giovedì 24 dicembre 2015

Netflix alla prova (con qualche delusione)

In molti aspettavano Netflix, che era descritto come un servizio di streaming video dal catalogo vastissimo, una specie di Spotify per i film e le serie TV. Negli USA ha 60 milioni di abbonati (tutti a pagamento, nessuna versione free ovviamente) e in certi giorni occupa il 20 o 30% di tutta le rete Internet del più potente Paese del mondo, ed è da un paio d'anni arrivato in Europa. Prima in UK, dove ha avuto un'ottima accoglienza, poi in Francia (così, così) e in Germania (idem) e dal 21 ottobre anche in Italia (vedremo i risultati a breve).

Come abbonato Sky poco soddisfatto della scelta di film asfittica su Sky On Demand, attendevo questa disponibilità per una verifica, tenendo conto che era previsto un mese di prova ed il costo partiva da un economico 8 € (meno un centesimo) al mese. Questo blog si occupa di musica e tecnologia ma lo streaming è un nuovo modo di fruire dei contenuti da seguire con attenzione. Una affermazione forte in un settore di molto maggior interesse rispetto alla musica avrebbe ricadute anche nel nostro mondo, quindi vediamo come funziona anche il famoso Netflix e perché, come da titolo del post, rappresenta a mio parere una delusione almeno parziale.

Così si presenta Netflix ora per i non abbonati

Come funziona
Si vede subito che è stato sperimentato ampiamente e semplificato al massimo nell'uso. L'abbonamento si può attivare con molti servizi di pagamento, tra cui PayPal, una volta attivato usando soltanto username e password si può accedere da PC desktop, smartphone o tablet (dopo aver installato l'apposita app), le maschere di ricerca dei contenuti sono semplici e con uso minimo di menu. Qualche incertezza nel mio caso nell'utilizzo con lo smart TV (Sony Bravia) ma forse dipendeva da quest'ultimo. In ogni caso risolta una volta scoperto il busillis con l'aiuto dell'assistenza Netflix, nel mio caso attivata con chat online, in inglese, per evitare le attese molto lunghe dell'assistenza telefonica in italiano, evidentemente sotto stress nelle prime settimane di avvio del servizio.



Netflix su smart TV
Sul Sony, come sugli altri smart TV immagino, la app Netflix è difatti già installata, ma era disattivata e oscurata sino al 21 ottobre. E' diventata visibile dopo parecchie ore (il giorno dopo) e questo è stato il primo problema da superare. Poi con semplice inserimento di username e password, per il quale viene proposto un comodo tastierino che consente un inserimento abbastanza agevole anche con il telecomando, si entra anche qui nel proprio account che si presenta con la stessa grafica e la stessa interfaccia. Il secondo problema che è sorto è che quasi sempre la visione risultava impossibile, come spiegazione un sibillino messaggio di errore: "Al momento non è possibile riprodurre questo titolo. Riprova più tardi o seleziona un altro titolo". Pensavo che fosse il carico eccessivo su alcuni titoli o sulla infrastruttura Netflix nei primi giorni, e quindi ho provato più volte anche disconnettendo l'account (una operazione meno semplice e che richiedeva più passi, suggerita dal contact center e anche dalla app stessa).
Alla fine è emerso che sul Bravia le app sono accessibili con due modalità: SEN (Sony Enetrtainment Network) e Home > "contenuti Internet" e sulla prima (per motivi ignoti ma che ho rinunciato ad approfondire) si verificava questo problema. Bastava scegliere l'altra strada, che per la legge di Murphy non avevo scelto da subito, e tutto funzionava regolarmente e speditamente.

La selezione della app Netflix su uno smart TV

La visione in qualità standard e HD
Il primo contratto che ho sottoscritto come test era quello standard, 7,99 €/mese e la qualità devo dire che era già molto buona (meglio di alcuni non HD Sky, ma la differenza qui la fa l'originale e il suo riversamento in digitale). Netflix garantisce per il servizio HD standard una visione a 720p o superiorie e per Ultra HD 1080p (se la banda lo consente). Durante il mese ho poi fatto l'upgrade a HD (9,99 / mese) per vedere la differenza. In questo modo ho anche verificato il famoso protocollo adattativo di Netflix, che effettivamente funziona molto bene. All'inizio la risoluzione è bassa e arriva in poco tempo a livello HD (non so giudicare se pieno o parziale), dopodiché la visione è fluida e di ottima qualità.
Si può interrompere e la app ricorda il punto di interruzione e consente di riprendere a distanza di giorni, non solo sullo smart TV ma su qualsiasi altra device collegata a Netflix.

Uno dei film disponibili, La marcia dei pinguini.

Ricerca e selezione dei film
Le funzionalità di ricerca sono più potenti rispetto a Sky On Demand, grazie alla possibilità di una ricerca testuale (vedi dopo alcuni esempi) agevole soprattutto se si usa un tablet, e grazie alla possibilità di accantonare i film interessanti da vedere in seguito ("le tue scelte". Qualsiasi sia il dispositivo che utilizziamo per le ricerche o la visione tutte le informazioni e lo storico sono unificate sull'account e su ogni profilo creato per l'account. I profili sono un massimo di 5 di cui uno per i bambini (dove si possono mettere limitazioni) e quindi sono sufficienti per memorizzare esigenze e gusti diversi di una famiglia media.

