domenica 23 novembre 2014

Le major iniziano a promuovere l'alta definizione (almeno la Sony)

Dopo averla spinta con grande timidezza ad inizio 2000 con il tentativo SACD, dopo averla abbandonata a favore della musica compressa seguendo una compagnia che non era una major (la Apple con iTunes, che grazie alla musica ha posto le basi per diventare la numero uno al mondo), dopo aver contrastato in ogni modo il download (e anche lo streaming) in qualità CD (figuriamoci in HD), introducendo barriere doganali nello spazio libero di Internet, sembra che le major, o almeno una, stiano iniziando un ripensamento. Dopo quasi 15 anni di osservazione del mercato (calante) forse qualche dubbio sulla strategia sinora seguita è riuscito a riaffiorare. Ma non è detto, come vedremo.

Una inaspettata e-mail nella newsletter Sony
Nella NL dedicata ai clienti è arrivato qualche giorno fa un messaggio con un oggetto inaspettato: "Sound all'avanguardia con l'audio ad alta risoluzione di Sony". Non l'ho tradotto, era proprio in italiano, come tutta la newsletter, quindi sembra che fosse rivolto anche a noi, paese notoriamente inaffidabile per le major. Il claim è molto semplice, ripete in fondo il concetto ripetuto anche diverse volte su questo blog, riconducendo il plus a qualcosa di noto e visibile: "L'alta definizione ha trasformato il modo in cui guardi la televisione. L'audio ad alta risoluzione farà lo stesso con la tua musica.". Il tutto accompagnato da una serie di immagini accattivanti.

Il nuovo marketing per l'alta definizione
La campagna del 2000 era molto più subliminale e puntava in genere a giovani uomini (non donne, l'alta fedeltà è soprattutto al maschile, per motivi che sono sempre rimasti ignoti) facoltosi e di successo, ma informali, che si beavano dell'ascolto del suono perfetto del SACD. Qui si va invece più sul concreto, anche se sempre con messaggi semplificati, non rivolti al piccolo mondo (anche abbastanza litigioso) dei cosiddetti audiofili. Vediamo tutte queste infografiche che forse diventeranno "storiche". Come si vede, molto pragmaticamente perché è lì che sta andando il mercato, c'è anche, e in evidenza, il formato DSD.

Stavolta puntano su una giovane donna.






E dove si trova questa famosa musica in alta definizione?
La Sony come noto vende dal suo sito Sony Classical solo qualità CD e solo in USA e in pochi altri paesi. Sony Unlimited è invece solo in formato compresso AAC. Nella successiva slide si passa al concreto, cioè dove è possibile comprarla (è implicito e neanche sottolineato che si trovi solo in rete). Vediamo se c'è un cambio di direzione oppure no. L'invito è "Cerca ora".
Cercando ora, però, non si trova proprio niente di Sony, che pure è anche una casa discografica. Quello che viene mostrato, sempre con una grafica di prim'ordine, è una lista di siti specializzati in download in HD:
  • HighResolutionAudio
  • Bleep
  • Cybele
  • Gimell
  • hd-klassik
  • Linn Records
  • Naim Label
  • 2L
  • 7Digital
Il primo è il più noto e anche il più affermato e seguito. E' tedesco e sapevamo che non si poteva acquistare dall'Italia. Un semplice test di acquisto mostra che ora si può (buona notizia) ma subito dopo si scopre anche che ciò non vale per tutta la produzione. Resistono, le ottocentesche barriere doganali nella testa dei discografici. Tre degli altri li conosciamo bene, anche nei loro limiti (Linn, 2L, Naim) gli altri sono minori e 7Digital sembra proprio un intruso, perché vende musica pop in formato compresso MP3 320Kbps. O almeno non sono riuscito a trovare niente neanche in qualità CD in qualche ricerca a caso, e comunque a logica dovrebbe essere evidenziato dalla home page. Nessuna evidenza anche, nonostante le premesse, e il fatto che sia una tecnologia "made in Sony", di siti che vendono anche musica in DSD.


Però c'è l'hardware
Trovare materiale HD con queste indicazioni e limitazioni non è facile, e si spera che gli interessati si rivolgano invece a Google o meglio a FindHDMusic (o a questo blog). Nessun aiuto concreto su questo versante. Sony ha invece pensato a soluzioni concrete sul versante dell'hardware, per chi trova materiale HD da ascoltare. Qui si scopre che è disponibile un network player anche dalla casa nipponica (che appare dalle specifiche un prodotto molto interessante), uno "speaker" all-in-1 (wireless e con DAC incluso) sul tipo del Mu-so della Naim, e il supporto dell'alta definizione anche per gli smartphone della Sony. Uno schiaffo (meritato) alla Apple, che continua a limitare gli iPhone e iPad alla qualità CD. Innovativi in tutto ma nella musica no.

Viene quindi il fondato sospetto che la promozione del formato HD non sia spinta dal settore media della Sony (case discografiche e editori musicali) ma dal settore hardware. In cerca di nuova clientela che si sta accorgendo che le limitazioni del suono compresso si possono sentire (e superare). Forse anche grazie a cuffie e DAC (degli smartphone o dei tablet) di qualità sempre crescente.




In sintesi
Poco di nuovo sul versante della offerta di contenuti in HD. Di nuovo c'è l'attenzione di una delle corporation più importanti nell'alta definizione anche estesa alla musica e non solo alle immagini.

Per finire
Il test sull'acquisto dall'Italia dal sito HigResAudio.
Cominciamo con la pagina di ricerca. Si può selezionare l'offerta per genere e scelgo come test il folk.


Offerta ampia e di qualità, prezzi standard. Le pagine di default sono visualizzate in tedesco, ma è possibile selezionare l'inglese e tutte le pagine sono anche disponibili anche in questa lingua. Scelgo per il test il recente album di Natalie Merchant, la brava cantante e front woman dei 10000 Maniacs. L'etichetta è Warner Music Group.


Tutto bene, si può selezionare e comprare senza problemi anche dall'Italia, come si vede dal successivo screenshot. Bisogna solo registrarsi preventivamente al sito.


Proviamo con qualcosa di più commerciale, l'ultima fatica dei Pink Floyd di nuovo insieme o quasi.



Bene, anche qui nessun problema. Chi vuole proprio comprare questo album può farlo.

Un successivo test smorza però l'entusiasmo. Pur essendo un meno commerciale album di classica (anche se con una pianista diva, la cinese Yuja Wang), pur pagando noi italiani sempre in Euro, la risposta è la solita incongrua "non te lo voglio vendere". Da precisare che è un disco DG e che quelli del sito come distributori accettano una prenotazione, quando la DG si deciderà a venderlo anche ai non americani e non tedeschi avvertiranno loro.


Ulteriore informazione sul formato, il primo album del test è 24/88.2, gli altri sono 24/96.
Infine segnalo una interessante sezione di questo sito, chiamata "Quality Guarantee", dedicata a chi nutre dubbi sui file in HD, se siano registrati effettivamente in alta definizione o ottenuti con up-sampling. Loro affermano ovviamente che tutto il materiale che vendono è HD autentico, ma è interessante che si diano da fare per provarlo con supporto di approfondite analisi di spettro.



martedì 28 ottobre 2014

La differenza che interessa - II

Prima di presentare l'altra prova a confronto tra CD e HD, effettuata in doppio cieco su un panel di ascoltatori è opportuno fare il punto su un aspetto importante: cosa stiamo confrontando realmente. Facendo riferimento anche al breve editoriale di fine settembre 2014 di TNT-Audio che si pone domande sulla effettiva qualità all'origine di quello che HDtracks, Linn e altri vendono come alta risoluzione.

Nelle prove a confronto che abbiamo discusso nel post precedente su questo tema, non c'era alcun dubbio che gli ascoltatori confrontassero i medesimi (brevissimi) brani musicali: si trattava di campioni musicali identici, in originale in qualità CD, quindi compressi in formato MP3 a vari livelli di compressione, con il codec Lame (usato per entrambi i test).

