lunedì 23 settembre 2013

A volte ritornano: la digital radio

Tutti conoscono e hanno seguito la lunga e complicata vicenda della televisione digitale terrestre, o DTT, ma ben pochi sanno che la stessa migrazione da analogico a digitale era prevista anche per la radio. Si chiamava DAB, Digital Audio Broadcasting, e il sistema di trasmissione non era dissimile a quello adottato dallo standard DTT, trasmissione di un segnale digitale via onde radio, quindi ancora con una architettura broadcast, da una antenna a molti ricevitori.
La storia in sintesi del DAB, del suo stentato avvio, della promozione insufficiente, e poi del progressivo ma mai definitivamente ufficializzato abbandono, si può leggere sulla pagina che abbiamo dedicato al digitale terrestre su Musica & Memoria.

Una storia che qualcuno sembra intenzionato a riaprire nonostante il flop passato, con una sperimentazione iniziata in una regione italiana, il Trentino Alto Adige, e il rilancio sostenuto anche da una campagna promozionale (via radio ovviamente). Vediamo in sintesi chi è interessato, perché è fallito il primo tentativo, che vantaggi ci sarebbero e che probabilità (secondo me) ci sono per il secondo tentativo e che cosa stanno facendo gli altri in Europa.



Chi ne trarrà giovamento
Diciamo subito che il nuovo standard può dare vantaggi solo agli operatori del settore. Il nuovo standard consente di ridurre i costi di trasmissione, migliorare la qualità e la copertura senza mettere mano a un complicato riordino delle frequenze (sostituito da una specie di sanatoria), e di mantenere almeno all'inizio le posizioni di mercato acquisite. Il passaggio alle web radio sarebbe invece un percorso molto più impegnativo ed a rischio per le radio attuali, che si troverebbero ad affrontare una concorrenza molto più estesa.

Dal punto di vista degli ascoltatori la qualità non sarebbe superiore, l'audio rimarrebbe compresso come è già per la maggior parte delle radio, e addirittura inferiore per le pochissime radio che trasmettono ancora in FM puro, senza compressione (come la benemerita FD5 della Rai). Sarebbe invece migliorata la situazione sul lato dell'ascolto e della riduzione dei disturbi e delle sovrapposizioni, sarebbe questo il "suono perfetto" (già sentita questa) degli annunci pubblicitari. Senza disturbi, non si parla di qualità audio. Ma il problemi della ricezione non è un limite dello standard FM, bensì della tradizionale incapacità organizzativa italiana, a cui si è aggiunta la battaglia per le frequenze da liberare, e che invece erano occupate da una certa rete TV privata, creando il cosiddetto "caos delle frequenze" che si trascina da venti e più anni. E che sarebbe risolto, anche in questo caso, non mettendo ordine, ma cambiando sistema, come è avvenuto per la DTT.



Perché è fallito
Il caos delle frequenze citato e la prevalenza totale della TV in Italia, anche per le note ragioni politiche, sono la prima causa dello stallo che ha fatto dimenticare dopo pochi anni il tentativo DAB (iniziato ormai il ... secolo scorso). Ora con lo switch over al digitale completato questo problema non dovrebbe esistere più. Ma rimane il secondo problema: la incompatibilità dello standard con i ricevitori attuali. In casa non era e non sarebbe un grande problema, perché gli ascoltatori sono ormai molto pochi, e sarebbe stato sufficiente l'acquisto di un nuovo ricevitore (prezzi accessibili). Il problema erano e sono le autoradio. Un grosso problema perché l'ascolto della radio era (ed è ) quasi tutto in auto. Teoricamente anche qui si potevano utilizzare decoder esterni. Ma una soluzione così scomoda è stata accettata (con proteste) per la DTT solo perché la migrazione era imposta per legge (la famosa legge Gasparri). E questo è l'ulteriore motivo del flop, qui nessun obbligo c'è mai stato.