Il catalogo
Tutto bene quindi, se non fosse per il catalogo. Che era l'aspettativa maggiore rispetto al nuovo operatore del settore. Si articola all'ingrosso in tre settori: film, documentari e serie TV (in gran parte, queste ultime, prodotte direttamente da Netflix). Sulle serie TV c'è un'ampia scelta e soprattutto sono presenti serie non trasmesse su Sky ma che hanno avuto un grande successo in USA, come Grace and Frankie o Narcos. Chi ritenesse troppo ridotta l'offerta di Sky può quindi con una modica (rispetto ai costi di Sky) integrazione, aggiungere anche questa opportunità di intrattenimento seriale.

Tutt'altro discorso per il cinema. Siamo lontanissimi da un catalogo vero e proprio, anche per il cinema americano e anche per il cinema non doppiato ma solo sotto titolato (avremmo accettato queste limitazioni). La scelta disponibile in Italia è veramente ridotta. In allegato sono visibili molte videate di ricerca per attori e registi molto noti. Per dare qui solo qualche esempio, di un regista e attore famosissimo come Clint Eastwood (oltre 50 film come attore e 37 come regista) ci sono in tutto 4 film di cui solo uno come regista. Di Woody Allen 5 e certo non tra i più significativi. Italiani inesistenti (zero per Salvatores che pure vinse un Oscar, uno ma solo come attore per Moretti) e neanche per i classici esce fuori qualcosa (zero Sofia Loren, zero Sordi). Non è un catalogo quindi, è una scelta di film non tanto recenti e che secondo Netflix interessano al grande pubblico e che possono essere usati come base per i suggerimenti personalizzati (vedi dopo).

La fase di ricerca dei film da vedere. la prima lista è personalizzata
Un esempio di ricerca per il grande Clint Eastwood
Nulla di molto diverso, in sostanza, rispetto al concorrente Sky On Demand - Cinema, anzi qualcosa di meno, non si paga un extra per le novità (Primafila le chiama Sky, costano dai 3 ai 5 € circa) ma il vantaggio è solo teorico perché semplicemente le novità non esistono, anzi non sono riuscito a trovare un film che conoscessi risalente non dico a 6 mesi - un anno, ma almeno a 2-3 anni fa. E moltissimi sono i film già visti in TV anche in chiaro, oltre che al cinema, decine di volte (ad esempio non so se in Italia c'è qualcuno che ancora non ha visto Notting Hill, a meno che abbia di proposito evitato questo film). Per contro il numero totale di film, come vediamo dopo, è superiore.

Il catalogo USA
La scarsità di titoli potrebbe derivare dal doppiaggio, dalla necessità di avere film da visionare in lingua italiana. Si diceva quindi che il catalogo USA fosse, quello sì, veramente ampio. Per verificarlo basta l'abbonamento italiano perché Netflix si limita a richiedere che sia usato "principalmente" nel paese in cui è stato sottoscritto (vedi punto 4.3 delle Condizioni di utilizzo per l'Italia). Il vincolo eventuale dipende quindi solo dai diritti di visione del film differenziati dalla casa produttrice per nazione, relativamente ai quali sono evidentemente piuttosto elastici visto che si tratta (per i film) di seconde o terze visioni, mentre i serial sono prodotti in maggioranza dalla stessa Netflix.

Si può quindi verificare il catalogo USA se siamo in viaggio in Nord America oppure sbloccando l'accesso con uno dei molti metodi esistenti (non so quanto legali), oppure ancora, più semplicemente, consultando un sito derivato dal successo di Netflix, che si chiama NetflixTable e fornisce settimanalmente il riepilogo delle nuove uscite per tutti i paesi nei quali il servizio è disponibile, nonché il catalogo generale (con il link di fianco si può visionare il catalogo aggiornato al 21.12.2015). In questo modo ci si toglie anche il dubbio che l'abbonamento italiano comporti comunque limitazioni.

Il catalogo purtroppo non è diviso tra serial e film e non riporta il nome di attori e registi, Per un confronto bisogna quindi cercare i titoli (in inglese) uno ad uno.
Scegliendo un noto regista che ha diretto molti film (23) ma non moltissimi, Ridley Scott, si ha la conferma anche per questa strada che i film disponibili in USA sono effettivamente solo 2, contro i 3 in Italia, ma non gli stessi (Albatross - White Squall, American Gangster e Soldato Jane in Italia, Il Gladiatore e Black Hawk Down in USA). Abbiamo così anche la conferma che l'abbonamento italiano non ha limitazioni una volta che si accede a Netflix USA.



Continuando il check si vede che per Woody Allen i film presenti sono sempre 5, anche se più recenti, per Clint Eastwood 2 anziché 4 ma non ci sono i western all'italiana, Hugh Grant 9 contro 3 in Italia. Per Martin Scorsese i titoli sono 3 anziché solo uno. Infine, cercando tra i titoli più recenti, anche se non proprio di questa stagione, si scopre che in USA Blue Jasmine oppure A Serious Man Netflix li fornisce solo su DVD (come ai primi tempi per il noto servizio). Rispetto all''Italia una maggiore scelta di film relativamente più recenti ma non recentissimi e più noti (e quasi tutti USA, come c'era da attendersi) ma la differenza non è molto rilevante.

Possiamo anche calcolare la consistenza del catalogo: in totale i contenuti, serial inclusi, a dicembre 2015 in USA sono 7054, e i film sono certamente meno della metà.
Nel più noto e completo data base di cinema e video mondiale (IMDb) i film nell'ultimo report statistico aggiornato ad oggi sono 340.196 (feature) e quindi su Netflix ne sono presenti all'incirca l'1% .  Non è quindi un catalogo tra cui scegliere liberamente, ma un bouquet variabile di offerte in campo cinematografico che segue i gusti prevalenti del pubblico.


