domenica 6 giugno 2010

Pure Audio Blu Ray

Ecco s'avanza un nuovo formato per l'alta definizione. Se ne parla in rete da tempo e adesso, nell'ultimo numero della principale rivista italiana di alta fedeltà, Audio Review, il direttore nel suo editoriale tecnico e una recensione di un lettore multiformato (e BD) Denon lanciano questa nuova alternativa agli ormai quasi dimenticati Super Audio CD (o SACD) e DVD-Audio, come supporto fisico per distribuire la musica in alta definizione. Per chi vuole saperne di più c'è anche un sito dedicato: http://www.pureaudio-bluray.com. Il nuovo standard è stato sviluppato dagli studi di registrazione msm-studios di Monaco assieme alla etichetta discografica 2L Lindberg.

Cosa c'è di nuovo? E, soprattutto, cosa ha di più rispetto al DVD?
La risposta è semplice, nulla. O quasi. L'obiettivo dovrebbe essere distribuire musica alla massima risoluzione possibile, che è quella dei master digitali attuali, quindi 24 bit / 192KHz. Un album di lunghezza standard, diciamo 60-70', occupa uno spazio disco di 5-6 GB. Ad esempio il noto album della Linn Records con la Scottish Chamber Orchestra impegnata nei concerti per piano di Beethoven, registrati a 24/192, per il 3°e 4° concerto (67' di musica) richiede 5,45 GB di spazio. Che è un po' di più di quanto può contenere un DVD standard (4,7GB), ma potrebbe essere contenuto comunque in un DVD double-layer.
Ma poi ci sono anche i sistemi di compressione lossless, come il FLAC. Sono lossless, senza perdita, e quindi si possono usare senza problemi. Con il FLAC si ha una riduzione di circa il 45-46% (dipende dal segnale musicale) e quindi sono sufficienti 2,46 GB, e in un DVD standard ci può entrare anche il concerto n.5 per un totale di 3,78 GB (e 103' di musica) come appunto nell'album venduto via Internet da Linn.

Ancora il multicanale
Ma col Blu Ray si potrebbe fare di più, dice Lucchesi, si potrebbe anche distribuire musica in alta definizione, a risoluzione piena e non soltanto stereo, ma anche multicanale.
Sul multicanale (5+1) personalmente ho molti dubbi (come la maggior parte degli appassionati o semplici utilizzatori di alta fedeltà, che infatti hanno ignorato questa supposta evoluzione dello stereo). Dubbi che ho espresso a suo tempo qui, aderendo alla campagna "we support real stereo" di TNT-Audio.
Ma anche supponendo che il multicanale in alta fedeltà susciti alla fine l'interesse di qualcuno, e che qualcun altro incominci a produrre in massa registrazioni in alta definizione multicanale, il ricorso al BD rimane superfluo, considerando che 60 o 70' di musica in 5 canali (circa 6,5 GB estrapolando i dati dell'album Linn che ho preso come riferimento) entrerebbero comodamente in un DVD double layer (8,5GB) o dual layer (9,4GB), ovviamente, utilizzando la compressione lossless FLAC (o APE o WavPack o altre).


Però questo sarebbe "pure audio", utilizzabile senza collegarsi al TV
Anche un normale DVD-R (o DVD universale) può esserlo. Lo può realizzare chiunque utilizzando ad esempio il programmino gratuito Lplex di cui ho parlato a suo tempo (tempo occorrente meno di un minuto, fa tutto in automatico) oppure comprandoli già fatti da Classic Records o altri (vedi il post "Il successore del CD esiste già"). Vi assicuro che dischi di questo tipo si inseriscono nel lettore e partono a leggere il loro contenuto dalla prima traccia come fa un qualsiasi CD. Basta che siano nel solo formato stereo o, al limite, solo in 5+1. Quando sono in doppio formato occorre un menu (a meno che il primo nell'ordine dei due, di solito il 5+1, vada bene). Se il disco è in formato SACD e si usa un lettore SACD è possibile usare il telecomando, se è un DVD-Audio bisogna usare per forza lo schermo TV (questo era un limite di questo formato, secondo alcuni), anche con i Pure Audio Blu Ray è possibile usare il telecomando del lettore Blu Ray sfruttando opportunamente alcuni tasti standard, e questa sarebbe la novità e il plus del nuovo formato.

Quindi è la solita speculazione, un tentativo di sostenere lo stentato affermarsi del BD?
La dietrologia non mi interessa e comunque non è un campo nel quale sono esperto, evito e rimando gli interessati ai numerosi forum sul tema. Ma perché invece non provare a vedere gli aspetti positivi di questo tentativo?

Forse qualcosa di buono ne può venire
D'accordo, SACD e DVD-A sono stati passi falsi e hanno fallito l'obiettivo, il semplice utilizzo del DVD (che infatti si chiama non a caso Digital Versatile Disc) anche per la musica ad alta definizione sarebbe stata la scelta più logica e coerente e avrebbe affiancato un nuovo supporto di alto livello ma di facile accettabilità al CD, evitando probabilmente anche la crisi dell'industria discografica degli ultimi anni, ma queste son cose che si vedono bene col senno di poi, e ormai il treno è passato (10 anni fa).
Ora c'è un nuovo supporto, stavolta finalmente unico e standard (anche qui dopo una battaglia durata almeno cinque anni) e con una buona immagine marketing di "ritrovato tecnologico di ultima generazione". Condizioni sufficienti a suscitare finalmente l'interesse sia degli audiofili sia dell'utente medio ma attento alle ultime novità tecnologiche?
Vedremo, intanto si può dire che:

  • anche se lo spazio disco del DVD sarebbe sufficiente, averne di più sarà sempre un vantaggio;
  • è incompatibile con i lettori CD (per esempio quelli per auto), ma anche il DVD lo è;
  • i Pure Audio Blu Ray proposti ad esempio dalla 2L risolvono però il problema includendo nella confezione un secondo disco in formato SACD ibrido, compatibile quindi anche con lettori CD
  • si potrebbero sfruttare ancor di più le prestazioni superiori della interfaccia HDMI;
  • il costo dei lettori può essere anche basso essendo basato su un prodotto di massa (vedi l'Oppo BD-83)
  • non è affatto detto che debba essere una alternativa assoluta alla "musica liquida", può convivere per prodotti e/o utenti diversi;
  • in fondo, non bisogna dimenticarlo mai, negli anni d'oro il CD ha prosperato perché esisteva una alternativa economica e diffusa della quale tendiamo a scordarci: la musicassetta; più sono le alternative disponibili e maggiore è la possibilità di rispondere alle richieste del mercato.
Avrà successo?
Questa previsione è la più facile e deriva direttamente dalla osservazione dei precedenti tentativi di introdurre nuovi standard nel settore. Se le case discografiche inizieranno a proporre una percentuale significativa delle uscite nel nuovo formato, e passeranno alla maggior parte nel giro di poco tempo (1-2 anni), SI'. Se inizieranno a tastare il terreno, mandando avanti piccole etichette indipendenti (come la norvegese 2L) puntando poi su "plus" che interessano a pochissimi come il multicanale, e continueranno ad essere terrorizzate dalla copia dei preziosi contenuti in alta definizione, NO. 
Non è una previsione difficile, la prima strada infatti è quella che le majors hanno seguito nel lancio del CD (successo), la seconda quella che hanno seguito nel lancio (?) del SACD (flop).
A quanto si è capito le majors stanno pensando con un qualche interesse a questa soluzione proprio perché si fidano maggiormente (non so quanto a ragione) dei sistemi anti copia previsti dal nuovo standard Blu Ray. Non si tratta quindi che di aspettare e vedere come si muoveranno effettivamente. Il pallino ce l'hanno loro.

Così si avrà anche risposta a un dubbio più volte espresso in rete e sulle riviste (ad esempio da Lincetto o Marco Benedetti), vale a dire che sembra improbabile che le case discografiche diano in pasto alle moltitudini di utenti Internet e PC armate di raffinati programmi anti-copia (e infinita pazienza) i loro preziosi materiali in qualità "master" (la massima possibile). Se lo faranno avremo la risposta.
Personalmente penso che una qualità superiore a quella del CD (24/96) sarebbe già sufficiente per la grandissima maggioranza degli impianti alta fedeltà diffusi nel mondo e per i loro "padroni" e che la "qualità master" sia un falso problema. Ma è una mia opinione.