Perché ora dovrebbe riuscire
L'unico passo avanti è che ora ci sono le frequenze disponibili. Inoltre in altri paesi europei, soltanto due in realtà, Germania e UK, la migrazione è andata avanti, senza raggiungere però il completamento, e alcuni produttori di auto hanno inserito tra gli optional per l'autoradio di serie la compatibilità col DAB. Che tutto ciò possa bastare è assai improbabile, perché questi optional sono molto costosi e molto poco diffusi. Così come i decoder che in più rendono più complicato l'uso in auto, un ambiente dove invece tutto deve essere semplice e diretto. Gli automobilisti si accollerebbero spese e scomodità solo se obbligati, o per vantaggi eccezionali offerti dalla tecnologia. Vantaggi che proprio non si vedono, anzi non si sentono. All'ascolto una radio DAB è una radio.

In più c'è la situazione delle emittenti, quasi tutte in difficoltà finanziarie per la riduzione degli introiti pubblicitari, derivante non solo dalla crisi ma anche dalla incredibile vicenda di Audiradio (anche su questo aspetto si può consultare Musica & Memoria). Una situazione che rende molto difficile per la maggior parte delle stazioni affrontare nuovi investimenti in infrastrutture tecnologiche. Nonostante ciò alcune radio, inclusa anche Radio 24, pare che ci credano e hanno iniziato a trasmettere in DAB+ (successore, ovviamente non compatibile, del primo DAB). Sono del settore, avranno fatto i loro calcoli, ma vedo che tra gli addetti ai lavori prevale lo scetticismo totale.




La situazione in Europa
Qualcosa continua a muoversi, sulla spinta evidentemente delle emittenti attuali. UK è il paese più avanti, aveva raggiunto anni fa una penetrazione del 50% ma poi il trend si è fermato per la concorrenza dei servizi via web, ormai sempre più integrati con il sistema audio-navigatore delle nuove auto. In Germania la situazione è simile anche se la migrazione è ancora più indietro. La Francia ha sperimentato ma non ha fatto quasi nulla, situazione simile alla nostra. Ben poco negli altri paesi. Si registra la intenzione dichiarata del paese più ricco d'Europa (la Norvegia) di passare al digitale terrestre. Ma nonostante la loro capacità di investimento il programma parla di uno switch over completato nel 2017. Prospettive incerte anche qui, in sostanza.

I vantaggi

Ci sarebbero anche. Per l'ambiente, in prospettiva. Se fallisce anche il secondo tentativo per la radio digitale terrestre la soluzione inevitabile, lo standard che prima o poi sostituirà la FM sarà la radio via web. Che funziona ma è tecnologicamente un assurdo, perché richiede una connessione punto a punto per ciascun ascoltatore. Le reti di ora non sarebbero in grado di sopportare tutte le auto di una città collegate via web contemporaneamente e in ascolto di stazioni web radio. In futuro forse lo saranno (la stessa criticità riguarda la web TV) ma con una efficienza molto minore del razionale sistema broadcast. E conseguente spreco di energia. È molto probabile però che anche sul web quando sarà necessario verranno messe a punto (in parte già ci sono) tecniche di trasmissione "uno a molti" più efficienti sul modello broadcast.

In sintesi

La cenerentola dei media rimane nel cono d'ombra. Temo che ancora per molto in Italia gli ascoltatori dovranno lottare contro il caos delle frequenze e le trasmissioni fuori norma, e si conferma che purtroppo la qualità audio non è una priorità per nessuno.




(Nelle immagini i siti web della nuova iniziativa Digital Radio, e dei consorzi di radio che la supportano: ClubDab, Eurodab, RaiWay-Ras e infine il più importante dopo tutto, DBTAA del Trentino-Alto Adige. Da notare che il sito EuroDab alla data di questo post non è ancora attivo e che anche sul sito principale Digital Radio le informazioni sono molto poche).

lunedì 9 settembre 2013

Google Play Music Unlimited è in Italia

Chi temeva che la possibilità di ascoltare tutta la musica del mondo in streaming, in modo legale, sia in casa sia in mobilità, ad un ragionevole costo di 30 centesimi al giorno, potesse essere solo una occasione momentanea dovuta a una congiunzione favorevole, può tranquillizzarsi. Anche se il servizio Spotify, iniziatore della universalizzazione di questa formula di abbonamento (subscription) estesa all'Europa e persino all'Italia dovesse fallire (è una compagnia svedese non ancora consolidata del tutto come modello di business) rimarrà qualcuno di ben più solido a proporre questa, che probabilmente è la soluzione del futuro.