Un approccio diverso
Il successo di Netflix non deriva quindi dall'ampiezza del catalogo e dalla possibilità per l'appassionato di trovare tutto quello che cerca o quasi (fruizione attiva), ma nella efficienza della personalizzazione per il singolo profilo utente. Basandosi sulle scelte fatte e sulla conoscenza delle scelte che sono fatte comunemente da tutti gli utenti, vengono proposti i titoli che il cliente Netflix desidera vedere, non importa se non sono recenti o se magari sono già visti, e lui o lei è contento e non disdice l'abbonamento (operazione molto agevole devo dire, che si può fare in un clic). Una fruizione passiva ma con scelta finale del cliente, che è quella che la maggior parte dei clienti cerca, a quanto sembra, e che è anche la modalità principale utilizzata o proposta dai servizi di streaming audio più diffusi (Spotify e Deezer).

Tirando le somme sul catalogo
Netflix per l'offerta di cinema appare in definitiva qualcosa di più simile a una TV tradizionale via satellite che a Spotify con il plus di una profilazione più potente dei gusti del cliente. Lo streaming legale in abbonamento di film pare essere ancora lontano. Una scelta ampia su catalogo continua ad essere possibile solo con la formula del video on demand, con servizi come Chili, ma pagando ogni singola visione (anche 10 € per i titoli più recenti come quelli citati, per Chili). Su Chili non c'è tutto, ma ci sono 5.000 titoli e per esempio, di Woody Allen la scelta è su 15 (incluso Blue Jasmine) e per Ridley Scott 21.


Alcune ricerche su Netflix Italia per nomi noti del cinema USA (e un esempio italiano)














domenica 20 dicembre 2015

Alta definizione e alta frequenza

Nel post precedente era descritto e commentato il nuovo sistema messo a punto da Meridian e adottato da Tidal per lo streaming audio in HD, che prevede una limitazione in frequenza a 48KHz (mantenendo i 24 bit), La domanda a cui doveva essere ancora data una risposta era se questa limitazione avesse o meno effetti pratici (e udibili) sulla qualità del suono.

Il limite massimo per il CD
Come più o meno tutti sanno il sistema PCM adottato per quasi tutta la musica digitale sin dai primi anni '80 si basa sul campionamento del segnale audio (ed era nato dalla telefonia) e la qualità dipende dal numero di bit con il quale è descritto il campione e dal numero di campioni nell'unità di tempo, ovvero dalla frequenza di campionamento. Per un teorema di fisica, il teorema di Nyquist, dalla frequenza di campionamento deriva anche la frequenza massima dell'audio digitalizzato, in rapporto 1:2. Quindi se la frequenza massima che vogliamo digitalizzare senza perdere nulla è 20KHz, ovvero la frequenza di un segnale sonoro più alta che un umano (giovane) è in grado di distinguere, ci serve un sistema in grado di campionare almeno a 40KHz.

Nel mondo digitale tutto va a multipli di 2 o di 8 come si sa e quindi la frequenza standard doveva essere un multiplo di 8, ma 40 era troppo poco per motivi di filtraggio e la scelta logica sarebbe stata 48KHz. Per motivi extra-tecnologici questa scelta logica venne però scartata scegliendo una curiosa frequenza intermedia, 44.1KHz. Che dipendeva dalla capienza massima del primo CD originale Red Book. Con la frequenza a 48KHz non ci sarebbe infatti entrata per intero la più celebre sinfonia della musica classica, la 9a di Beethoven, e la frequenza venne ridotta per arrivare al minutaggio necessario. Secondo alcuni è stata una scelta dell'allora presidente e fondatore della Sony, Akio Morita, secondo altri sarebbe stata suggerita o addirittura imposta dall'altrettanto mitico direttore d'orchestra Herbert Von Karajan (per la durata della sua esecuzione coi Berliner Philarmoniker, ovviamente), ma è andata così. E non è stato un bene, perché poi si è scoperto che 48KHz sarebbe stata una scelta migliore, e peraltro i CD hanno raggiunto dopo pochi anni una capienza superiore e il problema è sparito.

Il limite sale con l'alta definizione
Con l'alta definizione, figlia della rapida crescita di potenza dei computer e di capacità di memoria, il numero di bit per il campionamento è salito dagli originari 16 (il massimo gestibile a inizio anni '80, anzi i primissimi DAC erano a 14 bit) a 24 e poi a 32, mentre la frequenza è salita a 48KHz (già con il DAT, Digital Audio Tape, praticamente contemoraneo) poi 96KHz, 192KHz, fino a 384KHz negli ultimi sistemi professionali.

Un album prodotto e distribuito dalla etichetta norvegese 2L - The Nordic Sound,
disponibile in alta definizione fino ai livelli massimi attuali (356,8KHz e DSD256)

La domanda che ci si pone quindi è se questo incremento porta effettivi benefici all'ascolto delle musica. Per rispondere si devono esaminare separatamente due aspetti:
  • l'incremento della frequenza riproducibile;
  • l'incremento della risoluzione.
Primo aspetto: la frequenza generabile, riproducibile e udibile
Se non siamo in grado di percepire con il nostro sistema uditivo suoni oltre i 20KHz evidentemente almeno per noi umani sopra questa frequenza non c'è musica; anche se ci fosse (nel senso che gli strumenti con cui suoniamo emettono frequenze ultra-soniche) non ne sapremmo nulla. Inoltre, i sistemi di riproduzione, quindi soprattutto i diffusori, non sono progettati per riprodurre frequenze ultrasoniche, per gli stessi motivi. La risposta in frequenza del buon vecchio CD è quindi sufficiente e tutti questi incrementi nella frequenza di campionamento sembrano essere inutili. E conseguenti polemiche sulla inutilità dell'alta definizione nel suo complesso.