(Nelle immagini 2 Pure Audio Blu Ray disponibili sui cataloghi 2L e msm-studios e una immagine della registrazione di Flute Mystery dal sito 2L)

sabato 29 maggio 2010

Il Musiland Monitor 01 US alla prova

ATTENZIONE. QUESTO POST E' DI MAGGIO 2010 , QUSETA MARCA E QUETO MODELLO DI DAC NON ESISTONO PIU E NEI PIU' DI 15ANNI PASSATILA TECNOLOGIA DEI DAC HA FATTO ENORMI PASSI IN AVANTI 

E' arrivato qualche settimana fa dalla Cina il DAC più interfaccia digitale di cui si parla, per via del rapporto qualità / prezzo particolarmente invitante (vedi il precedente post sui DAC USB), e che ho deciso di provare anch'io. Più che una prova a confronto, ne propongo una di funzionamento. Un confronto della parte più critica (il DAC) con DAC standard, come quelli inclusi in lettori multiformato o nel PC, per verificare i vantaggi che può portare, o con DAC di prezzo e (si spera) qualità elevata è da un lato complesso (servirebbero due catene in parallelo) e dall'altro fuori dalla portata di un semplice blog. Sarebbe bello che lo facesse qualche rivista, ma continuano a proporre i soliti amplificatori a valvole in classe A che consumano (e costano) come una Smart e testine a bobina mobile fatte a mano una per una.



Diciamo subito che a Vista Business, il sistema operativo che utilizzo attualmente, il software del Musiland non piace proprio. Nonostante tutti i tentativi di convincerlo che non si tratta di un software pericoloso o comunque di farsi gli affari suoi il sistema di Microsoft o Windows Defender o chissà quale altro pezzo di sistema continua a inserirlo tra i componenti bloccati e prima di sbloccarlo chiede altre due o tre volte "ma sei proprio sicuro di quello che fai?".  Naturalmente stavo usando il software arrivato su CD assieme al prodotto. Dopo di che però il driver riesce a partire e presenta una interfaccia (vedi l'immagine) non proprio ricca di comandi e spiegazioni ma comunque usabile. Inutile cercare in Internet il manuale, è in cinese, ma le operazioni essenziali sono abbastanza intuitive.

L'unica opzione che è necessario selezionare dal software del Musiland è la selezione dell'output, che può essere il jack per cuffia (HP: headphones) o l'uscita RCA (LINE). Io ho utilizzato il Musiland per connettere una cuffia elettrostatica Stax (era questo lo scopo per cui l'ho acquistato) e quindi ho usato la uscita Line e quella HP solo per brevi confronti.  E' anche possibile selezionare una frequenza di campionamento diversa da quella del materiale audio in input  (che viene rilevata automaticamente) accedendo a tab "Advance".

L'operazione preliminare da fare per ascoltare, almeno con il media player che ho deciso di utilizzare per la prova, Foobar2000 (il migliore secondo molti, anche se certo non il più pratico nell'uso) è la configurazione come "output device" nel pannello File > Preferences. Aggiungo che ho usato il driver standard WDM anzichè i driver ASIO che nei vari forum molti dichiarano superiori perché ... sono pigro (già non è facile farlo partire su Vista). E' possibile quindi che le prestazioni possano essere anche migliorabili.
Finite queste brevi operazioni preliminari e collegato il Musiland al pre per la cuffia elettrostatica e a null'altro (si alimenta dalla porta USB, come noto) si può iniziare ad ascoltare. 


Ho inziato con un brano semplice musicalmente, ma molto ben registrato, Diamonds and Rust di Joan Baez (digitalizzato a 24/96 da una ristampa in vinile alta qualità da un gentile appassionato di nome Doctor Robert) si apprezza in pieno la voce limpida di Joan Baez, gli arpeggi di chitarra e soprattutto di chitarra basso acustica, e il corredo di piccole percussioni. 

L'ascolto sembra pienamente appagante e non sembra che si possa chiedere di più. Il confronto con la cuffia Sennheiser dinamica, sempre collegata al Musiland con DAC 24/96 non sembra ad un primo ascolto comportare una perdita rilevante, poi si nota col tempo la minore estensione e pienezza dei bassi e anche una inferiore separazione dei vari messaggi sonori. Ma intendiamoci, sono differenze non molto marcate, con questa musica molto accattivante anche l'ascolto con il driver interno di Vista (24/48), sempre ovviamente con la cuffia dinamica, risulta ancora valido.


Passiamo quindi a qualcosa di decisamente più impegnativo, Beethoven nel noto disco Linn Records a 24/192 con la Scottish Chamber Orchestra. Lascio ancora il settaggio del Musiland a 24/96. Nell'orchestrale iniziale piani sonori ben distinti tra archi e fiati, con contrabbassi profondi sempre ben in evidenza, dinamica ampia e pieni orchestrali possenti. Ascoltando più a lungo e in modo ancora più critico sembra però che manchi qualcosa nel dettaglio, che le masse sonore dell'orchestra siano troppo compatte rispetto a quello che psicologicamente ci aspettiamo da una registrazione in alta definizione. Limiti del convertitore del Musiland? O è l'ascolto in cuffia che da' questa impressione, nel senso che psicologicamente si vorrebbe sentire espandere il pieno orchestrale nella sala, come in auditorium? A memoria però lo stesso disco, in DVD HD, neanche con l'Oppo non suonava più netto e stagliato come la nostra estetica di audiofili vorrebbe. Da considerare però che anche in sala da concerto si ascolta una massa sonora e non un insieme di strumenti. Non mi sento quindi di segnalare ipotetici limiti del convertitore, anche se ci saranno pure delle differenze e quindi possibilità di un ascolto ancora più naturale con DAC più raffinati e costosi di questa scatoletta cinese.

Comunque all'entrata del pianoforte i dubbi si allontanano, la performance diventa notevole, niente distorsione anche nei passaggi più veementi, naturalezza e precisione. Un buon indizio che le cose vanno bene è l'impulso ad alzare continuamente il volume per ottenere un coinvolgimento ancora maggiore. Notevoli veramente i fortissimi alla fine del primo movimemento (è il notissimo concerto n.3) con gli interventi dei timpani che sembrano quasi naturali nonostante la scarsa naturalezza congenita dello strumento "cuffia".
La distanza con la cuffia dinamica diventa qui ovviamente più netta soprattutto per la precisione ed estensione dei bassi.

Passiamo infine a 24/192 ascoltando il secondo movimento, che è un Adagio con il pianoforte in evidenza. Niente da dire, è quello che ci si aspetta di sentire da un sistema di lettura di alta qualità. 
Proviamo infine a risentire il primo movimento a 24/192. I dubbi di prima spariscono? Non è possibile un ascolto a commutazione immediata e alla cieca (l'unico che può dare risposte in qualche modo oggettive) e quindi mi guardo bene dal riportare conclusioni in base ad impressioni. Soprattutto considerando i dubbi diffusi sulla effettiva possibilità di ascoltare differenze tra il campionamento a 96 e a 192. Non posso non notare comunque che il suono sembra ancora più netto e pieno, ma può essere benissimo una suggestione. In ogni caso non si perde nulla, come è ovvio.

Difetti? Il rumore di fondo del Notebook con Vista. Le nuove tecnologie hanno cancellato il rumore di fondo del vinile o del nastro, ma qualcosa di analogico rimane: la micidiale ventola! Purtroppo il Musiland per Mac non è supportato e quindi bisogna convivere con questi fastidiosi limiti che affliggono per motivi ignoti i sistemi della famiglia Microsoft.


In conclusione confermo che il Musiland Monitor 01 US è un prodotto interessante, a un prezzo veramente basso (75 € inclusa spedizione da Hong Kong ai tempi d'oro dell'Euro forte, ora sarà un po' di più, ma sempre ben sotto i 100). Tenendo conto che include una interfaccia digitale in grado di usare una porta USB sino a campionamento a 192KHz, anziché ai 48KHz di tutti gli altri o quasi, grazie a circuiti di reclock interno (così affermano), assieme a un DAC integrato PCM. Per le stesse prestazioni era necessario in precedenza arrivare ad un prodotto come il Benchmark DAC a 10 volte tanto (o altri ancora più costosi). Non dubito (e anzi spero) che il Benchmark fornisca ancora qualcosa di più in termini di qualità, ma da questo breve test emerge, sempre a mio parere, che siamo già a livelli molto soddisfacenti.


Nell'ultima foto il set di prova.

domenica 25 aprile 2010

Ascoltare la musica liquida: la soluzione all-in-1

Per ascoltare la musica "liquida" scaricabile via Internet dai siti specializzati, possibilmente in alta definizione, bisogna assemblare normalmente diversi componenti, hardware e software. Una operazione che richiede pazienza e anche una certa competenza, e che magari va ripetuta anche per successivi ascolti se si utilizza, come sorgente, un notebook portatile usato anche per altri scopi.
Ma non c'è una soluzione più semplice, già pronta e compatta, insomma una soluzione "tutto in uno"?

Ma certo, anche perché con la tecnologia attuale, in una scatola delle dimensioni di un normale componente hi-fi può entrarci proprio tutto quello che serve, fatta eccezione, per limiti fisici invalicabili,  per i diffusori (le "casse").