Un classico registratore multitraccia analogico da studio: Ampex ATR-100

Le alternative
Nelle prove a confronto CD-HD non è così semplice. In alcuni casi si è adottato lo stesso criterio: un brano in HD (in formato PCM) ricampionato ad una risoluzione minore, ovvero in qualità CD. Non si tratta però di una compressione effettuata con un algoritmo che utilizza criteri di psicoacustica per eliminare le informazioni ridondanti o meno importanti, e codificarle in un diverso formato, ma di una riduzione di risoluzione, da 24 a 16 bit per ogni campione (eliminando quindi i meno significativi) e della frequenza di campionamento (da 96 o 192KHz a 44.1KHz). Se il master invece era in DSD si passa attraverso una ricodifica in un formato diverso, il PCM del CD, riducendo anche in questo caso la risoluzione.
Se l'operazione di riduzione di risoluzione la facessi io con un programma che fa questo mestiere, come R8brain (free) non c'è dubbio che l'unica operazione possibile sarebbe il troncamento, la eliminazione delle informazioni meno significative, ma non è detto che avvenga così per i CD commerciali, come vediamo nel seguito.

Il mastering
Per prima cosa ci sono le scelte di Mastering. Il processo non è documentato nelle note che accompagnano gli album, non esiste probabilmente una procedura standard, le scelte variano in base al tipo di musica e al mercato, ma è noto che prima del trasferimento al master CD (da cui saranno stampate le copie) in studio si effettua un remastering orientato a far suonare al meglio il prodotto sui sistemi di riproduzione più comuni, in uso al potenziale cliente. E qui si innesca la vicenda della loudness war e del mastering orientato a esaltare bassi e acuti e a comprimere la dinamica, per essere ascoltabile con più efficacia con cuffiette infraurali o mini casse da PC. Scelte di mastering che possono essere molto diverse nella versione in HD (ammesso sia prevista), dove si suppone che l'impianto sia di maggiore qualità. Un esempio di master differenziato lo offre proprio Apple, con la scelta per iTunes tra masterizzazione standard e la versione "masterizzato per iTunes", per la quale vengono forniti appositi strumenti di conversione orientati a preservare maggiormente la qualità dell'originale, pur convertendolo alla fine sempre in formato compresso AAC. Sorvolo sulla efficacia di questo processo che non ha suscitato grandi dibattiti in rete. Lo cito solo come esempio di differenziazione del mastering.

Più masterizzazioni dallo stesso master di studio
Le decisioni in merito delle case discografiche sono sicuramente variabili in base al prodotto musicale, ma teoricamente dallo stesso master originale creato in studio, e registrato in PCM 24/192 oppure DSD64 o 128 potrebbero essere ricavati:
  • un master ottimizzato per l'ascolto in formato compresso (da fruire via download o streaming indifferentemente);
  • un master ottimizzato per l'ascolto in formato CD, o standard definition (SD), anche in questo caso lo stesso per i vari canali di distribuzione (supporto fisico, download o streaming);
  • un master ottimizzato per l'ascolto in HD, in questo caso solo per download, tranne il SACD per la classica.
In più, il tutto si moltiplica per due se il master originario era registrato con tecnica multicanale (come avviene spesso per la classica).

Ancora l'Ampex ATR-100 in una pubblicità anni '70

HD (o CD) autentico e certificato
Un altro dubbio che è più volte stato espresso in forum e articoli vari è se il materiale HD in vendita sia veramente HD e non un upsampling di materiale CD. In proposito aveva anche scritto un visitatore del blog ed in risposta avevo inserito un post con una serie di test che puntavano ad una verifica strumentale di quello che si può misurare facilmente (la banda di frequenza). Sembrava che non fosse così.
Lo stesso dubbio però era presente nella fase di lancio dei SACD, che erano praticamente sempre ibridi (quindi anche con uno strato CD) e consentivano quindi un confronto dallo stesso dischetto. Invariabilmente dal confronto, almeno a leggere gli articoli, risultava vincente, e di molto, lo strato SACD e da qui il dubbio di alcuni che il successivo processo di decodifica penalizzasse troppo il CD (o addirittura che ci fossero forzature).

L'importanza del DAC
Da qui nasce un ulteriore elemento di complessità per un confronto alla pari. Sappiamo che il DAC, la tecnologia usata e la generazione tecnologica dei chipset incide parecchio sul risultato. Usare lo stesso identico processo di decodifica è impossibile perché il percorso di decodifica è forzatamente diverso, ma si può usare lo stesso componente, essendo tutti i DAC HD in grado di convertire anche i CD. Una alternativa sarebbe però mettere i due sistemi di codifica nelle migliori condizioni. Usare quindi DAC diversi, e in particolare un DAC (o un lettore) specializzato per CD, progettato per estrarre il massimo dal vecchio formato standard. Come alcuni modelli alto di gamma di Accuphase o Audio Research promettono di fare.

Informazioni mancanti
Anche per registrazioni di etichette "audiophile" come Chesky Records, nulla o quasi viene detto sulla tecnica di registrazione: il numero di microfoni, il tipo di mastering adottato nelle diverse edizioni, l'utilizzo di due tracce o più, di sovraincisioni e così via, al massimo si dichiara un "remaster" successivo, ma non è chiaro puntando a cosa o correggendo cos'altro. A comprova le scarne informazioni di due produzioni Chesky, il classico The Raven di Rebecca Pidgeon, e il recente album binaurale di Amber Rubarth.

L'influenza della registrazione
Nell'articolo dedicato alla ritrovata fortuna del formato DSD citavo un sample distribuito in rete gratuitamente in grado di evidenziare in maniera particolarmente efficace la qualità d'ascolto (Keith Greenigger & Dayan Kai di Blue Coast Records). Ascoltandolo è impossibile non restare ammirati per il realismo, il dettaglio e la musicalità di quello che si sta ascoltando. Si tratta in realtà di quelle registrazioni, oculatamente scelte o addirittura create alla scopo, che presentano le caratteristiche ideali per evidenziare la qualità di un impianto o di una riproduzione. Non però ricorrendo alla difficoltà di riproduzione di alcune caratteristiche particolari del suono, come la gamma molto bassa o la interferenza tra strumenti diversi, ma evidenziando le caratteristiche più facilmente accessibili a tutti.
Sono un po' l'equivalente dei filmati dimostrativi che vediamo nei grandi centri commerciali quando viene presentato l'ennesima nuova tecnologia per i monitor TV (HD, Ultra-HD, 4K e così via). Macchine di Formula 1 che sfrecciano a Montecarlo in una giornata di sole, ragazza orientale che si aggira tra prati fioriti e cesti di frutta dai 1000 colori, splendidi scorci naturali in luoghi esotici e così via. Colori vividi e grandi contrasti che esaltano le caratteristiche della nuova tecnologia ma che, se opportunamente sfruttati e a parità di condizioni, sarebbero pienamente efficaci anche con la precedente.

In musica avviene in parte lo stesso, con l'aggravante che il confronto è in serie e non in parallelo ed è quindi molto più arduo, e necessita di maggiore competenza (leggi qui l'articolo in proposito).
In sintesi con questi brani "audiofili" le differenze in realtà si accorciano e anche un MP3 può sembrare sorprendentemente buono, magari con il piccolo aiuto della compressione dinamica insita nell'algoritmo di compressione fisica del file.

Un mixer digitale anni '90 della serie V-Mix della Roland

Confronto alla pari
Da tutte le considerazioni fatte sinora emerge che esiste un rischio reale di confrontare cose che suonano diverse perché sono diverse all'origine, indipendentemente dal formato e dalla risoluzione, perché la differenza tra una masterizzazione ed un'altra è probabilmente più avvertibile di quella tra un formato ed un altro (la scelta di quale sia la migliore è un'altra cosa ancora).
In pratica chi vuole confrontare CD e HD ha solo due scelte: creare "in casa" la versione CD con un downsampling oppure utilizzare due versioni commerciali dello stesso brano.
Nel primo caso con ogni probabilità si penalizza il formato CD per quanto detto prima, mentre nel secondo lo si mette presumibilmente nelle condizioni di spremere al massimo le potenzialità del formato, se scegliamo ovviamente brani prodotti puntando alla qualità.