La fisiologia umana è più complessa
Questo è vero ma sino a un certo punto, anche perché non siamo in grado di effettuare test audiometrici su tutti gli uomini e le donne della terra, e quindi questo limite famoso di 20KHz è statistico, e deriva dai test effettuati su molte persone, ma non su tutte. Possiamo però affermare con ragionevole certezza che se anche esiste qualcuno da qualche parte con un udito straordinario, non andrà molto oltre questo limite per ragioni fisiologiche.

C'è da considerare poi la tecnica del test audiometrico, che molti dei visitatori del blog avranno, come me, sperimentato qualche volta, quindi con cuffie chiuse, in camera anecoica. Il nostro sistema uditivo è però assai complesso e il cervello elabora informazioni che provengono non solo dalle orecchie, ma da altre parti del corpo, come avviene e come sperimentiamo facilmente per le frequenze inferiori. Secondo alcuni studi anche la struttura ossea del capo è utilizzata dal sistema uditivo per acquisire informazioni dalle frequenze superiori. Ipotesi confermate da alcuni esperimenti, che si possono reperire anche su Wikipedia, nei quali diversi panel di ascoltatori sono stati in grado di riconoscere le differenze tra segnali audio che contenevano oppure non contenevano frequenze ultra-soniche.
Quindi c'è una scuola di pensiero che sostiene che anche queste informazioni sono importanti per ricreare l'evento sonoro originale e devono essere preservate, anche se non c'è una prova definitiva che ciò sia vero.

Uno dei grafici estratti a suo tempo nell'articolo citato. Come si vede in
questa registrazione curata da Linn Records oltre i 20KHz e fino circa ai 40KHz,
seppure a basso e bassissimo livello c'è ancora un contenuto sonoro. 

Gli strumenti, i suoni ultra-sonici e la loro riproduzione

Poiché sono indirizzati a noi umani gli strumenti musicali non sono progettati per generare suoni ultra-sonici ovvero al di fuori del campo udibile per noi. Se sono generati noi non ce ne ce ne dovremmo accorgere, ma possono essere eventualmente emessi come armoniche a frequenze superiori (ma di intensità più bassa) da alcuni strumenti sull'estremo acuto. Questo effettivamente avviene, e suoni oltre i 20KHz si trovano nelle registrazioni HD, anche se non oltre i 25-30KHz, come è documentato anche in questo blog con alcuni test eseguiti con un analizzatore di spettro software ormai parecchio tempo fa.
Perché arrivino a noi e possano o meno avere un effetto sulla nostra percezione dell'evento sonoro è però anche necessario che vengano riprodotti dal nostro impianto. Amplificatori e lettori non hanno problemi, ma i diffusori sono progettati per arrivare, con gli altoparlanti per le vie superiori, a 20KHz e non di più, tranne rarissime realizzazioni con super-tweeter utilizzanti varie tecnologie alternative (come i tweeter a nastro). Identiche considerazioni si possono fare per i microfoni da ripresa: esistono quelli in grado di andare oltre i 20KHz ma non sempre sono usati e certamente non è avvenuto per le registrazioni storiche o datate.

In conclusione, per la risposta in frequenza
Il beneficio ottenibile in termini di realismo nella riproduzione, anche se esiste, è certamente limitato a pochi generi e composizioni musicali e per essere apprezzato impone diversi vincoli. Resta il fatto che nell'evento dal vivo questi vincoli non ci sono e, se abbiamo una tecnologia che ci consente di registrare integralmente il contenuto musicale, senza tagli in frequenza e senza costo aggiuntivo, non si vede alcun motivo per non adottarla.

Un'altra etichetta specializzata nella produzione in alta definizione ai massimi livelli
è la Blue Coast Records. Questo album di musica country-folk è disponibile
fino a DSD256, 4 volte la qualità del SACD. Il costo non è basso: 60 $

Secondo aspetto: la risoluzione
La risoluzione, o definizione, cioè il livello di approssimazione all'evento originale (che è sempre analogico, cioè continuo, con infinito numero di livelli di variazione) dipende certamente dal campione singolo, quindi dal numero di bit con il quale può essere codificato, ma anche dal numero di campioni nel tempo. La frequenza di campionamento non ha effetto quindi solo sulla frequenza udibile, ma anche sulla risoluzione. Più è elevata e maggiore è la risoluzione.

Un parallelo cinematografico
Per comprenderlo facilmente basta ricondursi a un sistema di campionamento inventato nel XIX secolo e che tutti conosciamo: il cinema (o il video). I campioni sono come i singoli fotogrammi e la frequenza di campionamento sono i fotogrammi al secondo. Nelle prime cineprese (o in quelle amatoriali) erano 18 fotogrammi al secondo e nelle scene di azione poteva capitare di vedere a scatti, con la frequenza poi adottata universalmente di 24 fotogrammi al secondo si aveva una buona fluidità, per una scena al rallentatore (nella quale sono mostrati molti più elementi) servivano frequenze superiori anche di molto, e molta più "memoria" e tecnologia. Dopo oltre 100 anni le cose non sono molto diverse e le moderne action cam come la diffusa Go Pro consentono di registrare a 50fps (anche per video non rallentati) per garantire poi con successive elaborazioni una maggiore fluidità. A spese magari della risoluzione del "campioni" (non full HD o non 4K ad esempio, rispetto ai 25fps standard).