La ipotetica soluzione all-in-1 dovrebbe quindi contenere:
  1. uno spazio disco dove memorizzare la musica liquida (uno storage server)
  2. un media player per organizzarla, selezionarla e suonarla
  3. un monitor per visualizzare l'archivio musicale e comandare il media player
  4. un lettore CD/DVD per leggere e acquisire la musica da supporto fisico
  5. una connessione ad Internet per acquistare e scaricare la musica liquida
  6. un convertitore digitale analogico (DAC) multiformato
  7. un amplificatore stereo per guidare le casse
Anche se la tecnologia consentirebbe una integrazione completa, non mi risulta che al momento sia proposto da alcun fornitore una unità che comprenda tutti e sette questi componenti. Però esistono già interessanti soluzioni intermedie. Ne vediamo alcune descrivendo le caratteristiche principali, e rimandando ad approfondimenti successivi per le più interessanti.

Cyrus 8xp d
Si tratta di un classico amplificatore inglese, piacevolmente compatto e molto apprezzato, in produzione con diverse versioni da molti anni, e costantemente aggiornato. Il costruttore ha aggiunto ora un DAC interno, che consente quindi di collegare anche un PC, sia su una porta S/PDIF (anche in HD fino a 96Kbps) sia su USB (limitato a 48K). Solo i punti 5 e 6 sono quindi inclusi in questa unità, che però è una soluzione molto indicata per la connessione di un notebook, in particolare di un MacBook della Apple (che ha la connessione S/PDIF), che potrà includere tutti gli altri 4 componenti. Diventerà ancora più interessante quando il costruttore (questione di tempo, penso), includerà un DAC di ultima generazione, in grado di gestire audio in alta definizione massima anche dalla porta USB.
E' una soluzione particolarmente orientata al versante hi-fi analogico e agli appassionati tradizionali. E che si sta diffondendo, con sempre nuovi modelli dotati anche di ingresso USB.

Olive O4HD Music Server
Tra i molti music server proposti da fornitori spesso agli inizi segnaliamo, sempre a titolo di esempio, questo, proposto da una casa americana specializzata, che produce solo in USA, certo non di prima grandezza ma già abbastanza affermata. Questo modello include tutti i componenti, fatta eccezione per l'amplificatore audio (7) e il download digitale (5).  Persino il monitor è incluso, con un comodo schermo touch screen sul frontale, di ridotte dimensioni ma sufficiente allo scopo, e comunque sostituibile da un monitor TV tramite una connessione HDMI.
Per l'ascolto quindi dovrà essere collegato all'impianto hi-fi come una qualsiasi sorgente analogica. Per incrementare la libreria musicale potrà essere collegato ad un computer mediante la connessione Ethernet  o Wi-Fi inclusa, mediante la quale sarà visto dal PC come uno storage server, o si potrà utilizzare la unità CD per importare musica su supporto fisico.
DAC di ultima generazione e qualità complessiva molto buona, a detta di Computer Audiophile, ne fanno una soluzione tra le più comode ed efficaci attualmente offerte dal mercato.

Mac Mini
Il popolare Mac compatto può essere anche una efficace soluzione all-in-1 per la musica digitale. Tutti i componenti da 1 a 5 li include, salvo il monitor, che però può essere anche realizzato con un collegamento ad uno schermo TV (se il layout lo consente: ovvero se è posizionato vicino ad esso). Al posto della tastiera per comandare il media player, che sarà in questo caso naturalmente iTunes, si potrà usare un iPhone o un iPod Touch con una apposita applicazione che lo trasforma in un comodo telecomando.
Rimane fuori solo il DAC (ce ne sono a partire da 100 €, come già accennato) e l'amplificatore.
Il costo è basso se confrontato ad altri prodotti hi-fi e quindi questa soluzione, anche se il Mac Mini fosse dedicato solo a questo scopo, potrebbe anche essere una delle più economiche, soprattutto per chi un buon amplificatore lo abbia già. In unione con un ampli come il Cyrus avrebbe tutti i componenti in due compatti box.
Unica limitazione (pratica) può essere rappresentata dalla incompatibilità con iTunes di buona parte della musica liquida in alta definizione disponibile (quella in formato Flac, il più diffuso, o WavPack). Non è una incompatibilità insuperabile, è una scomodità (un po' pesante) che richiede la conversione preventiva in formato Apple lossless del materiale scaricato in questo formato.
Perché proprio il Mac e non un altro PC qualsiasi? Perché è estremamente compatto e soprattutto è silenzioso.

Linn Majk DS-I
La soluzione all-in-1 proposta dalla Linn, l'importante produttore inglese (scozzese) che gestisce anche una casa discografica e un sito specializzato in produzioni musicali in alta definizione, è simile come impostazione al music server della Olive.

La differenza principale è che in questo caso è inclusa nella scatola la unità di amplificazione e invece non è incluso il disco fisso, ovvero lo storage server dove dovrà risiedere la libreria dei file musicali in formato digitale. Di conseguenza anche la unità di lettura CD/DVD, che per chi vuole passare al digitale serve essenzialmente per trasferire la musica in digitale, non è inclusa. La connessione allo storage server esterno (che può essere un modello qualsiasi, un PC o anche un modello specifico proposto da Linn) avviene tramite una connessione di rete Ehernet, utilizzando un protocollo standard adottato da diversi fornitori, il DLNA, e in casa potrebbe essere rappresentata da una comoda connessione powerline (su rete elettrica).
Per il resto è una unità molto versatile, con un gran numero di ingressi digitali ed analogici, e un amplificatore integrato da 100W, con qualità e potenza adeguati per qualsiasi sistema di altoparlanti.
Per la selezione e l'ascolto della musica può essere usato un PC (che vede questa unità come un DAC esterno) oppure, e questa sarà la soluzione standard per chi inserirà questa unità nel proprio impianto hi-fi, con un telecomando collegato via wi-fi, funzione che può essere svolta da un iPod touch o da un iPhone con l'apposito software.
Il music server della Linn è poi particolarmente progettato per gestire la musica in streaming, quindi i numerosi ingressi digitali possono servire per connettere al DAC trasmissioni musicali via satellite o da altre sorgenti digitali, ricavandone le migliori prestazioni. DAC interno che gestisce tutti i formati attuali e può essere aggiornato.

Naim Uniti
Uno dei massimi competitori in UK della Linn, la ben nota casa Naim (amplificatori, lettori CD, casse) propone un'altra interessante soluzione all-in-1, che si dichiara tale sin dal nome. L'insieme non differisce di molto dal Linn Majik DS-I, ci sono gli stessi componenti con in più il lettore CD (non multiformato né DVD, però). L'amplificatore incluso è di potenza inferiore e per il resto sono disponibili anche qui un DAC integrato adatto anche all'alta definizione e che supporta il formato FLAC, collegamenti in rete Ethernet e wi-fi per il disco esterno, anche qui con protocollo DLNA, numerosi ingressi e predisposizione per lo streaming di contenuti audio (che evidentemente in UK sono più interessanti che da noi, per un appassionato di musica).
Sulla qualità in confronto con il Linn il dibattito in rete è aperto, apparentemente sono in maggioranza i sostenitori della Naim (poprio come produttore) e questo vale anche per le loro soluzioni all-in-1. Non ho dubbi perà che anche la qualità del Linn sia più che buona.

La Naim ha comunque messo in commercio dopo lo Uniti (che pare abbia avuto un buon successo) una versione compatta e decisamente più economica, lo UnitiQute. A parte le dimensioni molto ridotte (la metà circa) e il prezzo decisamente inferiore (meno della metà) manca in pratica solo il lettore CD e per il resto le funzionalità sono equivalenti. Molto interessante quindi per chi non abbia già un ampli di qualità o lo debba rinnovare.

In sintesi, le soluzioni all-in-1 ci sono e si stanno sviluppando. I prezzi non sono economici ma neanche proibitivi, tenendo conto che occorre poco altro e si risparmia anche sui cavi. Il Naim Uniti è oltre le 3000 sterline, ma lo UnitiQute è sotto le 1500, sotto alle 2000 il Majik DS-I, e nello stesso livello di prezzo il Cyrus, il MacMini cme noto è intorno ai 600 €, e l'Olive è sotto i 2000 $ con 2TByte.
Investimenti impegnativi in assoluto ma quasi da fascia bassa se confrontati ai prezzi tipici dell'Hi-Fi.

Sarebbe bello poterli provare sul campo, ma non è nelle possibilità di un semplice blog. Le riviste del settore tipo Audio Review, che invece potrebbero, piuttosto che provare questi componenti che sicuramente interessano a molti, si attardano a provare componenti specializzatissimi hi-end come preamplificatori phono che costano cifre con le quali si farebbe due volte il giro del mondo e che interessano (forse) a 4-5 persone in tutta Italia.

sabato 3 aprile 2010

Lotta al caro disco

Qualche giorno fa stavo pagando dopo aver acquistato alcuni libri da Feltrinelli e ho visto vicino alla cassa l'ultimo CD, appena uscito, di Sade, Stavo per comprarlo ma mi è caduto l'occhio sul prezzo, che è rimasto sempre quello per un album nuovo, crisi o non crisi del CD, 20 € e 90. Il prezzo che le case discografiche cercano di imporre da anni e che la totalità degli acquirenti considera esagerato per un CD. A malapena lo accettano se si tratta di un CD da regalare (regalo poco originale) o dell'ultimo album del proprio gruppo o interprete preferito.