Dopo solo pochi mesi dal lancio in USA è disponibile infatti anche in Italia il servizio Google Play Music Unlimited, che aggiunge la funzionalità di streaming (a pagamento) alla funzione tipo cloud, tipo iTunes Match, già disponibile e di cui ho riferito qualche mese fa.
Non è gratis, costa i soliti 9,90 € al mese (7,99 nell'attuale fase di lancio) ma nel frattempo anche Spotify in versione base e free è stato ulteriormente ridotto. Solo 10 ore al mese di ascolto e poi stop.

Le differenze principali con Spotify sono due: la disponibilità limitata a desktop e dispositivi Android e l'assenza di integrazione con le piattaforme social FB e Twitter. Il nome è cambiato, almeno in Europa, in origine era ancora più lungo (Google Play Music All Access).

Come funziona
Aiutandoci sin da subito con qualche videata vediamo come funziona il nuovo servizio, per il quale Google ha continuato con una impostazione minimalista e con comandi visibili ridotti al minimo.
Il servizio si aggiunge a Google Play (che è un prerequisito) e agli utenti viene proposto l'upgrade.
Quella che viene mostrata è la versione desktop (su Windows con IE9). Più avanti proveremo quella Android.


Il secondo passo è la sottoscrizione. Come sempre (come a suo tempo per il quasi omonimo Sony Music Unlimited, apripista in Europa e in Italia dei servizi in abbonamento) è richiesta una carta di credito per attivare la sottoscrizione al servizio, anche se nel primo mese non verrà caricato alcun importo.




Una volta avviata la sottoscrizione il servizio si presenta in modo analogo a Spotify, con le novità sponsorizzate e in più una selezione di playlist proposte dagli altri utenti, che possono essere selezionate e ascoltate col mini player del browser, come si vede nella seconda immagine.


Passiamo alla ricerca di un brano che non abbiamo e desideriamo ascoltare. Proviamo con i Tidersticks. Ci sono tutti i loro album, ne selezioniamo uno ed un brano e ascoltiamo. Tutto molto veloce, anzi istantaneo, interfaccia efficace, meno elegante ma più pratica e reattiva di quella di Spotify, a mio avviso.




Dopo l'ascolto il brano (o l'album) viene automaticamente aggiunto alla raccolta personale per altri ascolti. In altre parole la parte "cloud" di Google Play (la nostra musica caricata sul servizio di Google) e la parte streaming sono integrate. Cosa ovviamente non possibile tra Spotify e iTunes Match.



Catalogo
Spotify dichiara 20 milioni di brani nella sua libreria musicale, Google Play MU ne dichiara 18, nessuno credo si è messo a verificare questi dati o a cercare in modo sistematico quello che non c'è in assoluto, ma il test che viene spontaneo fare è la ricerca di quello che NON c'è su Spotify. In particolare, a parte i Beatles, come sanno tutti, 3-4 artisti che, preparando le playlist di Musica & Memoria per Spotify, mi sono accorto che mancavano.

La prima era Amy Winehouse. Che qui invece c'è e con tutta la produzione. Accordi diversi con l'editore, evidentemente.


La seconda era Cindy Lauper. Su Google Play MU c'è, anche se non tutta la produzione è presente, ma Time After Time si può ascoltare senza problemi.


Niente da fare invece per Eva Cassidy. Nessun accordo per la "regina delle cover", grande e indimenticata artista, la cui produzione deve essere per forza scaricata da iTunes e simili. Questa è la scelta della sua casa discografica.


Infine una videata della produzione di un gruppo noto ma non certo universalmente conosciuto  come i Pentangle, tutta presente.


