domenica 27 marzo 2022

"La verità sullo streaming"

Questo è il claim in copertina dell'ultimo numero di Audio-Review (440),Il titolo dell'articolo in realtà è un po' diverso (Streaming: Alta Fedeltà ... ma a che cosa?) e punta a dare risposte sui dubbi degli utenti di servizi streaming in merito alla effettiva qualità di quello che le piattaforme trasmettono.
In effetti, mentre se guardiamo Netflix quando abbassa la qualità per prestazioni di rete insufficienti, ce ne accorgiamo subito se non vediamo più in HD, mentre in musica non è immediato. Il dubbio che ho sentito più spesso è sulla effettiva qualità in HD di servizi come Qobuz e Tidal, alcuni sospettano che siano semplici upsample di materiale in qualità CD. e non effettive registrazioni HD, Cosa peraltro non difficile da verificare con strumenti anche semplici.

L'articolo però non prende in esame questo dubbio, e neanche l'alta fedeltà propriamente detta, ovvero la fedeltà rispetto al contenuto musicale originale, ma la fedeltà  rispetto al master originale e quindi in sostanza al supporto fisico originale. In effetti le informazioni su quale emissione dello stesso album sia stata inserita nella libreria musicale non si trovano quasi mai e sarebbe meglio che ci fossero, ma in genere non si trovano neanche sui CD fisici e, peraltro, non abbiamo neanche informazioni, se non nel caso di album molto celebri, su quale sia il master migliore (e poi, migliore rispetto a cosa?).

I LUFS, la loudness war e le scelte dei servizi
Il punto centrale analizzato, visto che sul master si può scoprire ben poco, è invece l'impatto che ha sulla differenza lo standard introdotto alcuni anni fa dalla ITU (International telecommunications Union) per normalizzare l'ascolto sui media di diffusione della musica, il LUFS (Loudness Units relative to Full Scale) che misura il volume medio sotto al livello massimo riproducibile (che è 0dB). Il livello medio viene scelto dal servizio, a volte comunicato e a volte no, e a volte l'utente può scegliere tra 2-3 livelli distinti.
La qualità dell'ascolto può essere impattata dall'applicazione di questo standard perché in queste operazioni di normalizzazione il servizio potrebbe applicare una compressione dinamica superiore a quella presente sul master (o che sul master non c'era), Questo sia nel caso in cui il volume medio originale sia troppo alto, sia che l'utente scelga un volume superiore al target del servizio. Nel primo caso mantenendo lo stesso range dinamico i "pianissimo" sarebbero troppo bassi ed è necessario un adeguato intervento di compressione. Idem nel secondo caso se il contenuto dinamico dell'originale fosse già compresso mandando i picchi fuori dallo standard.

Si scopre leggendo l'articolo che riguardo a questi spetti alcuni servizi dichiarano la loro politica riguardo al volume medio misurato in LUFS, e che lo fa in particolare il più diffuso, Spotify. Per altri sono state effettuate misure indipendenti (riportate nel blog del sito Mastering The Mix) che mostrano una certa variabilità di scelte.

Mastering specializzato
Uniformare il volume ha senso evidentemente solo nella diffusione broadcast (streaming o radio) mentre non ha senso nell'ascolto casalingo da un supporto fisico o da contenuti acquisiti in digital download, quindi teoricamente il master engineering e gli studi dovrebbero preparare master specializzati per canale d'ascolto. Impresa non semplice considerando la variabilità delle scelte ed anche il fatto che non siano sempre dichiarate e che sia dichiarato che sarebbero sempre seguite.

A chi interessa tutto questo?
A leggere l'articolo essenzialmente a chi è abbonato ai servizi che diffondono musica in streaming solo in formato compresso, visto che nella tabella e nelle misurazioni del sito citato prima non sono inclusi Qobuz e Tidal. Ma dovrebbe essere il contrario, visto che le registrazioni in alta definizione dovrebbero logicamente essere accurate anche nel preservare la dinamica del master originale e/o della esecuzione reale e gli utenti di questi servizi vorrebbero essere rassicurati che nulla venga fatto in tal senso.
Non possono essere rassicurati perché nessuno dei due pubblica informazioni esaurienti sulla normalizzazione del volume e/o del loudness, Qobuz non da' proprio alcuna informazione in merito, almeo alla data, mentre Tidal adotta la loudness normalisation dal 2017. Il livello scelto da Tidal è -14 LUFS quindi come Spotify Standard, più alto del livello consigliato di -16. Questo fa supporre che una compressione dinamica sia necessaria per contenuti con dinamica estesa, ma non ci sono conferme in merito.
Per contro in Qobuz, non essendo dichiarato nulla, il parere prevalente è che non venga svolta alcuna operazione e che i contenuti siano diffusi così come sono archiviati nella libreria musicale.

Vantaggi e svantaggi
Nella ipotesi che Qobuz non adotti alcuna normalizzazione gli svantaggi possono essere nelle variazioni di volume ascoltando playlist da album diversi e nella difficoltà di ascoltare a volume adeguato in contesti non hi-fi, tipo in cuffia in mobilità, in auto e simili. Mentre ha sicuramente un vantaggio nell'ascolto sull'impianto casalingo dove si può apprezzare il realismo di una dinamica elevata, simile a quella di un evento dal vivo.

Le altre differenze
Preservare la dinamica è importante ma a volte una limitata compressione può portare alla luce particolari che sfuggivano, aumentando il piacere dell'ascolto, qualcosa di simile ad una foto più contrastata rispetto ad una foto "morbida" dello stesso soggetto, Sono molti altri i parametri che rendono diverso l'ascolto della stessa musica, e anche su questi sarebbe interessante fare un confronto tra i due servizi "rivali" che interessano agli audiofili. Impresa non semplice e che deve partire dagli stessi master per essere significativo il confronto, ma che Audio Review si ripromette di fare. Confermando che inizia ad esserci un interesse per lo streaming di qualità anche nel mondo finora piuttosto conservatore degli audiofili.



sabato 12 marzo 2022

Spotify Hi-Fi in qualità CD? Cinque anni di rinvii.

Mentre una parte degli audiofili si dispiace per la transizione all'alta definizione che non arriva mai, anche la transizione dalla musica compressa almeno alla qualità CD non è che stia molto meglio.
E' stato annunciato da Spotify  nel 2017 come una nuova opzione che avrebbe allineato il servizio ai concorrenti (che proponeva già quasi tutti anche la qualità CD), è rimasto nel limbo fino all'inizio del 2021 quando era annunciata la disponibilità entro la fine dello stesso anno, ma non è successo niente. Ora le ultime notizie lo danno come non pianificato, cioè, non esplicitano che non lo faranno mai, ma non lo fanno lo stesso.

Perché Spotify è importante?
Perché il servizio di streaming nato in Svezia è di gran lunga leader del settore con il 31% del mercato globale, includendo anche Paesi "extra Google" ovvero Cina e Russia. Nel solo nostro mondo "occidentale" (culturalmente parlando) la quota di mercato equivale quasi alla somma del mercato dei servizi streaming delle tre big del web (Apple, Amazon e Google)..


Tencent e Netease sono servizi streaming cinesi, Yandex Music è un servizio 
streaming russo. Sono ovviamente rivolti al mercato interno. Dati Q2 2021

Spotify sta inoltre ulteriormente crescendo anche al di fuori della musica, essendo la piattaforma di riferimento per i podcast, il nuovo apprezzatissimo canale per le news e l'intrattenimento (come noto stiamo abbandonando progressivamente la scrittura per tornare gradatamente al "verbo", quindi all'inizio).

E' quindi molto importante approfondire le scelte del n.1, tenendo conto che anche due dei tre "followers" sono anch'essi ancora "lossy". Se non si decide ad un passo che peraltro non richiede grandi investimenti avrà i suoi buoni motivi, ed è interessante quindi comprenderli. Che sono di due tipi: economici e tecnici.

Motivi economici: ma la domanda esiste?
Spotify ha lanciato il progetto Hi-Fi ovvero la disponibilità dell'ascolto lossless, in risposta alla competizione, quasi tutti gli altri servizi stavano proponendo la qualità CD con un sovrapprezzo (e solo a pagamento), un plus che, speravano, avrebbe avuto un riscontro in termini di abbonamento e di fatturato. Per prudenza o forse per motivi organizzativi stavano arrivando comunque tardi e hanno fatto in tempo a verificare che l'attesa domanda e progressivo abbandono della codifica complessa "lossy" premium a favore della qualità CD non c'erano stati.

Anzi, i principali promotori (Tidal e Qobuz) hanno rilanciato puntando all'alta definizione,  e trovando una nicchia di audiofili interessati che comunque, per quanto piccola, è stata sufficiente per ora per sostenere i costi, garantire un margine e rendere così stabile il servizio (anche con successiva riduzione del prezzo).

Per gli utenti generici l'attrattiva si è rivelata trascurabile, per gli stessi motivi già proposti come spiegazione nel post precedente.

A fronte di questo traino insufficiente per Spotify poteva essere anche un rischio: è un servizio che è gratuito con pubblicità o premium, il servizio gratuito da' il maggior numero di abbonati, quello premium la maggior parte dei ricavi. Affiancare a premium un'alternativa dichiarata migliore ne abbassa il valore e anche l'attrattiva. In assenza di un vantaggio percepito e condiviso e senza una politica di prezzi aggressiva (= riduzione dei margini) il ritorno economico diventava problematico. Essendo per loro anche più costoso tenendo conto del grande numero di utenti che hanno. Probabilmente hanno fatto 5 anni di risk analysis e il risultato è stato sempre lo stesso.