Un po' come in questo caso.  Ma esiste una alternativa per avere un CD "doc"?
Ma certo. Si può comprare su Amazon. Per esempio su Amazon UK, che è vicino e costa meno di spedizione. Non è che stia facendo la pubblicità a questo popolare e profittevole servizio (non ci guadagno nulla, non ho neanche la inserzione) racconto solo come funziona e mi chiedo come mai funzioni così.

Andando sul sito di Amazon si possono facilmente cercare gli album che interessano. C'è praticamente tutto (anche in formato LP) perché oltre al magazzino principale di Amazon stessa ci sono molti "negozi" associati. In questo caso si trattava di una novità, facilmente reperibile da Amazon, con un prezzo base di 7.08 sterline. Considerato il costo della vita in UK sono circa 7 € e già qui uno si fa qualche domanda. Grazie poi al cambio favorevole che deriva dal nostro caro Euro forte anche l'acquisto dall'Italia rimane decisamente conveniente. Quando ho acquistato io era a 0,9 e quindi partivamo a meno di 8 €. Poi c'è l'IVA (VAT) che però in UK è solo il 16,7% e si arriva quindi a 9,2 € circa, E chi non accetterebbe come prezzo per un CD appena uscito 9 o 10 Euro? Certo, comprando via Internet ci sono da aggiungere i costi di spedizione, ma aspettiamo un momento.

Visto che i costi di spedizione, che di solito sono attorno alle 3 sterline, diminuiscono proporzionalmente acquistando più CD ho cercato se c'era qualcosa di interessante da aggiungere. Per esempio l'ultimo disco e il sorprendente grande successo internazionale (per un album di qualità e anche minimalista) di Jack Johnson, Sleep Through The Static (#16 mondiale nel 2008). Questo non è più una novità e il prezzo è anche inferiore: 4,66. Un terzo disco? Mi andava di riascoltare il fulminante esordio di Amy MacDonald: è del 2007, sono sufficienti 4,60 sterline anche in questo caso.

Totale? La spedizione costava 2,96 GBP, l'IVA pesava per altre 3,3 sterline, i tre dischi venivano 19,9 sterline che, tradotte in europei soldi, aggiungendo anche il cambio maggiorato della carta di credito, facevano 22,9 € in tutto. Due soli miseri € in più dell'acquisto immediato da Feltrinelli o Mondadori.

E il tempo di spedizione? Dagli Stati Uniti effettivamente bisogna spesso aspettare molto, anche un mese, ma dal Regno Unito i tempi sono come in Italia, magari pure più rapidi. Dopo 5 giorni il pacchetto era arrivato con tre CD nuovi, completi di libretto, foto, testi, e anche della confezione ecologica tutta in cartoncino del coerente Jack Johnson. Che era una ristampa e quindi anche con bonus track (spesso è così nelle stampe inglesi).
Con una media di meno di 8 € tutto incluso per ogni album direi che la lotta al caro CD può dirsi vinta, sono costati  meno che acquistarli su iTunes (dove Sade e Jack Johnson sono ancora a prezzo pieno di 9,99 € e This Is The Life è a prezzo ridotto di 7,99). Ma per gli affezionati al formato album e alla musica su supporto fisico (come me) poi rimane ancora la confezione e la stampa su CD. Anche se adesso Apple ha introdotto qualcosa di simile, almeno come funzionalità, anche nel mondo digitale, i "digital booklet" associabili ad ogni album intero copiato.

Da osservare infine che il costo di acquisto potrebbe essere ancora più basso, almeno per il catalogo (gli album non novità) rivolgendosi agli altri negozi Amazon che vendono anche usato. I CD se tenuti regolarmente non subiscono usura e quindi si possono trovare a prezzi veramente bassi in condizione "as new". Ci sarebbe poi anche la alternativa eBay ma qui l'acquisto di CD richiede qualche attenzione in più, per la grande quantità di CD "fatti in casa" (anche e soprattutto all'estero, Forcella non è solo a Napoli) in cui si può incappare. Diverso ovviamente il caso per LP o DVD-A o SACD, che non sono realizzabili se non industrialmente.

Rimane invece senza risposta le domanda sottintesa sin dall'inizio: perché le case discografiche seguono queste strategie di prezzo? Forse perché qualcuno che compra nei negozi a questi prezzi ancora c'è. Forse perché Amazon può strappare sconti o accettare margini inferiori. Sta di fatto che, evidentemente, i CD potrebbero costare 10 €, e gli acquirenti (sempre meno numerosi) non fanno fatica ad averne la prova. Arriveranno mai alla conclusione che per vendere un oggetto forse conviene metterlo al prezzo che gli acquirenti potenziali sono disposti a pagare, prima che gli acquirenti potenziali svaniscano?

Per ora pare di no, e il recente rapporto sull'anno 2009 che si può leggere sul sito dell'IFPI (l'associazione mondiale della industria discografica) è tutto un inno ai magnifici risultati del download digitale, in forte crescita (ma la musica pesa per il 27% del totale e questa crescita non compensa la caduta del fatturato nei supporti fisici) e tutto un atto di accusa al colpevole numero uno, che per loro rimane sempre la pirateria.

mercoledì 24 marzo 2010

Magia dell'analogico: 2. Il Wi-Fi degli anni '60

Riprendendo a raccontare di come negli anni dell'analogico si potesse ascoltare la musica con ancora maggior fedeltà del tanto celebrato vinile eccoci a ricordare una tecnologia Wi-Fi degli anni '60. Una alternativa ai "bobina", i registratori a bobine aperte (reel-to-reel) e ai nastri pre-registrati, allora praticamente non diffusi da noi, che personalmente sto continuando ad acquistare (in USA di solito) incappando in registrazioni spesso eccezionali.

La tecnologia a cui alludo è molto nota, e penso che molti trovino bizzarro o insensato accostarla a un suono di qualità. Parlo infatti dell'FM Stereo. Che era sicuramente senza fili, ma sorprendentemente anche di alta qualità, almeno prima di ... ma non precorriamo i tempi. Alta qualità rispetto all'LP, naturalmente, che all'epoca non era circondato dalla incondizionata ammirazione di ora. Stampe non perfette, vinile di bassa qualità, giradischi e bracci non sempre impeccabili, usura e necessità di pulizia, rendevano questo sistema di non facile gestione (per questo poi il CD è stato accolto, almeno all'inizio, come una liberazione).

La radio FM nella sua versione stereo non aveva questi problemi d'origine, e per un certo periodo è stata la sorgente preferita in molti impianti di alto livello, come testimoniato dalla presenza sul mercato di sintonizzatori di costo assai elevato, come il famoso Sequerra della foto, che costavano come una utilitaria dell'epoca.

Non in Italia, però
Da noi le cose sono andate diversamente. La radio diffusione era nata in modulazione di ampiezza AM, ed è rimasta tale sino agli anni '40-'50, quando la nuova tecnologia in modulazione di frequenza (FM), che consentiva una migliore ricezione ed una risposta in frequenza più ampia (e quindi anche di trasmettere la musica in modo adeguato) è diventata disponibile commercialmente, prima in USA e poi nei paesi europei. Il passo successivo per arrivare all'alta fedeltà era aggiungere i due canali necessari per l'ascolto in stereo, e quindi per la ricostruzione spaziale. A questo risultato si è arrivati all'inizio degli anni '60 (nel 1961 in USA è stato approvato dalla commissione governativa preposta lo standard e sono iniziate le trasmissioni).

In Italia invece c'era un monopolio chiamato Rai. Con i suoi laboratori all'avanguardia, ma anche con i suoi tempi lentissimi. Quasi subito, pochi anni dopo la disponibilità della nuova tecnologia, sono iniziate anche in Rai le sperimentazioni in FM Stereo. Solo per poche ore al giorno ed apprezzabili solo dai pochi che investivano in sintetizzatori stereo, costosi ma utilizzabili per ben poche trasmissioni. Come sarà stata valutata la efficacia di questa sperimentazione non lo sappiamo, ma sta di fatto che è durata dai primi anni '60 sino agli anni '70, fino a quando il monopolio è caduto con la esplosione delle radio libere, che hanno iniziato ad utilizzare in modo esteso anche questa tecnologia, ormai matura. Nel 1982, in uno scenario del tutto mutato, sono iniziate le trasmissioni regolari in stereo anche da parte della emittente pubblica, che seguivano quelle in filodiffusione attive sin dagli anni '60.

C'è da dire che negli anni dell'immobilismo Rai qualcun altro trasmetteva in FM Stereo, era Radio Vaticana (quindi quasi solo musica classica) e gli appassionati si rivolgevano anche a questa emittente.