In sintesi
Non è facile mettersi nelle condizioni di un confronto veramente "ad armi pari" tra qualità CD ed alta definizione. Bisognerebbe avere due edizioni con lo stesso mastering inteso anche come obiettivo sonoro, ma prodotte specificatamente per ognuno dei due formati a confronto. Oltre a scegliere campioni musicali adatti ad individuare le differenze attraverso l'ascolto di un breve brano di musica, se si vuole seguire un approccio che punta ad una media statistica su un numero elevato di ascoltatori con diverse esperienze musicali.

Tirando le somme
Un confronto tra il formato CD e l'alta definizione per essere oggettivo deve tenere conto di parecchi punti di attenzione:
  • Mastering diverso tra il campione HD e quello CD
  • Processo di decodifica in analogico diverso tra i due campioni
  • Influenza delle scelte in registrazione che possono enfatizzare o ridurre le differenze udibili
  • Versione in HD effettivo o simulato
  • Caratteristiche dei due DAC utilizzati o del comportamento nei due formati dell'unico DAC, se si opta per questa soluzione
  • Scelta tra campioni CD originali o derivati dal campione HD
A mio avviso la scelta più efficace, almeno per un confronto "home made" rimane quella che avevo adottato utilizzando diverse versioni commerciali degli stessi brani di Diana Krall o di John Coltrane pubblicati in diversi formati (CD e DVD-Audio, ma sempre in PCM) ma con mastering presumibilmente uguale (non erano dichiarate versioni speciali). Si ha in questo modo anche il vantaggio di un confronto immediato tra un formato e l'altro. Al peggio si accorciano le distanze a svantaggio dell'HD. Per una ancora maggiore oggettività servirebbero informazioni più approfondite sulla tecnica di registrazione. Oppure, per chi ne ha la possibilità, produrre in proprio i campioni.

venerdì 3 ottobre 2014

Come *non* installare un impianto alta fedeltà

Un tipico problema con cui deve fare i conti il cosiddetto audiofilo (che di solito è maschio per motivi mai spiegati e neanche indagati a fondo) è il famoso WAF (Wife Acceptance Factor). Ma altrettanto efficace se non di più, per quanto riguarda gli ostacoli ad un ascolto almeno decente tra le pareti domestiche, è l'azione di architetti ed arredatori in genere.
Dall'ultimo numero di D-Casa, supplemento a Repubblica del sabato, ecco un esempio particolarmente illuminante in tal senso, che consente di riassumere in un sol colpo quasi tutti i possibili sistemi per peggiorare il suono di un impianto (non importa quanto costoso) fino a vanificare ogni residua pretesa di "alta fedeltà".

Quello che viene presentato è l'appartamento parigino, peraltro molto bello e gradevolmente vivibile, dell'attrice Charlotte Gainsbourg e del marito attore e doppiatore Yvan Attal. La proprietaria di casa è peraltro figlia di un notissimo musicista e dovrebbe, almeno in teoria, avere un occhio di riguardo per il buon suono.


Una serie di utili esempi
C'è veramente di tutto. Cominciamo dai diffusori, due bookshelf di buon livello, a quanto sembra (non riesco a individuare marca e modello ma forse qualcuno dei visitatori del blog può aiutare a riconoscerli). Sono progettati per essere montati in verticale, con il tweeter all'altezza delle orecchie di chi ascolta (seduto, normalmente), e orientati leggermente verso il punto di ascolto. Li vediamo montati in orizzontale (poco male, fosse solo questo), ad un metro più in alto delle persone sedute ed orientati in modo diverso tra loro.

Ma c'è di più, sono casse compatte ma presumibilmente abbastanza pesanti, come tutte le casse di qualità, e il woofer è piccolo (15-17 cm, sembra) ma non piccolissimo, un buon generatore di vibrazioni, quindi. Che richiede un supporto stabile, il più possibile esente da vibrazioni. Invece vedete dove li hanno appoggiati e quanto può oscillare una struttura come quella. Certo, si può fare solo una valutazione a vista, magari sono componenti speciali ultra rigidi realizzati in realtà in titanio e leghe speciali, e la colonna è in piombo e ghisa e pesa 100Kg, ma all'apparenza non sembra proprio, paiono oggetti progettati per altri scopi, per sostenere soprammobili e libri (leggeri).

Sul lato destro vediamo poi un giradischi. Il vinile è un must e un giradischi vintage come quello che vediamo (anche qui non sono riuscito a individuare marca e modello) montato su una sottile mensola retta da un solo braccio, uguale a quella della cassa sovrastante. Ma ad essa collegata per la trasmissione delle vibrazioni grazie alla colonna verticale. E anche qui sono riusciti ad infrangere un'altra delle regole auree, disaccoppiare il giradischi, oggetto meccanico suscettibile alle vibrazioni, da un componente hi-fi il cui scopo è generare onde sonore mediante vibrazioni.

Vicino alla cassa di destra c'è un po' di posto e hanno pensato di mettere lì l'amplificatore, modello compatto (così sembra). Sulla stessa sottile mensola sorretta come si diceva da un solo supporto metallico. Ma, appoggiato direttamente sopra la cassa vediamo un altro componente, per il quale evidentemente un altro posto non si trovava. E' il lettore CD. Pensare che c'è chi si ingegna di ridurre le vibrazioni dei lettori con piedini speciali o materiali esoterici da installare con appositi "tweakings" al suo interno, e qui lo appoggiano con nonchalance proprio sulla cassa.

Niente da dire invece sui gusti musicali dei padroni di casa. Sulla sinistra si scorgono due chitarre elettriche vintage e dietro il giradischi (non so se si vede nella riproduzione) fa bella mostra il vinile originale di Tutu di Miles Davis.

L'arredatrice, sicuramente dotata di buon gusto, ma molto meno interessata al gusto musicale, si chiama Florence Lopez e tra i suoi clienti, dice la rivista, c'è anche Nicole Kidman e altri nomi noti. Non si sa però molto del suo intervento qui riguardo all'impianto, perché nell'articolo si citano solo le scelte relative alle sedute, al tappeto e al tavolino visibili nell'immagine.

mercoledì 24 settembre 2014

La differenza che interessa

La differenza che interessa e suscita dibattito nel mondo della musica (riprodotta e non) è quella tra i formati compressi e non compressi, e tra i formati in qualità CD e in alta definizione. Una differenza che evidentemente si può apprezzare solo all'ascolto, e all'ascolto abbiamo dedicato numerosi approfondimenti negli ultimi tempi (in fondo ci sono tutti i link agli altri post).

Un articolo relativamente recente sul quotidiano inglese The Guardian ha rilanciato il tema, sostenendo (non sono i primi) che la differenza non si sente. Possibile? Tante informazioni in più ma, a differenza che nel cinema e nella fotografia digitale, il nostro pur raffinato sistema uditivo non riesce ad individuarle e ad utilizzarle? Ci torno sopra partendo da alcuni test eseguiti da istituti universitari statunitensi e tedeschi nei dipartimenti che si occupano dell'ingegneria dell'audio.

Premessa: come eseguire un test a confronto
La progettazione di un test influenza il risultato e lo rende più o meno attendibile, questo è noto ed è verificabile in qualsiasi test soggettivo, con questionari e partecipanti umani. Nel nostro campo il test tipico e più intuitivo è la prova a confronto, si ascolta un estratto di 10-20" in un formato e poi lo si riascolta subito dopo per il formato da confrontare. Per rendere la prova più oggettiva si evita di dichiarare quale formato si sta ascoltando (doppio cieco) e poi (ma questo è obbligatorio) si normalizza il volume tra i due test (il nostro sistema di giudizio tende a preferire il suono più forte, come noto).
Più efficace è il metodo basato sul confronto istantaneo, che avevo applicato nel primo test a confronto pubblicato su questo blog. I due formati sono riprodotti in parallelo da due sistemi di lettura diversi, con il medesimo programma musicale, sincronizzati e con il volume normalizzato, e l'ascoltatore può passare dall'uno all'altro più volte, alla ricerca delle differenze.
Entrambi gli esperimenti che presento qui adottano la tecnica degli ascolti successivi a confronto su un panel di più partecipanti.