Aumentando la frequenza aumenta anche la risoluzione
Nella musica la situazione non è diversa, aumentando la frequenza si potranno registrare più campioni e quindi ci sarà una minore probabilità di perdere minime variazioni del segnale audio tra un campione e il successivo. Perché allora quasi nessuno riesce a individuare differenze tra una registrazione 24/96 ed una 24/192? Una spiegazione può essere che già con una frequenza molto elevata, come 96.000 campioni al secondo, la probabilità di una micro-variazione nell'istante di tempo diventa prossima allo zero. Per tornare all'esempio cinematografico, se filmiamo una grossa pietra con una cinepresa ben piazzata su un solido cavalletto, possiamo aumentare i fotogrammi al secondo quanto vogliamo, ma saranno tutti uguali, anche con meno fotogrammi avremmo la stessa qualità. Con un segnale audio musicale in molte casi si raggiunge probabilmente la stessa situazione di campioni tutti uguali, quindi in parte inutili.
Perché allora in campo professionale si usano frequenze di campionamento sempre più elevate, fino a 384KHz al momento? Per semplificare, soprattutto per motivi legati alle esigenze di filtraggio digitale, spostabile molto al di fuori del campo utile e alla conseguente maggiore flessibilità nel trattamento delle registrazioni.

Nel DSD
Tutte le considerazioni fatte riguardano la tecnica di campionamento PCM, più facile da illustrare. Non diverse sono le considerazioni che si possono fare sulla tecnica DSD. Anche in questo caso, partendo da una frequenza di campionamento che può essere ricondotta come ordine di grandezza a un livello intermedio tra 48 e 96KHZ (DSD64) sono state via via introdotte registrazioni con frequenza doppia (DSD128), quadrupla (DSD256) o addirittura anche 8 volte superiore (DSD512) anche se non ancora con una vera produzione per quest'ultima. I vantaggi veri e presunti sulla banda audio riproducibile e sulla risoluzione sono gli stessi.

Ancora un esempio estratto dal catalogo 2L,che è piuttosto vasto anche se
indirizzato a compositori di musica colta ma non soltanto ai classici.
Anche in questo caso, come in tutta la produzione recente dell'etichetta,
seppur a prezzi non popolari, è disponibile l'altissima risoluzione
fino a DSD256 e PCM 24/356,8 (ottenuto quindi da DSD 256)

In conclusione, per la risoluzione
Quasi tutti concordano che la sicurezza di un audio effettivamente HD si ottiene già a 96KHz, e che anche a 48KHz le differenze sono difficilmente percepibili. Vale sempre il discorso che se non costa nulla di più non ha senso perdere qualcosa, fosse anche superfluo. La frequenza elevata però comporta ancora un costo aggiuntivo, legato alle dimensioni dei file che diventano sempre più rilevanti. I costi sono elevati, più che per esigenze di memorizzazione, per la banda trasmissiva necessaria (in streaming e download) che diventa dell'ordine di 9Mbps per il 24/192, più elevata che per il video streaming in HD e critica soprattutto in mobilità su reti 3G o 4G.

Essendo nella stragrande maggioranza dei casi quasi sempre non avvertibile la differenza , non è illogico adottare frequenze più ridotte per lo streaming, mentre per il download la continua crescita di capacità di memorizzazione e banda trasmissiva rende il problema dimensionale sempre più marginale e casomai il dubbio può essere generato dal costo piuttosto elevato di queste produzioni in "super-HD" dell'ordine dei 60$ in USA e 52-55 € in Europa.

venerdì 11 dicembre 2015

Lo streaming in alta definizione con Tidal e MQA

Di MQA se ne parla dal CES di Las Vegas (gennaio) e un recente articolo su Audiostream  da' come prossimo e quasi sicuro l'uso del nuovo standard per lo streaming in HD. Tidal si appresta infatti a rilanciare e ad affrontare un nuovo spazio di mercato, irraggiungibile per i rivali Spotify e Deezer, puntando a chi cerca la qualità (tutte quelle cuffie Beats e B&W che si vendono pretendono un software adeguato, probabilmente questa è la loro scommessa). Per raggiungere lo scopo costituisce una alleanza con la Meridian e sceglie di adottare il suo nuovo standard per la diffusione di audio in streaming in HD, chiamato appunto MQA (Master Quality Authenticated) e presentato a dicembre 2014 dalla nota casa inglese, da sempre all'avanguardia nell'audio digitale.



I motivi della scelta di MQ
In tutti gli articoli si parla del problema della banda trasmissiva necessaria per lo streaming in HD e di MQA come soluzione a questo problema. Ma non esiste già lo streaming in HD per il video? Vediamo qualche dato a confronto. Qui il parametro principale è la banda trasmissiva richiesta, in bit per secondo (bps) ovvero il bitrate. Se la connessione non garantisce in modo continuo il bitrate necessario si sente o si vede a tratti o in modo degradato (cosa non molto piacevole). Ecco i valori richiesti per i vari servizi di streaming video e audio.
  • Netflix Super HD: 5800Kbps
  • Netflix HD: 4300Kbps
  • Audio HD 24/192: 9216Kbps
  • Audio HD 24/96: 4608Kbps
  • Audio HD 24/48: 2304Kbps
  • Audio SD (qualità CD) 16/44.1: 1411Kbps
  • Spotify Premium Max quality: 320Kbps
Lo streaming in FLAC
Da considerare però che lo streaming in qualità CD offerto da Tidal e Qobuz (e lo streaming in qualità CD annunciato) è compresso lossless FLAC. Il sistema di compressione è adattativo e il tasso di compressione dipende dal contenuto musicale, gli estremi sono il rumore bianco, dove FLAC non può operare alcuna compressione (100% del file originale non compresso) e il silenzio assoluto, dove la compressione è massima (0%). In media FLAC raggiunge il 50% di compressione e quindi la quantità di dati che viene trasmessa per una canzone o un album è circa la metà. Nel dominio del tempo però può arrivare anche vicino al 100% e quindi la banda necessaria dichiarata per questi servizi, come riportato ad esempio nella documentazione di Tidal, è quella standard indicata sopra. Nella realtà per musica "normale" la banda impegnata è inferiore e tipicamente vicina alla metà, quindi a 700-800Kbps, se non per brevi passaggi, non molto superiore quindi (2-3 volte) a quella richiesta da Spotify Premium.