Negli anni '70 finalmente l'FM Stereo era quindi una realtà. Purtroppo del tutto inutile per chi cercava la qualità. Nel frattempo infatti era iniziato l'assalto all'etere, l'affollamento delle radio, le sovrapposizioni di frequenza, le sovramodulazioni, e parlare di qualità d'ascolto era quasi ironico, tenendo conto che spesso non era garantito neanche l'ascolto, neanche dalle stazioni maggiori. Oltre 30 anni dopo, a testimonianza di come riusciamo in Italia a rendere stabili le situazioni instabili, la situazione non è molto migliorata. Anche dove l'ascolto è diventato quasi stabile e con segnale forte e non disturbato è rimasta lo stesso una promessa. Le stazioni commerciali hanno infatti iniziato ad adottare sistemi computerizzati per la diffusione della musica, archiviata ovviamente in formato compresso (MP3 e simili) con le ben note limitazioni in termini di qualità. Il canale trasmissivo è ora di migliore qualità, ma il contenuto trasmesso è compresso, non può raggiungere i parametri di qualità richiesti dall'Hi-Fi.

Il suono FM
A fronte di una risposta in frequenza meno estesa rispetto a quella consentita teoricamente dal disco microsolco (LP in vinile), 15KHz anziché 20KHz, la tecnologia FM Stereo garantisce un minore rumore di fondo e una gamma dinamica spesso superiore, e in generale una superiore musicalità e ricostruzione spaziale. A patto che il segnale sia sufficientemente forte, l'antenna ben posizionata, il programma all'origine ben registrato.

Negli anni dell'analogico, se la musica arrivava da un LP evidentemente non si poteva migliorare di molto, magari un vantaggio c'era perché il giradischi non era quello del mobile Hi-Fi Grundig o JBL, ma un formidabile (e ora ricercatissimo) EMT professionale.

Ma il vero plus si otteneva se quello che era diffuso era un programma registrato dal vivo, o addirittura trasmesso dal vivo. Nel primo caso era registrato su nastri master di alta qualità, nel secondo caso era trasmesso senza interposizioni e conseguenti perdite di qualità. Se i microfoni erano disposti bene (ed erano tempi in cui in queste cose si guardava meno ai costi rispetto ad ora) il risultato non poteva che essere ottimo, di solito superiore all'LP.
Naturalmente parliamo soprattutto di musica classica, ma non mancavano, per esempio alla BBC, concerti dal vivo di musica folk o moderna, che sono poi diventati dischi anni dopo (come le BBC sessions dei Pentangle)

Il risultato, per chi viveva in zone dall'etere poco congestionato e poteva ascoltare in FM stereo Radio Vaticana o i pochi programmi Rai sperimentali, era una qualità che poteva tenere testa alla migliori registrazioni su vinile e anche superarle in molti casi. Esattamente come avveniva negli USA, dove difatti era una situazione comune vedere negli impianti hi-fi, anche di livello elevato, un sintoamplificatore invece del tradizionale amplificatore specializzato.

E ora?
E' ancora una tecnologia di qualche interesse, per chi voglia sperimentare strade alternative nell'analogico? Direi di sì. la situazione nella radiofonia è rimasta infatti più o meno uguale a quella degli anni '70 e '80, l'unica differenza è che ora quasi tutte le trasmissioni FM, Rai e private, sono in stereofonia (con quale qualità è poi da vedere) e che il "far-west dell'etere" creatosi negli anni '70 non è stato risolto (in fondo sono passati solo 30 anni), ma si è cristallizzato. Continua ad essere difficile in alcuni casi e in alcune aree affollate (come Milano o Roma) ascoltare emittenti, incluse quelle Rai, che trasmettono attenendosi ai parametri. Ma in generale, investendo magari in una antenna esterna, è possibile raggiungere una ricezione adeguata.

In teoria tutta la radiofonia dovrebbe essere passata già in digitale, da quasi dieci anni, con il nuovo standard DAB (Digital Audio Broadcasting) o con l'alternativa T-DMB. In realtà invece sono in corso solo sperimentazioni ma non esistono piani certi di diffusione. Una scheda sulla situazione della radio digitale terrestre si può leggere qui. Ma il ritardo, per gli appassionati di alta fedeltà, è in questo caso un bene. Lo standard DAB prevede la diffusione del segnale in formato compresso e non ha come obiettivo un miglioramento della qualità rispetto all'FM, ma altri servizi e un migliore sfruttamento dell'etere. meno che mai l'alta definizione (anche se tecnicamente sarebbe possibile tutto). Quindi, meglio così.

In sintesi, come si può provare il suono analogico FM?
Per prima cosa, se non c'è nell'impianto, bisogna procurarsi un sintonizzatore. Sono componenti ormai spariti dai negozi di alta fedeltà, cancellati dal caos dell'etere, ma si trovano facilmente su eBay, soprattutto in Germania o nel Regno Unito, dove la transizione alla radio digitale terrestre è stata invece effettivamente avviata. I modelli sono moltissimi, sono affidabili, tutta elettronica e non soggetti a grande invecchiamento; conviene rivolgersi a quelli relativamente più recenti a sintesi di frequenza (come le autoradio). L'antenna può essere il solito doppino a T dentro casa o, meglio per chi può, una antenna esterna. Nei negozi di elettronica ben forniti si trovano ancora facilmente questi componenti.
I programmi in effettiva alta fedeltà che si possono ascoltare sono quelli musicali di Radio Vaticana, alcuni programmi di Radiorai 3 (eccezionali i concerti dal vivo) o le trasmissioni in FM stereo del canale di musica classica della filodiffusione FD5 (100.300) che trasmette 7x24, a volte però registrazioni storiche, magari interessanti, ma in mono e di qualità non eccelsa, e soprattutto ad un livello molto basso, probabilmente per attenersi ai parametri o forse per vincoli legati alla filodiffusione (che incredibilmente esiste ancora e ha ancora abbonati, non si sa quanto consapevoli di esserlo) con conseguente rischio di rumore di fondo.

Tutto il resto, inclusa la migliore emittente musicale italiana (Lifegate Radio) pare proprio che sia trasmesso a partire da audio compresso, l'ascolto può anche essere piacevole, ma si sente la differenza.

Quindi pochissime emittenti e pochi programmi, e in maggioranza di musica classica, ma quando la trasmissione è quella giusta si riesce ad ascoltare con una naturalezza del suono ed una efficacia nella ricostruzione spaziale sorprendenti, che consentono di apprezzare anche in questo caso la magia dell'analogico.

domenica 28 febbraio 2010

320 GB? Troppo pochi

Giorni fa in un grande negozio di informatica ed elettronica sentivo una giovane signora, aspetto da "housewife" (donna di casa) commentare ad una sua amica alcune offerte di dischi esterni per PC in offerta. "Attenzione, questi hanno solo 320 GB. Troppo pochi".
Riempire 320 GB di disco non sarebbe una impresa tanto facile. Ma effettivamente i nuovi modelli di dischi USB senza alimentazione esterna sono da 500 GB. E quelli con alimentazione da rete sono da 1000 GB, ovvero 1TB. Misura un tempo da mega CED, tipo Banca d'Italia o Anagrafe Tributaria. Non so cosa volesse caricarci sopra la signora. O se semplicemente andasse ad orecchio.

Ma effettivamente un modo per riempire queste memorie di estensione enorme c'è. Se l'obiettivo della signora fosse quello di archiviare i filmati dei figli la riempirebbe con 130 ore di video HD in alta definizione, e fino a 800 ore in SD e modalità "risparmia spazio" (i dati variano da videocamera a videocamera). In ogni caso, tempi in grado di stroncare anche la nonna più affezionata ai nipotini. E poi, bisognerebbe anche editarle queste centinaia di ore di video. Servono almeno altrettante centinaia di ore.

Non penso però che fosse questo l'uso primario previsto. O perlomeno non il solo. Penso che l'obiettivo fosse l'archiviazione dell'oggetto più voluminoso che si trova gratuitamente in rete: un film compresso in DiVX. Sempre nella negletta unità esterna ce ne starebbero 300 o qualcosa di più. Per finirli bisognerebbe vederne uno al giorno (riposando la Domenica) per un anno intero, che mi pare un buon ritmo. E poi qualcuno di questi film si potrà anche cancellare.