Il test dell'Audio Engineering Society (AES)
L'AES, in collaborazione con il  McGill Audio Quality Lab della omonima università di Montreal, ha svolto nel 2009 questo interessante test, progettato per un convegno internazionale e citato da diverse parti e per il quale, soprattutto, è disponibile una esauriente documentazione. Il test si chiama "Subjective Evaluation of MP3 Compression for Different Musical Genres". Lo scopo era determinare se gli ascoltatori erano in grado di percepire la differenza tra musica riprodotta a qualità CD e la stessa compressa in formato MP3 a 96, 128, 192, 256 e 320kbps.
Il test utilizzava estratti di musica in diversi generi che veniva fatta ascoltare in doppio cieco con un impianto hi-fi di elevato livello, ad un panel di ascoltatori differenziato per esperienza di ascolto: ascoltatori esperti (tipo noi che partecipiamo a questo blog), musicisti, tecnici del suono.
Un testo apparentemente un po' datato ma molto interessante, perché il fatto che una differenza sia avvertibile tra CD e MP3 è stato raramente messo in discussione.

La McGill University di Montreal

I risultati
Cominciamo dai risultati e poi vediamo come sono stati ricavati. Dalla presentazione (che si può leggere integralmente seguendo i link in fondo) apprendiamo che: a) aumentando la esperienza di ascolto aumenta la capacità di riconoscere senza incertezza il suono non compresso: gli ascoltatori esperti riconoscono con sicurezza la differenza tra formato CD e MP3 fino a 96Kbps, i musicisti fino a 128Kbps, i tecnici del suono fino a 256Kbps; b) la preferenza è avvertita più con la musica di genere pop e rock che con la musica acustica; c) la compressione in MP3 a 96Kbps viene riconosciuta come peggiore anche rispetto all'MP3 a 320Kbps con la stessa percentuale rilevata per il CD (>70%); d) i tecnici del suono riconoscono i campioni CD come superiori a quelli compressi nell'80% dei test complessivamente, la percentuale scende per le altre due categorie.


Se ne deduce quindi che con questa modalità di test il formato MP3 a 320Kbps è difficilmente distinguibile dal CD, e anche che risultano più rivelatori delle differenze estratti di musica creata in studio con strumenti elettronici piuttosto che musica acustica. Infine, anche la specifica conoscenza di un genere musicale non ha aiutato nel riconoscimento rispetto all'ascolto con un genere musicale o con un brano non noto.

Risultati quindi che in parte confermano le aspettative (il peggioramento con l'MP3 si sente) ma in parte le smentiscono, portando l'MP3 a bitrate elevato allo stesso livello del CD (buona notizia per Spotify e soci, e per le case discografiche, se fosse vero) e smentendo la nostra preferenza per la musica acustica nei test (almeno se lo scopo è il confronto tra formati).
Ma il test sarà stato veramente efficace?

La modalità di effettuazione del test
A differenza di altri storici ed opinabili test qui si è partiti da ascoltatori che almeno avevano gli strumenti per valutare un messaggio musicale, quindi in primis, ascoltatori di musica. Il panel era abbastanza ampio: 13 ascoltatori esperti (età media 28 anni), 4 musicisti, 9 tecnici del suono. I generi musicali scelti erano 5 (Pop, Metal, Contemporanea, Orchestra, Opera) con brani poco noti, 1 per genere. La tecnica usata per il test era molto semplice: ogni partecipante entrava nella sala di ascolto attrezzata con un impianto di elevata qualità (Classè e B&W 902D) e dava il via al confronto. Veniva presentato in modo randomico, e quindi in doppio cieco, uno dei possibili confronti e alla fine doveva scegliere il migliore tra i due. Ogni confronto, di durata di 10" circa, veniva presentato due volte, in ordine inverso, e l'intera prova si concludeva dopo aver completato il totale delle possibili combinazioni previste, 150 in tutto.
In più, alla fine di ogni ascolto veniva chiesto di indicare con un questionario i difetti (artifacts) del campione giudicato peggiore.

L'impianto usato per i test alla università di Montreal

L'efficacia del test
Una prima osservazione riguarda l'assenza di test orientati alla voce maschile o femminile non impostata (e non filtrata) e alla mancanza di test orientati alla ricostruzione spaziale. Uno dei due campioni audio di musica acustica (quello per l'opera) è addirittura registrato in camera anecoica (penso per far concentrare l'ascolto sulla voce) mentre l'altro è per grande orchestra mahleriana, che puntava ad un amalgama del suono secondo la scuola di Wagner, come noto.
Sono invece i tipici test che si fanno (e che adotto anche io) per evidenziare al massimo le differenze più individuabili. D'altra parte in 10" non sarebbe stato possibile far attenzione anche a questo.

Un'altra osservazione nasce dalla curiosa maggior efficacia del pop e del rock per evidenziare le differenze. Anche qui occorre ricordare che la compressione MP3 tra le altre cose comprime anche la dinamica, e che una dinamica più ristretta comporta una impressione di suono "più forte". Dando per scontato che il volume nei due confronti sia stato normalizzato (la presentazione non lo dice), è possibile quindi che la differenza avvertita meno per la musica acustica, nasca dal fatto che il campione in MP3 sia stato "migliorato" soggettivamente all'ascolto (così breve) dalla compressione dinamica. Effetto minore per i campioni pop / rock già presumibilmente più compressi all'origine. E minore incidenza per gli ascoltatori più esperti che difatti riescono con maggiore sicurezza ad individuare il campione compresso.

Gli altri tre campioni di musica pop, rock e contemporanea rappresentano scelte difficili da valutare: a parte il brano dei Rage Against The Machine sono infatti brani quasi sconosciuti di autori molto poco noti. Comunque introvabili sia su YouTube sia su Spotify e quindi difficile da valutare quanto siano adatti ad evidenziare le differenze. Il brano rock è un classico pezzo metal con chitarre distorte e basso elettrico in evidenza e a mio parere (e come confermano i risultati) le differenze possono essere individuate solo da un ascoltatore molto esperto.

I campioni musicali selezionati per il test AES

Infine si nota uno strano andamento nei giudizi tra i musicisti, con l'MP3 a 320Kbps valutato allo stesso modo del 128 (ma il 256Kbps migliore del CD al 70%). Sembrerebbe che qualcuno dei 4 musicisti sia crollato dopo decine di test e abbia dato risultati a caso.

Gli "artifatti"
E' interessante riportare anche l'elenco delle distorsioni che si chiedevano di individuare, e che sono state individuate dai partecipanti al termine delle brevi sessioni di ascolto. In ordine di segnalazioni riportate (vedi il dettaglio nella slide) sono:
- distorsioni a frequenze elevate
- distorsione in genere
- transienti distorti o non realistici
- immagine stereo non stabile
- compressione della gamma dinamica
- riverbero eccessivo o innaturale
- rumore di fondo

Questo elenco può essere anche un buon suggerimento in ascolto sugli aspetti a cui prestare maggiore attenzione durante un confronto per qualsiasi scopo.



In sintesi
Meno test, più lunghi e più mirati penso che avrebbero dato risultati diversi e fatto emergere la superiorità in genere da tutti riconosciuta del formato non compresso su quello compresso. Rimane il fatto oggettivo che la compressione normalmente usata comporta un degrado avvertibile e che però già a 320Kbps la differenza si avverte, ma solo con un ascolto attento e continuativo. Da notare inoltre che altri formati di compressione (Ogg Vorbis soprattutto) sono superiori come qualità al più anziano MP3.