Motivazioni tecniche: la percezione della migliore qualità
Sono regolarmente accolte con interesse le continue novità nel settore dei monitor TV (e dei contenuti) o delle fotocamere degli smartphone, senza polemiche sull'interesse delle case produttrici, quindi deve esserci una differenza ed elementi specifici che la generano. 
Ed in effetti:

  1. il nostro senso della vista è molto più addestrato ad osservare le differenze rispetto al senso dell'udito, in special modo se utilizzato per seguire suoni "astratti" (la musica) e non rumori e suoni di ambiente
  2. la ricerca della "qualità" non è detto che sia la ricerca della "fedeltà" 
La fedeltà del suono e la fedeltà delle immagini
Cominciamo dal secondo elemento perché influisce anche sul primo. In un test a confronto tra due monitor HD che adottano le ultime innovazioni (4K, HDR, OLED ...) il commesso chiederà certamente "quale le piace di più" dopo aver scelto un video adatto. Non chiederà mai, "quale è più vicino alla realtà". Ed è ovvio perché il video demo, come il 90% dei contenuti video che il cliente guarderà, è stato costruito in un set, che siano serial Netflix o HBO, film, talk show, sia che siano stati registrati in studio, in un luogo selezionato o all'aperto. Il cliente non ha modo di confrontare quello che vede con la scena originale, lo confronta quindi con la sua aspettativa di un video di alta qualità, una scelta estetica, che di solito punta a premiare i colori più vividi e contrastati e la naturalezza dell'incarnato per le persone (la sua personale idea di naturalezza).

Nella musica, se Hi-Fi ha un senso, il riferimento invece c'è, ed è la ricostruzione di un'esecuzione dal vivo, ma con strumenti acustici, "fedele" nella timbrica, nei dettagli, nella distribuzione spaziale stereo. In tutti gli altri casi, e sempre, per un ascoltatore che non ha mai ascoltato quegli strumenti dal vivo, anche per l'ascolto della musica la scelta è essenzialmente estetica. Difatti anche in questo caso la domanda al cliente che sta facendo una prova è quasi sempre "quale le è piaciuto di più tra l'amplificatore A e l'amplificatore B?".

Il criterio non è la fedeltà
Il criterio che guida la scelta, questo ha capito probabilmente Netflix, in musica per la clientela di massa non è la fedeltà, certificata da esperti redattori e dalle loro prove d'ascolto, questo poteva essere vero negli anni '70 ma non è più così. Il criterio è la personale estetica del suono che apprezza il cliente, e non la troverà nel passaggio alla qualità CD, anche per la motivazione (1) indicata sopra, ovvero la difficoltà di individuare le differenze in un ascolto veloce. Molto di più farà la scelte delle cuffie stereo.
Meglio restare alla qualità premium (320Kbps) risparmiando gli investimenti sulla piattaforma di diffusione della musica in streaming.

La fedeltà può anche abbassare la qualità percepita
Senza andare lontano, di questo paradosso siamo testimoni tutti quando fotografiamo col nostro smartphone. Il processore interno è programmato proprio per realizzare foto "infedeli", che trasformano un giorno di colori spenti in un giorno di colori accesi, che correggono l'incarnato, che, addirittura, negli ultimi modelli trasformano una scena di notte in scarse condizioni di luce in una scena illuminata. E regalare al possessore immagini che sembrano più vere del vero, come questa che ho scattato io con un iPhone neanche recentissimo, qualche mese fa.

Il Palazzo delle Civiltà e del lavoro, per i romani il "Colosseo quadrato" all'EUR, in una notte d'estate. La foto non è ritoccata digitalmente, è come è stata scattata con le impostazioni standard dall'ormai vetusto iPhone 8

Succede anche in musica
L'alta definizione ha lo scopo di rilevare la maggior parte possibile di particolari del suono originale. Ma non è detto che chi ascolta la musica sia alla ricerca di tutti i particolari e non invece di una musica netta, contrastata, diretta, nella quale gli strumenti fisici o elettronici che siano, si riconoscono bene, che emoziona. Questo è emerso in un esteso test in doppio cieco tenuto anni fa, dove un buon numero di partecipanti al test, specialmente se erano abituati ad ascoltare in cuffia, preferivano l'audio compresso alla qualità CD. E' qualcosa di simile alla preferenza che diamo normalmente ad una foto contrastata rispetto ad una foto a basso contrasto. La seconda contiene più particolari (i mezzi toni) ma appare grigia e meno emozionante (un esempio in Appendice).

In sintesi
La scelta di Spotify appare logica dal loro punto di vista, sia economicamente che per mantenere il ruolo di preminenza nel mercato. Potrebbe forse fornire anche la qualità CD più avanti, ma solo per uniformarsi ai competitors, 

Appendice
Per un esempio di foto che perde qualcosa passando da alto contrasto a stampa "morbida" (con più mezzi toni) utilizzo una celebre foto naturalistica di Sebastiao Salgado. La prima qui sotto è l'originale, nella seconda il contrasto è stato ridotto con un editor di immagini digitali schiarendo la scena. Si vedono più particolari del suolo, ma l'immagine è meno emozionante. Lavorando sul negativo la differenza poteva essere anche molto più visibile.









domenica 27 febbraio 2022

L'alta definizione ha un futuro?

Sarebbe più giusto chiamarla alta risoluzione, visto che il logo ufficiale è Hi-Res Audio. E' commercializzata da 20 anni ormai, ma è ancora la nicchia di una nicchia, quella dei cosiddetti "audiofili", possessori di impianti stereo di variabile complessità e impegno economico, unici interessati. Che già sappiamo che sono pochi ed in maggioranza di età matura ed oltre. Si riconoscono perché sono tutti quelli che hanno un DAC, un oggetto con molti produttori e molta offerta, che ha senso logico acquistare solo da parte di chi ha contenuti in alta definizione, quindi album ottenuti in download o diffusi in streaming dai servizi HD.

Una situazione anomala, le innovazioni tecnologiche destinate al mercato consumer hanno solo due esiti: il successo, sostituendo o marginalizzando la tecnologia precedente, o il flop, e vent'anni sono tanti. In questo periodo abbiamo assistito ad esempio al flop della televisione 3D o del multicanale in musica (quello solo per la musica) o al successo totale degli smartphone o quello quasi totale della musica digitale sui supporti fisici digitali (decisamente marginalizzati) o quello, totale, della fotografia digitale, dove la produzione di apparecchi analogici è addirittura cessata (vedi post precedente).

I paradossi dell'alta definizione
Una situazione peculiare e anche paradossale per diversi motivi:

  • I possibili fruitori di contenuti HD sono una minima minoranza sul totale dei fruitori di musica, ma una gran parte delle nuove uscite e delle riedizioni di album è Hi-Res
  • La tecnologia precedente, in termini di risoluzione, risale ad ulteriori 20 anni prima, giusto 40 anni alla data di questo post, un'era geologica nel campo dell'informatica e del digitale
  • Il congelamento riguarda solo i fruitori, chi produce musica usa l'alta e altissima risoluzione da sempre, man mano che è stata disponibile. 
  • Come conseguenza, il costo all'origine dei contenuti in Hi-Res e il medesimo, per i produttori, del costo dei contenuti in qualità CD o compresso.
  • Anche dal lato dei fruitori la riproduzione in Hi-Res dai device più diffusi (gli smartphone) avrebbe un costo nullo, non richiederebbe alcuna sostituzione. E gli smartphone potrebbero fungere da lettori anche per impianti tradizionali.
  • Alla fine degli anni '70 praticamente in ogni casa che aveva una sala e un televisore (a colori nel secondo quinquennio) era presente la "catena hi-fi" spesso mono-fornitore e non di qualità eccelsa, ma comunque superiore (e di molto), se ben installata, a uno smartphone collegato a uno speaker bluetooth. Era uno status-symbol ma anche la testimonianza del valore che si dava alla musica in famiglia. Ma dagli anni '90 in poi questi impianti sono finiti in cantina, o peggio, e mai più sostituiti.
Una transizione che sarebbe stata impegnativa e costosa (ma neanche più di altre) nel 2000 del lancio (fallito) del SACD ma che da molti anni sarebbe a costo anche zero e disponibile per tutti.
Ma che non avviene. Proviamo a individuare i possibili motivi.

1. L'interesse economico di case discografiche e produttori di hardware
Per anni avete letto che l'alta definizione in musica era tutta una speculazione delle case discografiche e dei produttori di hardware per vendere qualcosa che non serviva. Non sarebbe uno scandalo perché il mercato dell'entertainment funziona così e i produttori non sono società no profit, e certo all'inizio questo è stato l'intento. Ma il primo tentativo è andato a vuoto (SACD e DVD-Audio) e i successivi (Dual Disc, Pure Blu Ray) sono rimasti ignoti ai più. 

A questo punto le case discografiche avrebbero dovuto far riconoscere il valore dell'HD ad una platea il più possibile vasta avendo anche il vantaggio che nel frattempo era diventata solo "liquida", dematerializzata, con costi pressoché nulli di produzione dei file audio e da bassi a nulli per i clienti. Ma non ci hanno neanche provato, hanno beneficiato solo delle iniziative dei produttori hardware di DAC e poi di quelle dei servizi streaming HD, indirizzando solo il target audiofili.
Per la clientela di massa la mancanza di un supporto fisico che rappresenta in modo tangibile l'elevamento di qualità è stato considerato (o è stato nei fatti) un ostacolo insuperabile per puntare al successo. Ed infatti, alla fine, per trovare un oggetto tangibile che testimoni l'elevamento della qualità hanno dovuto rispolverare il vinile, rimasto miracolosamente in vita grazie all'opera di ostinati (e fortunati) appassionati della musica analogica e senza alcun merito delle case discografiche e dei grandi produttori di hardware.