Un check anche per la musica classica, dove la vastità del catalogo e la numerosità delle piccole etichette rende la ricerca e la individuazione delle carenze meno significative.
Per il noto pianista star Lang Lang nessun problema.


Invece per il grande direttore Nikolaus Harnoncourt, iniziatore delle esecuzioni filologiche e della riscoperta del barocco, solo antologie (è tutto quel che c'è).



Impostazioni e altri comandi
Pochissieme le possibilità di personalizzazione. Meglio così. L'importante è trovare la musica e ascoltarla. Non perdere tempo con lo strumento.


Qualità
Il formato di compressione è MP3 come per All Access, e la qualità massima è 320Kbps. Su desktop è regolata automaticamente e se la connessione è ADSL, come nel 99% dei casi, sarà alla massima qualità possibile (vedi quello che dice la guida). Su una unità mobile Android invece, in dipendenza delle prestazioni della connessione, si potrà ridurre la qualità fino a 192Kbps.

Quando riproduci la tua musica dalla cloud, Google Play rileva la velocità della connessione Internet e regola la velocità in bit in base alla larghezza di banda disponibile. Se la connessione Internet è veloce, la musica viene riprodotta a una velocità in bit superiore (fino a 320 Kbps).

Google Play offre la possibilità di riprodurre in streaming solo brani in alta qualità, indipendentemente dalla larghezza di banda correntemente disponibile.
•Accesso all'applicazione Google Play Music sul dispositivo
•Tocca il pulsante "Menu" sul dispositivo e seleziona "Impostazioni".
•Seleziona la casella "Streaming alta qualità".

Se scegli di riprodurre i brani in streaming alla massima qualità indipendentemente dalla disponibilità di larghezza di banda, potresti riscontrare un aumento del tempo di buffering e ritardi quando passi a un altro brano. Per mantenere questa alta qualità senza buffering, potresti essere interessato a lasciare la musica sempre visualizzata per l'ascolto offline.

In sintesi
Una alternativa interessante per la disponibilità di musica e la facilità d'uso. Interessante ovviamente solo per chi pensa di utilizzare il desktop e in mobilità ha solo dispositivi Android. E che utilizza sia il cloud per la propria libreria personale, sia lo streaming per quello che non c'è. Priva d'interesse per il vasto mondo di smartphone e tablet Apple. Per ora e probabilmente ancora per molto, visto che sono concorrenti. A meno di cambi di strategia.

mercoledì 4 settembre 2013

La casa del futuro

Nei film e nei libri di fantascienza degli anni '60 e '70 la casa del futuro era di solito tutta bianca, con pochissimi armadi (tanto vestivano tutti uguali) molta tecnologia, schermi televisivi giganti e la cucina non c'era quasi mai, perché si mangiavano cibi sintetici, ma iper proteici.

Ora che nel futuro ci siamo abbondantemente arrivati, sappiamo che l'unica cosa che è veramente tra noi è il televisori a forma di quadro (anche con i comandi vocali come nel film di Spielberg) ma per il resto la casa di oggi assomiglia moltissimo (e vuole assomigliare il più possibile) alla casa del passato, con mobili vintage, tappeti, oggetti etnici da ogni parte del mondo e parquet di vero legno ovunque. E la cucina anziché sparire è diventata il centro della casa, attrezzata come quella di un ristorante di lusso, per milioni di aspiranti chef alla riscoperta della cucina regionale rivisitata (in genere italiana), sulle orme di Gordon Ramsey e Jamie Oliver.


Una dimostrazione che "Fare previsioni è una cosa molto difficile, specialmente se riguardano il futuro", come sosteneva il fisico Niels Bohr, e difatti la invenzione che veramente ha cambiato la nostra vita, il telefono cellulare poi diventato nel tempo smartphone dall'uso universale, includendo anche immagini e video, che ci rende sempre connessi, non la troverete in nessun libro e in nessun film di fantascienza dell'epoca.