Il test dell'Istituto di musicologia dell'Università di Amburgo
Questo test invece è stato effettuato per una tesi di laurea collettiva. Più recente, risale al 2011, il titolo è "Subjective audibility of MP3-compression artefacts in practical application". In fondo all'articolo anche in questo caso il link per leggere integralmente il report. La modalità di rilevamento dei dati è molto simile, con prove a confronto di breve durata, una differenza significativa è rappresentata dal sistema di riproduzione, che in questo caso è una cuffia dinamica di elevata qualità (Senheiser HD 800, nella foto sotto) e nel panel dei partecipanti che è rappresentato (come c'era da aspettarsi) da studenti della stessa facoltà (2 dei quali musicisti e tecnici del suono).

Più o meno simile il numero di partecipanti (21), più ampia e variegata invece la lista dei campioni musicali (12 per 4 generi: elettronica, rock, classica, jazz). Le restanti modalità di test sono molto simili, incluso i campioni di 10", da notare solo che era incluso per confronto un "falso" test di controllo CD-CD e che è esplicitamente citato il livellamento preliminare del volume. Il report fa anche un riepilogo degli altri test effettuati nel mondo a questo scopo (incluso quello dell'AES) ed evidenzia anche la variabilità dei risultati e la dipendenza dalla tecnica di test.

I risultati del test effettuato in Germania
Sono apparentemente anche più netti di quelli del test precedenti, relativamente alla difficoltà di individuare le differenze, almeno con questo sistema di misura, ma le elaborazioni sul campione dei partecipanti forniscono alcune interessanti spiegazioni a questo risultato inaspettato.
Il test individua il confine tra differenza individuabile con certezza ancora più in basso, a 48Kbps, già a 96 e a 128Kbps la variabilità e il numero di "false" risposte è simile a quello ottenuto dai test di controllo CD-CD.

L'auditorium della università di Amburgo

Veniva richiesto però anche in questo caso di compilare un questionario sulle differenze individuate tra i campioni e da questo ulteriore elemento si è verificato che sia a 96 sia a 128Kbps la grande maggioranza dei partecipanti individuava differenze con sicurezza tra i due campioni ascoltati. Il fatto è che queste differenze non venivano valutate come indicatori di un suono "migliore". Spesso la differenza introdotta dalla compressione (ad esempio la compressione dinamica, penso io) veniva interpretata come migliorativa.
I risultati sono stati quindi correlati con le abitudini di ascolto dei partecipanti (come non pare abbiano fatto quelli dell'AES) e hanno verificato una marcata differenza tra gli ascoltatori che usavano in prevalenza per l'ascolto lettori portatili e musica compressa e quelli abituati ad ascoltare in qualità CD. Scoprendo che chi individuava con maggior sicurezza la differenza erano questi ultimi.

I tesisti e il prof. Rolf Bader che ha guidato la ricerca nelle conclusioni ipotizzano quindi che la spinta psicologica ad individuare comunque una differenza (anche quando non c'è: test CD-CD) e la familiarità col suono ottenuto della compressione MP3 (compresso e "semplificato") hanno condotto al giudizio che possiamo considerare "falso" in termini tecnici, ma non soggettivi, ma che la differenza comunque gli ascoltatori la percepiscono.

Sintesi finali
Non c'è molto da aggiungere ai risultati dei due test che sono trasparenti ed oggettivi nella loro esecuzione, ma ovviamente soggettivi nelle valutazioni. Che peraltro ognuno può verificare sul proprio impianto e con le proprie orecchie, perché è un test molto facile da replicare. Come evidenziato dalle conclusioni del test tedesco, che condivido, molto dipende dalla educazione all'ascolto dei partecipanti ai test, confermando anche l'opinione di un professionista e tecnico del suono come Masciarotte citato in precedenza. Una maggiore qualità del media rappresenta quindi sempre un miglioramento e una volta acquisito questo livello di qualità è più difficile tornare indietro.
Vale lo stesso anche nel successivo upgrade da CD a HD? La risposta ha provato a darla un successivo test sempre dell'AES che commenterò in un successivo post.

Appendice 1 - Gli altri articoli sull'ascolto


Appendice 2 - I link ai due test commentati











giovedì 28 agosto 2014

Equo compenso, streaming e download

Il mondo della musica continua ad anticipare le rivoluzioni nel nostro modo di vivere che una tecnologia sempre più potente e sempre più accessibile, che chiamiamo per semplicità "digitale" sta portando con se'.

Quello che affronto ora  qui, per un usuale punto della situazione, è il cambiamento in corso nella produzione dei contenuti e nel compenso per chi li produce, un cambiamento che probabilmente farà da apri pista al mondo della letteratura e forse del giornalismo.

Nell'era dei supporti fisici la gran parte dei compensi per tutti quelli che producevano musica, in qualsiasi ruolo, provenivano dalla vendita dei supporti, dischi, cassette o CD, in misura minore dalla diffusione via radio e in misura ancora minore dalla vendita di spartiti e dai concerti.

La vendita dei supporti è in calo costante e si ridurrà presto ad una nicchia di mercato, e lo stesso sta accadendo per la loro versione in digitale, il download. In crescita è invece la diffusione, ma in forme del tutto diverse, in prevalenza on demand. È il cosiddetto streaming. In sviluppo anche tutto il settore dei concerti, non più costosi e oberati da effetti speciali sempre più spettacolari e sostanzialmente promozionali (e in perdita) ma coperti dai profitti di LP e CD. Ora sono produzioni che puntano al profitto. Il problema è che la crescita in questi settori non bilancia il calo e non può garantire, almeno nelle previsioni a breve-medio termine, di recuperare il mancato fatturato derivante dall'ulteriore calo previsto nella vendita dei supporti.

I concerti
Sono passati, come accennato prima, da attività ad elevato costo non copribile dal costo dei biglietti (e in alcuni casi celebri anche gratuiti) quindi giustificate essenzialmente come promozione della vendita degli album, ad attività con un conto economico in positivo. Una delle principali fonti di reddito per molti musicisti che si impegnano a ritmi molto intensi, come Ben Harper con i suoi 200 e più concerti all'anno (fonte anche di ispirazione verifica della sua proposta grazie alla interazione continua con il pubblico). Una attività , come è evidente, non piratabile. Ma non alla portata di tutti.


Guadagnare con lo streaming
Se Spotify o Sony Music Unlimited o Deezer o Google Music Unlimited con circa 10 € al mese consentono di scegliere e ascoltare in buona qualità quasi tutta la musica del mondo, sobbarcandosi i costi dei server e delle connessioni, si suppone che non possano garantire grandi royalties per i detentori dei diritti delle musiche selezionate dagli utenti. Molti musicisti hanno accusato Spotify di lasciare profitti irrisori ai musicisti. Secondo analisi fatte dal sito AudioStream questo è vero solo in parte.
Per musicisti che riescono a generare numeri elevati in streaming e che gestiscono direttamente i loro diritti, come Ron Pope ritratto nella immagine iniziale, o il cantautore impegnato inglese Billy Bragg, i ricavi non sono disprezzabili, grazie alla vastità del pubblico contattabile sulla grande rete e ai servizi diffusi universalmente (come appunto Spotify). Diventano molto inferiori a quelli garantiti un tempo dai CD, quando il contratto che lega il musicista all'editore è sbilanciato verso questo canale rispetto alla diffusione, o per generi musicali a minore diffusione, quindi in primis per la classica e il jazz. Ma questo ultimo fatto avveniva già per le vendite di CD e quindi non c'è alcuna novità. In ogni caso il passaggio allo streaming assieme al forte incremento della produzione (e quindi della scelta per i consumatori di musica, consentita dalla continua diminuzione dei costi di produzione e dalla globalizzazione culturale) comporta un inevitabile calo dei guadagni per chi vive di musica, di qualsiasi fase del ciclo si occupi. Con le solite eccezioni.