Sul lato dei produttori di hardware a frenare ogni iniziativa dopo i flop degli anni zero è stato l'avvento dello smartphone. Un oggetto che poteva tranquillamente suonare anche i file HD con solo pochi interventi, li tagliava in prospettiva fuori dal mercato di massa. Non hanno fatto quindi alcun investimento, anche perché le major non si muovevano e si sono dedicate al mercato degli audiofili e dei proprietari di impianti producendo DAC e streamer, rinunciando al mass market.

Quindi Motivo n.1: Nessuna promozione verso il grande pubblico

2. Una tecnologia obsoleta, ma non si vede
Premesso che ci sono tecnologie e pratiche obsolete che ci affascinano e hanno un mercato (vedi la cucina regionale o le moto Harley-Davidson) qui la tecnologia obsoleta è una tecnologia digitale, e il grado di obsolescenza è veramente enorme (guardate il bitrate) confrontato con l'evoluzione di un'altra tecnologia digitale e informatica come il PC.

Anno

Utente Musica

Bit Depth

Sample Rate

Bit Rate

1982

Consumer

16 bit

44,1 kHz

1.411 bps

1982

Studio di registrazione

16 bit

44,1 kHz

1.411 bps

2022

Consumer

16 bit

44,1 kHz

1.411 bps

2022

Consumer HD

24 bit

192 kHz

4,608 bps

2022

Studio di registrazione

32 bit

384 kHz

24.576 bps


Anno

PC

CPU

RAM

Disco

Tecnologia

1982

PC IBM

2.9 MHz

16-128 KB

160KB

Floppy Disk

1983

PC IBM XT

3.1 MHz

128-640 KB

10 MB

HDD

2020

Notebook i5

2.4 GHz

4 GB

500 GB

HDD

2022

Notebook i7

2.9 GHz

8 GB

250 GB

SDD


L'evoluzione non è stata così clamorosa come per le memorie e la potenza dei computer, ma è comunque sempre più di 6 volte per gli utenti che ascoltano in HD e oltre 17 volte per gli studi di registrazione più attrezzati (ovviamente in crescita, considerando che i codec con queste prestazioni sono ormai in produzione di massa).
E' veramente difficile pensare che a fronte di questo aumento di prestazioni non ci sia stato un aumento di qualità (quello che abbiamo sperimentato in modo estremamente elevato nei PC e negli smartphone ma anche nei monitor TV) anche perché l'evoluzione nel settore professionale è stata sempre seguita. 

La differenza però è che questo salto tecnologico non si "vede" nel senso che non è facile percepire la differenza, come conseguenza,   ascoltare oggi un file audio su un PC con la tecnologia di 40 anni fa non è come guardare i film in casa con un televisore a colori a tubo catodico degli anni '80. 

Motivo n.2: L'audio del 1982 è invecchiato ma non si vede. Non crea imbarazzo e "bisogno" di sostituzione.

3. La musica è cambiata
La musica negli anni '70 era diventata centrale nel settore dell'entertainment, confinante in questo caso con l'arte: una esplosione di creatività, la riscoperta quasi di massa della musica classica e poi della musica barocca, il movimento progressive con suoni e arrangiamenti sempre più elaborati, le musiche del mondo da scoprire. L'impianto stereo di qualità era una necessità assoluta per apprezzare il progressive, popolarissimo e seguitissimo, e lo stesso valeva per la classica. 
Passano gli anni e la centralità della musica è insidiata e poi superata dal gaming, dalla musica in mobilità con il Sony Walkman, e la qualità diventa un'esigenza sempre più trascurabile con il punk, l'hip-hop e il rap, per il quale basta il "boombox" (in Italia "il bambino"), lo stereo compatto ma ipertrofico con i bassi gonfiati. La musica è accompagnamento, sottofondo e consumo, sempre meno solo quelli che l'ascoltano come opera d'arte da ascoltare con attenzione e quasi con sacralità. Il formato "album" inizia il suo percorso di marginalizzazione.

Motivo n.3: La musica non è più centrale, da ascoltare con sacralità, si perde anche interesse all'ascolto in stereo, come può suscitare interesse di massa lo stereo Hi-Res? 

Un boombox anni '90 in azione (immagine 123RF- thumbnail size 1/10)

4. L'alta fedeltà è diventata un mondo chiuso
Quando l'alta fedeltà era di moda  e in ogni salotto c'era un impianto (magari super-economico) la tecnologia affascinava e più o meno tutti conoscevano il significato del termine bass-reflex. Negli anni successivi l'alta fedeltà è diventata elitaria, "esoterica", hi-end. Di questo mondo di impallinati arrivano solo alla massa delle persone già meno interessate alla musica perché impegnate in altre passioni, vaghe notizie di costi stratosferici e dimensioni concepite per villoni da oligarchi russi.

Il che però è anche comprensibile se si legge Audio Review negli ultimi due numeri (438 e 439) dove venivano presentati un paio di diffusori dal costo di 65.000 € e dal peso di 140 Kg l'uno e nel secondo di un finale mono (ne servono quindi due) dal costo complessivo di più di 50.000 € e dal peso di 60 Kg ciascuno (erano i diffusori Albedo Acclara Diamond e l'amplificatore Audia Fight Strumento n.8, entrambi prodotti italiani). Componenti sicuramente validi, dal costo e inserimento inconcepibili per una persona normale e presentati nella recensione come in grado di far scoprire veramente la musica senza nascondere nulla di quanto registrato. Il che però significa che impianti e componenti di minor costo (ma sempre fuori portata per quasi tutti) sono lontani dal massimo. Che peraltro, leggendo le riviste, è molto erratico.

L'utente medio inevitabilmente pensa: se ascoltare la musica realmente in stereo hi-fi è qualcosa per me irraggiungibile, e anche facendo uno sforzo sarei comunque molto lontano dal top, rinuncio e mi tengo le mie cuffie Beats collegate allo smartphone, con le quali secondo me si sente benissimo. Questo pensa l'utente potenziale medio.

Motivo n.4. L'interesse per l'alta fedeltà, obiettivo irraggiungibile e pure incerto, è ai minimi storici

5. Non si sente la differenza
E questo è normalmente considerato il motivo principale, ma deriva in realtà, a mio parere, dai primi quattro. Certo non è immediato percepirla come per un monitor TV HD o 4K rispetto ad uno di 15 anni fa (anche perché vengono  usati per confronto video studiati allo scopo), ma se: 
1) nessuno fa pubblicità alla nuova tecnologia, 
2) la differenza non si vede, non faccio la figura di un pezzente come quello che ha ancora la TV LCD di 15 anni fa, 
3) la musica che mi piace la sento benissimo così, 
4) è qualcosa che riguarda solo quegli impallinati dell'alta fedeltà, costa un boato di soldi 
non mi interessa neppure cercarla questa fantomatica differenza.

In sintesi
Dalle considerazioni fatte e dai molti elementi che le supportano appare improbabile una transizione di massa al nuovo standard, al massimo (ma non è certo) si potrà assistere al superamento della musica compressa (che è compressa rispetto al CD) rendendo universale il formato CD 16/44.1 per tutti gli usi audio. Mentre lo Hi-Res Audio rimarrà, perché a differenza degli altri standard precedenti abbandonati non ha costi da sostenere per mantenerlo in vita, ed anche perché è lo standard utilizzato nelle registrazioni del 99,9% della musica che ascoltiamo, e rimarrà di interesse solo per la nicchia degli appassionati audiofili.

mercoledì 12 gennaio 2022

Come ascoltare (bene) con le cuffie stereo

L'ascolto in ambiente è normalmente preferito all'ascolto in cuffia, essendo più naturale, più vicino all'ascolto del vivo, mentre le cuffie stereo sono di solito riservate all'ascolto approfondito, sia per una maggiore conoscenza di un brano, sia per motivi professionali.

Eppure due buone cuffie stereo, possibilmente con un amplificatore specializzato e dedicato, consentono di raggiungere, su molti parametri, una qualità del suono che per un impianto completo, con amplificatore e casse acustiche, richiede investimenti anche di 5 o 10 volte tanto.
Non per tutti i parametri purtroppo, perché l'ascolto in cuffia taglia fuori, per intuibili motivi, tutte le informazioni di "ambienza" ovvero i tempi di propagazione delle onde sonore e la loro direzione, le riflessioni nell'ambiente, il ruolo dell'orecchio esterno, quindi le informazioni che il nostro raffinato sistema uditivo ha sviluppato per individuare l'origine dei suoni. Un'esigenza fondamentale per l'evoluzione della specie, essendo l'homo sapiens fin dai primordi sia cacciatore che preda.

Le Grado SR 80, le cuffie usate per il test del Meier Crossfeed

In un impianto stereo le informazioni di ambienza sono riprodotte grazie alla presenza di due sorgenti sonore posizionate opportunamente, delle riflessioni della stanza e dal fatto che ovviamente le nostre orecchie sono libere di ricevere tutti i suoni, e anche di ascoltarli da direzioni diverse muovendo il capo (anche questo aiuta a riconoscere l'origine di un suono, e difatti lo facciamo istintivamente quando cerchiamo di individuarlo).