Un radicale cambiamento
Qualcosa però sta per cambiare e renderà in tempi brevi la casa del futuro molto diversa dalla casa di oggi e dalla casa di ieri. Sparirà qualcosa che la tecnologia rende già ora superfluo, e che inevitabilmente superfluo diventerà, una cosa che in termine tecnico si chiama "supporto", un oggetto il cui unico scopo è trasportare fino a noi e alla nostra capacità cognitiva un contenuto creato da una o più persone in un altro luogo. Un processo che ha avuto la musica come apripista involontario e primo esempio universale, e che si chiama "dematerializzazione".

La dematerializzazione
Un testo, che sia prosa, poesia, manuale tecnico o documento burocratico, una immagine, un video, un brano musicale, acquistano un senso quando noi li guardiamo, li ascoltiamo, li comprendiamo con il nostro complesso e raffinato sistema di acquisizione e scambio di informazioni. Per trasportarli abbiamo avuto bisogno sino ad oggi della carta o di supporti che, assieme ad un lettore, fossero in grado di ricreare parlato, musica o immagini in movimento. Del lettore, tranne che per i testi, continuiamo ad averne bisogno, ma del supporto non più.
La dematerializzazione in azienda o nella pubblica amministrazione ha vantaggi che nessuno mette in discussione, costi ridotti, accesso facilitato, comunicazioni in tempo reale. Nessuno di noi ha nostalgia di bollette, estratti conto o certificati e, una volta appurato che si può fare a meno della copia cartacea, non abbiamo problemi a smettere di archiviare religiosamente ogni settimana bollette o documenti della banca, se possiamo passare tutto online.
Nella musica la rivoluzione è già arrivata
Per la generazione del CD o addirittura del vinile una casa senza CD e senza vinili non sembra una casa. Ma tra i giovani, anno dopo anno, diminuiscono quelli che danno una qualsiasi importanza al CD o che addirittura ne hanno mai maneggiato uno.

La prima casa di un giovane sarà senza CD (e DVD).
La musica e i film saranno per qualche anno (o mese) ancora memorizzati su hard disk rimovibili, unità USB, dischi di rete o altri sistemi di archiviazione fisici. Ma stanno sparendo anche questi sistemi, sostituiti dallo stesso spazio disco, ma fisicamente localizzato da qualche parte nella rete mondiale, sul cloud, come si definisce ora.
Ma non è ancora l'ultimo passo. L'ultimo passo è la smaterializzazione completa non solo dei contenuti, ma anche del possesso. Con la combinazione abbonamento + streaming cade anche la necessità di scegliere e costruire nel tempo il nostro particolare "sezionamento" dell'immenso universo della musica registrata. Già ora con Spotify o con Google Play Music Unlimited (e presto con iTunes, secondo le anticipazioni) è annullata la distanza temporale e fisica tra il momento in cui viene voglia di ascoltare un certo brano e il momento in cui lo si ascolta. Quasi annullata, perché il suddetto brano deve trovarsi nel vasto catalogo dei due servizi, che però sono già molto ampi (20 o 18 milioni di brani rispettivamente) e non c'è dubbio che potranno solo estendersi.

Senza contare il servizio di ascolto e di visione che già tutti usano, apparentemente gratis come la TV generalista (si paga con la pubblicità), cioè il notissimo YouTube. Che fornisce la stessa funzionalità e un catalogo di dimensioni ignote ma probabilmente anche più estese.
Di cosa avrà bisogno il giovane nella sua nuova casa? Può bastare anche uno smart TV, un tablet e un paio di casse attive. O soluzioni più articolate e complete per chi vuole di più, che non mancano e non mancheranno di certo.
Niente CD e discoteche per casa, niente archivi su hard disk e necessità di scaricare più o meno legalmente la musica, impiegando nella operazione una parte del nostro tempo prezioso. Tempo zero tra la volontà e il risultato.