La banda è ancora un problema per l'audio?
Dato che Netflix diffonde in tutto il mondo serie TV e film in HD sembra dal confronto dei dati nella tabella che uno streaming audio a 24/48 (che è, come vedremo, la risoluzione consentita da MQA) non sia un problema. In realtà non è esattamente così: prima di tutto perché Netflix ha sviluppato un raffinato algoritmo adattativo per prevenire ed evitare interruzioni e artifacts in trasmissione (abbassa temporaneamente la qualità in modo però scarsamente avvertibile per gli utilizzatori). E soprattutto perché, come anticipato di sfuggita, il vero target per lo streaming audio è l'ascolto in mobilità, più che l'ascolto casalingo (mentre Netflix o gli altri analoghi servizi streaming video si vedono in casa, e quindi quasi sempre con una connessione ADSL o fibra). In mobilità, anche in 4G, la banda reale è più ridotta e soprattutto, proprio perché ci si muove, è anche variabile.
Come ho sperimentato anche io (in un prossimo articolo alcune informazioni aggiuntive) anche i 700-800Kbps necessari per un ascolto in qualità CD non sono così scontati, almeno in Italia e in 3G, e l'incremento di banda passando da Spotify a Tidal o Qobuz si sente.
Risparmiare banda nello streaming audio rimane quindi un obiettivo prioritario.

La soluzione MQA
Non si tratta di un nuovo standard di compressione lossless con efficienza superiore a FLAC o MLP (che era sempre di Meridian) ma di un sistema che si basa su un approccio diverso. Partendo da file audio HD PCM 24/96 o 24/192 la codifica MQA effettua un downgrade della frequenza di campionamento a 24/48 e quindi ottiene una riduzione del bitrate necessario (vedi tabella sopra). Per recuperare quello che si perde con il downgrade il processo MQA aggiunge altre informazioni sotto forma di metadata che saranno utilizzati nella successiva conversione in analogico. La natura di queste informazioni e il modo come sono estratte non è pubblico, è un processo proprietario di Meridian, almeno in questa fase, e nelle varie presentazioni (vedere il sito di Meridian) non vengono dati ulteriori elementi, se non generiche affermazioni tipo "una tecnologia che cattura in pieno la magia della esecuzione in studio ..." che possono lasciare perplessi. Se non che Meridian ha una grande reputazione nel settore, si è specializzata tra i primi nell'audio digitale oltre 20 anni fa, e nei suoi laboratori ha sviluppato standard di ampia applicazione come il citato MLP per l'audio multicanale nei supporti Blu-Ray ad alta definizione. Ha quindi tecnologia e reputazione tali da rendere credibili (anche se non garantite) queste affermazioni. C'è da aggiungere che pare pure che funzioni (vedi dopo).


Come funziona (o funzionerebbe)
Posso fare solo delle ipotesi in base a quello che si legge in varie presentazioni e nelle prove di ascolto reperibili. Si tratta di un sistema che fa ricorso a studi di psicoacustica (come i sistemi di compressione lossy) assieme a tecniche di processamento del segnale (DSP). L'audio originale viene analizzato per estrarre gli elementi a cui il nostro sistema uditivo è più sensibile, soprattutto per la ricostruzione spaziale, questi elementi sono codificati e passati al DAC in uscita, che deve essere MQA compliant ovviamente, e  che li ripresenta in analogico.
Mi spiego meglio con un esempio: nelle prove di ascolto ho notato che sono particolarmente sensibile, quando ascolto la voce umana riprodotta, ad ogni elemento che possa ricordarmi l'aria smossa dal cantante o dalla cantante durante la sua performance, il respiro anche se appena percettibile, in altre parole. La sensazione di realismo e di presenza fa in questo modo un salto in avanti. E' una considerazione che ho fatto ascoltando a confronto il player standard di iTunes con un player "audiofilo" come Fidelia, che ho poi adottato per il mio impianto per la musica liquida (vedi post di qualche tempo fa). Supponiamo che in Meridian siano riusciti a individuare quali sono nel processo digitale i passi che fanno perdere queste informazioni e/o quali sono le modifiche di post-processing che possono simularli e che abbiano implementato appropriati interventi correttivi. A questo punto chi ascolterà il "suono MQA" percepirà un suono più appagante.

Le impressioni di chi lo ha ascoltato
Sono effettivamente molto positive. Una molto dettagliata (di fine 2014) è riportata dal noto sito dell'altrettanto nota rivista specializzata Stereophile. L'esperto lettore ha potuto ascoltare in un negozio del settore alcuni file audio ad alta risoluzione con sistemi Meridian DSP8000SE con o senza l'intervento di MQA. Riguardo alla voce (di Natalie Cole) testimonia ad esempio che: "MQA presentava un fronte sonoro molto più ampio e in particolare la voce di Cole appariva molto più vibrante e definita". In definitiva in questa e nella altre prove a confronto (violino, jazz piano e voce, e infine anche Metallica) ha potuto ascoltare un netto e udibile miglioramento. Per gli interessati il test è seguito anche da qualche decina di commenti.