Ma ascoltare bene in cuffia si può
Ed è molto utile perché ci sono molte situazioni in cui può servire, quando l'impianto non è agibile, quando siamo per un certo periodo in un'altra casa o in viaggio per lavoro, quando non si può ascoltare con l'impianto, per esempio di notte. Servono, in sintesi, due cose:

  • un buon set di ascolto (cuffie + sorgente) e un audio da ascoltare di qualità
  • un sistema efficace per ricostruire almeno in parte l'ambienza
Il set di ascolto in cuffia
Ovviamente ci sono molte alternative, quello che illustro è il set che ho usato per provare il sistema di ricostruzione dell'ambienza. Un set semplice, economico e facilmente replicabile, costituito da:
  • un notebook Windows (HP i5 con Windows 10)
  • un music player software (Foobar2000 rel. 1.6.2)
  • un DAC con uscita cuffia  (S.M.S.L. M3)
  • una cuffia dinamica di buona qualità (Grado Prestige SR 80)

DAC e cuffie potrebbero essere di livello superiore o potrebbe essere anche aggiunto un amplificatore specializzato per l'ascolto in cuffia, pilotato dal DAC. L'importante è che gli altri parametri di ascolto che la cuffia può garantire: bassa distorsione, dinamica, estensione sui bassi, timbrica corretta ecc. siano di elevato livello e quindi in grado di supportare gli interventi migliorativi sull'ambienza. 

Il sistema di ricostruzione dell'ambienza
L'unico intervento che si può fare è sul tempo di propagazione delle onde sonore nei due canali, ovvero la ricostruzione del crossfeed. Il crossfeed (incrocio delle sorgenti del suono) è ciò che avviene in un impianto stereo e costituisce il principale mezzo col quale nell'ascolto hi-fi riusciamo a ricostruire la direzione del suono: il suono emesso dalla cassa destra si ascolta, attenuato e ritardato, anche dall'orecchio sinistro e viceversa. 

I filtri "natural crossfeed"
Ricostruire questo fenomeno nell'ascolto in cuffia (dove ovviamente ogni orecchio ascolta solo la sua cuffia, nello stesso istante) è qualcosa che è stato tentato da decenni, anche nel mondo analogico mediante un semplice mix dei due canali in misura percentuale. Una funzione presente in molti amplificatori d'annata, come ad esempio il Dynaco SCA-80. In questo modo però viene aggiunto un suono attenuato e ritardato anche ai suoni (e agli strumenti) che sono registrati al centro, introducendo una interferenza che peggiora la qualità del suono,
Sono stati sviluppati e realizzati nel mondo digitale filtri più complessi e raffinati, che individuano il suono dei diversi strumenti, la loro presenza sui canali destro e sinistro e la loro posizione in un arco di 180°. Una volta individuati, applicano l'intervento in modo proporzionale, ricreando in modo più preciso l'effetto crossfeed. Si chiamano quindi filtri "natural crossfeed"

Il filtro Meier-Audio Crossfeed
Un filtro natural crossfeed molto apprezzato è quello sviluppato dalla casa tedesca Meier-Audio per la sua linea di amplificatori per cuffie Corda. Un benemerito sviluppatore finlandese con nickname Case ha realizzato in software questo filtro come component (plug-in) per Foobar2000, quindi gratuito con licenza ISC, e ci consente quindi di provare e, come vedremo, apprezzare, l'efficacia di questo sistema per rendere più gradevole, e concorrenziale con l'impianto come risultato e piacere d'ascolto, l'ascolto in cuffia.
Sul sito di Meier-Audio, a questo link, sono spiegati con maggiore dettaglio i principi di realizzazione e di funzionamento del filtro e la sua efficacia con alcuni esempi da ascoltare.

Prove di ascolto in natural crossfeed
Dopo aver installato su Foobar2000 il component Meier Crossfeed DSP (foo_dsp_meiercf) l'azione da fare è attivare in playback su Foobar2000 la funzione DSP Manager, selezionare il Meier Crossfeed e scegliere la sua intensità di intervento. Comando:
File > Preferences > Playback> DSP Manager > Meier Crossfeed. 

Applicando la sequenza di comandi riportata sopra si apre il pop-up con il cursore che consente di regolare da 0 a 100 l'effetto del filtro crossfeed

Come audio musicale ho scelto una esecuzione acustica: è più facile individuare la provenienza di strumenti acustici che di strumenti elettronici, e quindi sembra più adatta a evidenziare l'efficacia del filtro, ho scelto un'esecuzione dal vivo, che di solito è meno soggetta a interventi in mastering e quindi ha una probabile maggiore quantità di informazioni sulla direzione dei vari suoni. Tra le molte alternative ne ho scelta una con pochi strumenti e universalmente nota per essere una delle migliori registrazioni dal vivo di sempre, ovvero Sunday At The Village Vanguard del trio di Bill Evans, che ho anche in alta definizione 24/88.2. 

Ho messo quindi il software nelle condizioni ideali ma, nonostante ciò, non ero molto ottimista sul risultato perché, provando a suo tempo analoghe applicazioni per migliorare l'ascolto in cuffia (per iPad e anche per Foobar), avevo fatto molta fatica ad individuare i miglioramenti promessi.

Bill Evans Trio - Sunday At The Village Vanguard (Solar)
Ho quindi iniziato l'ascolto della esecuzione del trio di un brano di Miles Davis particolarmente efficace, utilizzato anche per alcuni test su AudioStream (che mi hanno dato l'idea). Mettendo l'effetto del filtro al minimo l'ascolto è decisamente poco realistico: il contrabbasso di Scott La Faro arrivava tutto nell'orecchio destro, poco sopra la mia testa, davanti ci sono la batteria e i piatti di Paul Motian e a destra a circa ore 3 il piano di Bill Evans. Come se fossi sul palco del Village Vanguard Club in mezzo a loro tre, ma con Scott La Faro che suona rivolto verso di me piuttosto che verso il pubblico. 

Spostando il cursore verso il massimo invece si avvertiva distintamente l'effetto del recupero del crossfeed: il contrabbasso arretrava e si poneva alla sinistra della batteria, un po' più avanti, e lo stesso il piano sulla destra, senza nessun effetto sulla qualità del suono, che restava magnifico e consentiva di apprezzare l'inesauribile fantasia espressa da Scott in questo brano e in queste sessioni, con il suo strumento distinguibile nota per nota, oltre alla maestria di Evans e Motion. Un ascolto che diventava ora gradevole e anche rilassante, perché la mente non doveva sforzarsi di riposizionare con l'immaginazione gli strumenti secondo la logica e la realtà.

Amber Rubarth - Sessions from the 17th Ward (vari brani)
Questa musicista folk americana difficilmente la conoscete, ho questo album in HD perché è stato registrato con la testa artificiale dalla Chesky Record ed ero curioso di verificare il realismo che questa tecnica dovrebbe consentire di raggiungere. Un album comunque piacevole, ma l'effetto non lo sentivo proprio, sembrava di essere in ginocchio davanti alla cantante e chitarrista, e i due altri strumentisti ai lati, un po' dietro. Molto meglio con le casse, ma bisognava spostarle ai lati del punto d'ascolto, non molto pratico.
Con il crossfeed al massimo l'effetto si riduce, ma senza sparire del tutto: gli strumenti di accompagnamento vanno ora al loro posto a fianco di Amber (come nelle foto sul disco) e la cantante è più arretrata ma sempre un po' alta e un po' vicina. Si cambia di poco. Probabile conseguenza dell'utilizzo di questa tecnica di ripresa del suono

Diana Krall -  Turn Up the Quiet  (Like Someone In Love, Isn't It Romantic)
Nella presentazione del DSP Meier-Sound preavvertiva che il miglioramento è meno avvertibile su musica registrata già in modo naturale, senza artifizi, insomma con registrazioni moderne. Ho provato quindi un album recente di Diana Krall, anche questo solo acustico, stavolta in 16/44.1, rippato dal CD. Effettivamente il miglioramento è meno clamoroso, il contrabbasso è registrato evidentemente vicino alla musicista canadese (come avviene nei concerti dal vivo visibili su DVD) e quindi è già a posto, ma proseguendo nell'ascolto, in particolare nel secondo brano, il pianoforte, troppo spostato a destra, torna dove dovrebbe stare (ovvero assieme alla voce della pianista e cantante) e anche la chitarra sulla sinistra torna al suo lato ma più vicino, Minor impatto immediato ma preferenza netta per l'uso del crossfeed. Da notare anche la voce di Diana particolarmente affascinante e presente, in primo piano in questo ascolto in cuffia, probabilmente un effetto "mono" dovuto anch'esso dalla correzione del crossfeed.

R.E.M. - Out Of Time (Half A World Away, Belong)
Restava da provare musica non acustica dove mi attendevo, da premesse, un effetto meno marcato. E' stato così per il primo brano scelto, dove il miglioramento più che sulla posizione degli strumenti e suoni vari di completamento, era sulla maggiore compattezza del fronte sonoro, che sembrava meno "scollato", ma non era una differenza molto significativa. Più marcato l'intervento su Belong, che inizia con applausi ritmati e piccole percussioni su entrambi i lati, che senza correzioni apparivano ai due lati e con il crossfeed tornavano nel fronte sonoro che era così ricompattato e più realistico, ricreando l'effetto stage.

Beatles - Rubber Soul (Girl)
Rimaneva però la curiosità di provare l'intervento con una celebre incisione stereo "anni '60" con effetto stereo portato all'estremo (anche per farlo percepire dagli impianti casalinghi dell'epoca: non tutti avevano un impianto Marantz-AR, c'erano anche i mobili Grundig). In Girl di John Lennon, in particolare, la voce di John era stata posta nel master stereo sul lato destro, isolata, sul sinistro le chitarre (inclusa la sua) e il basso, e il coro a destra-centro. Operando sul crossfeed (vicino al massimo) il risultato è notevole e il fronte sonoro si ricompone in una immagine quasi realistica, con i musicisti davanti a noi da destra a sinistra in fronte compatto. Meglio anche della incisione mono che molti preferiscono, per i motivi citati prima.