Cose belle ma inutili
Le nostre case si differenziano dalla casa del futuro anche perché continuano ad essere piene di cose belle ma inutili, quadri, soprammobili, vasi, collezioni di oggetti privi di ogni utilità pratica e disposti strategicamente in vetrinette apposite, acquari (passati parecchio di moda, però), libri d'arte negligentemente abbandonati (ma a bella posta) sul tavolino della sala, come nel film Carnage di Polanskyi. Oggetti che trasmettono messaggi di identità a chi entra nel nostro spazio, o di conferma e rassicurazione per noi stessi. Tra questi oggetti comparirà sempre più spesso il giradischi, accompagnato dai suoi vinili, e magari anche il registratore a bobine. Neanche del tutto inutili e superflui se i servizi in streaming accennati prima rimarranno ancora a lungo in bassa qualità (anche se loro la dichiarano "massima", nientemeno). Il giradischi sarà l'unica sorgente in alta qualità nella casa dematerializzata. Per una piccola parte della musica, purtroppo. Scenario tecnicamente assurdo ma non del tutto improbabile, viste le altre illogiche evoluzioni del mercato della musica.


Il passo successivo (e definitivo)
La dematerializzazione della musica, ormai avviata e, penso, inarrestabile, è solo il primo passo per la completa dematerializzazione dei contenuti di qualsiasi genere. Ne rimane un altro che ancora facciamo fatica a concepire in modo globale, ma che arriverà prima o poi. In teoria poteva essere il primo, perché la difficoltà tecnica era molto inferiore che per la musica e per il video. Ma la resistenza delle case editrici si è dimostrata ben più coriacea ed efficace di quella tentata dalle case discografiche. Come ha sperimentato persino il gigante Google con il suo progetto Books e la marcia indietro che ha dovuto subire ed accettare (ben altri e più ambiziosi erano gli obiettivi iniziali).

Dove Google ha fallito ha invece avuto successo Amazon, con un approccio più graduale e prudente, e ormai anche il libro può essere del tutto dematerializzato, con Kindle e i suoi epigoni.
Non ci sono qui ancora servizi in abbonamento, ma non sarebbero una novità, sarebbero l'equivalente della biblioteca nel mondo digitale. E' quindi possibile e anche probabile, in tempi anche non troppo lunghi, lo scenario di una casa senza libri. Che però non sarebbe uno scenario da incubo, come quello immaginato nel famoso libro di Ray Bradbury Farenheit 451 (e nel celebre film che ne trasse Francois Truffaut). Perché la stessa casa potrebbe essere abitata da incalliti lettori. Diversi da noi solo perché non accumulano in casa nel corso degli anni i libri che hanno letto, e che difficilmente leggeranno una seconda volta.
Ci saranno invece in molti casi gli equivalenti dei vinili. Libri d'arte o di fotografia. Libri antichi, edizioni rare. Belli di per sè, per il piacere di possederli.
 


Una casa vuota
La tecnologia ci conduce e in parte ci ha già accompagnato (per la musica e per i film) verso una casa vuota, dove non c'è traccia visibile del consumo culturale. La traccia è solo quello che è stato accolto e memorizzato nella nostra mente. Più quei pochi contenuti che consideriamo altamente simobolici e caratterizzanti la nostra identità e che vorremmo a tutti i costi mantenere "fisici".
Uno scenario inquietante? Non si può dire ora, anche se fa impressione l'idea di non potere (almeno non facilmente come ora) lasciare la nostra impronta, con la biblioteca e la discoteca che rimarrà a disposizione dei nostri figli. E che già ora, che sono ancora in casa, lo è, trasmettendo loro almeno in parte le nostre scelte e il nostro imprinting educativo. Come ha fatto mio padre con me e come sto facendo con mia figlia. Ancora una volta, è solo una questione di decidere se usare tecnologie e funzioni che già ci sono. Nella musica si chiamano "preferiti" o "playlist". Molto meno poetiche, meno immediate, ma volendo gli strumenti ci sono.




(Nelle immagini: una ambientazione futuristica dal film "2001 Odissea nello spazio", un giradischi Pro-Ject (6 Perspex), una scena dal film Carnage col tavolino rivelatore, due ambientazioni per una ambientazione audio video tra passato e futuro di B&O)