L'altra testimonianza è di un giornalista del settore, Michael Brown del noto sito di tecnologia TechHive. Anche lui registra impressioni molto positive (la demo era gestita direttamente da Meridian, al CES) ed è rimasto colpito in particolare dalla riproduzione della voce: "Non so bene spiegare ma era come ascoltare la voce umana dopo aver ascoltato la voce riprodotta. C'era un forte aspetto emozionale tanto che quando la persona di Meridian mi ha chiesto cosa ne pensavo per un momento non ho saputo cosa rispondere, ero rimasto senza parole.". Insomma anche a lui questo sistema di processing del suono è piaciuto parecchio. Due testimonianze indipendenti a cui si può dare credito e che fanno sperare di poterle verificare presto.
Il vero plus di MQA
Il vero plus sembra quindi essere questo: una esperienza di ascolto "più vera del vero" piuttosto che un efficace sistema di compressione lossless, più efficace di FLAC. Perché il confronto era con originali comunque ad alta definizione. MQA quindi più che recuperare quello che teoricamente si perde con una frequenza di campionamento inferiore, aggiunge qualcosa. Che nella documentazione Meridian e nel nome stesso del prodotto è riferito un po' cripticamente come "qualità originale del master". Che non si sa bene come possa essere recuperata dal sistema, visto che si parte da file audio masterizzati per la distribuzione. In alcuni commenti si parla di caratteristiche di diffusi sistemi di mastering simulati, ma non vorrei inoltrarmi in queste speculazioni. Sembra in definitiva proprio che siano stati studiati ed implementati interventi di post processing molto efficaci, e in fondo anche il dithering aggiunto di default da Fidelia che ho citato prima, è una tecnica di post processing.

Quindi ecco il motivo della scelta di TIDAL, fornire (allo stesso prezzo, questo non l'avevo scritto, il costo mensile sarebbe secondo le anticipazioni sempre un centesimo sotto i 20 €/mese) una esperienza di ascolto diversa e attraente al vasto pubblico dei sistemi home innovativi connessi a wi-fi ("speakers" e sistemi integrati) e all'ascolto in mobilità con le sempre più diffuse cuffie o auricolari di alta qualità. Qualcosa di più attraente e con più mercato potenziale dell'alta definizione che, come sappiamo, al primo ascolto (e spesso anche al secondo) non è tanto facilmente riconoscibile rispetto alla qualità CD. La fedeltà effettiva del suono sarà mantenuta, e mantenuta sempre, o si tratta di gradevole e mirata "colorazione"? Questo lo scopriremo se il sistema si affermerà e non mancherà di generare le consuete discussioni. Ma se si affermerà sarà comunque un gran passo avanti rispetto all'attuale mondo della musica, in cui quasi tutto l'audio che si ascolta è doppiamente compresso.

Un altro plus: la compatibilità all'indietro
Poiché le informazioni MQA sono aggiunte e non viene modificata la codifica PCM originale (compressa in FLAC) il sistema è anche strutturato per essere compatibile con i DAC non compliant MQA (quasi tutti al momento). Sui DAC precedenti si ascolterà un "normale" file audio HD in risoluzione 24/48 e già dovrebbe essere un buon passo avanti. L'upgrade potrà avvenire in momenti successivi. Si parla anche di implementazione software, quindi ascoltando lo streaming da un PC e installando questo software (quando ci sarà) si potrà sentire l'effetto del processing MQA.

I DAC attuali diventano obsoleti
Se MQA dovesse veramente affermarsi però i DAC attuali diventerebbero obsoleti. Un po' come è successo con l'imprevisto ritorno del formato DSD. Anche in questo caso non è che smetterebbero di funzionare, mancherebbe una funzione che per molti appassionati è importante, con conseguente spinta alla sostituzione come sta avvenendo per i DAC non DSD. Un ulteriore elemento che consiglia di andare cauti con una tecnologia e un modo di gestire la musica che evidentemente non ha ancora trovato una piena stabilità. Cauti nel senso di non investire grandi somme in DAC a meno che l'acquisto risponda ad esigenze professionali.

Un ultimo dubbio
Con la frequenza di campionamento ridotta di metà o a un quarto si perde qualcosa? In altre parole, una codifica 24/48 può essere ancora considerata HD? La risposta è che non si perde nulla se non in casi molto particolari ma questo è uno dei temi più dibattuti nel campo dell'alta definizione e merita un breve articolo a parte.

E Qobuz?
L'unico altro player che propone streaming lossless non ha siglato alcun accordo in questo senso. Poiché è anche un sito di download (a differenza di Tidal che è solo streaming) preferisce per ora un diverso approccio, ovvero la possibilità di streaming differito (ovvero download, ma gestito dalla stessa app dedicata allo streaming) per il materiale audio in HD acquistato sul sito, ma solo sottoscrivendo un servizio super-premium (Qobuz Sublime l'hanno chiamato). Un'altra cosa, interessante per i clienti fidelizzati e per chi da' la priorità al download, almeno in HD.

Annuncio e disponibilità
Sia Tidal che Meridian hanno annunciato sui loro siti o in interviste la partnership e si prevede che il lancio commerciale del servizio sarà annunciato al prossimo CES a gennaio 2016, vedremo se in tutti i paesi dove Tidal è disponibile (quindi anche in Italia) o con limitazioni. Sapremo quindi presto se queste previsioni saranno confermate. Il materiale HD d'altra parte, come testimonia la newsletter di FindHDmusic che ricevo regolarmente, è in continua crescita con decine e decine di uscite al mese.