L'uso improprio
La mia riflessione era però un'altra. La immagine che vedevo era quella di milioni di famiglie italiane (o europee, o americane) che riempivano i dischi dei loro PC di film e di musica. Molta più di quella che potrebbero ragionevolmente vedere o ascoltare (secondo uno studio della EMI di qualche anno fa circa il 30% del materiale scaricato dalla rete non viene ascoltato né guardato). Ed è tutto materiale generato dalla rete stessa.
Infatti, mentre calcolavo mentalmente quanti film in DiVX ci sarebbero entrati, ho anche realizzato che nessuno ha mai messo in vendita film in questo formato. Sono in vendita i DVD, ancor prima le cassette VHS, ma i film in formato compresso, mai. Forse solo un esperimento della Nokia di qualche anno fa, ma per i loro modelli di smartphone. Quindi le decine di migliaia di film in DiVX, peraltro in varie lingue, che girano vorticosamente sulla rete, da eMule ad Adunanza a BitTorrent ai vari siti "streamer", sono stati tutti "rippati" (a volte anche superando le protezioni, operazione non proprio semplice e che richiede software a pagamento: altro paradosso) e sono stati messi in circolo da una moltitudine di volontari, che hanno dedicato una quota non marginale del loro tempo a fare questo servizio per gli altri. Ammirevole e inatteso altruismo.

Lo stesso vale per gli MP3. Il dowload digitale legale di musica compressa esiste, è vero. Da noi c'è solo iTunes (con quote di mercato infeeriori che in USA) che non distribuisce musica in MP3 (ma in AAC, uno standard Apple), ma all'estero funzionano alcuni siti (pochi) che distribuiscono in MP3 libero da protezioni DRM. Però sono pochi sul totale. La maggior parte del materiale musicale MP3 o in altri formati adatti allo scambio via Internet ha la stessa origine: il lavoro infaticabile di un elevato numero di "formichine" dedite all'aggiramento dei diritti di copia.

Eppure, nonostante questa lampante evidenza, da un certo punto in poi i lettori DVD regolarmente in commercio hanno cominciato ad includere il decoder DiVX, e così i lettori CD nelle autoradio o nei coordinati Hi-Fi hanno incominciato a leggere i file MP3.

Di fronte a moltitudini determinate i controlli e le leggi draconiane servono a poco, soprattutto se non sono affatto condivise, servirebbero corrispondentemente moltitudini di controllori, che costano e quindi non ci sono. Come si vede in altri campi, ad esempio nel controllo dei flussi migratori nel nuovo mondo globalizzato.

Venire a patti con la realtà
Così, per le copie in rete che finiscono su tutti questi dischi esterni i vari legislatori hanno infine deciso di applicare la misura più paradossale, inventata e già applicata ai tempi della prima invasione delle copie, cioè ai tempi delle musicassette Philips (e poi dei nastri VHS): la cosiddetta "levy" (per esteso "private copying levy"). Una tassa, o meglio un prelievo preventivo, sugli strumenti che saranno utilizzati in modo non conforme alla legge. Le cassette un tempo, poi i CD e i DVD, e ora (tra un po') i dischi esterni della signora o le altre memorie per computer. Prelievo che poi arriverà ai detentori delle copie per compensarli in misura percentuale alla quota di mercato dei guadagni perduti. Paradossale, il legislatore stesso ammette che la legge è ignorata e convive con questa elusione, chiedendo una sorta di multa forfetaria preventiva a tutti.
Neanche i legislatori credono quindi che i dischi da 320 GB della signora siano riempiti con video auto prodotti di reportage sulle vacanze o sui progressi dei piccoli di casa.

La strategia delle case discografiche e cinematografiche, che è da sempre l'apparentemente assurda richiesta di pene sempre più severe, forse trova una spiegazione: drammatizzando il problema hanno strappato un prelievo sicuro a loro favore, curato direttamente dai loro governi.

Uno studio dell'Agcom
Su questi temi, sui diversi scenari e anche sulla debolezza dei luoghi comuni (ad esempio, siamo sicuri che il download digitale non legale sia la causa della diminuzione del fatturato delle "majors"?) ha dedicato un ampio studio, sorprendentemente, proprio l'autorità per le comunicazioni, o Agcom (Indagine conoscitiva. Il diritto d'autore sulle reti di comunicazione elettronica). Pubblicato la settimana scorsa, si può consultare sul loro sito, oppure leggerlo anche direttamente qui. Un punto di vista libero da pregiudizi e una trattazione completa di tutti gli aspetti. Molto interessante.

I paradossi del copyright
Nonostante tutti gli sforzi però il vecchio copyright di prima della radio continua a stare lì, difeso con le unghie e con i denti dai beneficiari, e anche gli utenti di Internet stanno sempre lì, intenti a copiare ogni cosa, anche per farne scorte per tempi peggiori, a quanto pare, indifferenti a campagne martellanti ("non ruberesti mai una borsa in un negozio ...") e ipotetiche pesanti sanzioni. E stanno sempre lì gli esperti del settore, intenti ad inventare nuovi sistemi di protezione "democratici" e diffusi. Regolarmente ignorati dai detentori dei diritti e dai legislatori. Affascinanti come la licenza "Creative Commons" (che usiamo anche noi) ma adatti solo quando non ci sono di mezzo soldi e fatturati da proteggere.

E così continuiamo a galleggiare in mezzo ai paradossi. proviamo ad  elencarne qualcuno, in forma di FAQ (le risposte sono ovviamente aperte a commenti e osservazioni).

Cosa succederebbe se non ci fossero sanzioni e controlli per il materiale sotto copyright?
Semplice, diminuirebbe sino a quasi sparire la quota di musica e film venduti regolarmente. Questo spiega l'opposizione totale dei detentori di copyright.

Le pene severe quindi hanno ottenuto effetto?
Se non ci fossero, la situazione sarebbe quella descritta sopra. L'efficacia nel diminuire o annullare la quota di download non legale è però quella che vediamo: quasi nulla.

Sanzioni più ridotte (es. multe) ma più sistematiche avrebbero maggior effetto?
Alcuni lo sostengono, è più dissuasiva una punizione certa, anche se lieve, di una pesante, ma del tipo "a lotteria".

Allora perché i detentori di copyright vi si oppongono?
Perché temono che potrebbero avere solo una delle due cose: la diminuzione delle sanzioni per chi è "beccato", mentre la sistematicità (cioè l'impegno degli inquirenti) rimarrebbe quella attuale. Con la sparizione o quasi dell'effetto dissuasivo.

Perché gli utenti copiano materiale che non vedranno o sentiranno mai?
Forse perché temono che il bel gioco prima o poi finisca, o per inesauribile desiderio di possesso. Non si capisce però perché quasi nessuno va due volte al cinema a vedere lo stesso film, mentre in casa si dovrebbe tenere la copia di un film che ha già visto. In una cornice di regole certe comunque le copie "per uso futuro" diminuirebbero.

Si uscirà mai da questo limbo di semi-legalità per il materiale protetto da diritti di copia in Internet?
Continuando così, no. Internet è una rete globale, mentre le risposte normative o sanzionatorie, e le leggi sul copy-right, continuano ad essere nazionali. Non sono uniformate neanche a livello di Comunità Europea. E non si vede all'orizzonte nessuna iniziativa orientata ad una regolamentazione globale, operazione peraltro assai ardua. La introduzione ed estensione della "levy" è un passo verso la "cronicizzazione" di questo stato di fatto.

Se invece le majors della musica e del cinema riuscissero veramente a vietare i contenuti protetti, Internet finirebbe o deperirebbe?
E perché mai? Internet ormai è una realtà consolidata. Facciamo l'esempio di YouTube, il 90% (ipotesi) del materiale esistente è in realtà sotto copyright, in qualche modo tollerato o sfuggito ai controlli. Se sparisse resterebbe il 10% auto-prodotto, comunque tanto, ma al momento "chiuso" da quello professionale. Emergerebbero molti più produttori di contenuti dal basso, ci sarebbero molte più Amy McDonald nella musica o Zoro nel cabaret politico. Il livello di qualità si alzerebbe di giocoforza, e i contenuti a pagamento proposti dalle majors e dagli autori professionali dovrebbero affrontare una forte competizione, favorita dal fatto di essere gratis. Probabilmente nella musica e in altre forme di entertainment (es. i videoclip) si avrebbero forti riduzioni di fatturato, ottenendo l'inverso dell'obiettivo, e i musicisti dovrebbero campare con i concerti. Meno nel cinema, dove il gradino è ancora molto alto (ma non è impossibile fare film validi a basso costo). Internet diventerebbe sempre di più uno spazio per visitatori attivi e partecipanti, anziché passivi e simili ai tradizionali tele-spettatori.
In sintesi, non sarebbe poi un male.

(Le illustrazioni sono relative a due media-server, di Iomega e LaCie, quindi oggetti proprio specializzati per questo uso, la riproduzione di contenuti scaricati, nella gran parte dei casi illegalmente, da Internet. Due apparecchi tra i tanti regolarmente in commercio)



domenica 7 febbraio 2010

Il PC nella catena Hi-Fi: alternative e dubbi

Torniamo sul tema che abbiamo affrontato maggiormente nelle ultime settimane e che vede un continuo incremento di interesse e di novità. Premettendo che, per chi ricerca approfondimenti, recensioni di prodotti e ultime notizie, la fonte migliore di informazione è al momento la rivista on-line Computer Audiophile, segnalata anche da Giamp in un recente commento. Il target però (nel senso economico del termine) è piuttosto orientato verso l'alto.