Riduzione, non annullamento
Se tutti vogliono ascoltare musica quasi in ogni ora della giornata (e forse anche durante il sonno) non c'è dubbio che la domanda ci sia e sia consistente, e chi produce musica (una creazione non alla portata di tutti) è logico che sia remunerato. I sistemi che lo garantivano un tempo sono saltati ed è vano e velleitario il tentativo delle case discografiche, riunite nella IFPI, di mantenere la legislazione attuale sul copyright magari inasprendo le leggi, senza alcun aggiornamento alla situazione attuale nei canali di distribuzione e diffusione.

Pirateria ed equo compenso
La pirateria, ovvero il download illegale, muta continuamente e continua a resistere ai tentativi di debellarla. Avviato ormai sul viale del tramonto il peer-to-peer o P2P, il nuovo sistema è il cosiddetto "cyberlocking" (ci tornerò in un prossimo post). Per i discografici è la motivazione per richiedere leggi più severe o in sottordine, l'applicazione della "copy levy" - in italiano "equo compenso". Con le annesse tradizionali polemiche. Ingiustificate, perché è difficile sostenere che sulle memorie di massa esterne o interne di PC, tablet e smartphone non ci sia musica scaricata senza pagarla o copiata da altri, in almeno il 90% degli apparati diffusi in Italia. In più, l'equo compenso bilancia oramai gli introiti anche rispetto ad altri soggetti che, legalmente in questo caso, beneficiano della distribuzione legale o illegale di musica (o film) senza pagare nulla ai produttori del contenuti.  Sono i gestori di reti fissa e mobile.

L'obiezione ovvia è che l'equo compenso colpisce solo i produttori di HW e non i gestori TLC. Ma non è più così e lo sarà ancor meno in futuro in un mondo sempre più orientato alla tecnologia mobile, dove i gestori sono collegati a filo doppio con i produttori di apparati mobili. Che divideranno sicuramente l'equo compenso con gli sconti applicati ai gestori per la vendita di abbonamenti con apparato incluso.

Il caso YouTube
Oltre allo streaming in abbonamento, esiste anche lo streaming con pubblicità. La stessa distinzione che conosciamo per la TV tra i servizi premium come Sky o Mediaset Premium e quelli cosiddetti in chiaro. Una opzione anche per Spotify, ma il servizio di questo tipo che tutti conoscono ed usano continuamente è ovviamente YouTube. In questo caso i guadagni dei detentori dei diritti musicali sono unicamente una percentuale delle tariffe pubblicitarie riscosse da Google / YouTube, nel caso in cui gli annunci siano inseriti in video accompagnati da contenuti musicali sotto copyright. Ho trattato a suo tempo il modello di business di YouTube per gli inserzionisti e per i creatori di contenuti in questo articolo a cui rinvio per approfondimenti.

Appare evidente che essendo una frazione della frazione quello che rimane al musicista in questo caso sarà apprezzabile solo per grandi volumi, che però su YouTube sono anche possibili.
Una preoccupazione speciale è riservata invece all'annunciato servizio in abbonamento senza pubblicità che YouTube sta lanciando. Qui secondo le anticipazioni Google grazie alla forza dei numeri sta imponendo percentuali molto basse per i detentori dei diritti musicali e in particolare per le etichette indipendenti (la fonte è sempre AudioStream). Ma come sempre bisognerà vedere come andrà veramente e se poi YouTube a pagamento avrà un vero peso commerciale.

In sintesi
Chi produce musica e vuole vivere di musica non può fare altro che adattarsi al mondo attuale e cercare di piegarlo a proprio favore. Compensare con i concerti e con le attività collaterali il calo di fatturato ( e la progressione sparizione) dei ricavi da supporti fisici. Diventare popolare sul web o attraverso altri canali (TV in primis) per generare streaming (o trovare buoni sponsor se è un musicista classico) e sostenere e cercare di rendere effettivamente equo per sé (ma non vessatorio per gli utenti) l'equo compenso. I servizi in abbonamento sono destinati a crescere sia come numero di abbonati sia come spesa per abbonato come già avviene nella TV, e quindi è prevedibile che anche la "torta" per i musicisti sarà più ricca. Ma dovrà essere divisa tra un numero di produttori di contenuti sempre più grande.

(nelle immagini i musicisti citati: Ron Pope, Ben Harper e Billy Bragg)

giovedì 17 luglio 2014

Prima dell'analogico, meglio dell'analogico: i music rolls Ampico

L'analogico in musica evoca tecnologie vintage (il vinile, i nastri magnetici) ma di ottima reputazione, in grado di restituire l'evento musicale originale con maggiore fedeltà e naturalezza, secondo alcuni. Sono tecnologie dell'era dell'elettronica, che precedono l'attuale era digitale. Eppure anche nell'era tecnologica precedente, quando i componenti elettronici attivi, valvole e transistor, erano ancora oggetti del futuro e l'unica automazione possibile era elettro-meccanica e magnetica, sono stati messi a punto sistemi di riproduzione della musica persino migliori dei migliori sistemi successivi, direi quasi perfetti.
E sono persino utilizzati ancora oggi dagli appassionati, seppur non più in produzione sin dagli anni '20 del XX Secolo.

La registrazione e riproduzione elettro-meccanica
Tutto parte dagli strumenti a tastiera, e in particolare dal più diffuso e importante tra essi, il pianoforte. Uno strumento a tastiera implementa già all'origine una codifica dell'evento musicale, riconducendolo ad un insieme di note ad intonazione fissa, a differenza degli strumenti ad intonazione continua (archi, fiati ecc.). Si presta quindi bene per una possibile automazione, nel senso che i parametri con cui si compone il suono sono sostanzialmente tre: le note (l'altezza del suono), eventualmente sommate tra loro (accordi), il valore delle note (la loro durata), la intensità con cui vengono suonate (piano-forte).
Basterebbe registrare questi tre parametri (più il pedale e il pedale tonale) per cogliere in modo totale il contenuto musicale. E il modo per farlo può essere suggerito da un antico giocattolo meccanico inventato a fine Settecento e che tutti conoscono: il carillon. Dove un rullo continuo suona una melodia molto semplice mediante una sequenza di note di durata costante. Lo stesso principio usato poi nella sua evoluzione: l'organetto a  manovella usato dai suonatori ambulanti fino a qualche decennio fa

La meccanica Ampico applicata su un pianoforte di produzione Bosendorfer

Partendo da questo spunto a fine ottocento numerosi inventori da varie parte del mondo (Italia inclusa) si sono ingegnati a mettere a punto un sistema di registrazione in grado di catturare (registrare) questi parametri da un pianoforte, ovviamente mentre viene suonato. Allo scopo di riprodurre poi quanto registrato su un secondo pianoforte riproduttore dotato di appositi congegni. Un pianoforte che quindi suonerà da solo, senza esecutore.

I rulli musicali o music rolls
Il supporto di registrazione che la maggior parte delle aziende hanno adottato è il rullo di carta perforato. Un sistema molto semplice, economico ed efficace che peraltro è arrivato sino all'era dell'informatica (era la cosiddetta "zona", utilizzata per la inizializzazione o bootstrap dei computer sino all'inizio degli anni '70). Rulli di carta speciale particolarmente resistente al tempo e all'usura dato che questi music rolls sono ancora disponibili sul mercato dell'usato, anche su eBay, e a prezzi non elevati, a testimonianza della loro diffusione all'epoca, e sono ancora in grado di suonare.
In pratica ogni music roll era l'equivalente di un disco, di un nastro o di un CD dei tempi successivi, e per suonarlo, invece che un impianto hi-fi, si usava un piano-riproduttore (Player Piano) compatibile con il formato dei rulli. Che era per il resto un piano normale (a mezza coda al minimo per poter ospitare gli ingranaggi) utilizzabile anche da un esecutore umano.