In sintesi
Adottare un sistema di recupero del crossfeed è sicuramente consigliabile, e questo plug-in disponibile con Foobar2000 è senza dubbio efficace, ed ha anche il vantaggio di non costare nulla. Una possibile criticità segnalata da alcuni è un peggioramento della definizione quando si applica il cossfeed al massimo. In altre parole, si perde qualcosa della direttività che consente di ascoltare con grande attenzione ogni dettaglio di suono, l'ascolto "monitor" tipico delle cuffie.  Durante i test non ho in realtà mai avvertito questa limitazione, dovrei fare delle prove più approfondite con la cuffia elettrostatica, ma nel caso lo si avverta la soluzione è semplice: si porta il potenziometro virtuale del filtro verso lo zero.

Questo significa che bisogna regolare l'effetto per ogni brano? Teoricamente sì, per ottenere il massimo bisognerebbe anche trovare nel brano le parti maggiormente soggette a miglioramento. 
Ma così si perde il piacere di scoprire un nuovo album, ascoltando con rilassata continuità quindi il consiglio è di passare dalla teoria alla pratica e scegliere un intervento del 70-80% che garantisce buoni risultati nella maggior parte delle situazioni. E lasciare la correzione di fino solo ai brani più "starati". Una buona soluzione considerando che nelle registrazioni dai '70 in poi gli sbilanciamenti più consistenti sono molto rari. 

Una limitazione più consistente invece deriva dal fatto che si può apprezzare l'intervento di recupero di questo plug-in solo con Foobar2000, quindi è escluso l'ascolto in streaming. Per questo servono dei media player con questa ulteriore funzionalità, come Roon, che prima o poi dovrò provare.

lunedì 3 gennaio 2022

Vinile e fotografia analogica: un destino comune?

Di cosa si parla in questo post: 

  • il vinile è solo una moda passeggera e sparirà come la fotografia analogica?
  • quali sono le differenze tra due passioni (od hobby) che hanno molti punti in comune?
  • ha invece qualche possibilità di tornare anche la fotografia analogica, nonostante o magari grazie al progresso inarrestabile della fotografia digitale?

Il vinile è una moda passeggera?
Ovvero, è solo uno sfizio per nostalgici benestanti destinato a durare poco, perché l'alternativa digitale è vincente da tutti i punti di vista? Così ha scritto qui sul blog in un commento un visitatore molto scettico sulla "moda del vinile". Come cultore della fotografia oltre che della musica il dubbio mi ha interessato e mi sono ripromesso di approfondire, anche per capire se il vinile ha effettivamente un futuro oppure, al contrario, se anche la fotografia analogica potrebbe tornare, tra la sorpresa di tutti.

Somiglianze e differenze
Per prima cosa fotografia e ascolto della musica sono espressioni artistiche che richiedono anche conoscenza della tecnologia, forse anche per questo motivo hanno coinvolto lo stesso genere di appassionati (spesso cultori di entrambe) e hanno avuto sviluppo nello stesso periodo, ovvero dagli anni '70 agli '80, con un po' di anticipo per la fotografia analogica.
Le differenze però ci sono e sono significative:

  • la fotografia analogica è un hobby o una passione attiva, la tecnologia serve per creare le foto e per fare belle foto bisogna dominarla molto bene, la fruizione (guardare le foto) è alla portata di chiunque e non richiede alcuna tecnologia 
  • l'ascolto della musica in alta fedeltà è una passione soprattutto passiva, la tecnologia serve per scegliere e configurare l'impianto per ascoltarla, solo per pochi (musicisti professionali o amatoriali) dominare la tecnologia è necessario per crearla (per suonare o per registrarla);
  • nella fotografia il passaggio al digitale ha costituito una semplificazione  molto significativa, mentre nella musica ha comportato solo un cambiamento del supporto e della sorgente;
  • sul piano della qualità, nella musica, si è passati da un primo periodo nel quale il digitale era considerato superiore, poi a un secondo periodo nel quale (anche se non all'unanimità) si è considerato superiore il vinile analogico, a un terzo periodo (attuale) nel quale le aspettative si equivalgono;
  • nella fotografia invece la superiore qualità della fotografia analogica, con processo chimico, è stata riconosciuta dai professionisti solo nei primi anni di diffusione del digitale  (primi anni 2000) poi anche la maggior parte (se non la totalità) dei professionisti è passata al digitale, che nel frattempo è arrivato a livelli di qualità e di possibilità di cattura di immagini irraggiungibili per l'analogico.
La produzione di nuova tecnologia analogica
Le differenze riassunte sopra hanno comportato la più evidente e radicale divaricazione tra i due mondi: per il vinile la produzione di giradischi, testine e preamplificatori ha visto (soprattutto in questi ultimi anni) una fortissima espansione: i produttori sono molti di più (penso anche più di 10 volte tanto) di quelli attivi ai tempi in cui il vinile dominava incontrastato e, inoltre, sono presenti molti modelli che puntano ai più alti livelli di qualità con prezzi elevatissimi (ma che pare abbiano anche acquirenti).

La Nikon F6, ultima reflex analogica. Ha resistito in produzione fino al 2020. Si trova ancora semi-nuova su e-Bay e simili a partire da 1.100 € solo corpo.

In fotografia invece, dove il tipo di macchina fotografica quasi universale era diventato da anni la reflex 35 mm, ormai con esposizione e messa a fuoco automatica, era rimasto in produzione fino al secondo decennio del 2000 un unico apparecchio, la Nikon F6, la cui produzione è però stata sospesa nel 2020. Unici apparecchi che si possono comprare nuovi rimasti sono solo due modelli Leica a telemetro, la Leica M-P (con  esposimetro) e la Leica M-A (solo manuale) ovviamente non molto economici e diretti a quella nicchia di fotografi che ancora preferivano (o accettano) le macchine con mirino (rangefinder).

La Leica M-A, a fine 2021 unica macchina fotografica analogica in produzione. Unica ancora funzionante con le pellicole 35 mm, assieme alla sorella M-P con esposimetro TTL. Costa 4.575 €

Poi rimangono alcuni apparecchi a grande formato per foto architettoniche (Linhof e altre), un settore molto specializzato che non ha suscitato un grande interesse per i produttori di apparecchi digitali, ma che non comporterebbe nessuna difficoltà pratica e realizzativa, se volessero a indirizzarlo.

Un problema di domanda
Non è una questione di scelta specifica ma solo un problema di domanda, difatti anche in musica la produzione di registratori analogici a bobine (che pure hanno qualità del suono superiore al vinile) è cessata da anni e per il nuovo c'è un solo produttore, ma dall'incerto futuro e con costi altissimi. Non sarebbe difficile, se ci fosse una domanda appena percettibile a livello mondiale, rimettere in produzione a prezzi umani una reflex classica di fascia media come la Asahi Pentax K1000 o la Yashica FX oppure un registratore come il Revox A77. Ma non c'è una domanda percepibile che possa supportare l'investimento. Sia in fotografia che in musica (per i registratori reel-to-reel) i pochi appassionati si rivolgono quindi all'ancora vasto mercato dell'usato, dove sono presenti anche diversi laboratori che forniscono un prodotto dell'epoca refurbished.

Perché in musica sì e in fotografia no
Per il vinile, per motivi essenzialmente simbolici, d'immagine, un mercato esiste ed è anche in crescita. Motivazioni pratiche non esistono, ma se un numero imprecisato di persone ritiene che un giradischi in casa fornisca al proprietario della casa un'immagine raffinata, la risposta a questa domanda da parte dell'industria discografica (reduce dal tracollo dei primi due decenni del 2000) e di una pletora di produttori semi-artigianali (più uno industriale: Pro-Ject) non si fa attendere.
Per fortuna, per di più, il vinile ascoltato con un buon impianto garantisce un ascolto di alta e anche altissima qualità e quindi questa scelta, seppure in gran parte simbolica, non penalizza il vero risultato finale (ascoltare la musica in alta fedeltà). Di conseguenza la previsione di molti è che resterà con noi ancora per un bel po'.

In fotografia invece no
Ed è comprensibile. Esistono tre tipi di fotografia: 1) la fotografia per ricordo; 2) la fotografia professionale; 3) la fotografia amatoriale, con pretese artistiche e di qualità.
E la situazione è questa:

  1. Il primo tipo di fotografo ormai usa in prevalenza il suo smartphone, ma quando anche cerca una qualità superiore (ma gli smartphone crescono in qualità anno dopo anno) non prende neanche lontanamente in considerazione un ritorno alle scomodità della foto analogica;
  2. i fotografi professionisti sono ormai passati tutti al digitale;
  3. i fotografi amatoriali vorrebbero sentirsi professionisti e hanno seguito senza tentennamenti il loro passaggio al digitale.
Esiste ancora uno spazio per la fotografia analogica?
Anche in musica per almeno 2 o 3 decenni un ritorno del vinile sembrava impossibile, eppure è successo. In fotografia però è molto più difficile, non basta comprare un buon giradischi e far montare in negozio una buona testina e collegarlo a un buon amplificatore. Bisogna dominare una tecnologia con la quale, è vero, era più difficile sbagliare una foto nell'ultima generazione di macchine fotografiche (le SLR con messa a fuoco automatica motorizzate) ma con la quale raggiungere la stessa qualità d'immagine garantita ormai anche dagli ultimi iPhone 12 o Samsung richiede attenzione estrema (e a volte, in scarsa luce, è proprio impossibile). E poi, per essere veramente un fotografo analogico, bisognerebbe seguire anche le fasi successive di sviluppo e stampa, come facevano i fotoamatori del secolo scorso. E qui, le difficoltà crescono di molto.

La Nikkormat della Nikon, un buon apparecchio non elettronico e non autofocus che consente di sperimentare la fotografia analogica raggiungendo ottimi risultati. Si trova usata in buone condiziona a 300-400 € e sono reperibili facilmente anche molti obiettivi Nikkor.

