizza per essere incentrato sullo streaming in abbonamento e si presenta così; "Apple Music is a revolutionary music service, a 24/7 global radio, and a new way to connect with artists". Quindi un servizio in abbonamento (per niente rivoluzionario, come gli altri con qualche variante non necessariamente positiva) più servizi gratuiti di radio on demand e guidata dai gusti e dalle lingue (ma anche tradizionale in voce) e una finestra aperta sugli artisti (connect), cioè una piattaforma di interazione (e social) che vuole mettere insieme quello che è frammentato tra migliaia di "siti ufficiali dell'artista". Detesto fortemente quelli che citano sé stessi come grandi anticipatori che hanno previsto queste evoluzioni da tempo, ma non posso non notare che questo obiettivo assomiglia molto al portale "XYZ music" di cui parlavo (come necessità) oltre 10 anni fa.
Apple Music però non si ferma qui, ma si pone anche un altro obiettivo che deve suonare piuttosto preoccupante ai player attuali (e in parte anche a noi): "Right now, the music experience is fragmented. Fans need to use a lot of different services to listen to and connect with their favorite artists."

Qualcosa che gli altri non hanno: una sempre più precisa interfaccia vocale.
Sarà utile, ad esempio, per l'ascolto in auto.
Le preoccupazioni dei concorrenti (e in parte anche nostre)
Faccio riferimento qui sia ad una intervista ad uno dei fondatori di Qobuz (Yves Riesel) al sito francese Challenges.fr, sia ad un articolo sul sito Audiostream. I problemi che pone Riesel ruotano essenzialmente intorno alla sostenibilità finanziaria di un servizio in streaming. Chi lo propone infatti si trova in mezzo tra due rigidità, tra l'incudine e il martello, come si dice. Da un lato i ricavi, direttamente proporzionali al prezzo dell'abbonamento e dal numero di abbonati, e dall'altro i costi, dove la voce principale è rappresentata dalla percentuale da girare ai detentori dei diritti, ovvero alla case discografiche. I costi di gestione (server, storage, rete ecc.) sono invece come noto in continua decrescita. Il prezzo dell'abbonamento è in pratica fissato dal mercato e dalle sue abitudini, sopra ai 10 € / mese per uno streaming lossy non si può andare, e i 20 € / mese per lo streaming lossless sembrano già troppi. Qui gioca l'abitudine ormai acquisita della massa degli ascoltatori all'ascolto gratis, non tanto e non più grazie alla pirateria (che comunque resiste) ma grazie a YouTube. Il "premium" sarebbe costituito dalla qualità ma, con mezzo mondo (inclusi ahimè molti "audiofili") che sostiene, sbagliando, che la differenza non si sente (con gli auricolari o con l'audio di uno smartphone in effetti è vero) non è facile per i pochi valorosi francesi e scandinavi sostenere il contrario e vendere questa differenza.

La disponibilità come sempre è per più device. Ma questa volta c'è una novità.
Non era presentata con foto all'evento e neanche sullo store, ma ora Apple Music
è disponibile anche su Android.


Abbonamenti free, scarso mercato pubblicitario, diritti costosi
Yves Riesel punta il dito in particolare sugli abbonamenti free, teoricamente sostenuti dalla pubblicità. Sostenendo (a ragione, secondo me) che sono in realtà dumping. E' dumping quello di Deezer, servizio aggiunto per i suoi clienti e sostenuto finanziariamente dal potente gestore di telefonia mobile Orange. Dumping camuffato anche quello di Spotify, sostenuto dai suoi finanziatori (pare che il break even point non sia ancora arrivato e ricavi veri e propri non ci siano ancora) che puntano semplicemente ad essere presenti, anzi i primi, nel mercato musicale del futuro. Al momento giusto (stile Whatsapp) potranno magari rientrare dagli investimenti e magari guadagnandoci anche molto, semplicemente vendendo tutto. D'altra parte lo stesso YouTube, pur se non in perdita, non è notoriamente una delle voci di ricavo principali per Google. Non c'è quindi un grande spazio per ricavi solo da pubblicità legati alla musica (e senza video).
Sull'altro lato c'è il martello delle case discografiche, che concedono volentieri i diritti di quello che si vende poco, ma se hanno per le mani qualcosa che il pubblico vuole anche in alta qualità (alta è anche il lossy pulito) cerca di guadagnarci di più, mediante l'esclusiva. Facendo leva quindi sulla competizione, mettendo all'asta i contenuti più pregiati.

Un portale, anzi un "ecosistema" come si dice ora, a 360 gradi, vuol dire anche
avere partner noti e prestigiosi, per le playlist, o per le radio (sotto)

Apple, l'esclusiva e il player unico
E qui si arriva all'ingresso a lungo atteso e temuto di Apple. Con un fatturato che è ormai a livello di una nazione neanche tanto piccola, nel mercato della musica, con le dimensioni che ha raggiunto dopo 15 anni di decrescita (vedi gli ultimi dati nell'aggiornamento annuale di Musica & Memoria) può fare quel che vuole. E quel che vuole lo afferma con una certa trasparenza: essere l'unico, come è stato in sostanza per anni iTunes nel download. Il sistema più semplice è ovviamente l'esclusiva, sia a livello di nazioni, sia soprattutto di artisti, ottenendo quella degli artisti più seguiti, quelli per cui i fan sono disposti a pagare. Negli USA, primo mercato mondiale, sono i rapper e i divi dell'hip-hop. e infatti da lì e ormai da tempo è iniziata la operazione Apple. Va bene per le case discografiche che vedranno aumentare gli abbonati e quindi indirettamente gli introiti, va bene anche per gli abbonati che con un unico abbonamento avranno tutto. Va molto bene per Spotify che non so come potrà resistere.

la principale novità è la sezione connect. Tutto quanto mette in contatto l'ascoltatore
e l'appassionato con i musicisti che segue.