La Ampico
Acronimo di American Piano Company, la Ampico è probabilmente l'azienda più nota del settore e quella di cui si trovano ancora più facilmente rulli e riproduttori compatibili. Attiva dal 1908 al 1929 ha brevettato i sistemi per la registrazione che poi ha adottato e in più ha curato la scelta del repertorio e degli esecutori, inclusi celebri musicisti dell'epoca, coprendo anche il ruolo di una moderna casa discografica.
Il sistema di registrazione adottato dalla Ampico prevedeva l'utilizzo di due rulli separati per la registrazione delle singole note sulle due zone della tastiera (bassi - alti, chiave di basso e chiave di violino o mano sinistra - mano destra) e sul secondo rullo di registrazione, per ciascuna di esse, della dinamica (la intensità) e della durata. Queste informazioni venivano poi passate ad un settore di post-produzione dove veniva controllato il risultato ed effettuato l'editing in caso di anomalie nel sistema di cattura di questi valori. Che era di tipo elettro meccanico con magneti disposti vicino ai martelletti, quindi con possibili inesattezze. Le informazioni erano poi riportate su unico rullo di carta dove una linea continua indica la durata della nota e una parte iniziale più spessa la intensità, e la posizione della linea l'altezza della nota stessa.
Una descrizione dettagliata dell'ingegnoso sistema elaborato da Charles Stoddard della Ampico, assieme alla storia dell'azienda, si può leggere sul sito del Pianola Institute, in questa pagina. Sullo stesso sito la storia delle altre soluzioni contemporanee (Welte-Mignon e Duo-Art le principali) e della pianola in senso stretto, che richiedeva però anche l'intervento di un esecutore umano.
Da aggiungere che in altri sistemi (quello della Duo Art) la dinamica veniva registrata manualmente da un esperto musicista che si affincava all'esecutore. Non era quindi una "fotografia" dell'evento musicale come per il sistema Ampico automatico.

Un piano Ampico in funzione
Ma meglio della lettura di queste fonti informative le possibilità di questo sistema di registrazione e riproduzione si possono verificare su YouTube, vedendo e ascoltando questi Player Piano in funzione, restaurati da appassionati e alimentati con i music roll della Ampico o di altre case. Basta fare una ricerca con Ampico per trovarne diversi. Consiglio di iniziare da questo video inserito da un musicologo, Mike Kukral, che presenta brevemente la tecnologia e la storia di questo sistema, e che vede un player piano Ampico in riproduzione dei celebri rulli incisi da Sergei Rachmaninov in persona (sugli esecutori torno dopo). All'inizio del rullo la Ampico ha inserito una lunga descrizione in puro stile marketing sulle caratteristiche uniche del loro prodotto che dice molto anche sulla diffusione e la importanza commerciale del settore nei primi decenni del secolo scorso.




Per chi è interessato al funzionamento e ai meccanismi del player piano è interessante questo altro video nel quale la camera mostra in sequenza i vari e complessi meccanismi, tipicamente primo novecento, in azione per muovere i martelletti, le corde e gli altri meccanismi interni del piano a coda. Infine per chi volesse ascoltare in HD il music roll Ampico con numero di catalogo 69253-H contenente la Elegia, Op 3 No 1 di Rachmaninov suonata da lui stesso, consiglio questo altro link.

Riportare gli esecutori originali tra noi
E' questo l'aspetto più affascinante della tecnologia basata sui music rolls. Il piano suona da solo, come si può vedere nei video su YouTube, come se seduto sullo sgabello ci fosse l'uomo invisible o un fantasma, e questo già suscita curiosità. Ma in realtà il piano sta riproducendo proprio i tasti e i pedali che l'esecutore originale ha premuto, e con la stessa intensità e gestione degli intervalli di tempo. Quindi è come se lui fosse veramente qui tra noi. E l'esecutore può essere Paderewski o il già citato Rachmaninov più altri esecutori celebri dell'epoca. Un riproduzione senza intermediazione di una catena di riproduzione, una specie di cinematografia musicale che attraversa il tempo. L'unico dubbio sulla fedeltà completa all'evento originale rimane circoscritto alla attività di post-produzione che anche i sistemi più automatizzati, come quello della Ampico, richiedevano. Non sappiamo come i tecnici-musicisti siano intervenuti in caso di deviazioni percepibili a orecchio o di occasionali carenze di informazioni, nè quanto siano state frequenti. Ma le testimonianze e anche e soprattutto l'ascolto, su piano riproduttore o su disco dopo registrazione audio, fanno ritenere che le esecuzioni siano riportate con una buona precisione.

Il catalogo Ampico sezione Player Piano, del 1926

La fedeltà del suono
Qui polemiche e distinguo non sono possibili, la fedeltà come hi-fi è un obiettivo raggiungibile asintoticamente all'infinito, ma qui è già raggiunta per definizione. Un pianoforte ascoltavano coloro che partecipavano alla registrazione negli anni '20, e un pianoforte sentiamo noi. Sarà diverso l'ambiente, sarà diverso il pianoforte, ma entrambi potranno essere ricondotti agli originali o approssimarli notevolmente. L'unica tecnologia di riproduzione musicale di fedeltà assoluta. Con un solo limite, è applicabile solo agli strumenti a tastiera e nella pratica al piano e in parte all'organo.

mercoledì 9 luglio 2014

Arriva lo streaming lossless con Qobuz

Pare quasi incredibile, pensando alla situazione di pochi anni fa, ma dopo l'offerta sempre più ampia di servizi in streaming in "media definizione" (compresso, ma non troppo) è ora disponibile (da qualche mese) anche un servizio con un buon catalogo e tutto in qualità CD, 16bit e 44.1KHz, quindi lossless, accessibile anche a noi italiani. È una iniziativa dei francesi di Qobuz, che già si distinguevano per la vendita a buon prezzo in Europa di musica in download in qualità CD e soprattutto in HD.

Ho scritto "accessibile" dall'Italia e non disponibile perché ufficialmente, a quanto è dato di capire, Qobuz non estende il suo catalogo anche al nostro Paese ma, come ho sperimentato anche io dopo la segnalazione di un visitatore del blog, è sufficiente registrarsi al servizio Qobuz e poi chiedere di autorizzare l'acquisto dall'Italia e a quanto pare la risposta è sempre positiva (vedere i commenti del post sui servizi di download in HD) e sicuramente lo è stata nel mio caso. I lettori del blog potranno comunque sperimentare, e confermare o smentire.

Una volta registrati si può selezionare la opzione streaming che è offerta in tre modalità: lossy (MP3 320kbps) per solo desktop o anche dispositivi mobili, lossless solo classica e lossless per tutto il catalogo. Rispettivamente a 5, 10, 15 e 20 € al mese (meno un centesimo come al solito). L'abbonamento al servizio consente inoltre sconti (il 7% per ora) per il download del materiale in HD. In più per il lancio del servizio, il primo mese è gratis. Il pagamento è con PayPal ma bisogna accettare l'attivazione del pagamento periodico, che può dare qualche apprensione (e bisogna ricordarsi di disattivare se poi si rinuncia).


Il servizio per il resto è simile agli altri già noti, per la scelta della musica e l'ascolto sono disponibili delle app per desktop, smartphone e tablet. Io ho provato quelle per iPhone e iPad, sono molto ben fatte, funzionati e veloci, con tutte le funzionalità presenti in Spotify o quasi ma con una interfaccia tutto sommato più gradevole e meno complessa nell'uso, e quindi anche molto superiore a quella di Google Play Music Unlimited (dovrebbero decidersi anche a trovare un nome più semplice se vogliono che il servizio abbia successo).

L'unico limite è che tutto, sia in ambiente desktop sia mobile, è in francese. Conseguenza inevitabile del supporto non ufficiale per l'Italia. Per Qobuz dopo l'accettazione sono in Francia, almeno come nazione virtuale. Guardando però il sito nelle altre lingue per i paesi dove il servizio è disponibile ufficialmente (UK, Germania e altri), sembra che parte delle informazioni e dei menu siano in francese e che alcune parti siano gestite col traduttore automatico. Il tutto vale ovviamente anche per le app. Comunque siccome i servizi in streaming sono più o meno tutti simili anche chi non conosce bene la lingua se la può cavare. Però se qualcuno sta imparando il francese può anche fare con l'occasione un po' di esercizio.