Potrebbe essere una sfida
La fotografia digitale con gli ultimi apparecchi professionali (ma anche con gli ultimi modelli di smartphone) sta raggiungendo anno dopo anno livelli di qualità di ripresa anche nelle situazioni più difficili (scarsa luce, elevata gamma di luce, soggetti in movimento) talmente elevati da rendere quasi impossibile la foto tecnicamente sbagliata. E a questo si aggiunge la possibilità di interventi radicali in post produzione.
In pratica la capacità tecnica diventa alla portata di tutti, con la conseguenza di produrre migliaia e migliaia di foto buone, mettendo in crisi il fattore tempo per la scelta delle foto giuste, assieme al fattore distintivo della competenza. Un fattore tempo al quale la tecnologia sta pensando ma la strada è più lunga e difficile.

La sfida alla base di un ritorno all'analogico potrebbe essere quindi:
  • dimostrare la propria capacità di raggiungere risultati di qualità elevati con un apparecchio analogico;
  • riappropriarsi della scelta delle foto, non fare cioè centinaia di foto per perdere poi decine di ore a scegliere le migliori, ma fare le scelte direttamente in ripresa, con il film da 36 pose.
Vedremo come andrà, per un fotoamatore nostalgico (anche giovane) può essere anche un obiettivo divertente. E anche per amici e familiari un modo per vedere veramente qualche foto non virtuale, invece che migliaia di foto virtuali viste per un attimo via whatsapp e poi perdute, o mai viste da nessuno.

martedì 14 dicembre 2021

Un DAC esterno per iPhone o iPad

Tutti gli smartphone hanno un DAC interno per riprodurre i contenuti audio, sull'altoparlante o sull'uscita cuffia. Nei modelli recenti è certamente di discreta qualità, ma sui modelli Apple e in diversi Android la risoluzione massima è limitata a 24/48 o anche a 16/44.1 e, considerando il costo sempre più abbordabile dei DAC e i servizi streaming ormai disponibili in HD (Tidal, Qobuz e Amazon Music) può essere interessante dotarsi di un DAC esterno di buona qualità.

Personalmente ho risolto il problema da tempo passando per una connessione wi-fi, con Chromecast Audio, che però non è più in vendita, le alternative sono costose o non molto pratiche (anche quella proposta nel post precedente, con Chromecast Video via HDMI) e, soprattutto, non sono adatte all'uso in mobilità, E' quindi interessante provare l'alternativa rappresentata da una semplice connessione fisica via cavo, verificando in particolare come si realizza e se anche in questo caso mantiene la risoluzione del file audio in ascolto senza introdurre un downsampling. 

La connessione fisica
Gli smartphone hanno una sola uscita digitale con standard diverso a seconda del produttore, la Apple adotta un suo connettore proprietario che chiama Lightning (fulmine), un connettore a 8 pin compatto e senza verso. I vari produttori Android adottano in massima parte un connettore USB compatto, che può essere il vecchio standard Micro-USB nei modelli meno recenti o il più recente USB-C di caratteristiche analoghe al Lightning (anche questo è senza verso ed è più affidabile nell'inserimento).
Sull'altro lato i DAC hanno sempre un ingresso USB, che può essere USB-B, Micro-USB o USB-A, affiancato, nei DAC che hanno anche ingressi digitali ottici e/o coassiali da un altro ingresso USB per l'alimentazione.
In sintesi, occorre normalmente un cavetto speciale o un connettore di passaggio, e solo in pochi casi è utilizzabile direttamente il cavo di serie che termina con un USB-A maschio da inserire nella spina / adattatore per la presa elettrica da muro. Nel mio caso, ho tre DAC, due con USB-B ed uno con Micro-USB, che sono in effetti gli ingressi più diffusi. 

Il cavetto per il test
Il DAC da utilizzare per il test (il solito S.M.S.L. M3) ha un ingresso Micro-USB e avevo bisogno di un adattatore. Invece che utilizzare per collegare l'iPhone il normale cavetto USB-A ho deciso di provare il cavo Lightning - USB-C che viene fornito ora con gli ultimi modelli di iPhone per la connessione con i power bank o gli adattatori a muro più recenti, che stanno convergendo su questo standard, più pratico e universale. Il motivo di questa scelta (poco felice, come si vedrà) era che l'adattatore è molto compatto ed economico, coerente con le caratteristiche del piccolo DAC. L'adattatore USB-C <> Micro-USB è disponibile su Amazon in confezioni da 2 a poco più di 5 € ed è arrivato in un paio di giorni, Ma il test non è andato a buon fine.  I connettori sono fatti per connettere e non mi attendevo sorprese, ma collegando l'iPhone non succedeva niente: il DAC non vedeva la nuova sorgente accendendo il suo LED, e l'iPhone continuava a suonare l'audio che avevo selezionato per il test sul suo altoparlantino, ignorando il collegamento.

Analisi del problema
Ovviamente i sospetti si sono subito concentrati sull'economicissimo adattatore, ma per escludere ogni altra possibile causa ho voluto verificare se invece:

  1. la trasmissione audio verso un dispositivo USB deve essere abilitata su IOS
  2. il cavo che stavo usando è limitato solo alla funzione di caricamento della batteria. 
  3. lo standard USB-C ha limitazioni sulla trasmissione audio

Solita ricerca sul web e sulle varie guide YouTube ma nessun riferimento all'abilitazione per audio, solo che è necessario abilitare USB per ragioni di sicurezza, pensavo quindi di aver trovato la causa. Riprovato, nessun cambiamento.
Riguardo al cavo per confermare che fosse limitato in una sua funzione di base era necessario il collegamento al PC, per questo scopo serviva però un altro connettore, da USB-C femmina a USB-A maschio. Ormai avevo iniziato e dovevo continuare e l'ho comprato, soliti 7  Euro circa. Provato, funziona. L'ipotesi 2 è da escludere.
Per escludere la 3 dovevo collegare l'iPhone col cavo standard, questo richiedeva un connettore USB-A femmina - femmina che ho, e anche in questo caso la ipotesi è stata esclusa, perché non funzionava neanche in questo modo, escludendo l'economico adattatore sotto accusa.

La scoperta del cavo OTG
Ormai dovevo venirne a capo e ho esteso la ricerca, resa più difficile dal fatto che la connessione audio è molto  meno trattata, rispetto al video, alle foto, o alla ricarica con power bank di ogni tipo. La mia attenzione è però stata catturata da una sigla che compariva su alcuni cavi di connessione e non su altri: OTG ovvero On-To-Go, riferito di solito alla possibilità di connettere una videocamera o una fotocamera all'iPhone (o smartphone in genere). 

Sorgeva spontaneo un sospetto: anche i file video e foto sono file dati, ed evidentemente non vengono trasmessi a un'unità USB dall'iPhone se il cavo non è OTG e l'unità esterna non è un PC. Non ho voluto cercare il motivo di questa limitazione, mi sono limitato a cercare una conferma. Che ho trovato solo sulle recensioni Amazon di uno di questi cavi, nelle quali due acquirenti confermavano di averlo usato per collegare il loro DAC a un iPhone.
Bastava quindi comprare un cavo OTG Lightning <>USB-A femmina per connettersi al cavetto standard del DAC, collegarlo all'iPhone e ascoltare finalmente l'audio in cuffia pilotato dal DAC. E così è stato.

Tirando le somme
Ho perso un po' di tempo ma ho imparato un paio di cose: 1) mai fidarsi della parola "standard", i produttori di hardware sono in grado di rendere fuori standard anche gli standard di connessione più comuni, con varianti ed evoluzioni, 2) utilizzare col giusto distacco critico le guide  che abbondano su YouTube e sul web su ogni cosa, quelle che ho consultato (più d'una) per verificare se sbagliavo in qualcosa perdevano più della metà del tempo e dello spazio a spiegare cos'è un DAC ma ce ne fosse stata una che pronunciasse la sigla magica OTG.

Ho anche scoperto le motivazioni della nascita dell'USB-C: le prestazioni insufficienti per video 4K o foto RAW in alta definizione dello scomodo Micro-USB. E anche perché praticamente nessun DAC adotta la connessione USB-C: per l'audio anche in HD non ci sono problemi con le prestazioni dell'USB 2,0.

Il test
Ho collegato quindi l'iPhone e l'iPad al DAC esterno inviando in riproduzione audio in risoluzione a risoluzione superiore allo standard 16/44.1 avendo la conferma che viene inviato in riproduzione senza riduzione di qualità, come si vede nella seconda delle due immagini che documentano la riproduzione di un album di Simon & Garfunkel ora disponibile a risoluzione 24/96, che risultava correttamente inviato e gestito dal DAC.



La stessa trasparenza dovrebbe essere garantita anche per audio in risoluzione 24/192, poiché se ci fosse un intervento del driver IOS questo sarebbe già accaduto a 24/48, in base alla poca informazione esistente. Non posso però confermarlo con questo set di misura perché il DAC sulla porta USB gestisce audio in input solo fino a 24/96 e quindi fornisce questa informazione al dispositivo mobile, che effettua automaticamente un downsample.

mercoledì 1 dicembre 2021

L'alternativa a Chromecast Audio esiste ... è Chromecast

In realtà volevo semplicemente collegare YouTube all'impianto stereo. YouTube infatti è teoricamente un servizio per diffondere video, ma in buona parte (forse prevalente) diffonde musica, spesso accompagnata solo da un'immagine fissa della copertine o qualche foto. Per scelte non so da cosa motivate però su YouTube è selezionabile per l'invio solo Chromecast standard ovvero per video e non Chromecast Audio.