L'ascolto è analogico
Partiamo dalla fine, o dall'inizio, dal nostro punto di vista di ascoltatori. Il nostro apparato uditivo è certamente analogico e quindi la prima cosa di cui abbiamo bisogno è un sistema in grado di produrre onde sonore. Questo sistema è rappresentato ovviamente dai diffusori (o casse acustiche) oppure da una cuffia, e dall'amplificatore (sempre analogico) in grado di pilotarle, ovvero di portare il segnale in ingresso al livello adeguato per farle funzionare (non mi addentro volutamente in alcun dettaglio tecnico).  Amplificatore che, nelle comodissime ma non molto diffuse casse attive o amplificate, è contenuto al loro interno.

La prima cosa da analizzare è quindi da questo lato: vogliamo utilizzare ampli e casse che già abbiamo? Acquistarne di nuove e migliori? Stiamo creando un secondo impianto? Sulla scelta e selezione di questi componenti ho provato a scrivere una guida semplificata su Musica & Memoria, alla quale rinvio.

Supponiamo quindi che questa parte dell'impianto ci sia già, quello che serve e su cui centrare l'attenzione è quindi il DAC, il convertitore analogico - digitale che ha il delicato compito di convertire i contenuti digitali sul PC in un segnale analogico elettrico gestibile dall'amplificatore.

Alta definizione oggi o domani?
E qui arriva la prima alternativa (e il primo dubbio): un DAC in grado di gestire anche contenuti ad alta definizione (HD) o limitato a quelli in qualità CD?

In base a quanto scrivevo in un precedente post sulla ritrosia delle majors discografiche nel distribuire o diffondere contenuti HD sembrerebbe accettabile, ancora per un po', anche la seconda soluzione. Però esistono le etichette indipendenti che hanno, per fortuna, almeno il 30% ed oltre del mercato e che credono un po' di più che per sviluppare un mercato in decrescita bisogna offrire qualcosa di nuovo. E di conseguenza il materiale HD disponibile non è poco, ed è in crescita; non ci sarà tutto, no, ma abbastanza per riempire, volendo, la memoria del nostro PC. E, ovviamente, un DAC ad alta definizione gestisce pienamente anche materiale in qualità CD 16/44.1.

Il DAC
Quindi il primo dubbio è sciolto: serve un DAC ad alta definizione, possibilmente 24bit/192KHz o anche 24/96. E cade anche il secondo: se conviene o meno utilizzare un DAC che già abbiamo, per esempio un lettore CD dotato anche di ingresso digitale.

Tra i DAC disponibili le alternative sono soltanto due: il tipo di ingresso digitale (USB, firewire o ottico-elettrico S/PDIF) e la gestione o meno del campionamento a frequenza più elevata (192KHz). La grande maggioranza del materiale digitale HD non è a 192 e comunque non pare proprio che si riesca a sentire la differenza, quindi anche i modelli a 96, a parità di rapporto qualità / prezzo, possono andare bene. Anche per quanto riguarda l'ingresso non ci sono molti dubbi. L'ideale tecnicamente sarebbe il firewire, ma per qualche motivo commerciale i produttori si sono dedicati maggiormente allo USB, superando i problemi tecnici che ne rendevano difficile l'utilizzo per questo scopo.

Il risultato è che esistono molti convertitori HD con ingresso USB, anche di prezzo terreno e con favorevoli recensioni, e pochissimi (ma molto costosi) convertitori firewire.

L'ingresso standard S/PDIF andrebbe anche meglio, se fosse presente sul PC, questo avviene solo per i Mac o quasi, e quindi interessa poco a tutti gli altri. Possono essere collegati con una interfaccia digitale, come la HiFace di Manunta, della quale tutti parlano bene. Ma non si vede la necessità di complicare la catena con un altro componente, a meno che il DAC con ingresso digitale ci sia già. O per la maggior scelta di modelli.

Quindi (a meno che per i fortunati possessori di Mac, che comunque hanno aperta anche la alternativa USB) la soluzione è un DAC con ingresso USB. Anche se non molti, ce ne sono ormai diversi disponibili; ad esempio:
- Musiland Monitor 01 US (ca. 100 €)
- HRT - High Resolution Technology - Streaming Audio Pro (ca. 700 $)
- Benchmark DAC 1 USB (ca. 1200 €)
- Ayre Acoustics QB-9 Asynchronous USB DAC (ca. 2500 $)

Alla differenza di prezzo corrisponde probabilmente una differenza di qualità, anche se non in proporzione lineare (nell'alta fedeltà la curva prezzo / qualità è logaritmica, nel senso che incrementi anche piccoli di qualità richiedono incrementi anche molto consistenti di prezzo, man mano che si sale). Tutto deve essere comunque proporzionato a quanto viene dopo, cioè al sistema ampli + casse.
Questa lista è naturalmente parziale e soprattutto, se la facessi tra 2 o 3 mesi, già comprenderebbe altri prodotti. Non approfondisco comunque qui il tema della scelta del DAC, voglio soltanto arrivare al punto che ne esistono ormai diversi modelli, anche a prezzi relativamente accessibili e quindi sì, un PC, anche un diffuso modello Windows, può essere connesso a pieno titolo e senza particolari complicazioni alla catena Hi-Fi, diventando la sorgente del suono.

Dove mettere la discoteca (digitale)
Sorgente del suono e contenitore della musica, e qui si arriva ad un ulteriore dubbio, con la scelta tra tre alternative: disco interno, disco esterno USB, disco esterno Ethernet (o storage server).

Archiviare la musica digitale (in alta definizione oppure a qualità CD o anche compressa) sul disco interno è la soluzione più comoda. meno componenti nella catena, ideale soprattutto se si usa un notebook. E' solo una questione di capacità.
Un album in alta definizione 24/192 da 60', anche compresso in Flac, richiede ca. 2-2,5 GB e quindi 200 album già riempirebbero un hard disk di un notebook di ultima generazione (500 GB). Chiaramente tutto cambia se il mix è diverso. Un CD normale 16/44.1 sempre compresso lossless in Flac occupa 250-300 MB e quindi ne entrerebbero 2000 nello stesso disco. Ognuno può farsi i suoi conti. Ma nel caso di PC fisso a mio parere la soluzione disco interno è comunque la migliore, potendo aggiungere (di solito) altri dischi e considerando il calo continuo dei costi.

Se comunque gli album sono molti di più (ma subito) o se abbiamo un notebook con un disco piccolo o occupato da altre cose si può usare una memoria esterna. Dico da subito, perché, proprio per il fenomeno della diminuzione continua dei costi delle memorie, conviene aspettare e poi eventualmente trasferire su un disco esterno.

Disco esterno che è molto conveniente sia uno storage server. I dischi USB costano poco ma, se si usa un notebook, sono un altro oggetto da attaccare e spostare qua e là. Personalmente non lo trovo comodo. Lo storage server invece si può posizionare in una parte qualsiasi della casa. Dopodiché sarà accessibile come unità di rete da qualsiasi PC fisso o mobile che abbiamo, condividendo quindi la libreria musicale. La connessione in rete potrà essere wi-fi oppure (mio consiglio) la più semplice ed affidabile power-line. Si usa cioè la rete elettrica di casa con interfacce Ethernet da collegare direttamente alle normali prese della luce presenti in ogni stanza. Comodissimo, poco costoso, e senza problemi di interferenze o onde radio ad alta frequenza  in giro.

Il media player
Resta l'ultimo dubbio rappresentato dal gestore della libreria. Avevo già parlato della alternativa che in questo caso è sostanzialmente ristretta a MediaMonkey, Foobar2000 e iTunes.
Il media player della Apple è certo più accattivante e più comodo nell'uso, ma non gestisce i file in formato Flac e quindi non è utilizzabile, in pratica, per una libreria di titoli in HD (che sono distribuiti quasi sempre in questo formato). MediaMonkey è gratuito, gestibile senza troppi problemi e ultimamente è stato dotato anche di una funzionalità che alcuni (inguaribili pigri) ritengono indispensabile e che è presente su iTunes: il telecomando tramite iPhone.

Dematerializzare i CD
Un ultimo prodotto necessario su PC è un ripper per trasferire i contenuti sui nostri CD nella libreria, per rendere la musica definitivamente "liquida" (per chi vuole fare anche questo passo).
Per chi usa iTunes invece è una funzionalità di base molto comoda comoda e veloce anche perché il software della Apple ci prova comunque e sistematicamente appena inseriamo un CD nel lettore su PC. L'unica accortezza è configurare il media player impostando la conversione sempre in formato lossless (Alac in questo caso).
Ance MediaMonkey e Foobar2000 includono complete funzionalità di ripping.