Non basterà però l'annuncio perché serviranno anche componenti hardware (DAC e network player) compatibili MQA. Quelli di Meridian ovviamente lo sono ma non hanno prezzi molto popolari. Meridian si sta muovendo però anche in questo senso, come ovvio, stringendo alleanze  per il lancio del nuovo standard (vedi situazione ad oggi nella immagine seguente). Come si vede le case di hardware sono ancora poche (Arcam, Onkyo, MyTek, Imagination Caskeid) e quindi si tratterà di vedere se insieme all'accordo arriverà anche l'adesione di altri. Da notare anche che si tratta di una direzione diversa e alternativa al DSD su cui molti puntano.


Andando a verificare l'offerta dei marchi partner si vede che effettivamente alcuni stanno procedendo in questa direzione. Ad esempio il noto produttore di DAC MyTek ha presentato un nuovo modello MQA compliant, chiamato Brooklyn. Anche questo non particolarmente economico (sui 2000 $, ma è anche un pre).


Non c'è molto altro al momento e soprattutto non ci sono anticipazioni su quello che sarà possibile fare nel mobile, dove la gestione della codifica MQA dovrebbe essere implementata nella app di Tidal, ma probabilmente richiederà una livello di potenza di calcolo non alla portata di tutti gli smartphone e tablet. Analogo discorso per i numerosi network player e sistemi audio casalinghi che supportano Tidal (Linn, Pro-Ject, Sonos ecc.) di cui al momento non si conoscono i piani.

In sintesi
Una chance in più per la soluzione streaming audio che, nonostante gli evidenti vantaggi, non sta ancora avendo quella accoglienza ampia che ci si aspetterebbe (ci tornerò in un altro post) nonostante player come Google e Apple la stiano proponendo in modo più o meno convinto. Se susciterà l'interesse ed il successo sperato potrebbe finalmente portare al centro dell'attenzione la qualità dell'ascolto della musica e non tutto il contorno, e magari anche la Apple potrebbe cambiare finalmente politica.

domenica 6 dicembre 2015

La soluzione Sonos Connect per Tidal

Il post precedente è stato dedicato ad un oggettino di Google che risolve veramente molti problemi di integrazione tra i componenti per l'appassionato che ha un impianto di musica liquida, e sta inserendo tra le sue sorgenti lo streaming lossless (la scelta più logica ed economica soprattutto per chi parte e non ha già una grande libreria digitale).

Tidal, servizio di streaming  musicale lossless interessante per noi soprattutto perché ufficialmente disponibile in Italia, al momento non supporta il protocollo cast di Google, ma non si tratta dell'unica possibilità di ascoltarlo dal nostro impianto, non avendo a disposizione un network player compatibile Tidal, come i modelli della Linn o della Pro-Ject. La soluzione esiste ed è anzi un cavallo di battaglia di un produttore specializzato, nel campo della musica liquida presentata e gestita in modo innovativo.

Sonos Connect
Per chi ha letto o va a leggere la prova di Chromecast Audio non c'è praticamente nulla da aggiungere, a parte la forma più elegante e le funzionalità aggiuntive su cui torno dopo, le funzionalità di base e la operatività sono del tutto simili. Il "mattoncino" si connette alla rete (in wi-fi ma anche via LAN in questo caso), effettua se necessario la decodifica cioè la funzione di DAC, oppure in alternativa la "passa" al network player o a un DAC esterno mediante una uscita digitale coassiale S/PDIF, e si connette con una vasta gamma di servizi musicali direttamente dalle rispettive app per tablet o smartphone.


Tra i servizi supportati è incluso ovviamente Tidal, (e anche Qobuz) più vari servizi lossy (l'elenco è questo). In maggioranza non sono disponibili in Italia o sono radio web quindi al momento per noi l'ampliamento interessante è solo quello che riguarda Tidal.
Quindi anche in questo caso una volta installata la app di Sonos, l'oggettino è acceso, collegato all'impianto e riconosciuto come "speaker" alternativo dalla app sul nostro tablet o smartphone, l'unica cosa da fare è selezionarlo come speaker e godersi la musica (o interromperla e passare ad altro se abbiamo scelto male).

L'unica sostanziale differenza è il costo: giusto 10 volte tanto, 399 €.

La qualità e le funzioni aggiuntive
Sulla qualità del DAC interno e della catena trasmissiva sarebbe necessario avere a disposizione test attendibili, ma istintivamente vedendoli a confronto ci sembra credibile che nel poco spazio a disposizione del dischetto prodotto da Google non ci possa stare, ad esempio, una sezione di output analogico di qualità confrontabile. Qualcosa in meno come qualità ci sarà, viene da pensare. Ma alcune prove di DAC miniaturizzati presentate recentemente anche dalla stessa Audio Review fanno venire il dubbio che il nostro metro di giudizio possa essere viziato dal fatto di essere ancora troppo analogici.


Le funzioni aggiuntive sono più oggettive, e oltre alla connessione LAN (che ci lascia più tranquilli sulla stabilità della connessione) ci sono la possibilità opzionale di aggiungere un sub della stessa Sonos (utile quando Connect è usato per impianti compatti da scrivania e simili) o la connessione ad altre unità similari per una installazione audio multi room. In ambienti commerciali quindi ma anche, per chi è interessato alla musica di sottofondo (non gli appassionati e i musicisti, quindi) anche per la casa.
Per la cronaca esiste anche un modello Connect Amp che per 180 € in più include anche un amplificatore (in classe D, 55W) e quindi consente di realizzare un impianto (tutto digitale e tutto streaming) aggiungendo solo due diffusori.

In sintesi
Comunque una alternativa che può risultare utile nella composizione di versatili impianti per musica liquida, e quindi da conoscere. La questione prezzo / qualità e soprattutto prezzo / valore intrinseco, come ormai sappiamo, nel campo della musica liquida è assai difficile da valutare ed è soprattutto in continuo cambiamento. Alla fine l'unico elemento che conta è quanto vale per noi.