Poiché ho comprato tempo fa un convertitore da HDMI a digitale ottico o analogico mi è venuta l'idea di utilizzarlo per far arrivare tramite Chromecast standard il solo audio di YouTube all'impianto. Chromecast standard ha una sola uscita HDMI che può essere collegata a un monitor TV, che esegue poi la conversione dei contenuti digitali per la proiezione e l'ascolto, quindi il dispositivo non ha un convertitore interno. Che invece è presente nel convertitore (che si chiamava TianCai quando l'ho acquistato ad aprile ed ora, quasi uguale, si chiama Tihokilem, sempre su Amazon, costo simile intorno ai 20 €). L'input del convertitore è ovviamente un ingresso HDMI femmina, nel quale va inserita l'uscita Chromecast, affiancato da un selettore per input multicanale 5+1, stereo 2ch o bypass, sullo stesso anche l'alimentazione,


L'output ha invece tre uscite:

L'uscita centrale SPDIF ottica (toslink) consente di collegare un DAC per la conversione in analogico. In alternativa si può usare il DAC interno di questo componente per collegarsi direttamente ad un ingresso dell'amplificatore con le due uscite RCA. In più un'uscita HDMI consente di inviare in uscita anche i contenuti video in parallelo a quelli audio sulle altre due uscite.

Come funziona
In teoria abbiamo così a disposizione tutto quel che serve, non resta che provare. Sia Chromecast che il convertitore devono essere alimentati e quindi servono due prese vicino all'amplificatore, e questa è stata l'unica difficoltà che ho dovuto affrontare, nello spazio angusto che ho a disposizione il risultato è stato un intrico di cavi esteticamente non molto attraente.
Il funzionamento è immediato come da aspettative, avendo solo cura di collegare bene i vari cavi. Il primo test era ovviamente con il collegamento diretto all'uscita analogica.

Il dispositivo Chromecast HDMI è quello sulla sinistra (l'altro è Chromecast Audio)

Connessione con DAC esterno e verifica risoluzione
Il secondo test è invece sulla connessione alternativa con un DAC esterno, che ovviamente è il solito utilissimo e compatto S,M.S.L. M3. Un test che consente anche di verificare se con questa serie di passaggi la risoluzione dell'audio sorgente viene modificata o ridotta.

Si connette quindi con un cavo ottico toslink il convertitore al DAC, come si vede nella foto tra l'intrico di cavi, e il DAC oltre che suonare, mostrerà la risoluzione che vede in input.



Come si vede meglio nella seconda immagine la risoluzione in input al collegamento è 24bit / 48KHz, ovvero la risoluzione standard per l'audio nei contenuti video. Per verificare se il convertitore ha aggiunto qualcosa occorre provare cosa succede con risoluzione inferiore (44.1) o superiore (96). Il primo test (lo vediamo dopo) è con un album di qualche anno fa di Donna Summer ripubblicato in HD 24/44,1: si conferma che il convertitore opera in by-pass perché sul DAC è mostrato 44.1. Seconda prova a 24/96 con un album di Simon & Garfunkel, Bookends: la risoluzione in ingresso al DAC è ora 48KHz. Il dispositivo Chromecast quindi fa un downgrade in uscita per ricondurre il flusso allo standard audio-video. Non è grave, anche 24/48 è HD.

L'ascolto
Il primo test è stato fatto direttamente utilizzando una applicazione per la quale non è previsto Chromecast standard, ovvero Qobuz, L'album scelto casualmente (è una recente riedizione in HD) è I'm a Rainbow di Donna Summer. Come si vede nel secondo screenshot Chromecast standard (Sala da pranzo) è selezionabile.

L'album di Donna Summer del 1996 preso come esempio
Da Qobuz sono selezionabili entrambi i Chromecast
La selezione sul Chromecast "non audio" va a buon fine senza problemi

A questo punto proviamo anche con YouTube, la scelta cade sul simpatico gruppo USA Southern Raised.
Chromecast standard è ovviamente selezionabile

E l'ascolto parte senza problemi sull'impianto

Qualità dell'ascolto
Come riportato in precedenza abbiamo due alternative: collegare un DAC esterno in digitale ottico oppure sfruttare il DAC interno del convertitore, collegandolo direttamente a un ingresso ad alto livello (RCA) dell'amplificatore. Nella prima configurazione il dispositivo Chromecast effettua solo il trasporto del flusso dati senza elaborazione, se non il downgrade del campionamento a 48KHz se la risoluzione in ingresso è superiore (88, 96 o 192). Gli effetti di un'azione di questo tipo non sono facilmente percepibili e l'ascolto risulta quindi del tutto soddisfacente senza rilevare evidenti differenze a confronto con Chromecast Audio.

Diversa è la situazione nella seconda alternativa, dove la delicata operazione di conversione da digitale ad analogico è affidata a un chipset interno di un componente che fa molte altre funzioni e che è costato 17 € (e nei modelli ora disponibili continua ad essere in questo intorno di prezzo). La tecnologia procede continuamente verso rapporti prezzo / prestazioni sempre più favorevoli ma a quanto pare (e si sente) c'è ancora un limite inferiore da superare, e l'ascolto è risultato ad un livello di qualità insufficiente.

Il confronto l'ho fatto molto semplicemente con l'ascolto da YouTube degli stessi brani (jazz per Youn Sun Nah e soul per Cat Power) tramite Chromecast e convertitore rispetto all'ascolto  direttamente in cuffia dall'iPad. Con la prima configurazione l'ascolto non è adeguato, molto spostato sugli alti e anche poco preciso sui bassi, basso elettrico in particolare. Il semplice confronto in cuffia ha escluso problemi sui contenuti presenti su YouTube (dove l'audio è come noto sempre compresso) non mostrando nessuna anomalia evidente e consentendo comunque un ascolto piacevole. Non posso affermare che altri modelli di convertitore abbiano gli stessi problemi ma sappiamo da tempo che è sempre consigliabile usare un DAC esterno. Che peraltro ormai può costare anche meno di 100 € pur garantendo una qualità veramente Hi-Fi (come quello citato).

In sintesi
Chromecast Audio era una soluzione pratica, versatile, performante e super-economica per collegare un servizio streaming a un impianto tradizionale, ma Google ha deciso di sospenderne la vendita. Le alternative esistono e sono parecchio più costose (Bluesound e Sonos) o più limitate (Yamaha, non collegabile a DAC esterno). Fare ricorso al Chromecast superstite consente di ottenere quasi le stesse prestazioni a un costo comparabile (costa 25-30 € più i 20-30 del convertitore). Può essere quindi un'alternativa interessante, a patto che Chromecast video sia accompagnato da un buon DAC. Il DAC, perché l'operazione rimanga economicamente interessante anche non ricorrendo a un DAC già presente nell'impianto, potrebbe essere un DAC entry level come quello citato e le molte alternative anche più recenti, oppure quello già incluso in molti modelli recenti di amplificatore.

mercoledì 24 novembre 2021

Come è proseguita questa passione per l'Hi-Fi (2)

Non mi è ancora chiaro a quanti è interessata la mini-storia dell'alta fedeltà degli inizi negli anni '70, ma ormai ho iniziato e quindi devo finire. Ero arrivato, partendo da un compattone Lesaphon Vertical, che suonava anche 8 LP in sequenza, a un impianto con pretese Hi-Fi, formato da un giradischi Thorens TD 166, una testina Empire 2000 E, un amplificatore Rota Two Twenty e due casse acustiche Dynaco A25.

Ascoltavamo con discreta soddisfazione i pochi LP comprati (costavano un occhio della testa, con il prezzo di uno ci mangiavi a un discreto ristorante) e i non molti di mio padre, pur se la collocazione delle casse (sullo scaffale alto della mia stanza) e alcuni oggettivi limiti dell'impianto non facessero percepire un grande realismo, la magia dell'Hi-Fi, diciamo. 

Il "piatto forte" del primo impianto, quello che ha poi sfidato gli anni.

L'anello debole della catena
Quando una sera prima di cena, volendo ascoltare qualcosa assieme a mio fratello, accendendo l'amplificatore, senza mettere un disco nel piatto, sentiamo uscire dalle casse con voce potente "
Aqui November Papa, responde si puedes! aqui November Papa!". Eravamo piuttosto sorpresi che l'ampli suonasse anzi parlasse senza nessuna sorgente accesa. Poi ci siamo ricordati dell'alta antenna presente da tempo sul tetto del palazzo. Non avevamo captato il Comandante Raimundo Navarro di Alto Gradimento: un condomino era un radioamatore, aveva montato l'antenna, il suo nickname (diremmo oggi) era November Papa, e stava tentando di mettersi in contatto in onde corte con l'Argentina. Solo che il primitivo ingresso phono del Rota, probabilmente mal schermato, aveva captato non so in che modo un po' di onde corte.

Avevamo quindi un motivo oggettivo per mettere mano all'anello debole della catena (l'impianto era chiamato proprio così, peraltro; la catena hi-fi), abbiamo strappato un nuovo budget ai miei, appoggiato anche da qualche successo negli studi (non ricordo di chi di noi due)  e ci siamo messi all'opera, stavolta con l'intento anche di sentire a confronto i candidati, Ovviamente l'obiettivo era un Marantz, ma ormai, essendo un "nome" erano fuori budget, se non il modello base, il 1030 (15+15W) che temevamo potesse essere un altro componente di passaggio. Si parlava molto bene dell'amplificatore Dynaco SCA-80, un buon integrato da 40W, un modello recente di questa casa USA allora molto apprezzata. 

Nei selettori in basso alcune funzionalità speciali del Dynaco: la miscelazione mono-stereo utile per l'ascolto in cuffia, la possibilità di pilotare assieme due coppie di casse acustiche, la possibilità di attenuare gli alti o in alternativa i bassi.