Nota 4.1.2015:
in tempi successivi a questo articolo le alternative e le modalità
ottimali per il ripping sono state approfondite in diversi post che si
possono consultare dalla pagina di indice sulle soluzioni
per la musica liquida)


Tutto semplice? Nessun'altra alternativa?
No, naturalmente ce ne sono altre. Media server evoluti e soprattutto quella che mi riprometto di esaminare da tempo: il Linn Majk DS e gli altri oggetti integrati digitale / analogico, che alcuni produttori Hi-Fi stanno studiando o già proponendo, come nel caso della nota casa scozzese.

(Le immagini si riferiscono ad una piccola selezione degli album in alta definizione disponbili per download digitale dal sito HDtracks; dal jazz brasiliano di Ana Caram a Keith Jarrett, ai Kinks, al flauto jazz di Herbie Mann, e molta musica classica, inclusa parte della produzione della celebre etichetta italiana Foné)


venerdì 29 gennaio 2010

Cos'è l'INA?


Non è una compagnia di assicurazioni, ma è l'Institut national de l'audiovisuel, quindi una istituzione statale francese che, come dice il nome, si occupa di preservare la produzione audiovisiva in lingua francese.
Ne parlo perché in questi ultimi giorni sembra impegnato in una offensiva su YouTube per cancellare e rimuovere i videoclip, appunto, francesi, che si trovano in gran numero sul grande portale video mondiale.
Me ne sono accorto perché sulla pagina dedicata in Musica & Memoria alla segnalazione dei videoclip preferiti, molti sono di una fantastica e irripetibile interprete e musicista francese, ovviamente mi riferisco a Françoise Hardy, e sono stati purtroppo falcidiati da questa bizzarra iniziativa. Come il videoclip di Ce petit couer, uno dei migliori interpretazioni (di una canzone sua), al quale si riferiscono queste immagini.

Non è che siano spariti da YouTube, naturalmente, per uno che ne trovano altri due ne nascono, e così più o meno tutti i video clip anni '60 (tranne l'introvabile La bilancia dell'amore in italiano) si trovano lo stesso.

Andiamo quindi a vedere sul sito dell'INA cosa ci fanno con i video dei quali hanno acquistato evidentemente i diritti o la possibilità di distribuirli.  Il sito sembra ben fatto, moderno, e contiene una grande quantità di materiale. Dei video di Françoise Hardy però, ce n'è soltanto una parte, e anche piccola, rispetto a quelli disponibili su YouTube. Mancano peraltro i migliori, la magnetica interpretazione di Voila, il brio inimitabile del già citato iCe petit coeur. L'hanno eliminato da YouTube ma lo stesso non lo rendono disponibile.

L'offerta
Ma quelli che ci sono, ad esempio L'amitie in una esecuzione dal vivo, come sono offerti in visione?
Essendo un istituto statale si suppone che non operi a fine di lucro (cioè non punti al profitto), il che non vuol dire necessariamente che metta a disposizione il materiale gratis. E infatti dal sito si può vedere solo un misero pezzetto iniziale di ogni video, e per vedere tutto (sempre nella risoluzione di YouTube) occorre andare nella sezione e-Commerce. Dove si vede sempre lo stesso pezzetto, più piccolo, ma si può comprare la visione integrale per la modica cifra di 1 Euro e mezzo (un prezzo un po' alto per Internet). A quanto si capisce l'acquisto può avvenire con download in formato DiVX (protetto con DRM) oppure mediante spedizione su un DVD (soluzione pensata evidentemente per più clips).
A quanto si capisce, perché il sito è rigorosamente in francese, tranne una piccola parte sulla home page (i francesi sono imbattibili nella loro ostinazione). Per acquistare un brano occorre acquistare una ricarica minima di 10 €, ho provato a farlo (vedi dopo il risultato) per vedere se la qualità è superiore a quella che di solito si trova nei video che girano su Internet.
Mi viene anche il dubbio che gli stessi video siano disponibili in vendita regolare da qualche altra parte. Provo quindi a cercare anche su iTunes, ma evidentemente i detentori dei diritti (quelli appunto dell'INA, a quanto si capisce) preferiscono la vendita sul loro sito "regionale" (contenti loro...).

Magari qualcuno ha pubblicato questi videoclip (ripeto, spesso veramente belli) su qualche DVD in commercio? Cercando su Amazon se ne trova solo uno: Temps de souvenir, del 2005, leggendo la completa recensione di un simpatico acquirente dal nome di Shlomo Sinatra si scopre però che i clip degli anni '60 costituiscono in tutto solo 22' del DVD, e alcuni sono anche tagliati, per il resto c'è una lunga intervista alla musicista giovane in francese senza sottotitoli (i francesi sono imbattibili, come dicevo prima) e la maggior parte del disco è dedicata a clip degli anni successivi sino ai giorni nostri, non tutti, a quanto scrive (ma ci credo, avendone visti alcuni) imprescindibili.


Acquistare i video
Non conoscendo il francese (che almeno però non è il tedesco) si procede un po' alla cieca, scoprendo ad esempio che i francesi non usano il termine universale "download" ma "télécharger", e affidando fiduciosamente a queste spiegazioni nella lingua d'oltralpe i dati della propria carta di credito (i passi da fare sono comunque sempre quelli) si riesce a completare l'acquisto.
Che, avendo la formula del prepagato, richiede di partire da un minimo di 10€ anche per comprare un solo video. Ma non è finita qui, perché al momento del "download" si scopre che viene scaricato in realtà un file di 1KB che avvia la modalità VOD (Video On Demand) del lettore  DiVX installato in genere di default sul vostro Notebook (se è un Vista o un Mac, almeno). E' una "fiche", un ticket, un biglietto per l'acquisto. La salita al Parnasso però non è ancora finita, perché probabilmente sarà richiesto un upgrade del lettore DiVX standard (che ha richiesto sul mio PC anche un riavvio completo) e, infine, la creazione di un altro account (anche INA ovviamente richiedeva di aprirne uno) e la sua validazione, nonché la lettura di pagine intere di istruzioni in inglese (per fortuna ridondanti, almeno su Vista) sul sito ufficiale DiVX.


Alla fine però il video viene scaricato in qualche cartella misteriosa del PC e finalmente visualizzato. Quante altre persone si sono sobbarcate o si sobbarcheranno mai a queste ansiogene (e lunghe) operazioni per acquisire un video clip degli anni '60 o altri estratti dalla TV francese? Mistero.

I famosi video ufficiali
Ma quale è poi la qualità di questi video ufficiali, garantiti e certificati? Più o meno quella dei video di YouTube, non reggono il "tutto schermo" e l'audio è appena discreto. Anche il formato, come si può vedere dagli screenshot (che provengono dai video scaricati, dove è indicato "ina.fr" e che, lo preciso, sono migliorati con l'editor come qualità delle immagine) non è sempre perfetto, erano in origine probabilmente non esattemente 4:3 e sembrano almeno leggermente "anamorfizzati" (stretti).


Ho scaricato "L'amitie", "Ma jeunesse fout le camp", " "Pourtant tu m'aimes", a parte il primo non li avevo visti in precedenza, ma non mi sento di escludere che fossero già disponibili in Internet gratuitamente da qualche parte. Un video di Françoise Hardy è sempre un piacere da vedere, e per quanto mi riguarda i 4 Euro e mezzo pagati sono ben al di sotto del loro valore, ma non so quanto questo accreditamento di valore sia condiviso.
Ovviamente i video sono protetti, e quindi sicuramente non sono scaricabili su una memoria USB per vederli su un altro PC o su un lettore DVD multiformato. Ma è possibile masterizzarli (rimangono protetti, immagino, ma non so con quali limitazioni) e soprattutto si potranno, presumo, catturare con uno dei 100 programmi a pagamento o gratuiti creati allo scopo.


In sintesi
In sintesi, l'Institut national de l'audiovisuel tenta di impedire con la sua azione (non ci riesce perché gli utenti YouTube sono una marea, ma questo è un altro discorso) la visione e la diffusione nel mondo dell'arte francese, contrariamente alla sua ipotetica missione. Per tentare invece di guadagnarci (coprirsi le spese) vendendoli. A ipotetici acquirenti interessati che veramente non saprei quanti siano (a parte me che li ho acquistati per questo test).

Almeno fossero disponibili in ottima qualità, comodamente su DVD. Neanche questo avviene, come si è visto.

Il tutto si iscrive nel tentativo ormai ventennale (perseguito con particolare tenacia in Francia) di far pagare i contenuti di valore (premium, in linguaggio televisivo) presenti su Internet.
Non sono un sostenitore del "tutto gratis" e sono consapevole che il nostro mondo è basato sulle leggi economiche. Ma mi limito a registrare quanto appaiono velleitari e marginali tentativi come quelli dell'INA.
Nel mondo Internet dove, come è noto, il maggior successo economico l'ha ottenuto qualcuno (Google) che apparentemente fornisce tutto gratis. Proprio come la TV generalista italiana che ha fatto la fortuna di Mediaset e del suo fondatore.