Va bene anche per noi?
Forse sì, nel senso che non ci tocca. Apple Music continuerà a fornire solo musica compressa, e quindi non farà concorrenza ai servizi lossless che ci interessano. Anzi, forse Spotify e Deezer (che già lo offre in alcuni mercati come Deezer+) potrebbero migrare anche loro sul settore lossless, non potendo competere con Apple.
Forse no, se veramente Apple spingerà molto sulle esclusive, aumentando ancora di più il numero degli artisti o degli album non disponibili sui servizi streaming minori e di qualità. Va bene che si tratterà soprattutto di musica commerciale e "di passaggio" oltre al rap e hip-hop citato prima, ma ogni tanto magari ci interesserà qualcosa di valido ma comunque casualmente anche di successo commerciale, come Adele o i Mumford & Sons prima maniera, e non vorremmo dover fare un secondo abbonamento apposta per questo oltre a quello lossless (ma c'e sempre iTunes). Ammesso che i player in questo settore attualmente di nicchia resistano. Il che però è probabile, magari non Qobuz che ha avuto già i suoi problemi, ma Tidal sembra più solido. E, soprattutto, il mercato, pur se di nicchia c'è, e soprattutto è in crescita grazie al progressivo ritrovato interesse per la musica liquida ascoltata bene (o meglio) testimoniato dal rinato mercato delle cuffie di qualità (e dei DAC portatili).

Bello. Ma noi continuiamo a preferire lo streaming di qualità di Qobiz (o anche di Tidal)
Ho citato anche Netflix
Che è un servizio streaming in un settore molto diverso e con competitori molto diversi (i media TV in abbonamento come Sky), perché è una testimonianza della veloce affermazione dello streaming e della dematerializzazione. Aveva cominciato anni fa come servizio di noleggio per corrispondenza di DVD (le poste USA funzionano un po' meglio delle nostre) ed ora ha solo in USA 40 milioni di utenti per il vieo on demand in streaming, anche e soprattutto HD, nonché produttore di contenuti. Tenendo conto che una utenza = una famiglia si ha una idea di dove siamo già e dove andremo inevitabilmente.


5 commenti:

  1. Anonimo22/6/15

    A proposito di futuro della tv italiana, posso segnalarti questa intervista a Pietro Guerrieri, direttore generale di SES Astra Italia, sul futuro della tv italiana? https://www.youtube.com/watch?t=200&v=pxZg5u7lJiw

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    1. Contiene il punto di vista di un fornitore di connessioni satellitari riguardo alle esigenze di banda dello streaming (o VOD) di Netflix e dell'Ultra HD. Effettivamente la connessione via Internet di base non è la più efficiente.

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  2. Segnalo un interessante articolo su Huffington Post versione francese che mette a confronto Apple Music con altri servizi streaming di musica e in particolare con Qobuz:
    http://www.huffingtonpost.fr/2015/06/30/apple-music-date-sortie-prix-spotify-deezer-qobuz_n_7671708.html#

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  3. Anonimo30/6/15

    Non sono così sicuro del successo dello streaming musicale sul lungo periodo. Gli introiti dei gruppi (esclusi quelli giganti) è talmente basso che da risultare risibile.
    Per la massa lo streaming c'è già da anni e si chiama youTube, non cercano altro.
    Gli appassionati di musica invece comprano lettori come il Sansa Clip Zip, il Fiio X1, ascoltano in flac e ci tengono al loro archivio musicale.

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    1. Nessuno può essere sicuro su ciò che avverrà nel lungo periodo (ed evito di citare la nota battuta di Keynes a chi faceva previsioni sul lungo periodo). Ma certo il motivo non potranno essere i bassi introiti: su YouTube sono ancora più bassi e quasi sempre nulli. Riguardo invece agli appassionati di musica che comprano lettori FLAC, ti faccio due domande: 1) sai citare almeno 2-3 persone nella tua cerchia di conoscenti che compra musica lossless in Flac e che abbiano meno di 25 anni? 2) sei sicuro che oltre al lettore quelli che ascoltano in Flac abbiano comprato anche la musica? Credo che la risposta sia implicita. Notando infine che le due più grandi società informatiche del mondo offrono ormai servizi in streaming e che per i loro fatturati anche se ci guadagnassero poco sarebbe un problema del tutto marginale, mi sento di concludere che le previsioni che cito sul futuro dello streaming siano assai attendibili. Poi, se uno vuol farsi invece il suo archivio musicale e sentire solo quello non glielo impedisce nessuno, e neppure deve essere criticato, meno che mai da me.

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