Era un po' fuori budget ma siamo andati lo stesso a sentirlo in un negozio di Hi-Fi (uno dei 2-3 rimasti) e ce lo hanno fatto ascoltare in azione in confronto (se non ricordo male) con un Marantz. Il venditore ci faceva notare la evidente superiorità del Dynaco ma io, ingenuamente, gli ho detto che in realtà non riuscivo a sentire alcuna differenza (era un pezzo di classica che aveva scelto lui). La sua risposta è stata molto netta e ci ha fatto uscire dal negozio con la coda tra le gambe, ci ha detto, con tono di sufficienza: "se non riuscite a sentire la differenza non puntate a componenti hi-fi di questo livello". Non sono mai più tornato in quel negozio fino ad anni recenti ma forse non aveva tutti i torti, anche se voleva chiaramente puntare a venderci quel modello e non altri.

Una scelta sulla carta
Dopo quell'episodio abbiamo iniziato a selezionare gli LP più adatti a evidenziare le differenze e a portarceli dietro quando andavamo, a volte io da solo, a volte con mio fratello, ad ascoltare componenti. Ma l'amplificatore l'abbiamo scelto sule riviste e sulle recensioni. Perché in quel periodo la Yamaha aveva deciso di fare sul serio per entrare nel mondo dell'Hi-Fi e aveva lanciato la mitica serie CA  (Control Amplifier) con quattro modelli CA-400 (20W), CA-600 (30W), CA-800 (40W) e CA-1000 (50W). A parte la miriade di comandi (anche utili in realtà) erano i primi ampli di grande serie realizzati come ora: alimentazione surdimensionata, capacità di pilotare anche carichi difficili, potenza crescente con la resistenza delle casse (a 4ohm era il 50% in più) e così via. Infatti pesavano il doppio o il triplo dei pari wattaggio nominale, e i watt effettivi erano parecchi di più. Poi erano esteticamente molto belli, anche ora.

Il prezzo però era ancora abbordabile e con un discreto sforzo si arrivava al CA-600, che abbiamo comprato non ricordo bene in quale negozio, ma resistendo alle resistenze dei super-scontisti che stavano nascendo e non li facevano neanche ascoltare, quando è arrivato a casa e l'ho montato per farlo ascoltare  a mio padre, ha tolto le cuffie dopo qualche minuto e ci ha detto "si sente un canale solo". Era vero, difetto d'infanzia si dice, ma era in garanzia e dopo un paio di settimane è tornato e funziona ancora, anche se una approfondita revisione la richiede.

Le casse acustiche di seconda mano
Con l'arrivo dello Yamaha l'impianto stava diventando serio e ho fatto un altro intervento necessario: spostare le casse all'altezza delle orecchie. Nella mia stanza, che era anche la stanza della musica, c'era una libreria svedese e le casse Dynaco, che erano di tipo "bookshelf" ovvero "da scaffale" le ho messe appunto in due degli scaffali, togliendo i libri, sdraiate, con i tweeter ai lati, e finalmente nella riproduzione arrivava un primo accenni di spazialità, I bassi però già un po' debordanti in quei diffusori erano così un po' troppo enfatizzati, scurendo il tutto. 

Bisognava ovviamente aspettare un po' e, soprattutto, le casse erano l'acquisto più oneroso e si voleva puntare in alto, magari alle mitiche AR 10Pi le migliori della migliore casa (così la consideravamo, non del tutto a torto). Totalmente fuori da ogni ragionevole budget però. Così siamo andati in cerca di alternative, con i nostri LP di riferimento sotto il braccio: il jazz con Dexter Gordon e One Flight Up, la classica con il triplo concerto di Beethoven nell'edizione con David Oistrach al violino, Emil Gilels al piano, Mtislav Rostropvich al violoncello e Von Karajan direttore (!) e acustica e voce con Cruel Sister dei Pentangle. In un negozio, uno di quelli che resiste, ascoltando diverse casse ho sentito per la prima volta una chiara differenza a memoria: un passaggio complicato del violino perfettamente risolto nota per nota invece che l'inviluppo che ne faceva la Dynaco. Me le ricorderò sempre, erano le Goodmans Achromat, casse e produttore inglese poi perso nel tempo.

Le Goodmans Achromat degli anni '70: due vie con reflex passivo, una configurazione molto simile alla più nota Kef 104, best-seller del tempo.

Ma nel frattempo l'alta fedeltà si era diffusa abbastanza da rendere possibile la nascita di un mercato dell'usato. Così ci è venuta l'idea di puntare ad un modello abbastanza diffuso, che era in pratica la versione precedente della desiderata AR 10Pi: la AR 3a, che si trovava abbastanza in offerta nella seconda versione "Improved" (la precedente risaliva a qualche anno prima, quando l'hi-fi in Italia era cosa di pochi eletti, questa era la versione Europea e differiva solo per il cabinet e pochi altri particolari). Differiva in pratica solo per il raffinato crossover, mentre era sempre un tre vie, con woofer da 30 cm, midrange da 3,8 cm  e tweeter da 2 cm a cupola morbida (a proposito, che fine hanno fatto i midrange a cupola?). Usate diventavano un target raggiungibile.


Offerta numero 1. La ricerca è iniziata andando a casa di chi le proponeva per ascoltarle, ci accompagnava un amico di mio fratello, musicista dilettante. In una delle prime visite le AR 3a erano state verniciate di color nero, bene, mantenendo la venatura del finto legno, per uniformarsi all'arredamento. Ero piuttosto perplesso, ma le abbiamo ascoltate lo stesso, poi ho chiesto di rimuovere le tele di protezione degli altoparlanti, come logico, ed è arrivata la seconda sorpresa, la cupola di uno dei tweeter era deformata come se qualcuno ci avesse affondato un dito. Chiesto al proprietario mi ha detto che era proprio così, era stato il figlio piccolo una volta che le aveva lasciate senza tela. Ed in effetti visto che le aveva appoggiate per terra, erano alte come un bambino e la cupola era appunto, morbida. "Ma suonano lo stesso bene come avete ascoltato" ci disse. Intuivo che, anche se spostavano lo stesso l'aria, se i tweeter avevano una forma a cupola un motivo doveva esserci e così gli abbiamo detto che ci avremmo pensato, e la cosa è finita lì.

Offerta 2. Questa era molto lontana da casa e il proprietario le vendeva perché nella sua sala non aveva spazio, infatti aveva comprato delle Bose 901 omnidirezionali che aveva appeso in alto (idee e ingegnosità). Anche queste si scopriva che avevano qualche pecca (per questo entravano nel nostro budget) una volta erano cascate e si era ammaccato leggermente l'angolo di una, ma gli altoparlanti non avevano avuto danni, e inoltre su un tweeter erano dovuti intervenire per problemi nelle connessioni. le abbiamo ascoltate lo stesso a lungo, con accurata ricerca dei difetti. Non ce ne andavamo più, e così a u  certo punto è arrivato il bimbo del padrone (avrà avuto 5 anni) e ha chiesto "ma le comprano quelle casse, papà?".

Queste erano le omnidirezionali Bose 901 con 9 altoparlanti a larga banda per diffusore. Progetto di grande successo del professor Amar Bose che ha dato il via a un marchio ben presente ancora oggi. Suonavano bene.

La domanda del bimbo ci ha fatto sorridere ma non ci ha intenerito, abbiamo continuato i test, ma alla fine le abbiamo comprate. Montate non so come sulla 500 (pesano 25Kg l'una) e portate a casa, e anche queste usate per molti anni, riconate e attualmente ancora da riconare, Suono indimenticabile, superato per diversi aspetti ma coinvolgente come pochi.

Ma come? Un amplificatore da 30W con le AR 3a?
Lo so e lo sapevamo anche noi, sono casse dure, a bassa efficienza, richiedono finaloni di potenza per esprimersi al massimo ecc. ecc. Noi però ci siamo fidati della buona fama dello Yamaha, del fatto che la mia stanza non era molto grande, e che con le Dynaco girando anche molto poco la manopola del volume la musica si sentiva fino in cucina (e ai piani sopra e sotto). Forse quei watt erano veri.

E così è stato. Le AR 3a Improved sono state sdraiate anche loro su due scaffali (dove entravano appena) hanno riprodotto benissimo rock, West Coast, jazz, folk e classica, e ricordo ancora l'ascolto di un LP di musica corale (era la Passione di Matteo di Bach) quando ho sentito distintamente davanti a me le voci del coro alla giusta altezza, spandersi nella sala come le avevo sentite qualche anno prima in Ungheria durante una visita guidata alle chiese storiche. Non sono un appassionato di musica sacra, l'ascolto solo occasionalmente, ma è uno dei test più probanti che ci siano per la spazialità. Era peraltro un disco della Germania Est, rinomato per la qualità della registrazione.

Rimaneva il dubbio su come se la sarebbe cavata il CA-600 in una stanza più grande. Approfittando di una settimana nella quale i miei erano in viaggio all'estero abbiamo spostato l'intero impianto nella sala, molto grande, un salone doppio, abbiamo montato le casse su supporti che abbiamo trovato, e con alcuni amici abbiamo ascoltato l'effetto che fa. Musica classica, sinfonica, rock, nessun accenno di compressione o di distorsione  percepibile almeno alle nostre orecchie e al nostro senso critico di allora (ma c'erano anche un paio di musicisti anche se giovani), La sistemazione ideale aumentava anzi la qualità della riproduzione, rendendola ancora più realistica. Un altro mito dell'alta fedeltà infranto, almeno per me.

Finale
Ovviamente era scritto, laurea, finito il militare, sposato, lavoro, una nuova casa, l'impianto è rimasto nella casa dei miei e il successivo impianto ha dovuto fare i conti con le spese di avvio di una nuova famiglia di due sposi nella loro prima casa, come per tutti e come sempre, ma "il primo impianto non si scorda mai".