Almeno questa sezione del sito Qobuz è disponibile
anche in inglese

Prova pratica
Nelle videate seguenti il test di utilizzo della app per iPhone (anche questa in solo francese, naturalmente). Da notare la indicazione della qualità in riproduzione (ovviamente, è il punto di forza del servizio) e le note su autori e interpreti, un plus rispetto a Spotify. Ho iniziato con il jazz vocale più noto, e di Diana Krall ci sono tutti gli album. Poi vediamo qualcosa di indie rock, proviamo i Beirut, e anche qui c'è tutta la produzione. Passo poi come al solito a qualcosa di datato ma meno noto, i Pentangle, e anche qui non manca nulla, e restando nel folk inglese d'epoca, anche Anne Briggs è presente.



Come si vede nel secondo screenshot in alto è possibile, come al solito, selezionare diverse opzioni (paramètres), tra cui la qualità di riproduzione tra MP3 320Kpbps e CD 16/44.1 (compresso lossless in FLAC), la modalità offline (déconnecté) e l'archiviazione in locale (stockage local) per copiare album sul dispostivo mobile quando siamo connessi in wi-fi per un ascolto in condizioni di scarsa copertura in seguito. Anche la possibilità di accedere in 3G o meno è selezionabile. Ovviamente essendo i file audio mediamente più voluminosi questo aspetto, almeno sino all'adozione generalizzata del 4G, è importante. Tutto all'incirca come Spotify, una interessante funzionalità in più rispetto a servizio svedese è però il comando per svuotare questa cache locale (supprimer la musique en cache)  operazione niente affatto semplice con Spotify, almeno nelle release attuali. Negli altri screenshot l'ascolto della musica selezionata e le prime ricerche effettuate.

L'importazione in locale
Una osservazione importante riguardo al download in locale (import): per evitare che si blocchi inspiegabilmente dopo pochi  minuti bisogna disattivare la opzione "blocco automatico" presente su iPad e iPhone e di solito impostata su 2 o 5 minuti. Qobuz si mette in pausa l'importazione se il dispositivo si mette in blocco, e la eventualità è probabile perché la importazione è piuttosto lenta per via della dimensione dei file lossless, seppur compressi in FLAC. Lo stato della importazione sulla app per iPad è mostrato con la piccola icona della nuvola in alto a destra (vedi la immagine seguente) con i soliti simboli universali di pausa o di attività mediante i quali si può controllare cosa succede. Naturalmente se si disabilita il blocco automatico poi bisogna ricordarsi di ripristinarlo.


Su iPhone invece per visualizzare lo stato dell'importazione c'è una voce apposita sul menu principlae (import en cours) che apre una videata con lo stato del download in corso.


La ricerca su iPad
Qui di seguito altri due screenshot della app per iPad, altrettanto ben progettata e con il vantaggio di sfruttare la superficie più estesa dello schermo. Sono mostrate le ricerche sulla produzione disponibile e ascoltabile per Paolo Fresu e Norah Jones.




Il catalogo
È l'elemento determinante di ogni servizio streaming, quelli maggiori, di Google, Sony e Spotify, dichiarano 10 o 20 milioni di brani, per Qobuz non è dichiarato il numero, ma sicuramente è inferiore a questi numeri uno del settore. Bisogna vedere però cosa c'è veramente in questi cataloghi, quanta musica commerciale, quanti duplicati e interpretazioni fake.

Un test più esteso è ovviamente impossibile, come sempre io faccio un test a campione simulando un uso reale, cioè una ricerca di contenuti attuali e meno commerciali, prendendo spunto dalle recensioni di Audio Review sezione musica, nell'ultimo numero in edicola.
Il risultato confrontato a Spotify è accettabile: per le recensioni di rock le ultime uscite di Eels, Ben Watts (quello degli Everything But The Girl), Paolo Nutini, Neil Young, Ben Harper con la madre Ellen ci sono, manca invece l'ultimo di Jack White e l'ultimo di Keb Mo, e dell'atteso esordio di Sam Smith solo estratti in preascolto, ma non c'è neanche su Spotify (solo i singoli). Sul lato jazz le assenze sono più ampie, Paul Bley dal vivo a Oslo c'è, ma l'ultimo di Fresu no è la novità del pianista cubano Alfredo Rodriguez c'è solo in preascolto, mentre su Spotify ci sono. Di questi musicisti comunque c'è su Qobuz buona parte degli album pubblicati. In rete ci sono altri test più estesi (ma comunque ben lontani dall'essere esaustivi) che confermano queste conclusioni di massima. E' peraltro evidente che in caso di affermazione del servizio il catalogo si espanderà, come avvenuto per tutti gli altri.

Da testare la disponibilità di classica, ma se prevedono un abbonamento ad hoc immagino che il catalogo sia ampio, e d'altra parte è il punto debole degli altri servizi lossy.



In queste altre due immagini l'applicazione per desktop, ambiente Windows. La videata iniziale e un esempio di ricerca per i Tindersticks.

L'ascolto in mobilità
Anche se per ora, come premesso, l'ascolto in streaming (anche per Spotify e soci) non sempre è fluido e ininterrotto con le attuali reti 3G, e quindi la fruizione principale dovrebbe essere in wi-fi (si spera in estensione nei luoghi pubblici) ho provato comunque anche l'ascolto in mobilità e in 3G, ovviamente alla massima qualità CD 16/44.1. Come avevo fatto per Spotify l'ascolto era in auto nel tragitto casa-lavoro nella città di Roma, alle 9 di una mattina qualsiasi e in varie zone della città, inclusi passaggi in galleria e con tratti a discreta velocità, gestore Tim. Non ho rilevato alcun problema, l'ascolto era fluido e pronto (oltre che di eccellente qualità), soltanto una micro-interruzione (pochi secondi) in galleria e in seguito alcune interruzioni di più lunga durata che rendevano difficile l'ascolto. In questi casi è impossibile sapere se siano problemi dei server del fornitore del servizio o della rete mobile (più probabile la seconda motivazione). Per maggiore sicurezza soprattutto in casi di copertura variabile come quello del test è consigliabile scaricare in precedenza gli album che si vogliono ascoltare con una connessione wi-fi. Nessuna particolare differenza rispetto a Spotify, quindi, in questo breve test.

In sintesi 
Con l'abbonamento a Qobuz non si rimane certamente a corto di buona e interessante musica, si troverà sempre qualcosa di nuovo da scoprire o qualcosa di dimenticato da riascoltare. Non c'è però quella possibilità consentita da Spotify di trovare praticamente tutto, di avere a disposizione tutta la musica del mondo o quasi. A noi la scelta non facile tra la maggiore qualità all'ascolto e il catalogo, olter alla valutazione del costo aggiuntivo (che raddoppia).
Già, la qualità, cioè il plus principale: si sente veramente la differenza con Spotify? Vale la pena? A questo tipo di test e ai limiti dell'ascolto a confronto ho dedicato un post recente e quindi non mi cimento nuovamente qui in questa difficile operazione. Ho ascoltato l'ultimo lavoro di Diana Krall ad esempio e la voce della pianista e cantante canadese era ottimamente presente, i bassi potenti e definiti, la chitarra acustica accurata e realistica, un ascolto molto piacevole (l'impianto era quello, custom, della mia auto). Posso quindi dire che la impressione è molto buona, come era da attendersi, sempre ricordando che la differenza, se c'è, si sente e si interiorizza sul medio-lungo periodo.

Quindi in conclusione, l'ultima fase, l'abbandono definitivo dei supporti fisici e anche del download e dell'archiviazione in locale sembra essere concretamente iniziata.

(il post è stato aggiornato e arricchito con altre informazioni sulla importazione in data 15.9.2014)